24.6.17

Capitano infinito.

Ci sono bandiere, poi ce ne sono altre che lo sono ancora più di altre. Che vengono esaltate di meno, perché magari legate a contesti meno conosciuti. Perché magari non hanno avuto la fortuna di vivere il periodo migliore della loro nazionale. O più semplicemente perché sono professionisti silenziosi. Qualunque ragione scegliate, c'è Timmy Simons dentro tutte e tre.

Timmy Simons, 40 anni, con la maglia del Club Brugge (© Photo News).

Stessa età di Francesco Totti, Simons nasce nel dicembre '76 a Diest, nella parte nord-est del Belgio, quasi confinante con l'Olanda. Proprio nel Bramante Fiammingo, Simons cresce al KTH Diest, prima che il destino gli regali la prima opportunità da pro nella squadra della città-natale, poi due anni al Lommel (oggi scomparso dalle mappe del calcio belga).
Eppure quell'esperienza gli regala il legame che lo segnerà per tutta la sua carriera: nell'estate 2000, Simons passa al Club Brugge, una delle grandi della Jupiler Pro League. Allo Jan Breydel Stadium, il mediano contribuisce al ritorno ai successi per i Blauw-Zwart, con la conquista di due campionati, altrettante coppe nazionali e tre supercoppe di Belgio. Tutto prima di lasciare il FCB una prima volta.
Già, perché l'offerta del PSV Eindhoven è irrinunciabile: il club olandese la stagione precedente ha sfiorato la finale di Champions League ed è un'occasione d'oro, nonostante Simons sia appena stato nominato capitano. Il mediano rimane cinque stagioni in Olanda, tanto da diventare vice-capitano da subito, capitano dopo l'addio di Philipp Cocu e prendersi addirittura il numero 6, precedentemente appartenuto a Mark van Bommel (che nel frattempo se n'è andato prima al Barcellona, poi al Bayern Monaco).
Dopo cinque anni, però, è tempo di una nuova avventura, nonostante i 34 anni sulla carta d'identità. Simons trova una nuova casa professionale a Norimberga, dove il club locale milita in Bundesliga. Ci vuole poco perché TS diventi un idolo anche in Germania: gioca tutte le 102 gare dei tre campionati passati a Norimberga e nel 2011-12 diventa persino il giocatore con più chilometri percorsi in campo durante quell'annata. A 36 anni.

Recentemente ha ricevuto anche un premio alla carriera: a darlo, c'era Philipp Cocu, con cui ha giocato al PSV Eindhoven.

Forse Simons avrebbe potuto chiudere la carriera lì. Nessuno lo avrebbe rimproverato; invece, Simons ha continuato ed è tornato al primo grande amore, quel Club Brugge che lo stava aspettando a braccia aperte, con la fascia da capitano nuovamente sul suo braccio. Il resto è storia: un'altra coppa, un altro titolo nazionale e un'altra supercoppa per il FCB. Il contratto doveva durare fino al giugno 2015, ma...
Tutto questo senza dimenticare il suo impegno con il Belgio: a oggi, Timmy Simons è secondo nella classifica all-time delle presenze con la nazionale. Ben 94 le volte in cui è sceso in campo per i Diavoli Rossi (-2 da Jan Ceulemans, nonché giocatore più vecchio a scendere in campo per il Belgio), più un Mondiale disputato nel 2002 e la fascia di capitano indossata dal 2004 al 2009, quando il calcio belga aspettava i suoi giovani fenomeni.
Ora ci si chiede se Simons possa continuare: lui ha un contratto con il Club Brugge fino al giugno 2018 (prolungato proprio nel maggio scorso) e ha giocato 41 partite tra campionato, coppa ed Europa nell'ultima stagione, ma sta invechiando. Sembra passata una vita dal 2002, dal Mondiale in Corea e Giappone, dalla Scarpa d'Oro vinta in Belgio come miglior giocatore di quell'annata.
Lo anche Simons, che ha chiesto di vivere un'ultima stagione al Club Brugge in chiave minore, magari centellinandosi: non è un caso che il club abbia già provveduto a comprare un altro mediano, il giovane Marvelous Nakamba, centrocampista dello Zimbabwe arrivato dal Vitesse proprio in questa sessione estiva per cinque milioni di euro.
Spesso si tira fuori il concetto di "capitan futuro". Varie squadre e ambienti lo utilizzano, perché in fondo si cerca sempre l'erede al grande re, al rappresentante massimo di un certo club. Non è una novità e questa cosa non cambierà; tuttavia, la storia di Timmy Simons rappresenta un esempio di come si possa rimanere sempre legati a un ambiente, anche da lontano. Un capitano infinito, insomma.

Simons ha giocato anche 94 partite con la nazionale belga.

17.6.17

UNDER THE SPOTLIGHT: David Babunski

Buon pomeriggio a tutti e benvenuti a "Under The Spotlight", la rubrica che prova a recensire i talenti che si trovano in giro per il mondo. Oggi ci spostiamo in un ambito a me familiare come il Giappone, dove questa primavera è arrivato un uomo discusso, ma soprattutto un ex prodigio: che Yokohama possa rilanciare definitivamente David Babunski?

SCHEDA
Nome e cognome: David Babunski
Data di nascita: 1 marzo 1994 (età: 23 anni)
Altezza: 1.74 m
Ruolo: Centrocampista, mezzala
Club: Yokohama F. Marinos (2017-?)



STORIA
A soli 12 anni, Babunski - nato e cresciuto a Skopje, capitale della Macedonia - viene notato dal Barcellona, che lo preleva dall'UDA Gramenet, altra società giovanile della Catalogna. La Masia è un posto dove notoriamente non si gioca solamente a calcio, ma s'incarna una certa mentalità di gioco, che Babunski ha assorbito in maniera tale da scalare le gerarchie del calcio blaugrana.
La sua storia ha fatto così eco in Macedonia che già nel 2011 - quando ancora doveva esordire con la seconda squadra in Segunda Division - il suo nome è quello prescelto per il premio di "Giovane sportivo dell'anno" nel paese. La famiglia aveva già esperienza nel campo: il padre Boban è stato un difensore che ha giocato in Spagna, proprio come il fratello di David, Dorian (classe '96, ex attaccante del Real Madrid.
Nel 2013, il Barcellona ha promosso ufficialmente Babusnki nella squadra B, quella che gioca in seconda divisione. Nonostante le grandi doti a disposizione, il macedone non è mai riuscito a imporsi veramente come titolare: 19, 16 e 13 presenze in due anni e mezzo sotto gli ordini prima di Eusebio Sacristán, poi di Gerard López. E una sola rete, contro l'Alcorcon nell'ultima giornata del 2013-14.
La separazione - datata gennaio 2016 - è un addio consumato dopo un lungo distacco: Babunski non è riuscito a sfondare, ma al tempo stesso non è come gli altri calciatori. Meno appariscente e più legato alla realtà, il macedone si sente fuori posto al Barca e decide per la separazione consensuale. La mezzala si è avvicinata a casa, firmando con la Stella Rossa di Belgrado e vincendo il campionato.
Tuttavia, come il padre si trasferì in Giappone nel '96, anche David alla fine ha scelto la J. League per ripartire. Ma se Boban Babunski scelse il Gamba Osaka, David si è spostato più a nord: vicino Tokyo, lo Yokohama F. Marinos aveva bisogno disperato di un giocatore nel mezzo tecnicamente forte e capace di segnare. La prima gara contro gli Urawa Red Diamonds - chiusa con un gol - ha dimostrato che la scelta promette bene.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Tatticamente preferisce spaziare nella zona centrale: ha una discreta visione di gioco e soprattutto un ottimo tiro, che gli consentono di essere sia centro creativo della squadra che creatore di pericoli per gli avversari. Fisicamente e atleticamente non sembra fortissimo, ma a volte - se il potenziale esplode come deve - questi ostacoli sono superabili. In fondo, Babunski ha una tecnica e una lettura di gioco sconosciuta a tanti.

