30.12.15

ROAD TO JAPAN: Kaoru Takayama

Buongiorno a tutti: siamo alla fine di questo 2015 e quindi ecco l'ultimo numero di "Road To Japan", la rubrica che presenta i migliori talenti presenti nel panorama nipponico. Da tempo lo Shonan Bellmare non raggiungeva la parte sinistra della classifica: in J. League ha brillato per costanza di rendimento Kaoru Takayama, tuttofare offensivo della squadra di Kanagawa.

SCHEDA
Nome e cognome: Kaoru Takayama (高山 薫)
Data di nascita: 8 luglio 1988 (età: 27 anni)
Altezza: 1.74 m
Ruolo: Ala, esterno di centrocampo
Club: Shonan Bellmare (2015-?)

© Shigeki Kiyohara


STORIA
Nato a Kawasaki - prefettura di Kanagawa - nel luglio 1988, Kaoru Takayama gioca fin da piccolo: fu una maestra d'asilo ad avviarlo al calcio. I Kawasaki Frontale sono la squadra più famosa nella sua città-natale: non è un caso che Takayama sia rimasto all'interno delle loro giovanili per cinque anni, prima di iscriversi alla Senshu University.
Studente di economia, Takayama non ha mai abbandonato il sogno di arrivare al professionismo. Un desiderio realizzato a 22 anni, un'età in cui magari altrove si sarebbe abbandonata quell'ambizione. Tuttavia, la selezione dell'esterno in una rappresentativa del Kanto gli permette di esser visionato anche da diversi club della J. League.
Takayama persiste e alla fine il giocatore firma per lo Shonan Bellmare, appena retrocesso malamente dalla prima divisione. Al BMW Stadium ritrova anche Ryota Nagaki, con cui è amico e ha trascorso insieme alcuni momenti calcistici. Takayama si trova bene fin da subito, ma è l'incontro con Cho Kwi-Jea a cambiargli il destino.
L'allenatore sud-coreano dice dell'esterno: «Sarà un elemento importante per noi: possiamo sfruttare la sua velocità per sorprendere l'avversario». Lo Shonan nel 2012 ottiene la promozione in prima divisione, ma retrocede subito. Mentre i verdi di Kanagawa si preparano a risalire nuovamente, Takayama passa al Kashiwa di Nelshinho Baptista.
Sembra una riserva, ma in realtà giocherà 44 partite con il Reysol. Non solo: il tecnico brasiliano sfrutta la poliedricità dell'esterno e lo schiera in qualunque posizione del suo 4-4-2. Alla fine sembra che la sua avventura a Kashiwa sia destinata a proseguire, ma lo Shonan decide di riacquistarlo per la stagione successiva.
Nella splendida macchina che è stato il 3-4-3 orchestrato da Cho Kwi-Jea, Takayama è stato fondamentale. L'esterno conosceva già i meccanismi del suo mister, ma li ha portati all'estremo: nella stessa annata, ha giocato da centravanti e da esterno a tutto campo. Ci mancava solo che lo mettessero solo in porta... ora lo Shonan festeggia un'ottima annata e spera di ripetersi nel 2016.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Dal punto di vista tattico, è persino difficile definire un ruolo per Takayama. Principalmente è un uomo di fascia, utile per il 4-4-2 (da esterno alto) o il 4-3-3 (da esterno d'attacco). Tuttavia, nella sua carriera Takayama ha giocato da esterno nel 3-5-2, nel 4-2-3-1 e persino da terzino. In più, in alcuni casi può giocare da falso nueve: insomma, un enigma.
Questa poliedricità è accompagnata comunque da ottime doti atletiche: Takayama è una sorta di motorino vivente, capace di macinare diversi chilometri. Dal punto di vista tecnico, non ha un piede finissimo, ma il pacchetto totale offerto dal giocatore è di valore.

STATISTICHE
2011 - Shonan Bellmare*: 39 presenze, 11 reti
2012 - Shonan Bellmare*: 39 presenze, 6 reti
2013 - Shonan Bellmare: 36 presenze, 4 reti
2014 - Kashiwa Reysol: 44 presenze, 4 reti
2015 - Shonan Bellmare: 37 presenze, 8 reti
* = in J. League 2

NAZIONALE
La sua carriera parla di un rapporto inesistente con il Giappone: Takayama non è mai stato convocato da nessuna rappresentativa nipponica. Difficile che possa sfondare a 27 anni, ma chissà che Vahid Halilhodzic non possa servirsi di un giocatore così duttile in diverse gare.

LA SQUADRA PER LUI 
All'ennesima prova di maturità e con un 2015 straordinario, mi sembra il tipo di giocatore pronto al salto. I dati parlano per lui: Takayama fa un lavoro oscuro che in pochi in Giappone sanno fare. Ci sono molte realtà che potrebbero sfruttare un giocatore così poliedrico. In Italia soprattutto: ci sarà qualcuno che azzarderà il colpo?

28.12.15

Terstegenismo militante.

Bello il 2015 del Barcellona. Cinque trofei, con il record di Guardiola mancato solo per colpa dello scivolone in Supercoppa Spagnola contro l'Athletic Bilbao. Un attacco da record, tanti elogi per Luis Enrique. Eppure qualcuno scontento c'è: basta guardare i festeggiamenti dopo la vittoria del Mondiale per club. Marc-André ter Stegen non ce la fa più.

ter Stegen è arrivato a Barcellona nell'estate del 2014.

E come non capirlo? È difficile stare nei suoi panni. Non quelle di giocatore di una delle squadre migliori nella storia del calcio per club, bensì nel ruolo di "secondo portiere". Ed è brutto quando il primo sta avendo anche un miglior anno del tuo: il 2015 di Claudio Bravo tra nazionale e club meritava l'entrata nella top ten del Pallone d'Oro.
Eppure ter Stegen presenta le stimmate del predestinato in quello straordinario panorama che è oggi il calcio tedesco. Nato e cresciuto a Mönchengladbach, ter Stegen ha giocato per 15 anni nelle giovanili del Borussia: il portiere aveva appena quattro anni quando è entrato nel vivaio dei Fohlen, mostrando il suo talento nella squadra riserve.
Nel 2010-11, il portiere titolare al Borussia era Logan Bailly, oggi al Celtic. All'epoca, l'estremo difensore belga mostrava una forma altalenante. I tifosi lo rimproverano di concentrarsi più sulla sua carriera di modello che su quella da calciatore. Quando Lucien Favre subentra a Michael Frontzeck sulla panchina del Borussia, tutto cambia.
Candidati alla retrocessione, i ragazzi di Favre si salvano e negli anni successivi diventeranno una delle più belle realtà della Bundesliga, raggiungendo diverse volte l'Europa. Allo stesso modo, ter Stegen gioca la sua prima gara nel massimo campionato tedesco il 10 aprile 2011: nelle ultime cinque giornate, per quattro volte la sua porta rimane inviolata.
Da lì in poi, ter Stegen è stato un punto di riferimento al Borussia Park. Qualcuno ha cominciato ad avvicinarlo già nel 2013, quando si parlò di un accordo con il Barcellona (a cui lui rispose con una risata). Voci rimandate solo di un anno, visto che ter Stegen rifiuta il rinnovo proposto dal club e lascia Mönchengladbach per sempre nell'estate del 2014.
L'addio è struggente, ma a Barcellona lo aspetta una sfida non da poco. L'ambiente si prepara alla stagione della vita. In blaugrana è arrivato anche Claudio Bravo. A causa di un infortunio a ter Stegen, Luis Enrique decide di spartire i compiti tra i due portieri: Bravo titolare in Liga, ter Stegen nelle coppe. Pur giocando solo 21 partite, il tedesco ha impressionato.
Il Barcellona ha vinto la Champions e la Copa del Rey, confermando che la scelta del tedesco è stata buona. Su Twitter ha persino spopolato l'hashtag #terstegenismo, specie dopo la splendida gara di ritorno giocata all'Allianz Arena contro il Bayern Monaco. Non a caso contro Manuel Neuer, il portiere di riferimento di quest'epoca.

La Roma si è qualificata agli ottavi di Champions grazie a lui. Venti giorni fa, eh.

Bisogna fare una riflessione. Una è sulla stranezza della vita: quant'è difficile essere un portiere in Germania in questo momento? La Nationalmannschaft può contare non solo su Neuer, ma anche su Leno (zero presenze in nazionale maggiore), Zieler (sei presenze, campione del mondo), Horn (prodigio dell'U-21), Karius e Fahrmann. Senza contare il ritirato Weidenfeller (cinque presenze e campione del mondo) e Kevin Trapp.
La seconda domanda scomoderà diversi pareri: può Marc-André ter Stegen superare il mostro Manuel Neuer? Per ora la risposta è no, perché il portiere del Bayern Monaco è l'originale, lo sweeper-keeper per eccellenza. Chissà se un cambio di ambiente farebbe bene a ter Stegen: il 2015-16 non sta andando affatto bene.
Dodici presenze sono più della metà di quelle dell'anno scorso, ma il tedesco non è soddisfatto e lo spettro della cessione è più che concreto. Anche nei festeggiamenti del trionfo nipponico, ter Stegen sembrava lontano da tutto e tutti. Non si può escludere che la sua avventura in Spagna sia già alla fine: parliamo di un ragazzo di 23 anni, che necessita di giocare di più.
Se mai veramente lasciasse il Camp Nou, il bilancio del portiere tedesco non potrà certo dirsi malvagio: ha disputato un ottimo 2015, dimostrando di valere la porta di un grande club. Che però non può essere il Barcellona, a quanto pare. Nonostante i blaugrana debbano ringraziare anche i suoi salvataggi per la Champions vinta nel giugno scorso.
Ci sono stati momenti difficili (vedi proprio la Supercoppa persa contro l'Athletic o il gol preso da Florenzi da 55 metri), ma il portiere ha dimostrato di poter stare nel sistema Barcellona. ter Stegen in parte si è dimenticato cosa significhi essere protagonisti. In Germania lo sapeva, ormai sembra invece che neanche la Champions glielo faccia ricordare. La vita dell'eterno secondo sembra stargli stretta: l'interesse del Liverpool sembra calzare a pennello in questo momento...

