17.8.17

UNDER THE SPOTLIGHT: Jerry St. Juste

Buongiorno a tutti e benvenuti all'ottavo numero per il 2017 di "Under The Spotlight", la rubrica che vi segnala alcuni dei talenti in ascesa in Europa. Oggi ci spostiamo in Olanda, dove i campioni uscenti del Feyenoord hanno deciso di affidarsi in retroguardia a un profilo emergente come Jerry St. Juste, preso quest'estate dall'Heerenveen.

SCHEDA
Nome e cognome: Jeremiah Israël St. Juste
Data di nascita: 19 ottobre 1996 (età: 20 anni)
Altezza: 1.86 m
Ruolo: Difensore centrale
Club: Feyenoord (2017-?)



STORIA
Nato da padre olandese e madre originaria di Saint Kitts and Nevis, St. Juste è nato a Groningen, crescendo nelle giovanili del club della città, per poi passare a quelle dell'Heerenveen, in cui è approdato a soli 11 anni. Ben otto anni prima di arrivare alle porte della prima squadra, nella quale ha esordito il 24 gennaio 2015, entrando a un minuto dalla fine nella gara contro il Vitesse.
Altre due presenze flash, poi la decisione del tecnico Dwight Lodeweges - successore di Marco van Basten sulla panchina dei De Superfriezen - di piazzare il ragazzo da titolare. Pian piano, il club si accorge di avere un diamante grezzo tra le mani: nelle ultime nove partite del 2014-15 (compresi i play-off per l'Europa), St. Juste gioca sempre dall'inizio.
Sia nell'interim di Foppe de Haan che nella gestione a tempo pieno di Jurgen Streppel, due cose sono rimasti costanti: le stagioni incolore dell'Heerenveen (12° e 9°) e l'impiego massiccio di St. Juste, ormai titolare inamovibile. Tuttavia, la città da 50mila abitanti sembra stargli stretta e così in estate è arrivato un nuovo club per il centrale.
Il Feyenoord di Giovanni van Bronckhorst - appena laureatosi campione d'Olanda dopo molto tempo - ha deciso di fidarsi delle doti di St. Juste, prelevando il ragazzo per ? milioni di euro. Per ora il tecnico lo sta gestendo, visto che gli ha fatto giocare appena 4' alla prima di campionato, mandandolo poi a giocare con l'U-21. Ci sarà spazio per lui da subito?

CARATTERISTICHE TECNICHE
Non parliamo certo di un difensore roccioso, quanto piuttosto di un profilo duttile (capace di giocare anche da terzino, provato anche da mediano all'Heerenveen) e rapido, con notevoli margini di miglioramento. In Olanda è forse più facile imporsi da centrale con un fisico un po' leggero; altrove potrebbe fare più fatica. 
Certo che a 21 anni c'è tempo per fare qualsiasi cosa, tra cui irrobustirsi e migliorare alcune letture tattiche. Qualcuno l'ha anche paragonato a Raphael Varane, centrale del Real Madrid: «Non mi mette alcuna pressione, ma potrebbero esserci alcuni osservatori e tifosi che si aspettano molto da me. Lo trovo bello e stimolante».

STATISTICHE
2014/15 - Heerenveen SC: 13 presenze, 0 reti
2015/16 - Heerenveen SC: 31 presenze, 1 rete
2016/17 - Heerenveen SC: 31 presenze, 2 reti
2017/18 - Feyenoord (in corso): 1 presenza, 0 reti

NAZIONALE
St. Juste per ora è passato tramite tutta la trafila delle giovanili Oranje: U-18, U-19, U-20 e ora U-21, con il ragazzo che potrebbe far parte della rappresentativa che sarà in Italia qualora l'Olanda lo prendesse in considerazione. Il suo sogno è la nazionale maggiore e a rivelarlo è stato una fonte alquanto inaspettata.
Viste le sue origini di Saint Kitts and Nevis, il ct della nazionale Jacques Passy ha provato a convincere St. Juste a giocare per la piccola nazionale caraibica (un po' com'è successo a Mariano Diaz: l'ex Real ha giocato per la Repubblica Dominicana), ma la risposta non è stata positiva: «(Passy) ha provato a convincermi, ma per ora penso solo all'Olanda», ha detto il ragazzo.

LA SQUADRA PER LUI
Arrivato da poco al Feyenoord, St. Juste dovrà ambientarsi e ritagliarsi uno spazio. Non dovrebbe esser nemmeno difficile, visto che le cessioni pesanti di Karsdorp e Kongolo (rispettivamente a Roma e Monaco) dovrebbero spingere il club a provare nuove soluzioni. E qui St. Juste potrebbe trovare i minuti necessari a emergere.
Una volta gli chiesero in un'intervista quale fosse il suo club dei sogni: «Il Manchester United. Ma anche il Barcellona sarebbe fantastico». Con una crescita costante e magari un salto dovuto anche all'Europeo U-21 del 2019, forse qualche club di Premier aguzzerà le antenne. In fondo, gli olandesi sono sempre molto richiesti nel calcio britannico.

9.8.17

Tutti tranne lui.

Era prevedibile, se non addirittura fisiologico. Lo straordinario Monaco di Leonardo Jardim - che abbiamo omaggiato qui nel maggio scorso - è stato smontato. Non c'è né la voglia, né la possibilità di competere a certe cifre, per cui è normale che (quasi) tutti i protagonisti del titolo siano andati via. Tranne uno: Fabio Henrique Tavares, detto Fabinho (lo so, c'è anche Mbappé, ma...).

Fabinho durante gli allenamenti: il Monaco l'ha per ora blindato.

A Montecarlo, dieci anni fa passò per un biennio un terzino niente male, che avrebbe poi fatto le fortune dell'Inter: Maicon. Spesso negli anni scorsi c'è stato il paragone tra lui e Fabinho, ma in realtà l'attuale numero 2 del Monaco è un giocatore diverso: meno potente fisicamente, ma più polivalente e forse molto più cosciente tatticamente del suo ruolo.
Oggi il Monaco ha in Fabinho un'altra potenziale miniera d'oro. Dico "un'altra" perché il Monaco si è divertito negli ultimi anni a diventare una nuova succursale del calcio europeo, dopo gli esperimenti ben riusciti di Porto e Ajax: nell'estate del 2013, il Monaco aveva speso la bellezza di 130 milioni di euro per portare Falcao, James Rodriguez e Joao Moutinho nel Principato.
Poi l'inversione di rotta, con l'addio di Ranieri, l'arrivo di Jardim e la decisione (saggia, ma anche un po' forzata) di spendere di meno e puntare sui giovani. Fortunatamente è andata bene lo stesso: il Monaco ha raggiunto prima i quarti, poi le semifinali di Champions League; ha vinto la Ligue 1 lo scorso aprile e ha valorizzato una marea di giocatori.
E ovviamente vendendoli, il club ha potuto rifarsi delle spese precedenti. Basti pensare che nell'estate 2016 il Monaco si era dato a operazioni di routine, liberandosi dei giocatori in eccesso. Un anno più tardi, le cessioni di Bakayoko (Chelsea) e del pacchetto Bernardo Silva-Mendy (Manchester City) porteranno un potenziale introito da 170 milioni di euro. Senza contare l'affare Mbappé, fermo ma che ribolle sotto la superficie.
Con quei soldi, il Monaco ha comprato altri potenziali crack, come Youri Tielemans, Jordy Gaspar, Jordi Mboula e Soualiho Meïté. Non solo: ci sono altri elementi della squadra monegasca che potrebbero fruttare diversi soldi, come Thomas Lemar, ancora nel Principato nonostante la corte spietata dell'Arsenal, o il duo brasiliano Jorge-Jemerson.
Intanto, però, c'è un ultimo assalto a cui resistere: quello del Manchester United per Fabinho. La corte dura da diversi mesi, ma per ora il brasiliano non si è mosso, nonostante i Red Devils siano arrivati a offrire la bellezza di 45 milioni di euro. A giugno sembrava fatta, ma l'affare non è andato in porto; ciò nonostante, Mourinho ha richiesto espressamente il ragazzo e il club inglese ci riproverà.
Eppure il vice-presidente del Monaco, Vadim Vasilyev, è stato più che chiaro: «Sia Lemar che Fabinho sono giocatori fondamentali per noi». E non bastano neanche le piccole incomprensioni in allenamento (Fabinho si è tolto il fratino e si è allontanato arrabbiato) bastano ad allontanarlo, nonostante il brasiliano sia tentato: «Lo United è una grande squadra e valuterei attentamente l'offerta».

La fantastica stagione di Fabinho con il Monaco.