STATISTICHE
2013-14 - Barcellona B: 19 presenze, 1 reti
2014-15 - Barcellona B: 16 presenze, 0 reti
2015-16 - Barcellona B: 13 presenze, 0 reti / Stella Rossa: 6 presenze, 0 reti
2016-17 - Stella Rossa: 7 presenze, 0 reti
2017 - Yokohama F. Marinos (in corso): 14 presenze, 2 reti

NAZIONALE
Siccome parliamo di un piccolo prodigio in un paese dalla reputazione calcistica poco sviluppata, è stato normale vedere Babunski esordire a soli 19 anni in nazionale maggiore. Per ora le presenze sono solo nove, ma soprattutto l'ex Barcellona ha contribuito a portare l'U-21 all'Europeo di categoria (oggi la Macedonia giocherà la prima partita del suo torneo: ha eliminato la Francia nel girone). Ora si aspetta che Babunski possa prendere in mano l'eredità di Goran Pandev anche con i grandi.

LA SQUADRA PER LUI
Onestamente la scelta di mollare il Barcellona denota come Babunski sia più interessato al contesto in cui giocare piuttosto che al nome del club con il quale scendere in campo. Anche la scelta del Giappone - pur essendosi appena riavvicinatosi a casa e, per giunta, con la Stella Rossa, club di fama europea - denota l'attenzione ad altri criteri. Still, rivederlo in Liga sarebbe interessante, così come vederlo in qualche squadra di Serie A che ha disperatamente bisogno di un giocatore così.

15.6.17

Confederations Cup 2017 – L'ultima volta

L'ultima volta. O almeno così dovrebbe essere per la Confederations Cup, che dagli anni '90 infesta le estati pre-Mondiale. Una prova generale spesso sottovalutata, la vera competizione che ha una sua equità e democrazia nel panorama del calcio Mondiale, ma che potrebbe essere all'ultima recita. Nel 2021, la CC potrebbe esser sostituita da altro: in Russia, c'è la chance di ultimo saluto.

Gianni Infantino, 47 anni, e Vladimir Putin, 64, a colloquio.

Gruppo A - Russia, Nuova Zelanda, Portogallo, Messico

Il crollo di Euro 2016, la diminuita potenza economica e lo spazio a nuove realtà (lo Spartak Mosca ha rivinto il campionato dopo 16 anni, il Rostov FC ha giocato in Champions) fanno pensare che il momento del movimento calcistico russo non sia dei migliori.
L'età-media della squadra scelta da Stanislav Cherchesov è parecchio alta (ben 11 giocatori hanno o superano i 30 anni), mentre i giovani ci sono, ma non sappiamo quanta fiducia avranno da qui al Mondiale del prossimo anno. Uscire al primo turno non è impossibile (non accade a una squadra padrone di casa dal 2001).

   Dopo aver faticosamente vinto l'OFC Nations Cup nel 2016 (un successo che dimostra come la competitività si stia livellando in Oceania), la Nuova Zelanda torna alla Confederations Cup dopo otto anni. La speranza è di fare meglio del 2009, visto anche l'inserimento nel girone più facile.
Grazie alla guida di Anthony Hudson, gli All Whites si sono risollevati al 95° posto del Ranking FIFA, quando nell'aprile-maggio del 2016 avevano toccato il punto più basso della loro storia (161°!). Senza Winston Reid, il capitano sarà Chris Wood, nel momento migliore della sua carriera; tra i 23, ci sarà spazio persino per un classe '97.

Sebbene il trionfo di Euro 2016 rimanga un mistero ai miei occhi, l'incredibile gol di Eder vale una prima storica per il Portogallo, che partecipa alla Confederations Cup con il sogno di vincerla, certamente con l'obiettivo di arrivare almeno sul podio. I lusitani sono i più forti del girone e possono contare su un'ottima rosa.
Non ci saranno due uomini-chiave dell'avventura in Francia: João Mário è infortunato, mentre Renato Sanches si è forse pentito di aver firmato per il Bayern dopo la prima stagione in Baviera. Ci sarà l'ultimo ruggito per alcuni, mentre altri sfrutteranno la manifestazione per prendersi un posto da titolari. E Cristiano Ronaldo vuole aggiungere un'altra coppa al suo palmarès.

Di Juan Carlos Osorio abbiamo parlato in lungo e in largo, ma il suo lavoro con il Messico è veramente invidiabile. Se escludiamo il 7-0 rimediato dal Cile nella Copa América Centenario (comunque poi la Roja ha vinto la Copa, eh...), Osorio sta facendo tutto per bene. Il Messico potrebbe essere ai Mondiali già da settembre.
Intanto, però, c'è la Confederations Cup, già vinta nel '99. L'obiettivo è il superamento del girone, ma c'è anche da lanciare diverso materiale (Salcedo, Damm, Lozano), nonché omaggiare El Gran Capitan, quel Rafa Márquez che si prepara a giocare il suo 17° torneo internazionale.

Cristiano Ronaldo, 32 anni, sogna la vittoria in Russia.

Gruppo B - Camerun, Cile, Australia, Germania

 Il miracolo di Hugo Broos continua: dopo aver alzato inaspettatamente la Coppa d'Africa a gennaio contro il favorito Egitto, il Camerun spera di qualificarsi per Russia 2018 e soprattutto torna alla Confederations Cup a 14 anni di distanza dall'ultima volta, quando i Leoni Indomabili arrivarono in finale contro la Francia (e ahimè persero in campo Marc-Vivién Foé).
Due grandi portieri (Onana e Ondoa) si giocheranno il posto da titolare, ma ci saranno una marea di assenze. Solo tra i centrali non ci saranno N'Koulou, Chedjou e Matip (con questi ultimi due che già non c'erano a gennaio), mentre davanti N'Jie e Choupo-Moting non saranno della contesa. Ci si regge sulle solide spalle di Aboubakar, con Moukandjo capitano, ma passare il turno sarà dura.

Il canto del cigno, la chiusura di un grandissimo ciclo, iniziato forse addirittura con Bielsa, rinforzato con Sampaoli e che probabilmente si concluderà con Pizzi: questo è il Cile che si presenta alla Confederations Cup, forte del titolo conquistato nel 2015 e del bis ottenuto l'anno scorso contro l'Argentina.
Paradossalmente, il Cile può passare il turno e cercare il successo finale con una generazione che però è apparsa scarica in questa stagione: Bravo ha sbagliato tanto al City, Sanchez è frustrato da un Arsenal poco competitivo, Edu Vargas è finito in Messico. Vincere la Confederations Cup chiuderebbe un bellissimo quadriennio, anche perché la qualificazione in Russia non è così scontata in vista del prossimo Mondiale (anche se la Roja e l'Uruguay hanno il calendario più facile da qui alla fine).

Puri esperimenti: l'Australia ha bisogno di farne perché anche qui la partecipazione al prossimo Mondiale non è scontata e il 3-2 di una settimana fa sull'Arabia Saudita è stato in realtà molto difficile da ottenere. Si riparte dal gruppo che sta trascinando (a fatica) l'Australia negli ultimi tempi, con Postecoglou che forse dovrebbe salutare dopo il 2018, specie se non si tornasse in Russia la prossima estate.
Una squadra già in difficoltà ha dovuto rinunciare anche a Brad Smith e al capitano Mile Jedinak per infortunio. Due perdite gravissime, che rendono praticamente impossibile il già difficile obiettivo del passaggio del turno. 
Non è un bel momento neanche per gli altri (se escludiamo Aaron Mooy): Kruse e Troisi - rispettivamente match-winner della finale della Coppa d'Asia 2015 e n. 10 in pectore - sono senza un contratto. Ryan è dovuto tornare a Gent per trovare continuità doo Valencia. E nonostante le 37 primavere sulle spalle, Tim Cahill è ancora un riferimento.