Marc-André ter Stegen, 23 anni, dovrà ritrovare il sorriso altrove.

24.12.15

Franco-tedesco.

Dieci gol in 19 gare. Un inizio da sogno, un momento di estasi prima della pausa natalizia: la sua rete contro il Borussia Dortmund è valsa la vittoria all'ultimo minuto e il Colonia respira grazie alle sue marcature. Da qualche tempo Anthony Modeste sembra un giocatore interessante, ma quest'anno potrebbe essere quello della sua esplosione a certi livelli.

Modeste ai tempi del Bastia, dov'è esploso in Ligue 1.

Eppure il francese è alla terza annata in Germania, dopo aver militato per un biennio all'Hoffenheim. La sua storia parte da lontano, dal Nizza, dove l'attaccante è cresciuto nelle giovanili ed è rimasto per due anni. Poi il prestito all'Angers nel 2009-10 e l'improvvisa maturazione: venti reti e secondo posto in classifica cannonieri dietro un certo Olivier Giroud.
A quel punto, in Ligue 1 più di un club si è accorto delle sue potenzialità. A 22 anni è il Bordeaux a prelevarlo dal Nizza: tre milioni e mezzo che peseranno nelle valutazioni sul giocatore e il suo anno e mezzo allo Stade Chaban-Delmas. La prima stagione finisce in doppia cifra, nella seconda viaggia tra Bordeaux e un prestito senza reti al Blackburn.
L'esperienza ai Rovers va così male che Modeste viene persino inserito tra i peggiori giocatori in Premier: la sua avventura nel calcio che conta sembra già finita a 24 anni. Invece ci pensa il Bastia e la Corsica a rilanciarlo: sotto la guida di Frédéric Hantz, il suo 2012-13 è l'anno che lo riporta sulla mappa del calcio francese. Il Bastia si salva e lui realizza ben 15 reti, classificandosi quinto nella classifica cannonieri.
Forse però Modeste ha capito che stare in Francia non lo porterà da nessuna parte. Così lascia Bordeaux e decide di accasarsi a Hoffenheim, macchina del gol guidata da Markus Gisdol. Il piccolo club della Bundesliga è un ottovolante continuo, a cui Modeste contribuisce con 23 gol in 62 presenze accumulate nelle ultime due annate.
Il francese arriva così all'ultimo anno di contratto e decide di cambiare nuovamente casacca: il Colonia sarà la sua settima squadra in carriera, ma anche quella che forse gli cambia la vita. Lo si è visto fin dall'inizio, quando l'attaccante ha realizzato sei gol nelle prime otto gare. Poi un lungo digiuno e l'exploit con il Borussia Dortmund prima della pausa natalizia.

L'avventura a Colonia è iniziata benissimo.

Certo, non tutto quello che luccica è oro: basti pensare all'episodio in Augsburg-Colonia, quando il portiere avversario Hitz gli ha sabotato il dischetto del rigore, facendolo sbagliare dagli undici metri. Tuttavia, l'aver interrotto un digiuno di quasi due mesi fa ben sperare per il futuro di Modeste, che a Colonia sembra trovarsi bene.
In fondo, i suoi gol sono una sorta di talismano per il Colonia. La squadra di Peter Stöger ha vinto solo una delle nove gare in cui il francese è rimasto a secco. Inoltre, ad agosto, il centravanti ha segnato il gol più veloce nella storia della coppa nazionale contro l'SV Meppen: appena 45 secondi per realizzare la prima marcatura, seguita da altre due nel corso della gara.
Modeste ha spiegato il segreto della sua forma: «Per me è importante giocare. So di dover essere più efficace sotto porta, ma l'importante è aiutare la squadra anche creando spazi per i compagni o facendo pressione sui difensori. Non è necessario che segni per forza io. Vogliamo raggiungere il prima possibile 40 punti, poi vedremo...».
L'obiettivo per il futuro? Battere il record personale di marcature in una qualsiasi prima divisione, risalente al 2013-14, quando Modeste segnò 12 gol con l'Hoffenheim. Le speranze per Euro 2016 sono pari allo zero (vista la batteria d'attacco della Francia), ma quant'è bello smentire quei giudizi inglesi ai tempi di Blackburn?

Anthony Modeste, 27 anni, in forma strepitosa con il Colonia.

22.12.15

CHASING HISTORY: 5 momenti che hanno segnato il 2015

Un altro anno se ne va e arriva il momento di tirare qualche bilancio. Nell'apprestarci a salutare il 2015, è giusto fare un recap del cult di quest'annata calcistica. Tra un triplete e una prima volta, tra il risorgimento americano e quello ivoriano, passando per il Sud America. Ecco a voi un recap - si spera esaustivo - di quanto accaduto quest'anno.

Il momento cult: l'intervista di John Guidetti
29 giugno 2015, la Svezia ha appena battuto per 4-1 la Danimarca nelle semifinali dell'Europeo U-21. A sorpresa, gli scandinavi si giocheranno (e vinceranno ai rigori) il titolo di categoria contro il Portogallo. Frustrato per le eccessive critiche sulla squadra, Guidetti si sfoga a fine gara e incornicia il miglior momento comunicativo nel calcio di quest'anno.


Vi lascio ai sottotitoli.

La partita dell'anno: derby Iran-Iraq
La Coppa d'Asia è stata una sorta di follia collettiva, ben rappresentata da un match in particolare: il quarto di finale del 23 gennaio scorso tra Iran e Iraq, un derby tra vicini disputato al Canberra Stadium. Ci arriva da favorito l'Iran, che ha vinto il suo girone; il giovane Iraq, invece, si è qualificato alle spalle del Giappone.
Azmoun porta in vantaggio l'Iran nel primo tempo, ma una controversa espulsione di Pooladi riduce la squadra di Carlos Queiroz in dieci per il resto del match. L'Iraq pareggia nella ripresa con Ahmed Yasin e porta la partita ai supplementari. Con i gol di capitan Mahmoud e del giovane Ismail l'Iraq allunga due volte, ma l'Iran riesce stoicamente a riportarsi in gara.
Speciale l'ultima rete, quella di Ghoochannejhad, che pareggia la partita a pochi secondi dalla fine su azione molto confusa. Alla lotteria dei rigori, l'Iraq ha la meglio per 7-6 e arriva quarto al termine del torneo. Una partita che rimarrà negli annali.

Partita di una follia assoluta.


5. Maledizione spezzata
Ci voleva uno stregone per spezzare la maledizione della Costa d'Avorio: arrivata da favorita a ognuna delle edizioni della Coppa d'Africa nell'ultimo decennio, gli Elefanti si sono sempre arenati di fronte a qualche ostacolo. Secondi nel 2006 e nel 2012, la Generazione d'Oro della Costa d'Avorio ha perso entrambe quelle finali ai rigori.
Ci voleva Hervé Renard per cambiare tutto, l'uomo che guidò lo Zambia al titolo nel 2012, proprio contro Yaya Touré e compagni. Per mezz'ora dell'ultima gara del girone, la Costa d'Avorio è rimasta fuori dalla Coppa d'Africa. Poi due vittorie (entrambe per 3-1) contro Algeria e RD Congo, fino all'ultimo atto di Bata.
La storia più bella è quella di Boubacar Barry, che in realtà dopo anni di titolarità era il portiere di riserva a questa rassegna. L'infortunio in semifinale di Sylvain Gbohouo l'ha rimesso tra i pali e l'esperto estremo difensore ha salvato la sua squadra ai rigori contro il Ghana, segnando poi il penalty decisivo! Coppa agli Elefanti: chi l'avrebbe mai detto?

Yaya Touré, 32 anni, alza la Coppa d'Africa.


4. La donna americana
USWNT: non una sigla, ma un'istituzione negli Stati Uniti. Lo United States Women National Team ha vinto il suo terzo Mondiale della storia, dopo un digiuno durato ben 16 anni. Nonostante tre ori olimpici consecutivi, quest'alloro sembrava contornato da una sorta di maledizione. Lo sanno bene le veterane, Abby Wambach e Christine Rampone.
Si ritirano da campionesse del Mondo, dopo una cavalcata entusiasmante nell'ultima rassegna in Canada. Sei vittorie e un pareggio nella via al titolo: paradossalmente la partita più bella è arrivata proprio in finale, dove gli Stati Uniti si sono presi la rivincita contro il Giappone. Un 5-2 dove la firma più bella è stata quella di Carli Lloyd, capitana e MVP del torneo.



3. Rinascita Millionaria
Alzi la mano chi avrebbe scommesso nell'estate del 2011 in una pronta ripresa del River Plate dopo la retrocessione in seconda divisione, la prima in 110 anni di storia. Risalita la china, i Millionarios hanno vinto il titolo con Ramon Díaz e si sono poi affidati all'uomo del loro destino, quel Marcelo Gallardo che ha giocato con la maglia del River.
El Muñeco in un anno si è preso tutto: nel 2014 la vittoria in Copa Sudamericana, nel 2015 quelle in Recopa e soprattutto in Copa Libertadores. E pensare che il River Plate era a un passo dall'andare fuori nella fase a gironi, superata per un pelo. Ad aiutarli fu il Tigres, la stessa squadra poi sconfitta nella finale andata e ritorno per 3-0.

Il magico anno del River Plate in Copa Libertadores.


2. Spagna irreal
Non è stato un grande anno per il Barcellona, ma per la Spagna. I club iberici dimostrano che la loro supremazia è lontana dal cadere: se la nazionale fa fatica e al Mondiale 2014 ha rimediato una sonora batosta, le squadre spagnole continuano a dominare. In ogni caso, tutto il movimento sembra in ripresa dopo una leggera discesa.
L'U-19 ha vinto l'Europeo di categoria, la nazionale femminile ha partecipato per la prima volta a un Mondiale. Il Siviglia ha vinto per la quarta volta l'Europa League, bissando così il successo ottenuto nella finale di Torino dell'anno precedente. Sul Barcellona è difficile dire qualsiasi cosa: 175 gol segnati, cinque titoli e la percezione che Luis Enrique abbia costruito una delle migliori macchine da gioco della storia del calcio di club.

Luis Suárez, Lionel Messi e Neymar, un trio senza pari.