L'impressione è che sia più facile vedere Mbappé al Real che Lemar o Fabinho lontano da Montecarlo. In fondo, Jardim - pur essendo un aziendalista - non vorrebbe veder smontato TUTTO l'apparato della scorsa stagione. Qualcuno dovrà pur rimanere; poi la prossima estate - con il Mondiale di mezzo - si parlerà di altre cessioni, di coloro che sono rimasti un'altra annata.
Basti pensare che - leggendo le cifre riguardo questi tre giocatori - il Monaco potrebbe raccogliere altri 300 milioni di euro. Un bottino folle, che fa quasi rivalutare il Porto e la sua costosa bottega. Ma soprattutto Fabinho non è cedibile perché è un pezzo troppo importante: il brasiliano è l'equilibratore del centrocampo monegasco, l'uomo dall'intelligenza tattica superiore.
Sarà un caso, ma l'anno scorso Jardim ha preferito mettere in panchina Joao Moutinho pur di non spostare Fabinho, che ha reso eccezionalmente accanto a Bakayoko. La cosa strana è come Fabinho sia cresciuto senza apparentemente attrarre l'attenzione di nessuno. Alla Fluminense non ha nemmeno esordito, così come al Rio Ave, dove pure aveva firmato un contratto da sei anni.
Poi il passaggio al Real Madrid: prima la Castilla, poi l'unica presenza con i grandi (in un 6-2 al Malaga, in una delle ultime panchine di Mourinho al Real). Il Monaco l'ha notato e l'ha portato alla corte di Ranieri, dove poi è diventato fondamentale sotto Jardim. Inizialmente schierato terzino destro, è stato rimodellato da centrale di centrocampo.
Il suo contratto scade nel giugno 2019, per cui sarà fondamentale chiudere ogni porta quest'estate per poi magari riparlarne la prossima estate, dove l'addio sembra inevitabile. Eccellente tiratore dal dischetto, Fabinho ha segnato anche parecchi gol (12 lo scorso anno), visto l'ottima tecnica di tiro di cui è dotato (precisa più che potente).
E l'incredibile è vedere la discrepanza tra l'attenzione in Europa e l'assoluta indifferenza da parte del Brasile: Fabinho ha giocato appena 4 gare con i verde-oro; è stato convocato per la Copa América Centenario, ma non ha giocato nemmeno un minuto. Che il passaggio allo United serva anche in questa chiave? «Lui è concentrato sul Monaco», ha ribadito Jardim. Portatemi via tutti, tranne lui.

Fabinho, 23 anni, è un altro dei gioielli di casa Monaco.

31.7.17

ROAD TO JAPAN: Yamato Machida (町田 也真人)

Buonasera a tutti e benvenuti a un (tardivo) settimo numero del 2017 di "Road To Japan", la rubrica che vi consiglia i migliori talenti del Sol Levante. Oggi ci spostiamo nella prefettura di Chiba, dove il JEF United non riesce a tornare in J1 League, ma può contare su un "10" molto creativo: Yamato Machida.

SCHEDA
Nome e cognome: Yamato Machida (町田 也真人)
Data di nascita: 18 dicembre 1989 (età: 27 anni)
Altezza: 1.66 m
Ruolo: Trequartista, seconda punta
Club: JEF United Chiba (2012-?)

Photo: Atsushi Tokomaru


STORIA
Figlio della prefettura di Saitama, Machida trova nel padre una prima sponda per l'iniziazione allo sport, visto che Ryuji Machida è attualmente nel board degli Urawa Red Diamonds e si occupa della gestione del settore giovanile. Dopo aver frequentato la Saitama Sakae High School, è il turno dell'università.
Machida sceglie la Senshu University, famosa istituzione a Chiyoda, uno dei tanti quartieri che compone l'enorme metropoli di Tokyo. Il giovane Yamato rimane quattro anni all'università, facendosi spesso notare e attirando l'attenzione di diversi club.
Tra questi, a spuntarla è il JEF United Chiba, che vuole tornare in J1 e punta sull'assunzione di giovani talenti da mixare all'esperienza di veterani aggiunti nel roster. Pian piano - nonostante i tanti cambi alla guida del club - Machida trova sempre più spazio, nonché responsabilità e gol.
Il 2016 è stato l'anno della rivelazione: 11 gol, di cui alcuni di pregevole fattura. E sebbene il JEF abbia nuovamente rinnovato la guida tecnica - al momento in cui scriviamo c'è Juan Esnáider, ex Juve -, Machida si è preso la "10", il ruolo di vice-capitano e sta colmando l'addio di Ide (passato al Gamba Osaka).

CARATTERISTICHE TECNICHE
Né atleticamente, né soprattutto fisicamente parliamo di un giocatore devastante. E non può nemmeno diventarlo, perché i limiti fisici - compresa un'altezza ridotta - impediscono margini di progresso. Tuttavia, ciò che mi stupisce è la genialità di cui dispone: trequartista nato, può giocare da seconda punta e dispensare giocate dall'insensatezza assoluta.
Colpi di tacco o gol da metà campo, Machida è il tipo di giocatore forse difficile da incastonare in un contesto tattico molto rigido, ma che vale il prezzo del biglietto. Se diventasse pure più concreto, sarebbe ingiocabile persino nella prima divisione giapponese.

STATISTICHE
2012 - JEF United Chiba: 9 presenze, 0 reti
2013 - JEF United Chiba: 12 presenze, 0 reti
2014 - JEF United Chiba: 32 presenze, 1 rete
2015 - JEF United Chiba: 19 presenze, 2 reti
2016 - JEF United Chiba: 35 presenze, 11 reti
2017 - JEF United Chiba (in corso): 23 presenze, 3 reti

NAZIONALE
Difficile che Machida possa raggiungere la nazionale. Anzi, lo potremmo già aggiungere a quella lista di giocatori che (immeritatamente) non ha mai vestito la maglia della nazionale nemmeno una volta. Un giocatore di seconda divisione - a meno che non faccia parte di grandi decadute - difficilmente sarà chiamato.

LA SQUADRA PER LUI
A meno che non arrivi la promozione per il JEF United - nobile decaduta della J. League, in J2 dal 2010 - sembra difficile vederlo ancora a Chiba per combattere in seconda divisione. Meglio una promozione "individuale" o il passaggio in un campionato di seconda fascia europeo: Belgio e Svizzera sarebbero due ottime destinazioni.



28.7.17

I minnows della foresta.

Nailsworth è una cittadina di pochi abitanti in Inghilterra. Veramente pochi: nel 2011, l'ultimo censimento disponibile segnalava 5800 abitanti in questa porzione di Gloucestershire, sconosciuta ai più. Da questa stagione, sarà anche la casa di una squadra professionistica nel calcio britannico: il Forest Green Rovers è arrivato finalmente in Football League.

Mark Cooper, 48 anni, l'uomo che ha portato i Rovers in League Two.

Eppure il Forest Green Rovers è uno dei club più antichi dell'Inghilterra, nato nel 1889 per il volere del reverendo E.J.H. Peach, ritrovandosi a essere uno dei membri fondanti del Mid-Gloucestershire League. Ed è pazzesco pensare come questo club sia stato nelle leghe minori una vita intera, arrivando nella Hellenic League Premier Division solo nel 1975.
Il bello è che non sto menzionando un importante campionato, ma solo una lega che non era di contea o cittadina, bensì regionale. The Little Club on the Hill - questo il soprannome della società - vince addirittura la Football Association Challenge Vase, la coppa riservata ai dilettanti, alzata nella finale del 1982, con un trionfo per 3-0 sul Rainworth Miners Welfare.
Non solo il trofeo, perché c'è anche l'arrivo alla Southern Football League, che però è sempre il sesto livello della piramide calcistica britannica. Un lungo viaggio, che li vede anche cambiare nome - passando momentaneamente a Stroud Football Club, presto abbandonato - e raggiunge la Football Conference nel 1998-99.
Solo all'alba degli anni 2000, il Forest Green Rovers riesce ad affacciarsi all'anticamera del calcio professionistico. Il problema è che - nonostante il secolo di storia alle spalle - non è facile superare l'ultimo ostacolo per accedere al mondo dei grandi. Non basta qualche partecipazione in F.A. Cup, dove i Rovers cominciano a comparire negli ultimi anni.
Ci vuole la promozione. E non è facile, visto che il club finisce un paio di volte in zona retrocessione (salvandosi per disavventure finanziarie di altre società). Tuttavia, c'è uno sconvolgimento nel 2010, come il cambio di proprietà che dà maggior stabilità all'intero ambiente. E così il Forest diventa un contendente serio per la salita in Foobtall League.
Nelle ultime tre stagioni, il club ha avuto altrettante chance per centrare quest'obiettivo. Non è stato abbastanza forte da vincere la Football Conference, ma ha partecipato a tre play-off: nel 2014-15 è stato eliminato in semifinale dal Bristol Rovers; l'anno successivo ha raggiunto la finale, perdendo però con il Grimsby Town. Infine, è arrivata la vittoria nell'ultimo atto: 3-1 al Tranmere Rovers e promozione!