Non si è nascosto Joachim Loew: fosse per lui, la Confederations Cup non attirerebbe tanto interesse. Lo si nota dalla squadra scelta, dalla priorità data all'U-21 (che andrà all'Europeo di categoria per vincerlo), ma questo non è un problema. La Germania sperimentale che si affaccerà in Russia rimane una squadra interessante. A sorpresa, il capitano sarà Julian Draxler, classe '93, che è anche il tedesco con più presenze in nazionale (30).
Per il resto, tanti esordi e facce nuove: Trapp, Plattenhardt, Demirbay, Stindl, Younes e Wagner hanno esordito per la prima volta giusto qualche giorno fa. Per il resto, solo 8 giocatori su 23 hanno più di 10 presenze con la Germania; sarà tutto un esperimento, perché molti dei big - da Neuer a  Müller, passando per Hummels, Kroos e Özil - sono rimasti a casa.

Julian Draxler, 23 anni, capitano di una Germania sperimentale.

Le previsioni non sono facili, ma in un torneo come la Confederations Cup sembra tutto più facile. I giorni sembrano avere un esito scontato e preparano la tavola per due semifinali annunciate (in grassetto le qualificate alla finale):

Portogallo-Germania
Cile-Messico

Pronosticare un Portogallo-Cile sarebbe la giusta finale per un quadriennio di sorprese. Se escludiamo la Germania campione del Mondo, il Messico vincitore in Gold Cup e (forse) la Nuova Zelanda campione di Oceania, abbiamo quattro sorprese e mezzo presenti a questa Confederations Cup (più una padrone di casa non favorita). La finale tra due sorprese come Portogallo e Cile - almeno per come sono apparse nelle loro rispettive competizioni - sarebbe il giusto sipario a questa follia. 

Ciao, Confederations Cup. Mi mancherai.

Giugno 2013: il Brasile distrugge la Spagna campione del Mondo per 3-0.

4.6.17

Un'altra volta.

Nove finali giocate, solo due vittorie. Dall'altra parte, 14 ultimi atti, solo tre sconfitte. Forse è veramente tutta qui la differenza tra Juventus e Real Madrid, che ieri si sono affrontate al "Millennium Stadium" di Cardiff per la finale di Champions League. Il trionfo dei Blancos - 4-1 e secondo tempo senza storie - è lo specchio di due viaggi che sono a un diverso punto del proprio percorso.

Cristiano Ronaldo, 32 anni, esulta dopo uno dei due gol in finale.


Se l'anno scorso è sembrata una serata fortunata contro l'Atlético Madrid di Simeone, questa finale gallese ha definitivamente sdoganato Zinedine Zidane come abile maestro. Ha imparato dai migliori, è stato uno dei giocatori più forti degli ultimi vent'anni, è un ottimo gestore di uomini e ha una squadra fenomenale dalla sua. Questo è il Real che meglio combina quadratura e forza tecnica degli ultimi vent'anni.
La vittoria dei Blancos è stata costruita sulla prestazione-chiave di tre uomini: Dani Carvajal, che sta vivendo un grande momento di forma e ha di fatto distrutto Alex Sandro; Luka Modric, capace di equilibrare il tutto con grande sapienza; Casemiro, che non solo ha segnato il 2-1 che ha spezzato la gara, ma è stato ancora una volta il pezzo mancante del puzzle di Zidane, come a Milano un anno fa.
Qualcuno potrebbe dire che l'esclusione di Cristiano Ronaldo sia sorprendente. In realtà, non lo è. Anzi, il portoghese ha giocato la miglior finale delle ultime tre con il Real Madrid: a Lisbona segnò solo su rigore a gara finita e a Milano, nonostante il rigore decisivo messo alle spalle di Oblak, giocò da mezzo infortunato e non incise sull'andamento della gara.
A Cardiff, invece, le cose sono andate diversamente. Come qualcuno ha sottolineato nel pre-gara, il Ronaldo dell'ultimo anno non è più l'essere bionico che abbiamo conosciuto: ha fatto tanti gol anche in questa stagione, ma è stato messo a riposo quando serviva e ha partecipato di meno alla manovra di squadra, rendendo fondamentale la presenza di Benzema e Isco nell'undici iniziale. Eppure, doppietta e si parla già di quinto Pallone d'Oro.
La domanda per Zidane è semplice: cosa si può fare di meglio con questo Real Madrid, dopo aver vinto tutto quello che c'era da vincere? Qualcuno ha scherzato sul ritiro, ma forse al Real non c'è mai veramente fine alla grandezza. Questa squadra ha vinto tre delle ultime quattro Champions e nel 2015 è uscita per mano della Juventus, quando la squadra di Allegri giocò un grandissimo doppio confronto per eliminare Ancelotti e i suoi ragazzi.


La grandezza di Modric per chiudere la gara e ogni discorso sull'assegnazione della Champions.

Dopo aver giocato un buon primo tempo (direi addirittura superiore a un Real stranamente timido), una Juventus rinunciataria è tornata sul terreno di gioco dopo l'intervallo. Nessuno spunto, un colpo di testa di Alex Sandro a lato come massimo sforzo. A quel punto, la vittoria del Real non è diventata solo scontata, ma persino meritata, diventando esagerata nel punteggio.
I gol di Ronaldo, Casemiro e Marcos Asensio ci fanno chiedere da cosa ripartirà Massimiliano Allegri. Insieme a Jardim e Zidane, è stato probabilmente il miglior allenatore di quest'annata. Un trionfo in Champions ne avrebbe segnato per sempre la grandezza, ma siamo alla seconda finale persa in tre anni. E questa fa ancora più male, per un motivo preciso.
Il motivo sta nell'avversario e nel contesto: nel 2015, la Juventus arrivò quasi per miracolo alla finale di Berlino, salvo perdere con il super-Barcellona del primo anno di Luis Enrique. Nessuno si sarebbe aspettato di vederli vincitori, eppure la Juve andò sull'1-1 e sfiorò persino il vantaggio. Tutto diverso a Cardiff: è arrivata una reazione, poi è scomparsa tutta la squadra nella ripresa.
Ora da dove si può ripartire? Dallo stesso gruppo, che però avrà un anno in più. Barzagli è stato già centellinato quest'anno, per Buffon sarà l'ultima chance, mentre Chiellini, Marchisio, Dani Alves e Higuain non stanno diventando più giovani. In sintesi: questo gruppo può arrivare a Kiev nel maggio 2018, ma è molto più difficile.
L'impressione, però, è che manchi qualcosa in Champions: la Juventus ha giocato nove finali, perdendone sette. Ha consegnato la prima Champions ad Amburgo e Borussia Dortmund, ha perso due volte con il Real Madrid, con il Milan. Sembra esserci quasi una difficoltà ambientale nella rincorsa alla coppa dalle grandi orecchie. Lo sguardo malinconico di Buffon nella premiazione ci consegna un problema più grandi di quello tecnico.

Gianluigi Buffon, 39 anni, alla terza finale persa in Champions.

31.5.17

ROAD TO JAPAN: Yoshiaki Komai (駒井 善成)

Buongiorno a tutti e benvenuti al quinto numero di "Road to Japan", la rubrica che ci consente di visionare il maggior numero di talenti presenti nel panorama nipponico. Oggi ci spostiamo a Saitama, dove gli Urawa Reds stanno facendo una gran stagione. Merito degli esterni: se di Ugajin e Sekine abbiamo già parlato in episodi precedenti, oggi lo spazio tocca a Yoshiaki Komai.

SCHEDA
Nome e cognome: Yoshiaki Komai (駒井 善成)
Data di nascita: 6 giugno 1992 (età: 24 anni)
Altezza: 1.68 m
Ruolo: Esterno destro, ala
Club: Urawa Red Diamonds (2016-?)