1. La prima volta non si scorda mai
Spiace per i blaugrana, ma non c'è niente di più storico di una prima volta. E ce ne sono state addirittura due in giro per il mondo a livello di nazionali. Sull'impresa in Copa América del Cile credo di aver speso diversi fiumi d'inchiostro, senza dimenticarci è il primo alloro della Roja in 120 anni di storia della sua nazionale.
Se Sampaoli merita più di un plauso, altrettanto si dovrebbe dire per Ange Postecoglou, ct dell'Australia. Alla terza partecipazione nella competizione asiatica, i Socceroos hanno conquistato il titolo, per altro in casa. Il 2-1 in finale a una ritrovata Corea del Sud forse è l'inizio di qualcosa più grande per l'Australia.

L'Australia festeggia il primo titolo di campione asiatico.

19.12.15

Ignorati.

Sembra quasi un passatempo ignorarli. Sarebbero i campioni sudamericani in carica, nonché sicuri partecipanti alla prossima Confederations Cup del 2017, eppure il mondo non sembra aver riconosciuto abbastanza credito al Cile di Jorge Sampaoli. Anzi, forse solo il commissario tecnico della Roja ha visto qualche applauso elevarsi dai media.

Il Cile campione del Sud America: primo titolo della storia.

Sampaoli è riuscito a far parte del terzetto candidato al premio FIFA World Coach of the Year: gli altri sono Pep Guardiola e Luis Enrique, con quest'ultimo favorito vista la vittoria in Champions grazie al miglior trio offensivo della storia del calcio negli ultimi trent'anni. Un'impresa più difficile di quella del Cile del tecnico di Casilda?
Il bello è che ce ne sarebbe di materiale per premiare o quanto meno considerare favorito Sampaoli. Il Cile chiude il 2015 con il titolo conquistato in Copa América, il primo della sua storia. Una storia lunga 120 anni e che ha visto finalmente un alloro conquistato dalla Roja, per altro nell'edizione che è stata ospitata proprio in Cile.
Uomo particolare, il tecnico argentino ha guidato il suo gruppo prima ai Mondiali dell'anno passato (la traversa di Pinilla grida ancora vendetta), poi ha mantenuto intatto il nucleo principale ed è partito alla caccia della Copa. Ecuador, Messico, Bolivia, Uruguay, Perù e Argentina: quattro vittorie e due pareggi. E l'ultima partita vinta ai rigori.
Dopo questo titolo, è normale che le attenzioni si siano accumulate su Sampaoli: qualcuno lo vorrebbe in Liga, altri lo danno vicino allo Swansea City, con i gallesi che sono arrivati a esonerare il loro idolo Garry Monk. Se il manager argentino vive la santificazione e spera nel premio, non altrettanto peso si è dato alla sua squadra.
Il commissario tecnico del Cile ha tirato fuori alcuni suoi giocatori da un periodo pessimo. Edu Vargas non segnava neanche con le mani, eppure in nazionale si è trasformato e ha trovato un posticino al sole in Bundesliga. Mauricio Isla alla Juventus non ha mai avuto spazio (oggi è a Marsiglia in prestito), invece ha deciso i quarti contro l'Uruguay.
E che dire del duo sostanzioso formato da Gary Medel e Marcelo Díaz? I due erano reduci da due annate deludenti tra la Milano nerazzurra e Amburgo, ma la Roja gli ha dato nuovo vigore. Loro sono diventati imperforabili, costituendo lo scheletro della squadra campione del Sud America. E sono pure finiti nella top 11 del torneo.
Proprio per questo, stupisce quanto accaduto per le nomine per il Pallone d'Oro 2015. Nei 23 finalisti, di nomi cileni ce ne erano due (uno di questi era Arturo Vidal). E nella top 3 finale, ci sono i soliti Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, ma c'è Neymar, mentre manca uno come Luis Suárez. Del Cile di Sampaoli e della sua impresa, nessuna traccia.

Certe emozioni non si possono ignorare.

Il problema è che il Pallone d'Oro non ha logica. Le nazionali hanno sempre pesato sull'assegnazione del trofeo, eppure quest'anno non vi si è dato spazio. Ciò nonostante, due cileni avrebbero meritato l'inclusione nei 23, se non addirittura nei primi tre. Altrimenti è difficile prendersi sul serio mettendo la solita combo con CR7 e l'argentino.
Il numero uno per presenze con la Roja è Claudio Bravo, capitano e simbolo cileno. Il numero due per presenze e il numero tre per reti realizzate con la nazionale è Alexis Sánchez, asso in ascesa negli ultimi anni. Entrambi hanno giocato un'annata straordinaria con il club e con il Cile, eppure sono stati ignorati bellamente.
Per Alexis Sánchez il discorso è facile: è vero che il MSN blaugrana ha portato la Champions, ma i numeri di Sánchez all'Arsenal sono stati mostruosi. Lasciato andare da Barcellona come un indesiderato, il cileno ha realizzato 25 gol in 52 presenze ed è stato nominato giocatore dell'anno dai suoi tifosi. Senza contare la FA Cup vinta a Wembley.
Va anche peggio con il paradosso di Claudio Bravo. Nell'estate 2014 è arrivato con Marcus ter Stegen per sostituire Víctor Valdés al Barcellona. Il cileno si è conquistato spazio in Liga, il tedesco nelle coppe. Poi quest'estate Bravo ha alzato la Copa América da capitano e miglior portiere del torneo. Il suo 2015 - salvo imprevisti domani mattina - parlerà di cinque trofei vinti. Cosa doveva fare di più per esser considerato?
Il tutto assume contorni grotteschi anche solo guardando la finale di Santiago del Cile. Quella finale in cui Messi non si è mai visto e dove l'argentino è stato premiato miglior giocatore del torneo (per grazia divina: l'asso del Barcellona non ha voluto ritirare il premio). In quella stessa gara, Bravo parava un rigore decisivo e Sánchez metteva dentro il penalty della vittoria con un cucchiaio. Uno scavetto beffardo e sicuro di sé.
Cosa avrebbero dovuto fare i due per farsi considerare? E cosa diremo quando Luis Enrique alzerà il premio di coach dell'anno di fronte alla platea di Zurigo? Lasceremo ancora andare. Perché ormai ci siamo assuefatti a questo modo di ragionare. Io però no. Rendo omaggio a questi due giocatori, al loro commissario tecnico e a un paese che sarà pure ignorato, ma è stato calcisticamente la sorpresa di questo 2015.

Alexis Sanchez, 27 anni, e Claudio Bravo, 32, le anime del Cile.

16.12.15

UNDER THE SPOTLIGHT: Marko Pjaca

Buongiorno a tutti e benvenuti a un altro numero di "Under The Spotlight", la rubrica che ci permette d'inquadrare i migliori talenti in giro per il mondo. Il suo nome non sarà tanto sconosciuto, ma oggi ci spostiamo in Croazia: la Dinamo Zagabria è sempre stata presente nella produzione di talenti, ma Marko Pjaca è un altro che vale la pena di guardare.

SCHEDA
Nome e cognome: Marko Pjaca
Data di nascita: 6 maggio 1995 (età: 20 anni)
Altezza: 1.86 m
Ruolo: Ala destra, prima punta
Club: Dinamo Zagabria (2014-?)



STORIA
Nato nel 1995 a Zagabria, il giovane Marko deve lavorare molto per consacrarsi nel calcio nazionale. Fino a 14 anni rimane nella Dinamo Zagabria, ma nel 2009 si trasferisce brevemente all'NK ZET, altra formazione giovanile della città. Poi il passaggio l'anno successivo al NK Lokomotiva, famosa per essere una sorta di factory della Dinamo.
Non è un caso se sul finire degli anni 2000 il Nogometni klub abbia ottenuto tre promozioni consecutivi dalla quarta alla prima serie croata. Arrivata in Prva Liga, la NK Lokomotiva accoglie il potenziale crack del calcio nazionale. Dal 2011 al 2014 gioca allo Stadion Kranjčevićeva, dove però Pjaca fa capire il potenziale che possiede.
Il triennio alla NK Lokomotiva è ottimo: la squadra si piazza persino seconda nel 2012-13. L'ultima stagione si chiude con 33 presenze e sette reti: un buon bottino, che consente a Pjaca di tornare alla Dinamo Zagabria per il prezzo di un milione di euro. Lì lo aspetta Zoran Mamić, allenatore della Dinamo e che è stato un pezzo di storia del club.
Mamić ha infatti concluso la carriera nel più famoso club di Croazia, proprio mentre Pjaca cresceva nelle giovanili. Il tecnico della Dinamo ha facilmente sentenziato il percorso tecnico del giovane centrocampista: «Marko è un giocatore fantastico dalle grandi potenzialità. Quando è concentrato e in giornata, è in grado di fare cose eccezionali».
Non è un caso che Mamić lanci Pjaca in prima squadra: è tra i titolari e le riserve, giocando spesso. Quando però Duje Čop lascia Zagabria per il Cagliari, allora lo spazio e le responsabilità aumentano per Pjaca, che non ha deluso le attese: 48 presenze e 14 reti in tutte le competizioni (tra cui una tripletta al Celtic Glasgow in Europa League), più un double della Dinamo.
Quest'anno le cose stanno andando diversamente: il bilancio parla di 28 presenze e quattro gol, ma c'è tempo per rimediare. Due le consolazioni. Primo: la Dinamo continua a comandare il campionato croato. Secondo: Inter e Milan hanno messo gli occhi su di lui. Chissà che l'Europeo non porti Pjaca in Francia e poi altrove...

CARATTERISTICHE TECNICHE
Destro naturale, Pjaca gioca sull'esterno e può occupare entrambe le fasce in un tridente d'attacco: va ricordato come in emergenza il classe '95 possa essere impiegato anche da prima punta. In questo, molti hanno visto nel giovane della Dinamo Zagabria l'erede futuro di Ivan Perisic, oggi all'Inter. L'ottimo dribbling e la continua ricerca del tiro lo rendono forse ancora troppo egoista, ma è un difetto che può esser curato.
Come ha ricordato lo stesso Mamić, il difetto principale del ragazzo sembra la continuità. Gli slavi hanno sempre avuto una cifra calcistica superiore, ma sono anche accompagnati da un'indolenza che non sempre li fa rendere al meglio. Un destino che accomuna anche Pjaca, che non a caso sta affrontando un 2015-16 sotto le aspettative.