Contro il più conosciuto Tranmere Rovers, i ragazzi di Cooper strappano un 3-1 e la promozione di fronte ai 18mila di Wembley.

Il merito va a un gruppo che si è consolidato negli anni. Ad alcuni giocatori che si sono distinti, come Christian Doidge, il classe '92 che ha un passato nel basket e che è stato decisivo con una doppietta nella finale di Wembley. O il tecnico Mark Cooper, che dopo una carriera passata in leghe minori torna in Football League, dove si era distinto alla guida dello Swindon Town.
Ma forse questa squadra sarà soprattutto quelle di Dale Vince ed Ecotricity. Cos'è questa compagnia?
Ecotricity ha rilevato il Forest Green Rovers nell'estate 2010, quando il club navigava nelle difficoltà della bassa classifica. La novità ha fatto scalpore soprattutto perché la compagnia e Vince hanno imposto delle novità: niente più carne rossa, dieta vegetariana, campo in materiale organico.
Non solo: l'energia dello stadio - "New Lawn", 5100 spettatori appena - viene rilevata da pannelli fotovoltaici. Tutto questo in Inghilterra, dove i fans ospiti spesso si ritrovano con del cibo che non mangerebbero nemmeno sotto tortura. E tutto questo senza contare il piano per "Eco Park", il nuovo stadio che avrebbe più o meno la stessa capienza, ma che sarebbe fatto tutto di legno.
E le curiosità non finiscono qui: lo stemma del Forest Green Rovers ricordava inizialmente quello del Barcellona, ma è stato cambiato nel 2011; stessa sorte per la maglia (via le strisce bianconere, dentro il verde per la missione green). In più, "Moneyball" non è solo un film per il club, ma una filosofia di vita, con i giocatori che vengono acquistati in base a particolari statistiche (ma non è una novità nel mondo del calcio).
Ora c'è la Football League. Del resto, Vince aveva promesso che il nuovo stadio avrebbe visto la luce con il club già nel professionismo. E ora l'ambizione è quella di salire ancora, magari con il giusto tempo e senza proclami esagerati (come quello di "vincere facilmente la League One", che sarebbe la divisione superiore). L'esordio sarà il 5 agosto prossimo, in casa, contro il Barnet. I minnows della foresta sono pronti a sorprendere.

Luke James, 22 anni, ex prodigio e uno dei colpi di mercato dei Rovers.

17.7.17

UNDER THE SPOTLIGHT: Rónald Matarrita

Buon pomeriggio a tutti e benvenuti al settimo numero del 2017 riguardante "Under The Spotlight", la rubrica che ci consente di viaggiare per il globo e scoprire nuovi talenti. Oggi andiamo in Costa Rica, ma forse anche a New York, visto che il suddetto protagonista si è trasferito da un anno nella Grande Mela: parliamo di Rónald Matarrita.

SCHEDA
Nome e cognome: Rónald Alberto Matarrita Ulate
Data di nascita: 9 luglio 1994 (età: 23 anni)
Altezza: 1.75 m
Ruolo: Terzino sinistro, esterno di centrocampo
Club: New York City Football Club (2016-?)



STORIA
Cresciuto nel cantone di San Ramón (che fa parte della provincia di Alajuela), Matarrita trova spazio proprio nella squadra locale, che poi è una delle più forte della Liga FPD, l'Alajuelense. A scoprirlo è stato Wílmer López, che non solo è stato un pezzo importante della storia del Costa Rica calcistico tra anni '90 e 2000, ma anche il record-man di presenze per l'Alajuelense.
Lanciato in prima squadra, Matarrita viene svezzato da Óscar Ramírez, anche lui pezzo di storia del club, nonché membro della prima avventura del Costa Rica alla Coppa del Mondo 1990. Ramírez ha allenato l'Alajuelense dal 2010 al 2013 e poi ancora dal 2013 al 2015, prima di esser chiamato alla guida della nazionale. Sotto la sua gestione, Matarrita trova spazio.
Il buon rendimento del ragazzo in tre anni con i Manudos convince il New York City Football Club - club della statunitense Major League Soccer, entrata nella lega solo nell'estate 2015 - ad acquistarlo nel gennaio 2016. Non solo: la cessione di Matarrita è la più remunerativa nella storia dell'Alajuelense, superando quelle di Marco Ureña e Pablo Antonio Gabas.
Matarrita è conscio dell'opportunità di fronte a sé durante la presentazione a New York: «Questa è un'ottima chance per me: quando ho sentito dell'interesse del NYCFC, mi sono sentito onorato. Spero di aiutare la squadra». La possibilità di giocare con Villa, Pirlo e Lampard l'ha motivato: è finito quattro volte nella squadra della settimana, nonché nell'undici Concacaf per il 2016.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Innanzitutto Matarrita può contare sulla capacità di interpretare diversi ruoli: giocatore duttile, viene impiegato prevalentemente sul settore sinistro, da terzino o da esterno di centrocampo. In un'epoca di rinascimento per le difese a tre, chissà se potrebbe diventare un feticcio per il ruolo di esterno sinistro a tutto campo; può giocare anche a destra, seppur con risultati minori.
Il punto di forza è sicuramente nel comparto atletico: la corsa di Matarrita è quella di un batterista 4x100, di un atleta olimpionico prestato al calcio. Non ha un'accelerazione fulminea, ma è costante e alla lunga stanca l'avversario. Ha anche una discreta visione di gioco, ma dovrà abbonarci una tecnica migliorata, perché sinora sembra ancora troppo grezza.

STATISTICHE
2013/14 - Alajuelense: 12 presenze, 0 reti
2014/15 - Alajuelense: 40 presenze, 3 reti
2015/16 - Alajuelense: 20 presenze, 1 rete
2016 - New York City FC: 27 presenze, 1 rete
2017 - New York City FC (in corso): 9 presenze, 0 reti

NAZIONALE
Già protagonista nelle rappresentative giovanili, Matarrita ha esordito con il Costa Rica nel settembre 2015 per volere del ct Óscar Ramírez, arrivato da qualche settimana al posto di Wanchope. Matarrita ha tenuto il posto in squadra, anche se ha giocato meno nel 2017. E non era una conquista scontata, visto che - nonostante disavventure e infortuni - il Costa Rica vanta due ottimi interpreti sugli esterni come Bryan Oviedo e Christian Gamboa
Ha saltato la Gold Cup per infortunio, ma ha giocato la Copa América Centenario dell'anno passato e soprattutto è stato fondamentale in un paio di vittorie del Costa Rica sulla strada per i Mondiali (contro Panama e Trinidad & Tobago, in cui è andato entrambe le volte a segno).

LA SQUADRA PER LUI
Il trasferimento in MLS è stato uno step intermedio necessario, che può dargli riconoscibilità internazionale (unito alla continuità con la nazionale). Forse nell'estate 2018 - dopo un Mondiale giocato da protagonista - Matarrita potrebbe esser pronto al salto: sarebbe bello per una volta fare da sponsor per la Serie A, che potrebbe giovare dell'arrivo di un giocatore così poliedrico e in crescita.

6.7.17

Gold Cup 2017 – Pronti alle sorprese

Stati Uniti, Messico, Stati Uniti (x2), Messico (x2), Stati Uniti... Messico. Questo è l'albo d'oro della Gold Cup dal 2002 a oggi, con le due super-potenze della CONCACAF che hanno monopolizzato i trofei, lasciando agli altri le briciole (cinque volte l'altra finalista non era una di queste due nazionali. E una volta è stata il Brasile). Ma chissà che il 2017 non ci porti qualche sorpresa...

Il pallone della Gold Cup 2017: molto bello.

Gruppo A: Honduras, Costa Rica, Guiana francese, Canada

Con il mago Jorge Luis Pinto alla sua guida, l'Honduras spera di superare il girone e da lì vedere come possono andare le cose. Il secondo posto del '91 sembra un mezzo miraggio, visto che non ci saranno alcuni elementi fondamentali (Najar, Espinoza, Martinez, Izaguirre). Tuttavia, La H è una delle poche nazionali a pieni ranghi per questa competizione: che possa toccar a loro?