STORIA
Nato a Yamashina-ku (municipio nella parte sud-est di Kyoto, quasi al confine con la prefettura di Shiga), Yoshiki Komai ha frequentato la Dodo Elementary School, dove incrociò - non sapendolo - Takashi Usami, un altro promettente ragazzo della leva '92. L'ex Gamba Osaka dirà un decennio più tardi di lui: «Quando lo sfidai per la prima volta, fui scioccato: mi impressionò».
Cresciuto nel Kyoto Sanga, vi è entrato nel 2005 e non è più uscito dai suoi ranghi. Con i suoi giovani compagni - tra cui Yuta Ito, Takumi Miyayoshi, Riki Harakawa e Yuya Kubo - fece brillare il vivaio del club, che aveva un futuro promettente con questi ragazzi. Il progetto non si è potuto realizzare, ma ciò nonostante rimane l'ottimo lavoro fatto dal Sanga nella crescita dei propri giovani.
Tra di essi, Komai fu uno dei primi a esordire: il Kyoto Sanga non ha più fatto ritorno in J1 dal 2010, ma l'ala ha esordito la stagione successiva. La decisione del club fu chiara: dare al tecnico Takeshi Oki giovani da coltivare, con la speranza di tornare in J1 una volta che fossero maturati. E il 2011 regalò un'immediata soddisfazione, con il raggiungimento della finale della Coppa dell'Imperatore, tutta in salsa J2 (vinse il FC Tokyo 4-2).
Tuttavia, quella generazione fornirà diversi giocatori al calcio giapponese, senza però veramente incidere sul destino del Kyoto Sanga. Il club raggiunge i play-off due volte dopo due terzi posti e nel 2013 arriva in finale, salvo perderla contro lo sfavorito Tokushima Vortis. Pur essendo diventato capitano a 22 anni e provando tanto amore per il club, Komai capisce che è il momento di partire dopo il 17° posto del 2015.
Nonostante il pubblico si muova per trattenere il capitano (nativo della regione), Komai conferma l'addio: «Ci ho pensato a lungo, ma credo sia il momento giusto per andare». La scelta è Saitama, sponda Urawa Reds, dove il gioco di Petrovic potrebbe vederlo tagliato fuori. In realtà, Komai si adatta velocemente e anzi si rivela una preziosa scelta a gara in corso (è subentrato in ben 18 partite durante il 2016).

CARATTERISTICHE TECNICHE
A Kyoto lo chiamavano "Genius Dribbler", proprio perché le sue abilità nel dribbling sono ben note e sono state rifinite nel lungo periodo di Kyoto, durante il quale ha giocato da ala e ha spesso puntate le difese avversarie palla al piede. Non solo: il ragazzo è dotato di una velocità fulminante, tanto da raggiungere i 50 metri in 6,5 secondi netti.
A questo si aggiunge una grande duttilità: ha giocato avanti, dietro, in mezzo e soprattutto sui lati. Per via dei tanti cambi tecnici negli ultimi due anni a Kyoto e del nuovo approccio a Saitama, è stato provato in posizioni diverse. Fisicamente deve irrobustirsi, ma è bello vedere un giapponese così duttile a livello tattico. Un punto da migliorare a tutti i costi? Il tiro. Ci prova troppo poco e ha segnato appena sei gol nelle ultime tre stagioni e mezzo.

STATISTICHE
2011 - Kyoto Sanga FC: 28 presenze, 2 reti
2012 - Kyoto Sanga FC: 35 presenze, 7 reti
2013 - Kyoto Sanga FC: 42 presenze, 4 reti
2014 - Kyoto Sanga FC: 42 presenze, 1 rete
2015 - Kyoto Sanga FC: 38 presenze, 4 reti
2016 - Urawa Red Diamonds: 34 presenze, 0 reti
2017 - Urawa Red Diamonds (in corso): 18 presenze, 1 rete

NAZIONALE
Per Komai sarà quasi impossibile farsi strada in nazionale: il reparto esterni - sia in avanti che in difesa - è particolarmente ricco. Nel 4-3-3 impostato da Halilhodzic negli ultimi anni, Komai potrebbe ricoprire il ruolo di esterno d'attacco. Ciò nonostante, la speranza è di vederlo con la Nippon Daihyo almeno per una gara, come premio per quanto fatto sinora in carriera.

LA SQUADRA PER LUI
Ho sempre fatto discorsi d'acquisto relativi all'età e alle caratteristiche tecniche; qui, invece, voglio passare a quelle tattiche. Ci sono pochi giocatori che a quasi 25 anni hanno giocato in così tanti ruoli, disimpegnandosi bene quasi ovunque in mezzo al campo. Komai è uno di quei jolly che non si trova spesso e che può cambiare l'inerzia anche a gara in corso.

29.5.17

UNDER THE SPOTLIGHT: Rodolfo Pizarro

Buongiorno a tutti e benvenuti al quinto numero di "Under The Spotlight", la rubrica che cerca di scoprire i talenti in giro per il mondo. Siamo in ritardo rispetto alle solite scadenze (solitamente questo spazio è a metà mese), ma abbiamo fatto un'eccezione per un talento messicano, reduce da un importante cambio di maglia: Rodolfo Pizarro.

SCHEDA
Nome e cognome: Rodolfo Gilbert Pizarro Thomas
Data di nascita: 15 febbraio 1994 (età: 23 anni)
Altezza: 1.73 m
Ruolo: Trequartista, esterno destro di centrocampo
Club: Guadalajara (2017-?)



STORIA
Nato a Tampico (sulla costa nord-orientale dello stato), il piccolo Rodolfo crescse in una famiglia di calciatori e quindi il suo legame con il pallone è in realtà molto precoce. Entrato nelle giovanili del Pachuca (club per il quale deve spostarsi più in là sulla costa orientale), non ne uscirà più e ne diventerà protagonista.
Già a 18 anni colleziona il suo esordio, ma il Pachuca non è un club di testa nella Liga MX, anzi: galleggia a metà classifica. Ciò nonostante, è il contesto ideale per crescere e svilupparsi senza fretta: fatica un po' a trovare la rete (appena tre reti nelle prime tre stagioni da pro), ma il tecnico uruguayano Diego Alonso riesce a limare questa debolezza.
E così il 2015-16 è l'anno dell'esplosione, sua e della sua squadra: il Pachuca arriva secondo nel Clausura 2016 (il girone di ritorno della Liga MX) e va giocarsi il titolo nella finale contro Monterrey, vincendo con un complessivo 2-1. Intanto, Pizarro arriva finalmente a sette reti stagionali, riuscendo a superare in una stagione i suoi limiti.
Normale che qualcuno lo noti, ma non dall'estero: troppo presto. Il Chivas di Guadalajara decide di prelevarlo con una cifra-monstre (14 milioni di dollari!) e lo mette a disposizione di Matias Almeyda, allenatore dei Rojiblancos. Un acquisto avvenuto a metà stagione, mentre il Pachuca s'incammina verso la vittoria della CONCACAF Champions League senza di lui.
In ogni caso, la seconda parte di stagione a Guadalajara l'ha visto ancora più protagonista: 16 presenze, 6 reti e immediatamente due trofei, tra cui il titolo messicano e la Copa MX. Vittorie nelle quali Pizarrin è stato fondamentale, tanto da stupire molti per i progressi e prendersi qualche rivincita dopo un infortunio che l'ha tenuto fuori nel finale di 2016.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Pizarro può essere usato da trequartista o da esterno, anche se forse preferisce l'utilizzo in quest'ultimo ruolo, dove può sfogare al meglio le sue doti, che si rifanno soprattutto a un'ottima visione di gioco: partendo dalla fascia, può sembrare molto incline al dribbling, ma in realtà viene pressato in maniera minore e ha più spazio per i suoi laser pass.
Fisicamente e forse anche atleticamente deve migliorare, perché il ritmo di gioco non è da dinamo (come, per esempio, il suo ex compagno al Pachuca Hirving Lozano), ma Pizarro è dotato anche di buon tiro. Peccato che non lo usi molto, perché spesso lontano dalla porta: Almeyda dovrà lavorare anche su quest'aspetto del ragazzo.