STATISTICHE
2011/12 - NK Lokomotiva: 1 presenza, 0 reti
2012/13 - NK Lokomotiva: 23 presenze, 4 reti
2013/14 - NK Lokomotiva: 33 presenze, 7 reti
2014/15 - Dinamo Zagabria: 48 presenze, 14 reti
2015/16 - Dinamo Zagabria (in corso): 28 presenze, 4 reti

NAZIONALE
Già visto in tutte le rappresentative giovanili croate, Pjaca è stato lanciato in prima squadra una volta tornato alla Dinamo Zagabria: l'esordio risale al settembre 2014. I miglioramenti del ragazzo sono stati notati anche dal ct Niko Kovač e dal suo sostituto Ante Čačić, che non a caso l'ha sempre utilizzato nelle ultime qualificazioni a Euro 2016. Ora starà a lui dare tutto per esserci nei 23 che andranno in Francia.

LA SQUADRA PER LUI
Si è parlato molto di Milan nell'inverno scorso, ma i rossoneri alla fine non se la sono sentita di investire sul croato. L'Inter a forte influenza slava lo sta osservando: chissà se aggiungeranno Pjaca ai vari Jovetic, Perisic, Brozovic e Llajic. Non so se gennaio possa essere la finestra giusta per lasciare Zagabria, ma sicuramente il talentino croato non rimarrà a lungo nella Dinamo. Il mondo lo reclama e lui è pronto.

11.12.15

Ripudiati alla riscossa.

Forse non è il migliore dei momenti per il calcio norvegese: nonostante un buon girone di qualificazione a Euro 2016, la nazionale non è riuscita a staccare il biglietto per la rassegna continentale. E anche con i club non va benissimo: il Rosenborg è già fuori dall'Europa, ma c'è chi difende l'onore nordico. Parlo del Molde FK, una delle rivelazioni dell'Europa League.

L'Aker Stadion, impianto del Molde: gioiellino sul mare da quasi 12 mila posti.

Alzi la mano chi avrebbe scommesso sul passaggio del turno dei norvegesi in un girone di fuoco con Ajax, Celtic e Fenerbahce. Ne alzi due chi avrebbe visto il Molde raggiungere i sedicesimi di finale con due turni d'anticipo. Un vero miracolo per chi di Europa non ne ha vista poi così tanta nei suoi quasi 115 anni di storia.
Il Molde Fotballklubb nasce nel giugno 1911 e nel suo primo secolo di vita non ha vinto granché. Due coppe nazionali, sette volte secondo in Tippeligaen, mai un titolo norvegese nella sua storia. Qualche comparsa in Europa: la più importante apparizione nel 1999-2000, quando il Molde di Erik Brakstad raggiunse la fase a gironi della Champions League.
Dopo aver affrontato il Real Madrid (poi campione d'Europa), il Molde è persino retrocesso nel 2006, salvo risalire l'anno successivo. Gunder Bengtsson, manager dal 2001 al 2003, disse che avrebbe fatto del Molde il miglior club nella storia del calcio norvegese. In realtà, quell'onore spetterà a un uomo che nel club ha militato anche da giocatore.
Il nome non vi sarà nuovo, visto che è stato l'eroe di una calda serata a Barcellona nel maggio 1999: Ole Gunnar Solskjær. Da giocatore è riuscito a fare la storia persino partendo dalla panchina, come dimostrano i suoi quattro gol al Nottingham Forest in 10' di gioco. Al Molde ha giocato solo per un anno e mezzo, con un "magro" bilancio di 31 gol in 38 partite.
Una volta ritiratosi, l'attaccante norvegese si è dedicato alla panchina. Dopo uno stint con le riserve del Manchester United, per Solskjær si è fatta avanti persino la nazionale norvegese nel 2008: l'offerta era quella di sostituire Åge Hareide, ct uscente e l'uomo che ha lanciato l'attaccante a Molde. Tuttavia, Solskjær ha rifiutato, pensando che non fosse il momento giusto.
E così nel 2010 è arrivata l'opportunità di tornare a casa: Solskjær diventa l'allenatore del Molde e cambia la storia del club. Al primo anno da capo allenatore, l'ex attaccante dello United porta il Molde a vincere il primo titolo nazionale della sua storia con una giornata d'anticipo. Non solo, perché nel 2012 fa il bis, vincendo ancora la Tippeligaen.
A quel punto, Solskjær è fortemente indiziato per lasciare la Norvegia e tornare in Premier League, stavolta in panchina. Nel maggio 2012, l'Aston Villa si fa avanti, ma il tecnico rifiuta perché non vuole sconvolgere le routine della sua famiglia, ormai stabilitasi in Norvegia. Il 2013 è faticoso: sesti in campionato, i ragazzi di Solskjær vincono comunque la coppa nazionale.
L'attenzione sull'allenatore del Molde è diventata troppo grande perché possa rimanere. Così Solskjær prova l'avventura in Premier: la panchina è quella del Cardiff City, alla prima esperienza nella massima serie inglese e che ha appena esonerato Malky Mackay. Non sa che sarà un'annata deludente.
Solskjær rimane in Galles per otto mesi: il Cardiff City finisce ultimo la sua unica annata in Premier League e anche l'inizio della stagione in Championship non è buono. Così le due parti decidono di separarsi. Per Solskjær è uno shock: quanto di buono fatto in Norvegia è inutile. E non è facile ammetterlo per un pezzo di storia norvegese.

L'ultimo dei tre trofei vinto da Solskjær con il Molde: 4-2 al Rosenborg.

Già, perché Solskjær è stato persino premiato con il cavalierato dal re e con il Peer Gynt Prize, un riconoscimento dato per meriti nel calcio e nel mondo dell'Unicef. Un premio assegnato anche a personalità come lo scrittore Jo Nesbø o il diplomatico Jan Egeland. Solskjær si sente a casa in Norvegia: ha aspettato un'altra chance, arrivata qualche settimana fa.
Il ritorno al Molde era forse la scelta migliore per riprendersi dalla delusione patita in Galles. Lo è stata anche per il club, che sotto Tor Ole Skullerud ha vinto un altro titolo, ma quest'anno non ha decollato. Ed è andata discretamente soprattutto in Europa League, dove la vittoria con il Celtic ha sigillato il passaggio del turno. In tutto questo, non va dimenticato la figura di Erling Moe, che è stato sì un caretaker, ma ha fatto un ottimo lavoro.
Nei preliminari di Champions League, solo la regola dei gol in trasferta ha fatto fuori il Molde contro la Dinamo Zagabria. La stessa regola ha permesso ai norvegesi di arrivare nel gruppo A dell'Europa League, superando lo Standard Liegi. In un girone con Ajax, Fenerbahce e Celtic, il Molde ha chiuso primo con 11 punti.
Solskjær guida una serie di reietti del calcio europeo: è strano come la miglior squadra norvegese in Europa da molti anni a questa parte sia in realtà formata da giocatori che sono stati rigettati da alcuni dei maggiori campionati continentali, laddove una volta la Norvegia era conosciuta come la patria degli affari concreti e a basso costo.
Da Ola Kamara, rigettato dal calcio tedesco e austriaco, a Daniel Berg Hegstad, respinto dal calcio olandese e oggi capitano a quarant'anni del Molde, nonché più vecchio marcatore nella storia delle competizioni Uefa. Il calcio Oranje ha respinto anche Joona Toivio e Harmeet Singh, mentre l'ottimo Vegard Forren è tornato a Molde dopo la delusione in Inghilterra.
La conferma per il Molde è arrivata anche ieri sera, quando il MFK ha pareggiato per 1-1 all'Amsterdam Arena e ha escluso l'Ajax dalla seconda competizione europea. I norvegesi eviteranno diverse squadre pericolose nel sorteggio di lunedì. E se questa banda di misfits fosse la vera sorpresa del 2016 nel calcio europeo?


Ole Gunnar Solskjær, 42 anni, è tornato a Molde da manager.

7.12.15

Chimica neroverde.

Ricordo quest'estate e le chiacchere da bar sotto l'ombrellone. Ricordo che, parlando della prossima Serie A, ci si divertiva a fare il solito gioco dei pronostici. Quando si parlava delle squadre che si potevano migliorare di più, io avevo in mente due nomi. Se per ora il Torino non sta brillando, il Sassuolo sta facendo di tutto per non sfatare le mie aspettative.

Giorgio Squinzi, 72 anni, ed Eusebio Di Francesco, 46 anni, patron e tecnico del Sassuolo.

Alzi la mano qualunque tifoso neroverde che pensasse a un inizio dicembre da zona Europa League, a un punto dalla Juventus e due dalla Roma. Attenzione: non è che il Sassuolo NON meriti questa posizione. Anzi, la squadra emiliana sta dimostrando una maturità mai vista prima, frutto del lavoro di questi primi due anni di A.
Sembra un'era fa quando il Sassuolo benne promosso in B nel 2007-08. Allenatore? Massimiliano Allegri. Già, l'attuale mister della Juventus. Dal 2002 la società è passata in mano a Giorgio Squinzi, l'uomo che garantisce un futuro economico solido al Sassuolo, nonché amministratore unico della Mapei, sponsor del club. Oggi Squinzi è anche il presidente di Confindustria.
La Serie B ha comportato il primo spostamento di impianto: dal piccolo Ezio Ricci (4000 posti) si è passati all'Alberto Braglia di Modena (21mila), con la squadra subito al settimo posto. Poi un quarto, un sedicesimo e un terzo posto dal 2008 al 2012, con due semifinali di play-off perse rispettivamente contro Torino e Sampdoria.
Sembrava impossibile arrivare in A, una maledizione. Invece, nell'estate 2012 è arrivato Eusebio Di Francesco. Reduce da una buona avventura a Pescara e dalla delusione di Lecce, il tecnico si è calato bene nella realtà Sassuolo: con una breve interruzione nella primavera 2014, è alla quarta stagione da allenatore del Sassuolo.
I risultati si sono visti subito, con la vittoria del campionato di B nel 2012-13. Pur soffrendo, la prima stagione in Serie A - con Di Francesco sostituito per cinque gare (perse) da Malesani - ha portato la salvezza con 34 punti, valsi il 17° posto. Un bottino migliorato l'anno successivo, quando il Sassuolo è giunto 12° a 49 punti.
La cosa più importante è che il Sassuolo ha fatto molto bene sul calciomercato: la realtà emiliana ha fatto sbocciare diversi talenti (Berardi su tutti, ma anche Zaza, Sansone, Vrsaljko) e ha consentito la rinascita di alcuni giocatori considerati bocciati o vecchi (Acerbi, Cannavaro, Taïder, Peluso). E chissà quanti altri potranno valorizzarsi in Emilia: basti pensare a nomi come quelli di Defrel, Duncan, Falcinelli, Politano e Pellegrini.