     Stesso discorso per il Costa Rica, che viene dal quarto di finale del Mondiale 2014, ma ha deluso terribilmente all'ultima Gold Cup del 2015. Il gruppo è rimasto più o meno lo stesso (con la strana assenza di Keylor Navas, che dovrebbe invece presenziare a queste occasioni), ma con un tecnico diverso, quell'Óscar Ramírez che ha preso il posto di Wanchope e sta svolgendo un ottimo lavoro. Che sia la volta buona?

Debutto sarà e debutto sia: la Guiana francese - dopo aver perso il pass per l'edizione del 2015 nell'incredibile play-off contro l'Honduras - esordirà alla Gold Cup nel 2017. Il duo composto da Marie-Rose Carême e Jaïr Karam ha portato Les Yana Dòkòs alla manifestazione tramite il terzo posto alla Coppa Caraibica di quest'anno. Sarà comunque un successo, validato dalla presenza di Florent Malouda.

Siamo sempre al solito discorso: il Canada è pronto? Merita veramente di essere già al Gold Cup solo perché è un paese grande? O ci stiamo prendendo in giro? Di sicuro, una nazionale che presenta nel suo roster sia un classe '79 (Patrice Bernier) che un 2000 (Alphonso Davies) non ha le idee chiarissime. Starà al neo-ct Octavio Zambrano trascinare il Canada ai quarti, che mancano dal 2009 (!).

Gruppo B: Stati Uniti, Panama, Martinica, Nicaragua

Riconquistare l'America, ma anche sperimentare: non è una nazionale da vittoria sicura quella che Bruce Arena porterà a questa Gold Cup. Viene quasi da chiedersi se non stia usando la manifestazione stile-Loew, per testare qualche ragazzo: non ci sarà Clint Dempsey, così come Howard, Brooks, Yedlin, Altidore, Wood e soprattutto Pulisic, che mi aspettavo presente per questa rassegna. Chissà se è stata la scelta giusta.

    Anche qui, rifondazione totale: Panama sta un filo faticando nel girone di qualificazione a Russia 2018 e probabilmente il roblo del siglo subito due anni fa - nella semifinale contro il Messico, un penalty per lo meno discutibile privò i Canaleros della finale contro la Giamaica - ha fatto il resto. Qualche nome storico c'è, ma la mancanza di Penedo, Torres, Baloy e soprattutto della coppia gol Pérez-Tejada indica che c'è voglia di cambiare.

    Non sarà la prima volta per Martinica, ma c'è il desiderio di stupire da parte dei Matinino, che sono alla quinta partecipazione a questa competizione. Per loro sarebbe già tanto andare avanti e superare il girone, ma il movimento rimane in crescita (come hanno conferato Simone Pierotti e Alessandro Mastroluca in un ottimo pezzo per MondoFutbol). Nicaragua torna alla Gold Cup dopo ben otto anni (!) e un difficile play-off contro Haiti, vinto complessivamente 4-3 (dopo aver perso 3-1 l'andata ed esser stati sullo 0-0 fino all'82' della gara di ritorno!). Nessuno sembra aspettarsi molto da loro, ma il lavoro del tecnico costaricano Duarte potrebbe sortire gli effetti sperati qualora i Pinoleros riuscissero a strappare tre punti. Una vittoria potrebbe bastare per andare ai quarti.
Clint Dempsey, 34 anni, sarà solo uno dei tanti assenti alla prossima Gold Cup.


Gruppo C: Messico, Curaçao, El Salvador, Giamaica

  Si riparte da campioni, come spesso è successo negli ultimi anni. Dopo la crisi del finale della gestione Klinsmann per gli Stati Uniti, il Messico è la super-potenza della Concacaf, tanto da aver sfiorato il terzo posto in Confederations Cup e aver già mezzo biglietto in tasca per la Russia (Osorio ha fatto un gran lavoro). Anche El Tri ha una squadra sperimentale, ma tanti talenti giovani potrebbero bastare per vincere questa Gold Cup in taglia small.

  L'altro esordio di questo 2017 è quello di Curaçao, che spera di sorprendere tutti in quello che, però, è il girone più complicato, specie per le avversarie che si presentano di fronte alle eredi delle Antille Olandesi. Remko Bicentini è succeduto a Patrick Kluivert e la vittoria della Coppa Caraibica conferma che i progressi sono notevoli. Basteranno per far bella figura?

  El Salvador torna alla Gold Cup dopo il terremoto mediatico del 2013, quando le accuse di match-fixing portarono a molte sospensioni e a tanti giocatori persi dalla nazionale. Ormai rimane poco e ricostruire non è stato facile per Edoardo Lara, il ct, che però sarà felice di esser presente. I gol di Rodolfo Zelaya non dovrebbero bastare a salvaguardare il futuro.

Dopo l'incredibile finale raggiunta due anni fa, la Giamaica dovrebbe cercare di ripartire con lo stesso obiettivo. Purtroppo, molti protagonisti non ci sono più, Winfried Schäfer nemmeno ed è tornato quel Theodore Whitmore che è sì una leggenda della nazionale, ma non sembra poter dare altrettanta sicurezza in panchina. Basterà per passare il turno, ma da lì in poi è tutto incerto.


30.6.17

ROAD TO JAPAN: Hayao Kawabe (川辺駿)

Buon pomeriggio a tutti e benvenuti alla sesta puntata del 2017 per "Road To Japan", la rubrica che vi consiglia i maggiori talenti del Sol Levante. Per il numero odierno ci spostiamo a Shizuoka, dove il Júbilo Iwata sta sorprendendo tutti con un campionato a buoni livelli dopo un 2016 sofferto. Il merito è anche di Hayao Kawabe, mezzala creativa del club.

SCHEDA
Nome e cognome: Hayao Kawabe (川辺駿)
Data di nascita: 8 settembre 1995 (età: 21 anni)
Altezza: 1.78 m
Ruolo: Centrocampista centrale, mezzala
Club: Júbilo Iwata (2015-?)




STORIA
Kawabe gravita verso il calcio grazie all'influenza del fratello, di quattro anni più grande e appassionato del sakka. Nel sobborgo dov'è nato - Asakita-ku - c'è l'Hiroshima Koyo Football Club, una piccola società che ha ospitato gli inizi di diversi giocatori di J. League: su tutti, Masato Morishige, che da lì volò verso Oita e la nazionale.
Non ci vuole molto perché il Sanfrecce - la squadra principale della città, nonché pro in J. League - lo noti. Kawabe è nella generazione che cresce alle spalle di Hisato Sato e compagni: con Miyawara e Otani, contribuisce a diversi successi, finché non esordisce nella stagione 2013. Esordisce in Champions League asiatica e ha la fortuna di firmare un contratto da pro, nonché di vivere il secondo titolo consecutivo del club.
A quel punto, però, non arriva l'aumento di minutaggio che Kawabe (forse) si aspettava: nonostante il 3-4-2-1 di Moriyasu sia un'ottima collocazione per lui e nel 2014 arrivi la promozione ufficiale in prima squadra (con lui Chajima e Minagawa), il centrocampista gioca appena sei partite e colleziona qualche presenza con la selezione U-22 in terza divisione. Il prestito sembra l'unica via per trovare spazio.
Qui spunta la figura di Hiroshi Nanami: l'ex stella del calcio giapponese è diventato il tecnico del Júbilo Iwata dal settembre 2014, ma è reduce dall'enorme delusione della stagione precedente, quando la squadra di Shizuoka è stata battuta ai play-off dal Montedio Yamagata. Persa la promozione, c'è bisogno di qualche rinforzo per puntare alla risalita diretta: Kawabe è tra i prescelti.
Nanami dimostra subito di fidarsi del ragazzo, tanto da fargli giocare ben 34 partite, accompagnate da tre reti: è la seconda divisione, ma l'impatto di Kawabe è notevole. La promozione arriva e il ragazzo rimane un altro anno in prestito a Shizuoka, dove disputa un'altra buona stagione. Paradossalmente, la partenza di Yuki Kobayashi (altro talento: ne parlammo nel marzo 2016) gli ha aperto altri spazi.
Il prestito è stato ulteriormente prolungato, ma Kawabe ha persino alzato il rendimento: con l'arrivo dell'esperto Shunsuke Nakamura, il ragazzo sta apprendendo parecchio.


CARATTERISTICHE TECNICHE
Ottime capacità d'inserimento, legate a una discreta legnata dai 25-30 metri, gli consentono di andare spesso in gol. Anche la visione di gioco sembra in crescita (nell'ultima gara contro il FC Tokyo, ha messo un bell'assist ad Adailton). Onestamente sembra un all-rounder, che ha dei buoni fondamentali un po' in tutto: fisicamente sembra leggerino, ma è un difetto comune a molti giocatori nipponici. Basterà questo pacchetto per farcela in Europa?