STATISTICHE
2012/13 - Pachuca: 25 presenze, 1 rete
2013/14 - Pachuca: 42 presenze, 0 reti
2014/15 - Pachuca: 47 presenze, 2 reti
2015/16 - Pachuca: 42 presenze, 7 reti
2016/17 - Pachuca: 7 presenze, 0 reti
2016/17 - Guadalajara: 16 presenze, 6 reti

NAZIONALE
Come molti talenti e connazionali, Pizarro è passato per tutta la trafila delle varie Under, arrivando recentemente a esordire in nazionale maggiore. A sorpresa, è stato meno osservato: ha giocato per l'U-23 nelle Olimpiadi di Rio 2016 (è andato a segno nella gara d'apertura contro la Germania) e in generale ci ha messo più tempo per arrivare a certi traguardi.
Il premio di giocare per El Tri è arrivato nel marzo 2014, salvo ritornare in nazionale solo due anni più tardi: per ora lo score è fermo a sei presenze e una rete, quella al Senegal in un'amichevole. Tuttavia, se la crescita sarà la stessa vista a Guadalajara, non è da escludere che possa esserci un posto per lui sull'aereo che porterà il Messico in Russia nel 2018.

LA SQUADRA PER LUI
Ovviamente sarà difficile strapparlo in maniera immediata al Chivas di Guadalajara, visto che la stagione si è conclusa positivamente e il ragazzo ha bisogno di limare alcune debolezze. Tuttavia, nulla impedisce di comprarlo e lasciarlo in prestito per un anno in Messico. In Liga farebbe le fortune di molti.

18.5.17

Inaspettato, ma bellissimo.

Un 2-0 contro il St. Etienne, in un recupero nel quale bastava un punto per chiudere il discorso: così il Monaco interrompe la supremazia del Paris Saint-Germain e si aggiudica la Ligue 1, l'ottavo titolo della sua storia. Erano 18 anni che non si alzava il trofeo al Louis II e Leonardo Jardim ha vinto il titolo di manager dell'anno in Europa (sempre che Allegri non vinca la Champions...).

Il Monaco festeggia a fine gara la vittoria della Ligue 1.

Forse nessuno avrebbe scommesso su una Ligue 1 così aperta, lo stesso campionato che ha visto trionfare per quattro anni di fila il PSG, creando un dominio molto simile a quello vissuto in Italia con la Juventus. Ma se Roma e Napoli continuano a incagliarsi su diversi ostacoli, prima l'Olympique Lione ha sfiorato il titolo e poi il Monaco se l'è preso di forza, con un gioco spettacolare e fresco.
I 104 gol segnati ne sono la testimonianza: una macchina da guerra capace di strappare quattro punti al PSG, con il fondamentale 1-1 al Parco dei Principi, segnato negli ultimi secondi da Bernardo Silva. Forse è stato uno snodo basico di quest'annata, che ha visto il Monaco in semifinale di Champions League e di Coupe de France, nonché in finale di Coupe de la Ligue.
E pensare che 18 anni fa la squadra che alzò per ultima la Ligue 1 era molto diversa. Il Monaco aveva perso Thierry Henry giusto l'anno prima, mentre David Trezeguet trascorreva l'ultima stagione nel Principato prima di muoversi qualche chilometro più a sud, direzione Torino. Quell'estate il Monaco aveva salutato anche Ikpeba, accogliendo però i giovani Rafael Márquez e Marcelo Gallardo.
Gli avversari PSG e Lione rinunciano all'inseguimento del Monaco nelle ultime giornate: la squadra allenata da Claude Puel - all'epoca un giovane manager alla prima esperienza in assoluto - può contare sui nazionali francesi (Barthez, Sagnol, Giuly) e su un contingente straniero di livello (su tutti Riise, Costinha e soprattutto Marco Simone, bomber implacabile in Francia).
Nonostante 13 punti nelle ultime 10 giornate (un ritmo lento per chi vuole alzare il trofeo), il Monaco si accontenta della vittoria-chiave contro il PSG (1-0 a marca Trezeguet) e vince la Ligue 1 con ben sette punti di vantaggio. La squadra verrà smontata negli anni successivi, ma con Didier Deschamps potrà comunque raggiungere la finale di Champions League nel 2003-04.

Come il Monaco ha riconquistato il titolo dopo 18 anni.

Ci è voluto molto per riportare il Monaco a certi livelli. Anzi, su questo stesso blog, nel settembre 2014 si era temuto che la chiusura dei rubinetti da parte del patron russo Dmitry Rybolovlev potesse abbassare il sipario su qualunque sogno di gloria dei monegaschi. Ma è in quel momento che il proprietario del club monegasco ha fatto la miglior scelta della sua vita.
Leonardo Jardim non è stato mai abbastanza applaudito. Questo è un pensiero che ho fin dai suoi anni allo Sporting Lisbona, caduto in una crisi finanziaria tremenda e che Jardim trascinò di nuovo in Champions League nonostante i debiti. Anche in Grecia ha vinto un campionato, prima che lo ritenessero di troppo per motivi extra-calcistici (si parla di un affair con la moglie del presidente).
In ogni caso, il lavoro del tecnico portoghese è stato mostruoso: una squadra che ha basato la sua risalita sui colpi di mercato è riuscita a trasformarsi prima in una solida corazzata, poi in una formazione da puro spettacolo. E intanto Jardim è riuscito a ottenere due terzi posti, due grandi corse in Champions e il titolo di quest'anno.
Una gioia immensa quella monegasca, giustificata da una stagione oltre i propri limiti. Sapevamo che Jardim fosse un buon tecnico, ma ha fatto una metamorfosi incredibile: questo Monaco è totalmente diverso dal suo primo tentativo, quello del 2014-15, con il club che arrivò ai quarti di Champions con un calcio meno spumeggiante e più pragmatico.
E poi ha un che di poetico che l'ultimo gol per garantirsi il titolo sia arrivato da Valère Germain. Insieme a Subasic e Raggi, uno dei pochi rimasti da quei giorni trascorsi in Ligue 2, ad annaspare nelle torbide acque della seconda divisione. Anzi, l'anno scorso Germain aveva persino dovuto emigrare per emergere; ritornato alla base, è stato utilissimo e prezioso.
Tutto questo senza menzionare l'enorme patrimonio che il Monaco ha fatto maturare in questa stagione: da Fabinho (stella di cui non si parla abbastanza) a Jemerson, da Mendy a Sidibé, da Lemar a Carrillo, passando per le due stelle principali che potrebbero lasciare il Principato in estate. Se la partenza di Bernardo Silva non è neanche in discussione (United?), Kylian Mbappé farebbe bene a rimanere dov'è. Tanto ci pensa Jardim.

Leonardo Jardim, 42 anni, l'uomo dei miracoli nel Principato.

9.5.17

L'innominato.

A 22 anni, la sua carriera sembrava destinata al nulla. Uno dei tanti giovani che non trovano spazio, nonostante un talento coltivato in silenzio e il patrocinio del Manchester United, dov'è cresciuto. Eppure Tom Heaton non si è mai arreso e ha lavorato per arrivare dov'è ora: capitano del Burnley, membro della nazionale inglese e uno dei migliori portieri europei di quest'annata.

Heaton è arrivato al Burnley nell'estate 2013.