Il Sassuolo ha fatto capire ad agosto che sarebbe stata un'altra annata.

Anche le statistiche dimostrano il successo del Sassuolo: secondo i dati Squawka, i neroverdi sono una delle migliori squadre per performance score difensivo, difesa (è la quinta del campionato), nonché prima (PRIMA!) per accuratezza al tiro. Una precisione del 53%, nonostante la squadra di Di Francesco sia la diciassettesima per conclusioni tentate.
Magari il Sassuolo di quest'anno è meno spettacolare, ma sa esser concreto e conosce bene i meccanismi da attuare. Cosa si può ricavare da questo 2015-16? L'anno scorso è arrivato un dodicesimo posto e 49 punti: a dicembre 2015, il Sassuolo è già a 26 punti in 15 gare. Migliorare il bottino del 2014-15 e arrivare nella parte sinistra della classifica pare possibile.
Quale può essere il futuro a lungo termine? Ha fatto molto scalpore una recente dichiarazione di Squinzi: «Possiamo vincere il campionato». Chiaramente una sparata (poi corretta), ma siamo sicuri che questo Sassuolo - continuando su questa strada - non possa essere in un paio d'anni una squadra costantemente candidata alla zona europea?
I soldi ci sono, le strutture anche: basti pensare che la società emiliana ha acquistato lo Stadio Giglio di Reggio Emilia e gli ha dato il nome di Mapei-Città del Tricolore. Dopo la ristrutturazione dell'ultima estate, l'impianto ospiterà a maggio 2016 anche la finale della Champions League femminile. È la chimica neroverde, baby.

Il Sassuolo ha 26 punti in 15 gare: sesto posto in Serie A.

6.12.15

Orgoglio Aussie.

Solitamente la fine dell'anno rappresenta la conclusione ideale di un percorso. Si fanno bilanci, si assegnano premi. Se il Pallone d'Oro è ancora lontano, qualche giorno fa è stato decretato il miglior giocatore asiatico: ha vinto Ahmed Khalil, precedendo il capitano del Guangzhou Zheng Zhi e il compagno di nazionale Omar Abdulrahman. Ma dov'era Tim Cahill in tutto questo?

Dal gennaio scorso, Cahill si è trasferito allo Shanghai Shenhua.

Il centravanti australiano non è comparso nel terzetto finale candidato al titolo. Eppure sarebbe stato un giusto riconoscimento alla sua carriera, a un anno che ha ulteriormente confermato la sua importanza per l'Australia. E al coronamento di un percorso con la nazionale che l'ha portato a vincere la Coppa d'Asia nel gennaio scorso.
Nonostante fosse nato nella regione australiana del South Wales, Tim Cahill ha esordito a livello internazionale con le Samoa U-20 (nonostante avesse 14 anni!), visto che la madre veniva da quel paese. La curiosità è che poi suo fratello Chris è stato anche capitano della nazionale maggiore, mentre la direzione di Cahill è stata un'altra.
Nonostante il trasferimento in Inghilterra a 18 anni, Tim non ha mai dimenticato l'Australia. Neppure quando ci ha provato l'Irlanda: il padre di Cahill viene da lì e Mick McCarthy, ct irlandese, provò a convincere l'attaccante per i Mondiali del 2002. Tuttavia, all'epoca la regola Fifa sull'eleggibilità per le nazionali era diversa: anche una convocazione con una rappresentativa giovanile escludeva la possibilità di esser chiamato altrove.
Non è mai stato chiamato dalle rappresentative giovanili, ma Cahill ha poi risposto alla convocazione dell'U-23 per le Olimpiadi di Atene del 2004. Con l'esordio in nazionale maggiore nella Coppa d'Oceania dello stesso anno, Cahill conquista l'Australia e viene persino riconosciuto come il miglior giocatore del continente.
L'Australia è pronta fare la storia e Cahill ne farà parte in maniera integrante. Dal 2005 sono arrivate tre qualificazioni ai Mondiali, il passaggio dall'Ofc all'Afc, tre partecipazioni alla Coppa d'Asia e per ultima la vittoria nella competizione continentale, ottenuta proprio davanti al pubblico di casa dopo aver battuto 2-1 la Corea del Sud nella finale di Sydney.
Il successo con la nazionale guidata dal ct Ange Postecoglou non ha comunque fermato la storia di Cahill con l'Australia. Basti pensare alle ultime qualificazioni per il Mondiale 2018, dove Cahill è andato a segno con una tripletta in Bangladesh, aggiornando così il suo score per gli Aussies: siamo a 88 presenze e 45 gol.
Inoltre, Tim Cahill ha diversi record con la nazionale: è stato il primo a segnare per l'Australia sia ai Mondiali che in una Coppa d'Asia, ha il record di reti per un australiano ai Mondiali (cinque in tre Coppe del Mondo diverse). E sopratutto ha all'attivo una delle marcature più belle che abbia mai visto in un Mondiale, quella contro l'Olanda poi arrivata terza nel 2014.

C'è un motivo se quest'uomo è leggenda in Australia.

Chissà se in passato avremmo delineato un destino così. Quando arrivò in Inghilterra, Cahill finì nelle giovanili del Millwall, per poi passare in prima squadra. Nato centrocampista offensiva, non aveva particolare dimestichezza tecnica. Eppure ha avuto modo di diventare uno straordinario bomber, evolvendosi in prima punta.
Dopo sette anni a The Den, l'australiano è passato all'Everton, dove ha trascorso otto stagioni. Il suo ricordo non è ancora svanito dalle parti del Goodison Park: merito di tanti gol, del contributo da centravanti e delle reti segnate nel derby contro il Liverpool. Nel 2012, ha salutato tutti ed è passato ai New York Red Bulls in Major League Soccer.
L'avventura americana ha prodotto risultati alterni: due anni e mezzo trascorsi nella Grande Mela hanno portato Cahill a far parte della top 11 del 2013, ma a segnare poco nelle altre annate. Così le due parti si sono lasciate e l'australiano è andato in Cina dopo la vittoria in Coppa d'Asia, firmando per lo Shanghai Shenhua.
Parliamo della stessa squadra che ha potuto permettersi Drogba e Anelka in squadra, che oggi figura non solo Cahill, ma anche Demba Ba e Giovanni Moreno. Una mossa che ha sì permesso al centravanti di diventare il terzo sportivo australiano più ricco nel 2015, ma anche di divertirsi ancora. Non è un caso se Cahill faccia ancora queste cose oggi.
Ci si chiede adesso quale sia il futuro per Tim Cahill. La risposta è che c'è ancora spazio per lui: se Buffon punta ad arrivare a Russia 2018, perché non potrebbe provarci il numero 4 degli Aussies? Il segreto è mantenersi in forma, magari avvicinandosi a casa tra qualche anno, magari giocando nell'A-League con una delle due squadre di Sydney, sua città natale.
Per altro, il record di presenze in nazionale appartiene a Mark Schwarzer con 109 presenze: Cahill è a -21, un divario colmabile in due anni ad alti livelli. Quelli della Confederations Cup 2017, dove l'Australia ci sarà. Quelli che porteranno al Mondiale 2018, dove l'Australia ci sarà (probabilmente). Quelli in cui potremmo ancora vedere quella maglia gialla correre per boxare vicino alla bandierina.

Tim Cahill, 36 anni, leggenda vivente del calcio australiano.

2.12.15

WITNESSING TO CHAMPIONS: 2015 Edition

Il 2015 si sta chiudendo e siamo pronti alla consueta rubrica annuale: "Witnessing To Champions" si occupa di celebrare quei campioni che in quest'anno solare hanno chiuso la loro carriera, lasciandoci diverse testimonianze del loro talento e qualche rimpianto. Forse è stato un anno meno nobile, ma i nomi da ricordare ci sono sempre. Ne ho selezionati cinque: ecco a voi la carrellata del 2015!

  • Raúl González Blanco (seconda punta, 27 giugno 1977) si è ritirato con la maglia dei New York Cosmos, squadra della NASL. Ha giocato con Real Madrid, Schalke 04 e Al-Sadd.


Credo sia difficile parlarne, sopratutto per me (su Crampi Sportivi ci ho provato). Io non sono mai stato un grande fan del Real Madrid, ma ho sempre ammirato la figura di Raúl. L'ho amato solo alla fine, quando si è tolto la camiseta blanca e ha incantato anche in Bundesliga.
Ha smesso dopo aver visitato tre continenti e aver dato soddisfazioni a tutti: questa è la vittoria più grande. Un solo rimpianto: mai vinto il Pallone d'Oro, specie a cavallo tra anni '90 e 2000, dove forse gli insuccessi con la Spagna hanno pesato molto.



  • Juan Román Riquelme (trequartista, 24 giugno 1978) si è ritirato dopo aver mancato l'accordo con il Cerro Porteño. Ha giocato con le maglie di Boca Juniors, Barcellona, Villareal e Argentinos Juniors.

L'ultima partita risale al 2014, ma in realtà El Diez argentino più apprezzato dopo Diego Armando Maradona ha smesso solo nel gennaio 2015. Riquelme ha cercato un accordo con i paraguayani del Cerro Porteño. Quando si è accorto di non farcela, ha ringraziato il club e ha deciso di ritirarsi.
Una decisione sofferta, ma giusta. Al Boca Juniors è rimasto nel cuore dei tifosi: tre Libertadores e una mare di titoli. In Europa ha dato il meglio al Villareal. In nazionale ha all'attivo solo una medaglia olimpica e Pékerman è stato l'unico a credere fermamente in lui: un peccato.