STATISTICHE
2013 - Sanfrecce Hiroshima: 5 presenze, 0 reti
2014 - Sanfrecce Hiroshima: 6 presenze, 0 reti
2014 - J. League U-22 Selection: 1 presenza, 0 reti
2015 - Júbilo Iwata: 34 presenze, 3 reti
2015 - → J. League U-22 Selection: 0 presenze, 0 reti
2016 -  Júbilo Iwata: 31 presenze, 2 reti
2017 -  Júbilo Iwata (in corso): 19 presenze, 3 reti

NAZIONALE
Difficile che potesse esser chiamato per Rio 2016, perché Kawabe era un giocatore poco collocabile nel 4-4-2 di Teguramori: non poteva fare pienamente l'esterno, non può fare il centrale di un centrocampo a due e non c'erano trequartisti puri nella Nippon Daihyo andata in Brasile. Sicuramente l'EAFF Asian Cup di dicembre potrebbe essere una chance per mettersi in mostra con Halilhodzic dopo una buona stagione.

LA SQUADRA PER LUI
Non so quanta solidità abbia transfermarkt in campo di contratti giapponesi, ma in realtà Kawabe sembrerebbe agli ultimi sei mesi con il Júbilo Iwata: dopo un prestito di tre stagioni, ci sono tre strade. La conferma a Shizuoka, il ritorno a Hiroshima o un'avventura oltre oceano. Il ragazzo sembra pronto per il salto e sarei curioso di vederlo come mezzala in Liga o in Eredivisie, perché una visione creativa ed eccitante del gioco.

24.6.17

Capitano infinito.

Ci sono bandiere, poi ce ne sono altre che lo sono ancora più di altre. Che vengono esaltate di meno, perché magari legate a contesti meno conosciuti. Perché magari non hanno avuto la fortuna di vivere il periodo migliore della loro nazionale. O più semplicemente perché sono professionisti silenziosi. Qualunque ragione scegliate, c'è Timmy Simons dentro tutte e tre.

Timmy Simons, 40 anni, con la maglia del Club Brugge (© Photo News).

Stessa età di Francesco Totti, Simons nasce nel dicembre '76 a Diest, nella parte nord-est del Belgio, quasi confinante con l'Olanda. Proprio nel Bramante Fiammingo, Simons cresce al KTH Diest, prima che il destino gli regali la prima opportunità da pro nella squadra della città-natale, poi due anni al Lommel (oggi scomparso dalle mappe del calcio belga).
Eppure quell'esperienza gli regala il legame che lo segnerà per tutta la sua carriera: nell'estate 2000, Simons passa al Club Brugge, una delle grandi della Jupiler Pro League. Allo Jan Breydel Stadium, il mediano contribuisce al ritorno ai successi per i Blauw-Zwart, con la conquista di due campionati, altrettante coppe nazionali e tre supercoppe di Belgio. Tutto prima di lasciare il FCB una prima volta.
Già, perché l'offerta del PSV Eindhoven è irrinunciabile: il club olandese la stagione precedente ha sfiorato la finale di Champions League ed è un'occasione d'oro, nonostante Simons sia appena stato nominato capitano. Il mediano rimane cinque stagioni in Olanda, tanto da diventare vice-capitano da subito, capitano dopo l'addio di Philipp Cocu e prendersi addirittura il numero 6, precedentemente appartenuto a Mark van Bommel (che nel frattempo se n'è andato prima al Barcellona, poi al Bayern Monaco).
Dopo cinque anni, però, è tempo di una nuova avventura, nonostante i 34 anni sulla carta d'identità. Simons trova una nuova casa professionale a Norimberga, dove il club locale milita in Bundesliga. Ci vuole poco perché TS diventi un idolo anche in Germania: gioca tutte le 102 gare dei tre campionati passati a Norimberga e nel 2011-12 diventa persino il giocatore con più chilometri percorsi in campo durante quell'annata. A 36 anni.

Recentemente ha ricevuto anche un premio alla carriera: a darlo, c'era Philipp Cocu, con cui ha giocato al PSV Eindhoven.

Forse Simons avrebbe potuto chiudere la carriera lì. Nessuno lo avrebbe rimproverato; invece, Simons ha continuato ed è tornato al primo grande amore, quel Club Brugge che lo stava aspettando a braccia aperte, con la fascia da capitano nuovamente sul suo braccio. Il resto è storia: un'altra coppa, un altro titolo nazionale e un'altra supercoppa per il FCB. Il contratto doveva durare fino al giugno 2015, ma...
Tutto questo senza dimenticare il suo impegno con il Belgio: a oggi, Timmy Simons è secondo nella classifica all-time delle presenze con la nazionale. Ben 94 le volte in cui è sceso in campo per i Diavoli Rossi (-2 da Jan Ceulemans, nonché giocatore più vecchio a scendere in campo per il Belgio), più un Mondiale disputato nel 2002 e la fascia di capitano indossata dal 2004 al 2009, quando il calcio belga aspettava i suoi giovani fenomeni.
Ora ci si chiede se Simons possa continuare: lui ha un contratto con il Club Brugge fino al giugno 2018 (prolungato proprio nel maggio scorso) e ha giocato 41 partite tra campionato, coppa ed Europa nell'ultima stagione, ma sta invechiando. Sembra passata una vita dal 2002, dal Mondiale in Corea e Giappone, dalla Scarpa d'Oro vinta in Belgio come miglior giocatore di quell'annata.
Lo anche Simons, che ha chiesto di vivere un'ultima stagione al Club Brugge in chiave minore, magari centellinandosi: non è un caso che il club abbia già provveduto a comprare un altro mediano, il giovane Marvelous Nakamba, centrocampista dello Zimbabwe arrivato dal Vitesse proprio in questa sessione estiva per cinque milioni di euro.
Spesso si tira fuori il concetto di "capitan futuro". Varie squadre e ambienti lo utilizzano, perché in fondo si cerca sempre l'erede al grande re, al rappresentante massimo di un certo club. Non è una novità e questa cosa non cambierà; tuttavia, la storia di Timmy Simons rappresenta un esempio di come si possa rimanere sempre legati a un ambiente, anche da lontano. Un capitano infinito, insomma.

Simons ha giocato anche 94 partite con la nazionale belga.

17.6.17

UNDER THE SPOTLIGHT: David Babunski

Buon pomeriggio a tutti e benvenuti a "Under The Spotlight", la rubrica che prova a recensire i talenti che si trovano in giro per il mondo. Oggi ci spostiamo in un ambito a me familiare come il Giappone, dove questa primavera è arrivato un uomo discusso, ma soprattutto un ex prodigio: che Yokohama possa rilanciare definitivamente David Babunski?

SCHEDA
Nome e cognome: David Babunski
Data di nascita: 1 marzo 1994 (età: 23 anni)
Altezza: 1.74 m
Ruolo: Centrocampista, mezzala
Club: Yokohama F. Marinos (2017-?)



STORIA
A soli 12 anni, Babunski - nato e cresciuto a Skopje, capitale della Macedonia - viene notato dal Barcellona, che lo preleva dall'UDA Gramenet, altra società giovanile della Catalogna. La Masia è un posto dove notoriamente non si gioca solamente a calcio, ma s'incarna una certa mentalità di gioco, che Babunski ha assorbito in maniera tale da scalare le gerarchie del calcio blaugrana.
La sua storia ha fatto così eco in Macedonia che già nel 2011 - quando ancora doveva esordire con la seconda squadra in Segunda Division - il suo nome è quello prescelto per il premio di "Giovane sportivo dell'anno" nel paese. La famiglia aveva già esperienza nel campo: il padre Boban è stato un difensore che ha giocato in Spagna, proprio come il fratello di David, Dorian (classe '96, ex attaccante del Real Madrid.
Nel 2013, il Barcellona ha promosso ufficialmente Babusnki nella squadra B, quella che gioca in seconda divisione. Nonostante le grandi doti a disposizione, il macedone non è mai riuscito a imporsi veramente come titolare: 19, 16 e 13 presenze in due anni e mezzo sotto gli ordini prima di Eusebio Sacristán, poi di Gerard López. E una sola rete, contro l'Alcorcon nell'ultima giornata del 2013-14.
La separazione - datata gennaio 2016 - è un addio consumato dopo un lungo distacco: Babunski non è riuscito a sfondare, ma al tempo stesso non è come gli altri calciatori. Meno appariscente e più legato alla realtà, il macedone si sente fuori posto al Barca e decide per la separazione consensuale. La mezzala si è avvicinata a casa, firmando con la Stella Rossa di Belgrado e vincendo il campionato.
Tuttavia, come il padre si trasferì in Giappone nel '96, anche David alla fine ha scelto la J. League per ripartire. Ma se Boban Babunski scelse il Gamba Osaka, David si è spostato più a nord: vicino Tokyo, lo Yokohama F. Marinos aveva bisogno disperato di un giocatore nel mezzo tecnicamente forte e capace di segnare. La prima gara contro gli Urawa Red Diamonds - chiusa con un gol - ha dimostrato che la scelta promette bene.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Tatticamente preferisce spaziare nella zona centrale: ha una discreta visione di gioco e soprattutto un ottimo tiro, che gli consentono di essere sia centro creativo della squadra che creatore di pericoli per gli avversari. Fisicamente e atleticamente non sembra fortissimo, ma a volte - se il potenziale esplode come deve - questi ostacoli sono superabili. In fondo, Babunski ha una tecnica e una lettura di gioco sconosciuta a tanti.