Da piccolo era indeciso sul da farsi, alternandosi tra porta e centrocampo, finché non è arrivato il Manchester United. All'epoca era un giovane del Wrexham, vecchia gloria del calcio inglese con sede in Galles; Tom viene scelto e si trasferisce nel sistema giovanili dei Red Devils, dove fa da back-up a Luke Steele (mai una gara in Premier League, oggi in Grecia).
Per sette anni, Heaton graviterà in orbita United, rimanendo di proprietà del Manchester: uscito dalle giovanili, è diventato il titolare delle riserve, per poi partire per un lungo tour. Heaton ha giocato in prestito con Swindon Town, Cardiff City, QPR (per tre mesi, un emergency loan), Rochdale e Wycombe. In totale, 73 partite giocate, ma zero con lo United.
A un certo punto, il portiere sente che andar via è la mossa giusta: «L'atmosfera si è infiammata per un paio di minuti (con Ferguson, ndr). Ho passato un periodo tremendo allo United: sono arrivato a 11 anni e, nonostante tutti gli sforzi fatti su di me, me ne stavo andando a parametro zero. In fondo, sapevo che era la decisione giusta. Ma Ferguson ha capito: è stato bello vedere che ha capito la mia decisione».
Libero da qualunque vincolo, Heaton torna in Galles, a Cardiff. Il suo competitor David Marshall s'infortuna e lui ha strada libera, conquistando anche il premio di giovane dell'anno per il club. Purtroppo nella stagione successiva il tecnico Malky Mackay non lo vede titolare, ma lui è comunque un eroe di coppa, trascinando i Bluebirds in finale di League Cup (persa con il Liverpool).
Bisogna ripartire di nuovo, nonostante il Cardiff City gli abbia offerto un nuovo contratto, ma dove? In Championship lo vogliono in tanti e Heaton sceglie Bristol: purtroppo il City naufraga e incassa ben 84 reti, con Heaton titolare in 43 delle 46 partite. Eppure i complimenti non gli vengono risparmiati e il contratto è annuale: ergo, addio Bristol e vai con il Burnley.
I Clarets devono ripartire dopo l'addio di Eddie Howe e due stagioni deludenti: Sean Dyche è il nuovo tecnico e ha già seguito Heaton al Watford, ma l'operazione non si è concretizzata. Lo descrive come dotato di una buona tecnica e pensa che il portiere sia uno dei pezzi fondamentali della sua squadra ideale. Avrà ragione: l'addio di Lee Grant è dimenticato e la difesa del Burnley è la meno battuta della Championship, con tanto di promozione.
Purtroppo la stagione successiva - la prima in Premier League, con l'esordio contro il Chelsea - vede il club scendere nuovamente in Championship con la peggior difesa del torneo. Eppure Heaton ha parato persino due rigori e ha giocato ogni minuto del campionato: le basi per ripartire ci sono, perché il Burnley is on the mission.

Save of the season. Senza dubbio. Heaton dirà nel post-gara: «Mi sono quasi rotto il braccio per parare il tiro di Ibrahimovic...».

C'è un motivo per il quale Heaton ha scelto (ed è rimasto a) Burnley: «Ho sempre voluto essere il titolare e credo che la (prima) promozione con il Burnley abbia giustificato l'addio allo United. Mio padre era un tifoso del Burnley, come mio nonno, e qui il calcio è il motore della città. In un momento in cui la Premier League è globale, è bello sapere che la città è così vicina alla squadra».
Votato giocatore dell'anno dai compagni, Heaton ha persino firmato un prolungamento fino al giugno 2018 dopo la retrocessione. Con Jason Shackell in partenza, il portiere è diventato capitano e il Burnley è tornato immediatamente in Premier League, da campione e imbattuto nel girone di ritorno. Non solo: Heaton è finito anche nella Top 11 della lega.
Il secondo approccio alla Premier, memori degli errori della prima volta, è stato migliore. Lo si vede dalla classifica: il Burnley non ha modificato la mentalità difensiva mostrata negli anni precedenti, ma è diventato più efficace. Ha saputo rimediare alle partenze e soprattutto ha in porta uno dei migliori goalies d'Inghilterra, con tanto di rinnovo fino al giugno 2020.
La consacrazione è arrivata nelle ultime due annate. Specie in questa, Heaton è per ora tra i Top 3 per il numero di saves in stagione: dietro una vita a Guillermo Ochoa (Malaga), appena a ridosso di Lukasz Skorupski (Empoli) e davanti di poco a Gigio Donnarumma (di cui non c'è bisogno di specificare la squadra, perché è l'U-17 più chiaccherato della storia).
Ai successi di club (il Burnley è praticamente salvo: +6 sulla terzultima), si aggiungono le soddisfazioni personali, come la chiamata dell'Inghilterra. Heaton ricorda che gli sono arrivati i complimenti di Ferguson e ha esordito con l'Australia in un'amichevole pre-Euro 2016 (dov'è andato tra i convocati): «Mi dispiace per come sia andato l'Europeo, pensavo saremmo andati lontano. Personalmente è stata una bella esperienza».
E ora c'è il futuro di cui parlare, perché sono abbastanza sicuro che Heaton sarà uno di quei portieri osservati quest'estate sul mercato (qualche voce c'è). Nonostante le 31 primavere, il portiere ha ottenuto 10 clean sheets e ha concesso 44 reti in 33 partite giocate: «Sarebbe fantastico rimanere in Premier League per costruire qualcosa nel tempo». Vedremo se l'innominato diventerà un protagonista a breve.

Tom Heaton, 31 anni, merita più considerazione in Inghilterra.

30.4.17

ROAD TO JAPAN: Yuma Suzuki (鈴木 優磨)

Buongiorno a tutti e benvenuti al quarto numero del 2017 per "Road To Japan", la rubrica che tenta di scoprire i migliori talenti del panorama nipponico. Oggi ci spostiamo a Ibaraki, dove dall'anno scorso è esplosa una stella, in questa stagione attesa alla conferma per il grande salto: Yuma Suzuki dei Kashima Antlers sembra avere tutte le caratteristiche per sfondare.

SCHEDA
Nome e cognome: Yuma Suzuki (鈴木 優磨)
Data di nascita: 26 aprile 1996 (età: 20 anni)
Altezza: 1.80 m
Ruolo: Prima e seconda punta
Club: Kashima Antlers (2014-?)



STORIA
Nato nella prefettura di Chiba (a Chōshi, la città più a Est della regione), in realtà Suzuki si ritrova quasi da subito coinvolto nella storia dei Kashima Antlers. In fondo, Kashima City dista poco dalla sua città-natale, vista che la prefettura di Ibaraki è quella immediatamente a Nord; già a sette anni, Suzuki è nelle giovanili del club.
Mentre il Kashima trionfa e alza diversi trofei al cielo, il ragazzo cresce per ben 11 anni nelle giovanili della squadra più vincente del Giappone. Yuma fa parte della compagine che trionfa nella J. Youth Cup del 2014, segnando il gol decisivo nei quarti di finale e poi aiutando i compagni a battere i pari-età del Gamba Osaka nella finale (solo dopo i calci di rigore).
Al Kashima hanno bisogno di qualche novità e così decidono di inserirlo gradualmente. Già dal 2014 sarebbe un giocatore registrato, ma non esordisce. Bisogna aspettare l'anno successivo, quando viene prima girato alla selezione U-22 che gioca in terza divisione (dove colleziona tre gol in nove gare: non male), poi esordisce. Con il botto.
In tre giorni gli cambia la carriera: il 9 settembre Yuma gioca la prima da pro in Coppa dell'Imperatore contro il FC Ryukyu, ma tre giorni più tardi entra nella gara di J. League contro il Gamba Osaka. Basta un quarto d'ora per trovare la prima rete di sempre, replicata da un altro gol al 90', stavolta quello decisivo al Kashiwa Reysol.
La strada è tracciata: alle spalle di Kanazaki (ormai utilizzato da punta), Suzuki guadagna spazio. Il merito è di Masatada Ishii, ex allenatore delle giovanili e promosso a head coach della prima squadra nel luglio 2015 al posto di Toninho Cerezo. Se l'ex Roma e Samp ci pensava di più sull'esordio dei giovani, Ishii non tituba e dà molto più spazio al classe '96.
I risultati si notano: 10 reti in 45 presenze tra campionato, coppe e la folle avventura nella FIFA Club World Cup, dove Suzuki segna il 3-0 all'Atlético Nacional e poi sfiora il 3-3 contro il Real Madrid, colpendo di testa la traversa. Fondamentale anche nella vittoria del campionato ai play-off, Suzuki quest'anno si è preso il 9 ed è partito forte, decidendo la Fuji Xerox Super Cup con una sua rete da rapace.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Il suo idolo è Cristiano Ronaldo (emulato persino nell'esultanza), ma il suo gioco disegna un altro profilo. Yuma Suzuki è sicuramente uno dei talenti più maturi nel panorama nipponico. Qualcuno lo ha paragonato a Shinji Okazaki e ne ha lodato lo spirito combattivo. 
Prima o seconda punta, è bravo a inserirsi negli spazi e ha un senso del gol che gli permette di sfruttare qualsiasi indecisione dell’avversario. La sua intelligenza e furbizia sembra quasi scavalcare le scarse attitudini fisiche. Se le capacità non mancano, c’è da chiedersi se la forza mentale, che spesso sconfina nella malizia, se non nella provocazione, non lo possa danneggiare a lungo termine.

