7.6.15

Dinastia blaugrana.

Non potevano che esser loro i vincitori: il Barcellona conquista la quinta Champions League della sua storia (la quarta nell'ultimo decennio) dopo il 3-1 alla Juventus nella finale di Berlino. Un risultato sulla carta scontato, ma che ha rischiato di esser capovolto nel secondo tempo. Poi lo scarto tecnico ha chiuso qualunque sogno di vittoria bianconero.

Il tramonto di Berlino cinge la Champions e l'Olympiastadion.

A Berlino i pronostici del caso erano tutti per il Barcellona: spazzato via il Bayern, i blaugrana avevano convinto gli addetti ai lavori. E non solo per il MSN (il tridente Messi-Suárez-Neymar), ma per la solidità con cui hanno giocato durante tutto questo 2015. Dopo la conquista della Liga e della Copa del Rey, l'obiettivo era il secondo triplete in sei anni. Triplete che è stato anche il sogno della Juve, che sperava di eguagliare l'impresa dell'Inter nel 2010. Nelle formazioni, Luis Enrique ha rinunciato a Mathieu e Xavi, mentre Allegri ha dovuto sopperire all'assenza di Chiellini.
Pronti, via e vantaggio spagnolo: bellissima azione in transizione dei blaugrana, con Jordi Alba che vede l'inserimento in area di Iniesta. Il capitano serve Rakitić, tutto solo a centro area: il croato batte Buffon e firma immediatamente l'1-0. La Juve soffre per tutto il primo tempo il Barcellona, concedendo diverse palle-gol. Dal canto suo, i bianconeri si sono visti solo grazie a un paio di conclusioni di Marchisio. Una Juve nervosa, con poco possesso-palla e tanti falli commessi (Vidal ha rischiato più volte il rosso).
Diversa la ripresa, dove la squadra di Allegri ha iniziato con un altro piglio e ha persino trovato il pari con Morata: tacco di Marchisio per Lichtsteiner, cross in mezzo e Tevez prova a battere Ter Stegen col sinistro all'interno dell'area. Il tedesco para, ma la respinta finisce sui piedi dell'ex Real, che pareggia i conti. La Juve ha avuto venti minuti ottimi, in cui ha avuto persino la chance per portarsi in vantaggio. La Juve ha anche reclamato un rigore, che però non c'era. Poi però il Barca l'ha rimessa a posto con la sua abilità in contropiede: sinistro di Messi, respinta di Buffon e Suárez realizza il 2-1 a porta vuota.
Da lì, la partita non ha avuto più storia. I bianconeri hanno creato la loro chance più importante all'89', quando Marchisio ha chiamato Ter Stegen all'ennesima parata su una conclusione dai 25 metri. Ma la Juve ha raramente creato pericoli nel quarto d'ora finale. Allegri non si è neanche giocato bene i cambi, cominciando a inserire gente fresca solo all'80'. In contropiede, il Barcellona ha chiuso la questione al 96': contropiede guidato da Pedro, che serve Neymar all'interno dell'area. Il brasiliano controlla il pallone e batte Buffon per il 3-1 che chiude la contesa.
Tra i bianconeri, molto bene Buffon, Marchisio e Morata. Un po' in ombra Tevez, che ha comunque contribuito al pareggio. Malissimo Vidal, male anche Lichtsteiner e Pirlo. Pogba ha avuto qualche lampo, ma in generale è stato troppo lontano dalla porta per incidere. Nei blaugrana i migliori sono stati Jordi Alba, Rakitić e Iniesta (nominato man of the match). Il trio MSN ha avuto due giocatori su tre a segno, ma il migliore paradossalmente è stato proprio Messi: lontano dalla porta avversaria, ha creato comunque il panico e ha causato due gialli.

Gianluigi Buffon, 37 anni, alla seconda finale persa in Champions.

Da lodare la situazione di due giocatori nel Barcellona: Neymar e Ivan Rakitić. Non solo per i due gol, ma anche per qualche record. Il brasiliano diventa l'ottavo giocatore ad aver alzato sia la Champions League che la Copa Libertadores. Il croato, invece, può festeggiare un altro trofeo dopo aver conquistato (da capitano) l'Europa League con il Siviglia nel 2014. Non male per il numero 4 blaugrana, che aveva sollevato qualche dubbio quando venne acquistato l'estate scorsa per la cifra di 18 milioni di euro.
Con questa Champions League, c'è anche chi può salutare con stile: Xavi Hernández ha avuto una carriera straordinaria, ma in questa finale è partito giustamente dalla panchina. Luis Enrique, che è stato suo compagno a inizio anni 2000, l'ha dosato con astuzia durante tutto quest'anno. Il numero 6 ha giocato 44 partite, ma ha lasciato gradualmente spazio a Rakitić. In quest'ultimo atto di Berlino, ha raccolto la fascia da Iniesta e ha alzato la Champions, nonostante in campo non abbia completato nemmeno un passaggio. Ora per lui il futuro è all'Al-Sadd.
In casa Juventus, ci si può battere il petto per la buona prestazione del secondo tempo. Forse era difficile fare di più, visto lo scarto tecnico tra le due squadre. Ma a livello storico c'è da preoccuparsi. La Juve è alla sesta finale di Champions persa nella storia: con questa sconfitta, sopravanza il Benfica nel record di sconfitte all'ultimo atto (sei contro cinque). Un problema, anche perché queste sono arrivate in epoche diverse, con squadre e interpreti diversi. Le uniche due Champions vinte sono comunque quella del 1985 (quella dell'Heysel contro il Liverpool) e quella del 1996 (ai rigori contro l'Ajax). Troppo poco.
Chi ha aperto una dinastia è invece il Barcellona, che negli ultimi dieci anni si è portato a casa 22 trofei. Tra questi sei Liga e ben quattro Champions League. Non c'è dubbio che il Barcellona sia la squadra più vincente dell'ultimo decennio: una squadra capace di farlo con diversi modi di gioco e allenatori. In questo, il merito va anche a Luis Enrique: tre anni fa i tifosi della Roma lo presero in giro, dicendo che s'era liberato un posto al Barcellona. Ora lui è a Berlino ad alzare la Champions, mentre i tifosi della Roma devono accontentarsi del solito derby e del campanilismo perdurante. Perché le dinastie si aprono così: con visione, immaginazione e organizzazione. E il Barcellona ha tutto questo.

Xavi Hernández, 35 anni, alza l'ultima Champions da capitano.

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