Qui vi lascio anche il link anche a un fantastico documentario sulla sua figura.


  • Rio Ferdinand (difensore centrale, 7 novembre 1978) si è ritirato con la maglia del Queen's Park Rangers. Ha vestito anche quelle di West Ham United, Bournemouth, Leeds United e Manchester United.

Non c'è dubbio che l'etichetta di "difensore più costoso al mondo" - quando venne pagato quasi 45 milioni di euro per trasferirsi a Manchester - potesse pesargli. A 15 anni di distanza, diciamo che ci stava tutta. Dopo Alessandro Nesta e Carles Puyol, il centrale più forte degli anni 2000.
Il 2015 è stato l'anno più duro nella vita di Rio Ferdinand, in campo e fuori. Dopo tanti successi, ha lasciato lo United per vivere al QPR l'ultima annata della sua carriera, chiusa con la retrocessione. Ma sopratutto Rio ha perso la moglie nel maggio scorso a causa di un tumore. Un momento che ha chiuso amaramente una bella avventura nel mondo del calcio.



  • Rogério Mücke Ceni (portiere, 22 gennaio 1973) si ritira dopo l'ultima stagione con il San Paolo, l'unico club con il quale ha giocato nella sua lunga carriera.

Si è sempre detto: «Questo è l'anno buono in cui si ritira». Poi invece rinnovava il contratto e proseguiva per un'altra stagione. Eppure, stavolta siamo ai titoli di coda: Rogério Ceni dice addio al calcio dopo ? anni di onorato servizio con il San Paolo. Lo fa con un record particolare: 1236 partite disputate e 131 reti realizzate con il Tricolor.
Già, perché Rogério Ceni è uno splendido maestro dei calci piazzati. Si è sempre divertito a tirarli, ma in porta le sue magie sono state eguali. Del resto, non è un caso che in bacheca Rogério Ceni abbia tre titoli nazionali, due Libertadores, due Mondiali per club e sopratutto la vittoria nella Coppa del Mondo 2002.



  • Kevin Davies (centravanti, 26 marzo1977) si è ritirato con il Preston North End. Partito dal Chesterfield, ha giocato anche con Southampton, Blackburn Rovers e Millwall. La sua carriera, però, è legata indissolubilmente ai Bolton Wanderers.

Per la consueta formula 4+1, il finale lo dedichiamo a un ritiro di un giocatore che magari non è un campione, ma che ha significato qualcosa in un certo universo. Lo spazio è allora tutto per Kevin Davies, uno che ha lavorato duro per dare un senso fondamentale alla sua carriera.
A 26 anni arriva ai Bolton Wanderers, nonostante i suoi primi anni di carriera non premettessero nulla di eclatante. Eppure Davies è diventato un idolo al Reebok Stadium: un decennio da 407 presenze e 85 reti (una sola stagione in doppia cifra), nonché la fascia di capitano al braccio. A 33 anni ha pure esordito in nazionale!

29.11.15

ROAD TO JAPAN: Yuki Muto

Buongiorno a tutti e benvenuti a un altro numero di "Road to Japan", la rubrica che ci consente di scoprire i talenti che transitano sui maggiori palcoscenici del Sol Levante. La stagione è praticamente finita, se si escludono le appendici dei vari play-off, play-out e del final stage che caratterizza la J1. A questa ha partecipato anche Yuki Muto, la rivelazione di questo 2015.

SCHEDA
Nome e cognome: Yuki Muto (武藤 雄樹)
Data di nascita: 7 novembre 1988 (età: 27 anni)
Altezza: 1.70 m
Ruolo: Seconda punta, ala, prima punta
Club: Urawa Red Diamonds (2015-?)



STORIA
Nato a Zama (città della prefettura di Kanagawa) nel novembre 1988, Yuki Muto non è da confondere con il suo più famoso omonimo Yoshinori. La sua carriera da professionista è iniziata a soli 23 anni: nei quattro anni precedenti, Muto frequenta con successo la Ryutsu Keizai University e il suo club, che milita in Japan Football League.
Nel 2010 diventa anche il capitano della squadra, finché quest'ultima non viene sciolta e allora Muto rimane svincolato. A notarlo è Makoto Teguramori, oggi ct della selezione olimpica del Giappone: il tecnico lo vuole per i suoi Vegalta Sendai, all'epoca realtà in notevole crescita, nella quale Muto militerà per il successivo quadriennio.
Allo Yurtec Stadium la crescita del ragazzo è graduale: il primo anno gioca appena nove gare, ma segna tre reti e dimostra di poter esser utile alla causa. Con il passare degli anni, il club di Sendai si ritrova addirittura a giocarsi testa a testa il titolo della J. League nel 2012: intanto, Muto è diventato un titolare a tutti gli effetti.
La sua esperienza con il Vegalta si è chiusa nel dicembre 2014: dopo 96 presenze e cinque reti a Sendai, Muto ha deciso di lasciare il club che l'ha lanciato per trasferirsi agli Urawa Red Diamonds, soliti bulimici sul mercato. Si era pensato che potesse diventare una riserva fissa a Saitama. Invece, Muto si è messo in mostra con i Reds.
Che il 2015 sia stata l'annata migliore della sua vita lo dimostra un dato: solo in questa stagione ha segnato più reti che in tutto il resto della sua carriera professionistica (14 contro le precedenti 10). Nel 3-5-2 di Mihailo Petrović, si è preso subito il posto di seconda punta, nel quale ha fatto spesso coppia con uno tra Koroki e Ljubijankić.
Il risultato è stato straordinario: un'esplosione improvvisa e luminosa, tanto che a giugno 2015 Muto è stato nominato MVP del mese per aver realizzato una straordinaria striscia di quattro gol segnati in altrettante partite sul finire della primavera. Tutto sta ora nel capire se è stato un anno straordinario o se abbiamo sotto agli occhi un giocatore fatto e finito.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Dal punto di vista tattico, Yuki Muto è un tesoro per qualunque allenatore. Infatti il ragazzo è in grado di giocare praticamente in tutte le posizioni dell'attacco: esterno nel 3-4-3, 4-3-3 o 4-2-3-1, forse anche nel 4-4-2. Può svolgere anche il ruolo di prima punta in casi di emergenza, ma è il ruolo di seconda punta a stargli meglio addosso.
L'ha dimostrato anche all'Urawa quest'anno, dove ha potuto mettere in mostra un discreto bagaglio tecnico. Una buon senso del gol accompagnato da un innato senso della posizione gli permettono di giocare anche da punta: a queste doti, Muto accompagna una discreta forza sia fisica che sopratutto atletica.

STATISTICHE
2011 - Vegalta Sendai: 9 presenze, 3 reti
2012 - Vegalta Sendai: 21 presenze, 2 reti
2013 - Vegalta Sendai: 29 presenze, 0 reti
2014 - Vegalta Sendai: 37 presenze, 5 reti
2015 - Urawa Red Diamonds (in corso): 40 presenze, 14 reti

NAZIONALE
Fino al giugno 2015, Yuki Muto non aveva mai vestito la maglia della nazionale giapponese, neanche con le rappresentative giovanili. Il suo non è mai sembrato un profilo molto attraente. Poi con il rendimento di quest'anno, tutto è stato possibile. E per questo il ct Vahid Halilhodzic l'ha premiato con una chiamata per la EAFF Asian Cup di luglio.
Lui l'ha sfruttata bene, se pensiamo che ha segnato gli unici due gol del Giappone nell'intera competizione. Muto è andato in rete sia contro la Corea del Nord che contro la Cina. In una spedizione fallimentare e spenta, l'attaccante degli Urawa è stato forse l'unica nota lieta. Da lì non è stato più convocato: speriamo che a marzo ci sia spazio per lui.

LA SQUADRA PER LUI 
Sembrava difficile ipotizzare una sua esplosione. Invece, il suo 2015 è stato straordinario. Azzarderei che è stato il giocatore più migliorato in quest'anno solare. E che sarebbe meglio rimanere all'Urawa almeno per un'altra stagione, per capire se la sua è stata un one-hit season oppure se c'è stato veramente un miglioramento sensibile e completo.

26.11.15

I maestri.

Spesso si dice che il calcio non riesca a creare emozioni, che non riesca più a coinvolgerci in maniera adeguata. Io vi consiglio di guardare qualcosa che non sia la Serie A. Tipo il finale pirotecnico della J2 League o, perché no, quella della J3. Dopo un campionato dominato e 96 reti segnate, il Renofa Yamaguchi ha agguantato la promozione solo all'ultimo secondo dell'ultima gara.

Il Renofa Yamaguchi, alla terza promozione consecutiva.

Una storia che parte da lontano quella del Renofa: è l'anno 1949 quando la Yamaguchi Prefecture Teachers FC comincia a calcare i campi di calcio. In verità, la squadra è composta da un gruppo di insegnanti con la passione per il pallone. Per anni il club ha militato nella Chūgoku League, trovandosi a volte anche nella lega della prefettura.
Nel 2006, poi, arriva la pazza idea: si vuole creare un team da J. League a Yamaguchi, una della città principali del Chūgoku. Si arriva anche al cambio di nome: da Yamaguchi Teachers si passa alla denominazione Renofa Yamaguchi FC. Dove "Renofa" è un acronimo che indica tre parole: rinnovamento, lotta e benessere.
La squadra è una delle più importanti della regione: vince tre volte la Chūgoku League e alla fine nel 2013 ottiene la promozione nella Japan Football League, la più importante divisione amatoriale. Nel 2014 arriva il bis: non solo il Renofa ha la media-spettatori più alta in JFL (2297 spettatori), ma con il quarto posto a fine campionato ottiene la partecipazione in J3.
A guidare tutti ci ha pensato Nobuhiro Ueno, il tecnico della squadra dall'inverno del 2014. Con lui sono arrivate due promozioni e un calcio più spettacolare. Ex difensore, ha giocato (poco) in J. League con la maglia dei Sanfrecce Hiroshima ed è stato persino parte della prima spedizione del Giappone a una Coppa d'Asia nel 1988.
Quest'anno il dominio del Renofa è stato netto: la squadra è partita a razzo, sorprendendo tutti gli addetti ai lavori. Sembrava dovesse chiudere la pratica la promozione in anticipo: basti pensare a partite fondamentali, come la vittoria in casa contro il Nagano Parceiro (da 0-2 a 3-2!) e quella sul campo del Machida Zelvia (un 3-1 autorevole).
E invece a un certo punto il Renofa ha rallentato di botto. Il campionato è rimasto aperto per merito del Machida Zelvia, che non ha mai mollato e si giocherà le sue chance nel doppio spareggio contro l'Oita Trinita. Dopo aver perso in casa contro il Renofa, la squadra di Naoki Soma ha fatto sette vittorie consecutive e 26 punti nelle ultime dieci giornate.
Di contro, il Renofa ha rallentato proprio dopo quella gara. Ok, ci sono state sei vittorie, ma anche tre sconfitte, di cui due in casa e una per giunta da una squadra sul fondo della classifica (il Fujieda MYFC). Così l'ultima partita contro il Gainare Tottori è diventata fondamentale: Renofa e Machida erano a pari punti, con la differenza reti in favore dei primi.
Al Torigin Bird Stadium, il Renofa è andato due volte sotto. Prima il gol di Nakayama a cui ha risposto Kishida, poi il lob di Fernandinho: sembrava finita. E invece al 95' (con i quattro minuti di recupero già finiti), il capitano Hirohiro Kirabayashi ha firmato un gol storico. Lo stadio - per metà arancione - ha festeggiato come non mai.