STATISTICHE
2014 - Kashima Antlers: 0 presenze, 0 reti
2015 - Kashima Antlers: 10 presenze, 2 reti
2015 -  J. League U-22 Selection: 9 presenze, 3 gol
2016 - Kashima Antlers: 45 presenze, 10 reti
2017 - Kashima Antlers (in corso): 13 presenze, 5 reti

NAZIONALE
Il nome di Suzuki è importante anche in quest'ambito. Non nascondo una certa preoccupazione per il ruolo del centravanti, nel quale il Giappone continua a latitare e ad adattare soluzioni di ripiego (sempre che l'uso di Okazaki in quella posizione possa considerarsi "secondario"). Avere un nuovo protagonista aiuterebbe, non c'è dubbio.
Mentre assistiamo alla rinascita di Shinzo Koroki o alla grande stagione di Yu Kobayashi, Suzuki ha per ora collezionato solo una convocazione con l'U-23 in vista dell'Olimpiade di Rio (ma non è andato in Brasile: anche qui, perché?) e un vago interesse da parte del ct Vahid Halilhodzic. La strada è lunga.

LA SQUADRA PER LUI
La scelta migliore sarebbe quella di acquistarlo subito, magari lasciandogli sei mesi per ambientarsi. Personalmente è uno di quei giocatori che vorrei vedere in Italia. Ha la giusta personalità per provarci, le doti tecniche e tattiche sono più che discrete; potrebbe faticare fisicamente, ma senza un esperimento non lo sapremo mai. Al Chievo sarebbe l'ideale.

26.4.17

Il tesoro sommerso.

Nei giorni in cui il Chelsea si lancia alla conquista del doblete Premier League-FA Cup (per altro sfidando il resto del gotha della Londra calcistica: il Tottenham in campionato, l'Arsenal in finale di coppa), viene da pensare che il futuro possa riservare tante soddisfazioni ai Blues di Antonio Conte. Sarà più facile ottenerle sfruttando un elemento spesso sottovalutato in passato: i suoi giovani.

Ola Aina, 20 anni, è il nuovo che avanza in casa Chelsea.

Se Conte in questo fondamentale ha fatto dei passi in avanti, è strano notare come il Chelsea abbia avuto in rosa negli ultimi anni alcuni dei talenti più floridi passati per le mani del calcio europeo. Per fare un paio di esempi: Kevin de Bruyne è stato frettolosamente venduto da José Mourinho; stessa sorte è toccata a Romelu Lukaku, che oggi incanta la platea dell'Everton con i suoi gol.
Potremmo citare anche casi più marginali: Thorgan Hazard era solo "il fratello di Eden", invece al Gladbach si è costruito una sua credibilità; Patrick van Aanholt e Ryan Bertrand si sono trasformati in due da Premier, che forse avrebbero potuto essere riserve nei Blues; a queste, si aggiungono cessioni remunerative, ma chissà se bisognerà pentirsene (tipo Jeffrey Bruma).
In questo quadro, bisogna aggiungere le vittorie nella UEFA Youth League, dove il Chelsea ha trionfato sia nel 2014-15 che nel 2015-16. Sotto José Mourinho, pochi ragazzi hanno avuto una seria chance, nonostante il Chelsea l'anno scorso abbia concluso il campionato al decimo posto. Alcuni ragazzi sono dovuti emigrare per trovare la loro strada, seppur in prestito.
Eppure la lista di graduates dall'academy del Chelsea è lunga e importante: si passa da quelli che sono stati lanciati dal duo italiano Vialli-Ranieri (Duberry, Robert Huth, Forssell, Dalla Bona, Carlton Cole) a quelli venuti più tardi (Scott Sinclair, Fabio Borini, più quelli alcuni di quelli menzionati sopra). Il rischio è che ci sia una miniera d'oro che verrà dispersa per dare spazio a nomi da copertina.
Qualcosa è cambiato sotto la guida di Antonio Conte; sì, l'italiano preferisce affidarsi ai titolari e a personaggi più solidi, ma fortunatamente per i Blues il tecnico ex Juve ha concesso spazio a diversi volti. Prendiamo Victor Moses, che da tre anni andava in prestito ed è diventato indispensabile nel 3-4-3 del Chelsea, o Nathan Aké, che era in prestito al Bournemouth, ma è stato richiamato da Conte a gennaio.

7-1 in un derby di Londra, valido per il ritorno della semifinale di F.A. Cup giovanile.

Questi i nomi più famosi, perché la squadra vanta anche la presenza di Charly Musonda (anche lui tornato a Londra, ma per contrasti con il Betis), Ruben Loftus-Cheek (già lanciato da Mourinho), Dominic Solanke (che però dovrebbe lasciare il Chelsea a fine stagione) e Kenedy (anche lui richiamato da un prestito infruttuoso dal Watford di Mazzarri).
Ma le due buone notizie vengono dalla prossima stagione. La prima riguarda il ritorno di alcuni volti che sono ormai eccellenti prospetti: Andreas Christensen ha fatto benissimo al Gladbach e torna a Londra per giocarsi un posto da titolare, mentre i progressi di Bertrand Traoré e Tammy Abraham (rispettivamente con Ajax e Bristol City) non saranno certo passati inosservati nel quartiere generale dei Blues.
La seconda riguarda l'ottima crescita di quelli rimasti invece alla casa madre: il Chelsea ha triturato gli avversari sulla strada della FA Youth Cup (24 gol segnati e due subiti!) e stasera affronterà i pari-età del Manchester City in finale (la terza finale di fila: le prime due le hanno vinte i Blues), mentre ha dominato il South Stage della Professional U-18 Development League, in attesa di capire se trionferà anche nel Final Stage che assegna il titolo.
Tutto questo patrimonio - Kasey Palmer, Ola Aina, Isaiah Brown, Nathaniel Chalobah (tornato da Napoli la scorsa estate) - non fa che aumentare le attese per il futuro del Chelsea. Che magari perderà Diego Costa quest'estate (la Cina attira il centravanti), ma avrà una squadra più giovane e promettente per il 2017-18, al 99% in veste di campione uscente della Premier League.
E ciò ancora più valore nell'estate in cui il Chelsea perderà l'ultimo riferimento del passato, cioè quel John Terry che ha deciso di lasciare il club, annunciandolo giusto qualche giorno fa. Non ci sarebbe miglior modo di omaggiare quanto costruito in 18 anni assieme che dando ai giovani quel palcoscenico, specie se sono di questa bontà sul terreno di gioco.