STATISTICHE
2013-14 - Barcellona B: 19 presenze, 1 reti
2014-15 - Barcellona B: 16 presenze, 0 reti
2015-16 - Barcellona B: 13 presenze, 0 reti / Stella Rossa: 6 presenze, 0 reti
2016-17 - Stella Rossa: 7 presenze, 0 reti
2017 - Yokohama F. Marinos (in corso): 14 presenze, 2 reti

NAZIONALE
Siccome parliamo di un piccolo prodigio in un paese dalla reputazione calcistica poco sviluppata, è stato normale vedere Babunski esordire a soli 19 anni in nazionale maggiore. Per ora le presenze sono solo nove, ma soprattutto l'ex Barcellona ha contribuito a portare l'U-21 all'Europeo di categoria (oggi la Macedonia giocherà la prima partita del suo torneo: ha eliminato la Francia nel girone). Ora si aspetta che Babunski possa prendere in mano l'eredità di Goran Pandev anche con i grandi.

LA SQUADRA PER LUI
Onestamente la scelta di mollare il Barcellona denota come Babunski sia più interessato al contesto in cui giocare piuttosto che al nome del club con il quale scendere in campo. Anche la scelta del Giappone - pur essendosi appena riavvicinatosi a casa e, per giunta, con la Stella Rossa, club di fama europea - denota l'attenzione ad altri criteri. Still, rivederlo in Liga sarebbe interessante, così come vederlo in qualche squadra di Serie A che ha disperatamente bisogno di un giocatore così.

15.6.17

Confederations Cup 2017 – L'ultima volta

L'ultima volta. O almeno così dovrebbe essere per la Confederations Cup, che dagli anni '90 infesta le estati pre-Mondiale. Una prova generale spesso sottovalutata, la vera competizione che ha una sua equità e democrazia nel panorama del calcio Mondiale, ma che potrebbe essere all'ultima recita. Nel 2021, la CC potrebbe esser sostituita da altro: in Russia, c'è la chance di ultimo saluto.

Gianni Infantino, 47 anni, e Vladimir Putin, 64, a colloquio.

Gruppo A - Russia, Nuova Zelanda, Portogallo, Messico

Il crollo di Euro 2016, la diminuita potenza economica e lo spazio a nuove realtà (lo Spartak Mosca ha rivinto il campionato dopo 16 anni, il Rostov FC ha giocato in Champions) fanno pensare che il momento del movimento calcistico russo non sia dei migliori.
L'età-media della squadra scelta da Stanislav Cherchesov è parecchio alta (ben 11 giocatori hanno o superano i 30 anni), mentre i giovani ci sono, ma non sappiamo quanta fiducia avranno da qui al Mondiale del prossimo anno. Uscire al primo turno non è impossibile (non accade a una squadra padrone di casa dal 2001).

   Dopo aver faticosamente vinto l'OFC Nations Cup nel 2016 (un successo che dimostra come la competitività si stia livellando in Oceania), la Nuova Zelanda torna alla Confederations Cup dopo otto anni. La speranza è di fare meglio del 2009, visto anche l'inserimento nel girone più facile.
Grazie alla guida di Anthony Hudson, gli All Whites si sono risollevati al 95° posto del Ranking FIFA, quando nell'aprile-maggio del 2016 avevano toccato il punto più basso della loro storia (161°!). Senza Winston Reid, il capitano sarà Chris Wood, nel momento migliore della sua carriera; tra i 23, ci sarà spazio persino per un classe '97.

Sebbene il trionfo di Euro 2016 rimanga un mistero ai miei occhi, l'incredibile gol di Eder vale una prima storica per il Portogallo, che partecipa alla Confederations Cup con il sogno di vincerla, certamente con l'obiettivo di arrivare almeno sul podio. I lusitani sono i più forti del girone e possono contare su un'ottima rosa.
Non ci saranno due uomini-chiave dell'avventura in Francia: João Mário è infortunato, mentre Renato Sanches si è forse pentito di aver firmato per il Bayern dopo la prima stagione in Baviera. Ci sarà l'ultimo ruggito per alcuni, mentre altri sfrutteranno la manifestazione per prendersi un posto da titolari. E Cristiano Ronaldo vuole aggiungere un'altra coppa al suo palmarès.

Di Juan Carlos Osorio abbiamo parlato in lungo e in largo, ma il suo lavoro con il Messico è veramente invidiabile. Se escludiamo il 7-0 rimediato dal Cile nella Copa América Centenario (comunque poi la Roja ha vinto la Copa, eh...), Osorio sta facendo tutto per bene. Il Messico potrebbe essere ai Mondiali già da settembre.
Intanto, però, c'è la Confederations Cup, già vinta nel '99. L'obiettivo è il superamento del girone, ma c'è anche da lanciare diverso materiale (Salcedo, Damm, Lozano), nonché omaggiare El Gran Capitan, quel Rafa Márquez che si prepara a giocare il suo 17° torneo internazionale.

Cristiano Ronaldo, 32 anni, sogna la vittoria in Russia.

Gruppo B - Camerun, Cile, Australia, Germania

 Il miracolo di Hugo Broos continua: dopo aver alzato inaspettatamente la Coppa d'Africa a gennaio contro il favorito Egitto, il Camerun spera di qualificarsi per Russia 2018 e soprattutto torna alla Confederations Cup a 14 anni di distanza dall'ultima volta, quando i Leoni Indomabili arrivarono in finale contro la Francia (e ahimè persero in campo Marc-Vivién Foé).
Due grandi portieri (Onana e Ondoa) si giocheranno il posto da titolare, ma ci saranno una marea di assenze. Solo tra i centrali non ci saranno N'Koulou, Chedjou e Matip (con questi ultimi due che già non c'erano a gennaio), mentre davanti N'Jie e Choupo-Moting non saranno della contesa. Ci si regge sulle solide spalle di Aboubakar, con Moukandjo capitano, ma passare il turno sarà dura.

Il canto del cigno, la chiusura di un grandissimo ciclo, iniziato forse addirittura con Bielsa, rinforzato con Sampaoli e che probabilmente si concluderà con Pizzi: questo è il Cile che si presenta alla Confederations Cup, forte del titolo conquistato nel 2015 e del bis ottenuto l'anno scorso contro l'Argentina.
Paradossalmente, il Cile può passare il turno e cercare il successo finale con una generazione che però è apparsa scarica in questa stagione: Bravo ha sbagliato tanto al City, Sanchez è frustrato da un Arsenal poco competitivo, Edu Vargas è finito in Messico. Vincere la Confederations Cup chiuderebbe un bellissimo quadriennio, anche perché la qualificazione in Russia non è così scontata in vista del prossimo Mondiale (anche se la Roja e l'Uruguay hanno il calendario più facile da qui alla fine).

Puri esperimenti: l'Australia ha bisogno di farne perché anche qui la partecipazione al prossimo Mondiale non è scontata e il 3-2 di una settimana fa sull'Arabia Saudita è stato in realtà molto difficile da ottenere. Si riparte dal gruppo che sta trascinando (a fatica) l'Australia negli ultimi tempi, con Postecoglou che forse dovrebbe salutare dopo il 2018, specie se non si tornasse in Russia la prossima estate.
Una squadra già in difficoltà ha dovuto rinunciare anche a Brad Smith e al capitano Mile Jedinak per infortunio. Due perdite gravissime, che rendono praticamente impossibile il già difficile obiettivo del passaggio del turno. 
Non è un bel momento neanche per gli altri (se escludiamo Aaron Mooy): Kruse e Troisi - rispettivamente match-winner della finale della Coppa d'Asia 2015 e n. 10 in pectore - sono senza un contratto. Ryan è dovuto tornare a Gent per trovare continuità doo Valencia. E nonostante le 37 primavere sulle spalle, Tim Cahill è ancora un riferimento.