Pazza, infinita follia che è il calcio.

La formazione per tutto l'anno è stata più o meno la stessa. Nel 4-2-3-1 di Ueno, Ichimori è rimasto in porta come l'anno precedente. Linea a quattro con Koike, Iknaga o Dai accanto a Miyagi e Kuroki. A centrocampo, la linea di mediani è stata completata da Shoji e Kozuka, con l'inserimento di Hirabayashi a partita in corso. I tre dietro l'ineffabile Kishida sono stati l'arma in più: al centro Fukumitsu, sulle fasce Torikai e Shimaya.
Il segreto di questo successo è rintracciabile in un dato: quello dei gol segnati. Nel 4-2-3-1 del Renofa, la linea d'attaco ha fatto inevitabilmente la differenza. La squadra di Yamaguchi ha segnato 96 gol (la differenza reti è a +60): le dirette inseguitrici Machida e Nagano insieme ne hanno messi 98!
Basta guardare anche la classifica cannonieri: i primi tre sono tutti giocatori del Renofa (67 gol). E che dire di Kazuhito Kishida, top-scorer di quest'anno? Faceva panchina al Machida fino al 2013, poi è andato in prestito al Renofa. Ha deciso di rimanere e quest'anno si è sparato la stagione della vita: 32 gol in 34 gare, di cui molti decisivi.
Ora la squadra è diretta in J2, dove l'aspetta una sfida difficile. Ueno si aspetta grandi cose l'anno prossimo: «Avrei voluto vincere con un distacco di punti, ma va bene così. Grazie alla città di Yamaguchi: nel 2016 speriamo di dare problemi a tutti». Eppure nessuno avrebbe scommesso uno yen su quelle facce sorridenti a inizio anno...
In maniera neanche troppo nascosta, l'obiettivo è già chiaro fin dal 2006: Yamaguchi vuole stare in J. League. Quest'anno è arrivata tra i professionisti e sta scalando velocemente le tappe. Se un giorno li vedremo in J1, è tutto da vedere. Ma i maestri che nel dopo-guerra hanno calcato i campi con quella maglia sarebbero sicuramente fieri di loro.

Kiyohiro Hirabayashi, 31 anni, dopo il gol della promozione.
(©  RENOFA Yamaguchi)

24.11.15

157 sorrisi.

Quando lo vedi segnare sui campi giapponesi, la sua esultanza è sempre la stessa, specie da quando è arrivato a Hiroshima: mano sul cuore, dove giace lo stemma dei suoi Sanfrecce, e poi corsa sfrenata verso la bandierina più vicina. Ma sopratutto un gran sorriso, quello che Hisato Sato non ha mai perso nella sua carriera.

Hisato Sato ai suoi albori con la maglia dello JEF United.

Non ha fatto eccezione neanche domenica, quando con il suo gol - valido per il momentaneo 3-0 agli Shonan Bellmare - Hisato Sato ha eguagliato il record del maggior numero di marcature nella storia della J. League: raggiunto Masashi Nakayama, il Gon che negli anni '90 e 2000 ha segnato a ripetizione con la maglia del Júbilo Iwata.
L'ha fatto nel giorno più importante, quello che ha sancito l'ennesima vittoria dei suoi Sanfrecce Hiroshima, laureatisi campioni nel girone di ritorno. Con le vecchie regole, i 74 punti complessivi avrebbero garantito alla squadra di Hiroshima il terzo titolo in quattro anni, ma c'è il nuovo format e quindi per il titolo definitivo bisognerà attendere e sperare.
Poco importa. Hisato Sato è uno che non ha mai basato la sua carriera sui titoli, ma sui gol e sulle sensazioni che ha sempre regalato ai tifosi con le sue gesta. Il suo viaggio è partito da Chiba, dov'è rimasto per otto anni con la maglia del JEF United, dove ancora oggi gioca suo fratello Yūto, con cui ha condiviso anche una presenza in nazionale.
Tuttavia, l'attaccante aveva voglia di giocare. Così prima c'è stato il prestito al Cerezo Osaka, poi la fuga verso Sendai: con il Vegalta Sato ha fatto molti gol, che hanno attratto l'attenzione del Sanfrecce Hiroshima. È arrivato nel 2005 ed è alla 11° stagione con i viola: di queste, mai una sotto la doppia cifra di gol in campionato.
Sato ha avuto pochi cambi di allenatore al Sanfrecce. Solo quattro i tecnici avuti a Hiroshima: Takeshi Ono, Kazuyori Mochizuki, Mihailo Petrović e sopratutto quell'Hajime Moriyasu che gli ha dato quello che gli mancava, ovvero qualche trofeo. Già, perché di Sato si diceva sempre: «Oh, grande attaccante... ma quando vince?».
Sato era già entrato nella top 11 della J. League nel 2005 ed è stato capo-cannoniere della J2 nel 2008. Ma è il 2012 l'anno di grazia: non solo vince il primo campionato nella storia dei Sanfrecce, ma è stato capo-cannoniere della J. League, è entrato nella sua top 11 ed è stato persino nominato MVP della stagione e giocatore giapponese dell'anno. Il suo score recita: 44 presenze e 29 reti in quattro competizioni diverse.
I suoi gol sono stati fondamentali per iniziare un'epopea vincente al Big Arch Stadium. Proprio con Hisato Sato, l'uomo che è stato persino candidato per il FIFA Puskas Award 2014. Che ha realizzato il gol più veloce nella storia della J. League. A luglio scorso è stato persino eletto MVP del mese in J. League, segno che non ha perso il tocco di un tempo.

Così si fa la storia.

Chissà però se Hisato Sato ha qualche rimpianto. Ha vinto e ha giocato in qualunque competizione con il suo club, ma con il Giappone la scintilla non è mai scattata. Il suo score parla di 31 presenze e 4 gol più una partecipazione alla Coppa d'Asia col ct Osim nel 2007. Zaccheroni ci aveva pensato e l'ha convocato per l'amichevole contro il Brasile del 2012, ma non gli ha dato mai veramente spazio. A posteriori, chissà se ce n'era bisogno.
Per Sato l'incontro del destino è stato con Hajime Moriyasu, che è arrivato sulla panchina dei Sanfrecce nel 2012. Sembrava difficile colmare il vuoto lasciato da Petrović, invece l'ex giocatore della squadra di Hiroshima ha fatto meglio. Dal suo arrivo, il club ha alzato cinque trofei, compreso quello per la vittoria nel second stage di ieri.
Oggi il Sanfrecce ha un futuro anche tecnico che può reggere all'eventuale addio di Sato (ancora lontano): non tutti hanno in squadra Douglas, Asano e Notsuda nel reparto offensivo. Ma come fai a rinunciare al numero 11? Il suo modello è sempre stato Filippo Inzaghi, che Sato aveva visto nella finale del Mondiale per club del 2007 a Yokohama. Non è un caso che anche uno dei suoi cani abbia il nome "Pippo" in onore dell'ex bomber rossonero.
Nel bel mezzo delle celebrazioni per il titolo, qualcuno gli ha fatto delle domande sul record: «Sono molto contento di aver raggiunto il record di Gon (Masashi Nakayama, ndr), del quale sono un grande fan. Mi sarebbe piaciuto fare un altro gol per battere il record, ma ci penseremo l'anno prossimo. Ho dei compagni fantastici e sono contento di aver raggiunto questo record qui, davanti ai nostri fantastici tifosi».
Qualcuno mi ha fatto giustamente rifletter su una cosa su Twitter: perché celebrare un record eguagliato e non un record battuto? Avrei due risposte. La prima: siccome sono un fiero oppositore nei confronti della 2-stage season, per me la J. League è finita domenica mattina con le ultime gare di questo campionato, a verdetti già tutti fatti.
Ma c'è sopratutto il secondo. Visto che non conteranno nulla i gol nel final stage, Yoshito Okubo non potrà neanche eguagliare questo record (è a -1 da Nakayama), nonostante il terzo titolo di capo-cannoniere consecutivo. E allora quale occasione per celebrare un campione, un pezzo di pane come Hisato Sato? Nessuna. Grazie, bomber sorridente.

Hisato Sato, 33 anni, 157 gol in J. League.
 (© Mutsuko Haruki)

22.11.15

Il profeta in esilio.

Dopo gli attentati di Parigi, la Francia è ripartita ieri con l'anticipo della Ligue 1 e le prime tre gare di Ligue 2. Tra queste, il Tours ha conquistato un'importante vittoria per 2-1 contro l'Evian: è solo la quarta vittoria in 15 giornate. Eppure, Alexy Bosetti - l'uomo che avrebbe dovuto dare spinta all'attacco del TFC - era ancora in panchina.


Non sarebbe dovuta andare così. E c'è ancora tempo per aggiustare una stagione finora storta, ma a Bosetti forse comincia a mancare l'aria di casa. Anche perché per lui Nizza non rappresenta solo il posto dov'è nato, ma quello dove la sua squadra del cuore gioca. E lui non ci ha solo giocato, ma l'ha tifata dalla curva e l'ha seguita in tutta la Francia.
Bosetti rappresenta infatti un caso più che raro nel calcio d'oggi. Nato a Nizza nel 1993, il ragazzo ha origini italiane: anzi, è il nipote della coppia formata dal pianista Henri Betti e dalla cantante d'opera Freda Betti. Ha giocato per un decennio al Cavigal Nice Sports, prima di firmare per l'OGC Nice nell'estate del 2009.
Nelle giovanili rossonere, Bosetti si è fatto notare: seconda o prima punta, ha permesso al suo club di vincere la prima Coppa Gambardella (la competizione delle giovanili) nel 2012. Con un bilancio di ben dieci reti nel 2011-12, il salto in prima squadra era inevitabile. L'esordio è arrivato con René Marsiglia qualche giorno dopo, in un match di Ligue 1 contro l'Olympique Lione.
L'anno successivo il tecnico Claude Puel l'ha inserito in prima squadra: la stagione d'esordio è stata senza gol in campionato, ma Bosetti ha comunque accumulato 30 presenze in tutte le competizioni. La prima rete in Ligue 1 con la maglia del cuore è arrivata il 22 settembre 2013: una gioia incontenibile quella per la marcatura contro il Valenciennes.
Il bilancio totale fino a quest'estate recita 87 presenze e 14 reti con il Nizza in tutte le competizioni, ma Bosetti si è tolto una bella soddisfazione anche in nazionale. Mai convocato con i grandi o in U-21, l'attaccante è invece stato parte di quella spedizione che vinse il Mondiale U-20 due anni fa in Turchia. Con lui Pogba, Digne, Zouma e Kondogbia.
Poco importa. Il suo sogno è sempre quello di diventare fondamentale per il suo Nizza. Lui, che molte partite le ha viste nella Brigade Sud, di cui porta un tatuaggio sul braccio, mentre sul cuore ha il simbolo del club. A Bosetti è sempre piaciuto dire che avrebbe vestito solo la maglia del Nizza nella sua carriera, ma quest'estate è successo qualcosa di diverso.
Il Nizza si è ritrovato in casa con diversi attaccanti a disposizione: Germain, Le Bihan, Benrahma, Constant, Pléa, Puel jr., Mendy e Honorat. Troppi per avere un po' di spazio. Sentitosi di troppo, Bosetti ha deciso di lasciare Nizza in prestito, destinazione Tours. Per il nuovo club anche la possibilità di riscattare il giocatore. L'attaccante non ha peli sulla lingua: «Preferisco giocare in Ligue 2 che far panchina».

Sembrava in crescita, eppure l'hanno spedito in prestito.

Le sue caratteristiche tecniche parlano di un attaccante che sfrutta gli spazi, che ha un discreto guizzo e che spera un giorno di poter vestire la 9 rossonera del Nizza, oggi sulle spalle di Hatem Ben Arfa, che sta giocando una stagione strepitosa. Il modello di Bosetti è quel Pippo Inzaghi che ha fatto bene con un altro rossonero, quello del Milan.
La sua vena da ultras si è vista anche nello scorso marzo, quando su Twitter ha annunciato che sarebbe andato a Milano per seguire l'Inter, l'altra squadra che occupa il suo cuore oltre al Nizza. Eppure lui è rimasto anche deluso dopo il prestito al Tours: sente che non solo il suo allenatore, ma tutti i tifosi l'abbiano già dimenticato.
L'esempio è arrivato qualche settimana fa: il Nizza ha chiuso il mercato estivo prelevando in prestito il difensore Ricardo Pereira dal Porto. Un ragazzo che ha persino esordito con la nazionale portoghese e che si è preso il suo amato 23. E lui non ha potuto fare a meno di twittare: «Partito immediatamente, subito dimenticato...».
Mi rendo conto di fare un accostamento un po' difficile (specie di questi tempi), ma è strano come un profeta così amato in patria - come Bosetti a Nizza - oggi debba faticosamente soffrire in quel di Tours. Per ora le cose non vanno bene: appena due gol in 12 partite giocate in stagione. E in Ligue 2 ha giocato solo due delle nove giornate.
Voluto da Marco Simone, oggi Bosetti sta faticando per mantenere un posto da titolare nel 4-3-1-2 del Tours. Con Miracoli (italiano all'estero), Malfleury, Kouakou e Tandia a contendergli il posto, la vita non sarà facile per al Vallée du Cher. Bosetti dovrà combattere, come chi è lontano da casa e deve farsi conoscere da chi non lo ama in maniera innata.

Alexy Bosetti, 22 anni, sta facendo fatica al Tours.

18.11.15

Una lunga storia d'amore.

Se fosse accompagnato da una musica di sottofondo, sarebbe "Funeral March of a Marionette" di Charles Gounod. Perché con quell'aria un po' da ispettore, un po' da santone non sembra ben voluto e su di lui le nubi si addensano sempre. Eppure è un pezzo di storia della Danimarca, ma da ieri sera Morten Olsen non è più il ct della nazionale dopo 15 anni alla guida.

La Danimarca del Mondiale '86: Olsen (a sinistra) è il capitano.

Non è che l'addio alla panchina fosse una novità: lo stesso ct l'aveva ampiamente preannunciato, affermando sei mesi fa che avrebbe lasciato la nazionale dopo Euro 2016. Olsen sperava ovviamente di farlo in altra maniera, magari facendo bella figura in Francia. Invece, il tecnico ha dato l'addio ieri sera dopo la sconfitta nei play-off con la Svezia.
Ma come si fa a separare Morten Olsen dalla Danimarca? È molto difficile, specie se si pensa che - tra campo e panchina - l'uomo di Vordingborg ha dedicato 34 anni (!) della sua esistenza per la causa danese. È grazie a persone come lui che la Danimarca ha potuto costruire una squadra da titolo per l'Europeo del 1992: lui con i fratelli Laudrup ci ha anche giocato.
Da giocatore è stato un esempio di professionalità, considerato un vero gentleman all'interno del rettangolo verde. Ha giocato in Belgio e in Germania, ha disputato un Mondiale e due Europei. Olsen era il capitano di quella Danimarca degli anni '80: ha smesso di giocare solo a quasi quarant'anni, congedandosi con gol in uno strano Danimarca-Brasile 4-0, un'amichevole valida all'epoca per festeggiare il centenario della federazione danese.
Basta un anno perché passi dal campo alla panchina: giocatore versatile nella sua carriera (ha iniziato da ala e ha finito da libero...), Olsen ha dimostrato una certa elasticità mentale anche in panchina. Non è un caso che abbia fatto bene sia col Brøndby che col Colonia: due titoli danesi e tre salvezze consecutive in Bundesliga.
Poi arriva la svolta della sua carriera: l'Ajax lo chiama per la successione a Louis van Gaal, che nel frattempo ha lasciato Amsterdam per Barcellona. All'inizio le cose vanno bene: il 1997-98 è l'anno del double, ma nella stagione successiva lo spogliatoio gli rema contro e così arriva il terzo esonero della sua carriera da manager.
Sembra finito. Per qualche mese non lo cerca nessuno, poi la Danimarca ha bisogno di lui e lo chiama a guidare la nazionale: contratto biennale. In realtà, dopo la qualificazione a Euro 2000, arriveranno altre soddisfazioni e la DBU non si è più separata da lui. Neanche nei momenti peggiori, come per le mancate qualificazioni ai Mondiali 2006 e 2014.
Eppure Olsen può vantare alcuni traguardi di prestigio: a parte la partecipazione della Danimarca a due Mondiali e due Europei sotto la sua guida, ci sono alcune prestazioni che vanno ricordate. Come il raggiungimento dei quarti di finale nel Mondiale '98 o l'ottimo Europeo 2004, dove però la Danimarca incontrò sulla sua strada le squadre migliori di quei due tornei, ovvero rispettivamente il Brasile e la Repubblica Ceca.

Schmeichel, i fratelli Laudrup, un giovane Martin Jorgensen: a Nantes si è sfiorata l'impresa.

Certo, l'eliminazione da Euro 2016 è forse il punto più basso della sua gestione. Sebbene l'impresa dell'Albania sia stata grande, la Danimarca era la squadra più interessante del girone, anche in prospettiva (la sua U-21 è arrivata in finale nell'Europeo di categoria). Eppure si è arrivati agli spareggi. Poi la Svezia - anzi, Ibrahimovic! - ha chiuso l'avventura di Olsen.
Il 4-3 totale in favore degli scandinavi non cancella comunque i tanti talenti consacrati da Olsen in nazionale. E non solo talenti, ma in generale giocatori che hanno fatto la storia della nazionale: da Martin Laursen a Christian Poulsen, da Dennis Rommendahl a Nicklas Bendtner, passando per Simon Kjær e Daniel Agger. E nel 2010, per il Mondiale sudafricano, ebbe il coraggio di portare un 18enne di belle speranze, tale Christian Eriksen.
Rimaniamo con le sue parole all'annuncio del suo addio: «Non ho mai visto questo come un lavoro, ma come uno stile di vita. Ne sono sempre andato fiero». Eppure ieri sera la commozione c'era alla 165° gara con la Danimarca: «Negli ultimi mesi le nostre prestazioni sono state discontinue. Mi prendo la responsabilità: sento una sensazione di vuoto».
Ora il destino della nazionale danese è tutto da stabilire. Il materiale tecnico sembra esserci: la Danimarca può contare su una squadra relativamente giovane e talentuosa, anche più della Svezia che l'ha eliminata. Basti pensare a Vestergaard, Christiensen, Højbjerg, Fischer, Sisto. Lo stesso Eriksen ha comunque 23 anni e una carriera in nazionale davanti a sé.
Olsen si è in passato augurato che il suo successore sia Michael Laudrup, che oggi è libero dopo un'esperienza in Qatar. Al di là di chi sarà il nuovo ct, nessuno potrà sostituire nella memoria calcistica di molti danesi la figura di Morten Olsen: una lunga storia d'amore non può finire perché il suo sguardo da ispettore non siederà più sulla panchina della Danimarca.

Morten Olsen, 66 anni, lascia la panchina della Danimarca.