Non si è nascosto Joachim Loew: fosse per lui, la Confederations Cup non attirerebbe tanto interesse. Lo si nota dalla squadra scelta, dalla priorità data all'U-21 (che andrà all'Europeo di categoria per vincerlo), ma questo non è un problema. La Germania sperimentale che si affaccerà in Russia rimane una squadra interessante. A sorpresa, il capitano sarà Julian Draxler, classe '93, che è anche il tedesco con più presenze in nazionale (30).
Per il resto, tanti esordi e facce nuove: Trapp, Plattenhardt, Demirbay, Stindl, Younes e Wagner hanno esordito per la prima volta giusto qualche giorno fa. Per il resto, solo 8 giocatori su 23 hanno più di 10 presenze con la Germania; sarà tutto un esperimento, perché molti dei big - da Neuer a  Müller, passando per Hummels, Kroos e Özil - sono rimasti a casa.

Julian Draxler, 23 anni, capitano di una Germania sperimentale.

Le previsioni non sono facili, ma in un torneo come la Confederations Cup sembra tutto più facile. I giorni sembrano avere un esito scontato e preparano la tavola per due semifinali annunciate (in grassetto le qualificate alla finale):

Portogallo-Germania
Cile-Messico

Pronosticare un Portogallo-Cile sarebbe la giusta finale per un quadriennio di sorprese. Se escludiamo la Germania campione del Mondo, il Messico vincitore in Gold Cup e (forse) la Nuova Zelanda campione di Oceania, abbiamo quattro sorprese e mezzo presenti a questa Confederations Cup (più una padrone di casa non favorita). La finale tra due sorprese come Portogallo e Cile - almeno per come sono apparse nelle loro rispettive competizioni - sarebbe il giusto sipario a questa follia. 

Ciao, Confederations Cup. Mi mancherai.

Giugno 2013: il Brasile distrugge la Spagna campione del Mondo per 3-0.

4.6.17

Un'altra volta.

Nove finali giocate, solo due vittorie. Dall'altra parte, 14 ultimi atti, solo tre sconfitte. Forse è veramente tutta qui la differenza tra Juventus e Real Madrid, che ieri si sono affrontate al "Millennium Stadium" di Cardiff per la finale di Champions League. Il trionfo dei Blancos - 4-1 e secondo tempo senza storie - è lo specchio di due viaggi che sono a un diverso punto del proprio percorso.

Cristiano Ronaldo, 32 anni, esulta dopo uno dei due gol in finale.


Se l'anno scorso è sembrata una serata fortunata contro l'Atlético Madrid di Simeone, questa finale gallese ha definitivamente sdoganato Zinedine Zidane come abile maestro. Ha imparato dai migliori, è stato uno dei giocatori più forti degli ultimi vent'anni, è un ottimo gestore di uomini e ha una squadra fenomenale dalla sua. Questo è il Real che meglio combina quadratura e forza tecnica degli ultimi vent'anni.
La vittoria dei Blancos è stata costruita sulla prestazione-chiave di tre uomini: Dani Carvajal, che sta vivendo un grande momento di forma e ha di fatto distrutto Alex Sandro; Luka Modric, capace di equilibrare il tutto con grande sapienza; Casemiro, che non solo ha segnato il 2-1 che ha spezzato la gara, ma è stato ancora una volta il pezzo mancante del puzzle di Zidane, come a Milano un anno fa.
Qualcuno potrebbe dire che l'esclusione di Cristiano Ronaldo sia sorprendente. In realtà, non lo è. Anzi, il portoghese ha giocato la miglior finale delle ultime tre con il Real Madrid: a Lisbona segnò solo su rigore a gara finita e a Milano, nonostante il rigore decisivo messo alle spalle di Oblak, giocò da mezzo infortunato e non incise sull'andamento della gara.
A Cardiff, invece, le cose sono andate diversamente. Come qualcuno ha sottolineato nel pre-gara, il Ronaldo dell'ultimo anno non è più l'essere bionico che abbiamo conosciuto: ha fatto tanti gol anche in questa stagione, ma è stato messo a riposo quando serviva e ha partecipato di meno alla manovra di squadra, rendendo fondamentale la presenza di Benzema e Isco nell'undici iniziale. Eppure, doppietta e si parla già di quinto Pallone d'Oro.
La domanda per Zidane è semplice: cosa si può fare di meglio con questo Real Madrid, dopo aver vinto tutto quello che c'era da vincere? Qualcuno ha scherzato sul ritiro, ma forse al Real non c'è mai veramente fine alla grandezza. Questa squadra ha vinto tre delle ultime quattro Champions e nel 2015 è uscita per mano della Juventus, quando la squadra di Allegri giocò un grandissimo doppio confronto per eliminare Ancelotti e i suoi ragazzi.


La grandezza di Modric per chiudere la gara e ogni discorso sull'assegnazione della Champions.

Dopo aver giocato un buon primo tempo (direi addirittura superiore a un Real stranamente timido), una Juventus rinunciataria è tornata sul terreno di gioco dopo l'intervallo. Nessuno spunto, un colpo di testa di Alex Sandro a lato come massimo sforzo. A quel punto, la vittoria del Real non è diventata solo scontata, ma persino meritata, diventando esagerata nel punteggio.
I gol di Ronaldo, Casemiro e Marcos Asensio ci fanno chiedere da cosa ripartirà Massimiliano Allegri. Insieme a Jardim e Zidane, è stato probabilmente il miglior allenatore di quest'annata. Un trionfo in Champions ne avrebbe segnato per sempre la grandezza, ma siamo alla seconda finale persa in tre anni. E questa fa ancora più male, per un motivo preciso.
Il motivo sta nell'avversario e nel contesto: nel 2015, la Juventus arrivò quasi per miracolo alla finale di Berlino, salvo perdere con il super-Barcellona del primo anno di Luis Enrique. Nessuno si sarebbe aspettato di vederli vincitori, eppure la Juve andò sull'1-1 e sfiorò persino il vantaggio. Tutto diverso a Cardiff: è arrivata una reazione, poi è scomparsa tutta la squadra nella ripresa.
Ora da dove si può ripartire? Dallo stesso gruppo, che però avrà un anno in più. Barzagli è stato già centellinato quest'anno, per Buffon sarà l'ultima chance, mentre Chiellini, Marchisio, Dani Alves e Higuain non stanno diventando più giovani. In sintesi: questo gruppo può arrivare a Kiev nel maggio 2018, ma è molto più difficile.
L'impressione, però, è che manchi qualcosa in Champions: la Juventus ha giocato nove finali, perdendone sette. Ha consegnato la prima Champions ad Amburgo e Borussia Dortmund, ha perso due volte con il Real Madrid, con il Milan. Sembra esserci quasi una difficoltà ambientale nella rincorsa alla coppa dalle grandi orecchie. Lo sguardo malinconico di Buffon nella premiazione ci consegna un problema più grandi di quello tecnico.

Gianluigi Buffon, 39 anni, alla terza finale persa in Champions.

31.5.17

ROAD TO JAPAN: Yoshiaki Komai (駒井 善成)

Buongiorno a tutti e benvenuti al quinto numero di "Road to Japan", la rubrica che ci consente di visionare il maggior numero di talenti presenti nel panorama nipponico. Oggi ci spostiamo a Saitama, dove gli Urawa Reds stanno facendo una gran stagione. Merito degli esterni: se di Ugajin e Sekine abbiamo già parlato in episodi precedenti, oggi lo spazio tocca a Yoshiaki Komai.

SCHEDA
Nome e cognome: Yoshiaki Komai (駒井 善成)
Data di nascita: 6 giugno 1992 (età: 24 anni)
Altezza: 1.68 m
Ruolo: Esterno destro, ala
Club: Urawa Red Diamonds (2016-?)



STORIA
Nato a Yamashina-ku (municipio nella parte sud-est di Kyoto, quasi al confine con la prefettura di Shiga), Yoshiki Komai ha frequentato la Dodo Elementary School, dove incrociò - non sapendolo - Takashi Usami, un altro promettente ragazzo della leva '92. L'ex Gamba Osaka dirà un decennio più tardi di lui: «Quando lo sfidai per la prima volta, fui scioccato: mi impressionò».
Cresciuto nel Kyoto Sanga, vi è entrato nel 2005 e non è più uscito dai suoi ranghi. Con i suoi giovani compagni - tra cui Yuta Ito, Takumi Miyayoshi, Riki Harakawa e Yuya Kubo - fece brillare il vivaio del club, che aveva un futuro promettente con questi ragazzi. Il progetto non si è potuto realizzare, ma ciò nonostante rimane l'ottimo lavoro fatto dal Sanga nella crescita dei propri giovani.
Tra di essi, Komai fu uno dei primi a esordire: il Kyoto Sanga non ha più fatto ritorno in J1 dal 2010, ma l'ala ha esordito la stagione successiva. La decisione del club fu chiara: dare al tecnico Takeshi Oki giovani da coltivare, con la speranza di tornare in J1 una volta che fossero maturati. E il 2011 regalò un'immediata soddisfazione, con il raggiungimento della finale della Coppa dell'Imperatore, tutta in salsa J2 (vinse il FC Tokyo 4-2).
Tuttavia, quella generazione fornirà diversi giocatori al calcio giapponese, senza però veramente incidere sul destino del Kyoto Sanga. Il club raggiunge i play-off due volte dopo due terzi posti e nel 2013 arriva in finale, salvo perderla contro lo sfavorito Tokushima Vortis. Pur essendo diventato capitano a 22 anni e provando tanto amore per il club, Komai capisce che è il momento di partire dopo il 17° posto del 2015.
Nonostante il pubblico si muova per trattenere il capitano (nativo della regione), Komai conferma l'addio: «Ci ho pensato a lungo, ma credo sia il momento giusto per andare». La scelta è Saitama, sponda Urawa Reds, dove il gioco di Petrovic potrebbe vederlo tagliato fuori. In realtà, Komai si adatta velocemente e anzi si rivela una preziosa scelta a gara in corso (è subentrato in ben 18 partite durante il 2016).

CARATTERISTICHE TECNICHE
A Kyoto lo chiamavano "Genius Dribbler", proprio perché le sue abilità nel dribbling sono ben note e sono state rifinite nel lungo periodo di Kyoto, durante il quale ha giocato da ala e ha spesso puntate le difese avversarie palla al piede. Non solo: il ragazzo è dotato di una velocità fulminante, tanto da raggiungere i 50 metri in 6,5 secondi netti.
A questo si aggiunge una grande duttilità: ha giocato avanti, dietro, in mezzo e soprattutto sui lati. Per via dei tanti cambi tecnici negli ultimi due anni a Kyoto e del nuovo approccio a Saitama, è stato provato in posizioni diverse. Fisicamente deve irrobustirsi, ma è bello vedere un giapponese così duttile a livello tattico. Un punto da migliorare a tutti i costi? Il tiro. Ci prova troppo poco e ha segnato appena sei gol nelle ultime tre stagioni e mezzo.

STATISTICHE
2011 - Kyoto Sanga FC: 28 presenze, 2 reti
2012 - Kyoto Sanga FC: 35 presenze, 7 reti
2013 - Kyoto Sanga FC: 42 presenze, 4 reti
2014 - Kyoto Sanga FC: 42 presenze, 1 rete
2015 - Kyoto Sanga FC: 38 presenze, 4 reti
2016 - Urawa Red Diamonds: 34 presenze, 0 reti
2017 - Urawa Red Diamonds (in corso): 18 presenze, 1 rete

NAZIONALE
Per Komai sarà quasi impossibile farsi strada in nazionale: il reparto esterni - sia in avanti che in difesa - è particolarmente ricco. Nel 4-3-3 impostato da Halilhodzic negli ultimi anni, Komai potrebbe ricoprire il ruolo di esterno d'attacco. Ciò nonostante, la speranza è di vederlo con la Nippon Daihyo almeno per una gara, come premio per quanto fatto sinora in carriera.

LA SQUADRA PER LUI
Ho sempre fatto discorsi d'acquisto relativi all'età e alle caratteristiche tecniche; qui, invece, voglio passare a quelle tattiche. Ci sono pochi giocatori che a quasi 25 anni hanno giocato in così tanti ruoli, disimpegnandosi bene quasi ovunque in mezzo al campo. Komai è uno di quei jolly che non si trova spesso e che può cambiare l'inerzia anche a gara in corso.

29.5.17

UNDER THE SPOTLIGHT: Rodolfo Pizarro

Buongiorno a tutti e benvenuti al quinto numero di "Under The Spotlight", la rubrica che cerca di scoprire i talenti in giro per il mondo. Siamo in ritardo rispetto alle solite scadenze (solitamente questo spazio è a metà mese), ma abbiamo fatto un'eccezione per un talento messicano, reduce da un importante cambio di maglia: Rodolfo Pizarro.

SCHEDA
Nome e cognome: Rodolfo Gilbert Pizarro Thomas
Data di nascita: 15 febbraio 1994 (età: 23 anni)
Altezza: 1.73 m
Ruolo: Trequartista, esterno destro di centrocampo
Club: Guadalajara (2017-?)



STORIA
Nato a Tampico (sulla costa nord-orientale dello stato), il piccolo Rodolfo crescse in una famiglia di calciatori e quindi il suo legame con il pallone è in realtà molto precoce. Entrato nelle giovanili del Pachuca (club per il quale deve spostarsi più in là sulla costa orientale), non ne uscirà più e ne diventerà protagonista.
Già a 18 anni colleziona il suo esordio, ma il Pachuca non è un club di testa nella Liga MX, anzi: galleggia a metà classifica. Ciò nonostante, è il contesto ideale per crescere e svilupparsi senza fretta: fatica un po' a trovare la rete (appena tre reti nelle prime tre stagioni da pro), ma il tecnico uruguayano Diego Alonso riesce a limare questa debolezza.
E così il 2015-16 è l'anno dell'esplosione, sua e della sua squadra: il Pachuca arriva secondo nel Clausura 2016 (il girone di ritorno della Liga MX) e va giocarsi il titolo nella finale contro Monterrey, vincendo con un complessivo 2-1. Intanto, Pizarro arriva finalmente a sette reti stagionali, riuscendo a superare in una stagione i suoi limiti.
Normale che qualcuno lo noti, ma non dall'estero: troppo presto. Il Chivas di Guadalajara decide di prelevarlo con una cifra-monstre (14 milioni di dollari!) e lo mette a disposizione di Matias Almeyda, allenatore dei Rojiblancos. Un acquisto avvenuto a metà stagione, mentre il Pachuca s'incammina verso la vittoria della CONCACAF Champions League senza di lui.
In ogni caso, la seconda parte di stagione a Guadalajara l'ha visto ancora più protagonista: 16 presenze, 6 reti e immediatamente due trofei, tra cui il titolo messicano e la Copa MX. Vittorie nelle quali Pizarrin è stato fondamentale, tanto da stupire molti per i progressi e prendersi qualche rivincita dopo un infortunio che l'ha tenuto fuori nel finale di 2016.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Pizarro può essere usato da trequartista o da esterno, anche se forse preferisce l'utilizzo in quest'ultimo ruolo, dove può sfogare al meglio le sue doti, che si rifanno soprattutto a un'ottima visione di gioco: partendo dalla fascia, può sembrare molto incline al dribbling, ma in realtà viene pressato in maniera minore e ha più spazio per i suoi laser pass.
Fisicamente e forse anche atleticamente deve migliorare, perché il ritmo di gioco non è da dinamo (come, per esempio, il suo ex compagno al Pachuca Hirving Lozano), ma Pizarro è dotato anche di buon tiro. Peccato che non lo usi molto, perché spesso lontano dalla porta: Almeyda dovrà lavorare anche su quest'aspetto del ragazzo.

STATISTICHE
2012/13 - Pachuca: 25 presenze, 1 rete
2013/14 - Pachuca: 42 presenze, 0 reti
2014/15 - Pachuca: 47 presenze, 2 reti
2015/16 - Pachuca: 42 presenze, 7 reti
2016/17 - Pachuca: 7 presenze, 0 reti
2016/17 - Guadalajara: 16 presenze, 6 reti

NAZIONALE
Come molti talenti e connazionali, Pizarro è passato per tutta la trafila delle varie Under, arrivando recentemente a esordire in nazionale maggiore. A sorpresa, è stato meno osservato: ha giocato per l'U-23 nelle Olimpiadi di Rio 2016 (è andato a segno nella gara d'apertura contro la Germania) e in generale ci ha messo più tempo per arrivare a certi traguardi.
Il premio di giocare per El Tri è arrivato nel marzo 2014, salvo ritornare in nazionale solo due anni più tardi: per ora lo score è fermo a sei presenze e una rete, quella al Senegal in un'amichevole. Tuttavia, se la crescita sarà la stessa vista a Guadalajara, non è da escludere che possa esserci un posto per lui sull'aereo che porterà il Messico in Russia nel 2018.

LA SQUADRA PER LUI
Ovviamente sarà difficile strapparlo in maniera immediata al Chivas di Guadalajara, visto che la stagione si è conclusa positivamente e il ragazzo ha bisogno di limare alcune debolezze. Tuttavia, nulla impedisce di comprarlo e lasciarlo in prestito per un anno in Messico. In Liga farebbe le fortune di molti.