John Terry, 36 anni, lascerà il Chelsea a fine stagione.

18.4.17

UNDER THE SPOTLIGHT: Dedryck Boyata

Buongiorno a tutti e benvenuti alla quarta puntata del 2017 per "Under The Spotlight", la rubrica che tenta di scoprire i talenti in giro per l'Europa e per il mondo. Oggi ci spostiamo a Glasgow, dove negli ultimi anni il Celtic ha approfittato del fallimento dei Rangers per dominare. Merito anche di Dedryck Boyata, centrale dei SuperHoops.

SCHEDA
Nome e cognome: Dedryck Boyata
Data di nascita: 28 novembre 1990 (età: 26 anni)
Altezza: 1.88 m
Ruolo: Difensore centrale
Club: Celtic FC (2015-?)



STORIA
Nato a Uccle, municipalità della capitale Bruxelles, Boyata cresce nel RWDM Bruxelles, prima di finire nel vivaio del Manchester City nel 2006. Il centrale fa parte di quella squadra che alza la FA Youth Cup nel 2007-08, l'equivalente della nostra Coppa Italia Primavera. Accanto a Ben Mee (oggi al Burnley), Kieran Trippier (Tottenham) e Daniel Sturridge, il belga alza il trofeo dopo la doppia finale contro il Chelsea.
Promosso da Roberto Mancini in prima squadra nel 2009-10, Boyata colleziona le prime presenze da professionista. Le prime due stagioni sono positive, visto che il belga si fa spazio e gioca anche da terzino destro pur di collezionare qualche minuto. Poi inizia la girandola di prestiti, che fa più male che bene alla sua giovane carriera: prima il Bolton, poi il Twente.
Ma al ritorno al City, non c'è più spazio per lui: Boyata rimane un rincalzo, visto che Mancini non c'è più e al suo posto è arrivato Manuel Pellegrini. L'ingegnere cileno preferisce giocatori più tecnici anche in difesa, tanto che il belga è dietro a Kompany, Demichelis, Mangala, Lescott, Nastasić e persino Micah Richards nelle gerarchie. In due anni gioca appena nove gare: è tempo di andar via.
Il Celtic approfitta della situazione contrattuale di Boyata (legato al City fino a giugno 2016) per strapparlo a un prezzo basso (appena due milioni di euro). Un acquisto che aiuta i SuperHoops nel reparto difensivo, visto l'addio di Virgil van Dijk. Boyata si è presentato con due reti nei preliminari di Champions League, ma è stato anche autore dell'autogol che ha estromesso gli scozzesi dal play-off contro il Malmö.
Purtroppo, la prima stagione al Celtic Park non è stata delle migliori: la squadra ha come al solito dominato il campionato scozzese, ma è finita fuori dalla Champions League ancor prima della fase a gironi, ritrovandosi out anche dalle coppe nazionali. Ronny Delia è stato defenestrato per mancanza di trofei, mentre il suo successore è stato trovato in Brendan Rodgers, da poco esonerato al Liverpool.
Paradossalmente, l'arrivo del tecnico nord-irlandese ha aiutato tutto l'ambiente, quasi rigenerato dal calcio d'attacco imposto dall'ex manager dei Reds. Il campionato è arrivato con largo anticipo (a otto giornate dalla fine) e le avventure europee sono andate meglio dell'anno precedente; al tempo stesso, Boyata è uno dei riferimenti del club, nonostante gli infortuni l'abbiano limitato in questa stagione.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Fisicamente dominante, Boyata è un armadio da 188 centimetri che può terrorizzare gli avversari, specie negli uno contro uno più statici, quando il campo si restringe, lo spazio diminuisce e la conquista del terreno di gioco tramite la tenuta fisica conta di più. Negli anni, è stato schierato anche come terzino destro: la duttilità non è la sua dote principale, ma va tenuta comunque a mente nella valutazione del giocatore. Tecnicamente appare un po' grezzo, come se i suoi 27 anni ormai fossero troppi per recuperare in quest'ambito.

STATISTICHE
2009/10 - Manchester City: 7 presenze, 0 reti
2010/11 - Manchester City: 18 presenze, 1 rete
2011/12 -  Bolton Wanderers: 17 presenze, 1 rete
2012/13 - → FC Twente: 8 presenze, 0 reti
2013/14 - Manchester City: 4 presenze, 0 reti
2014/15 - Manchester City: 5 presenze, 0 reti
2015/16 - Celtic FC: 42 presenze, 6 reti
2016/17 - Celtic FC (in corso): 15 presenze, 2 reti

NAZIONALE
La logica direbbe che non c'è molto spazio: il Belgio ha in nazionale Kompany, Alderweireld, Vertonghen e il redivivo Vermaelen. A questi, bisogna aggiungere Kabasele e l'esperto Simons. Tuttavia, la situazione terzini - escluso Meunier del PSG - è tragica, per cui molti di questi vengono utilizzati sugli esterni, lasciando spazio al centro.
Non è un caso che Boyata abbia giocato la prima gara in nazionale nell'ottobre 2010 contro l'Austria, salvo poi sparire per anni, quando al City non giocava e i prestiti non andavano bene. L'esperienza al Celtic l'ha rilanciato, tanto che in Belgio-Portogallo Boyata ha collezionato la seconda presenza nei minuti finali. Se il Belgio dovesse qualificarsi al Mondiale, Boyata potrebbe essere tra i convocabili.

LA SQUADRA PER LUI
Sarebbe bello rivederlo in Premier League, stavolta con una squadra che creda in lui, magari nella zona bassa del massimo campionato inglese. Penso al Brighton che è stato appena promosso, che troverebbe nel belga una colonna per la prima annata in Premier League. Onestamente rimanere a lungo al Celtic sembra limitante per la sua carriera, nonostante Boyata stia cercando di provare un punto giocando per i SuperHoops.

10.4.17

Un ritorno eccellente.

Sheffield è una città di calcio. Il panorama attuale non sembrerebbe confermarlo, ma ci sono poche zone in Inghilterra che hanno avuto due club di quell'importanza in unica realtà: eppure da una parte c'è il Wednesday che l'anno scorso ha sfiorato il ritorno in Premier League (perdendo la finale dei play-off contro l'Hull). E poi? Poi c'è lo United. Verrebbe da dire il Damned United.

Billy Sharp, 31 anni, è tornato ai fasti d'oro a Sheffield: lo United è la sua squadra del cuore.

E sembra strano celebrare un traguardo apparentemente piccolo, come la promozione dalla League One alla Championship. Un ritorno atteso da sette stagioni, perché lo Sheffield United si è ritrovato all'improvviso in una categoria che forse non gli appartiene. Ci si è ritrovata a pochi anni dall'ultima annata in Premier League, nel 2006-07.
In quella stagione, lo United raccoglie 38 punti: dopo un girone d'andata di successo, l'infortunio del bomber Rob Hulse spinge il club in zona retrocessione, dove finirà il campionato a causa di una differenza negativa (di appena una rete) nei confronti del Wigan Athletic e di un punto di ritardo rispetto al Fulham. Una retrocessione amara.
Eppure quel gruppo aveva nomi che negli anni successivi si sarebberoo distinti tra Premier League e Championship: il vice-capitano era Phil Jagielka, più una serie di stranieri da quattro continenti diversi. Il ritorno in Premier non è mai arrivato, con la delusione della finale dei play-off persa nel 2009: il Burnley sale, lo United - che ha in squadra i giovani Kyle Walker e Kyle Naughton, oggi al Tottenham e allo Swansea - rimane in seconda divisione.
Nel 2010-11, poi, è arrivata anche la retrocessione in League One: un colpo durissimo per un club che non giocava in quella categoria da vent'anni, quando il passaggio in terza serie dura appena un anno. Come se non bastasse, le cocenti delusioni permangono, visto che lo Sheffield United sfiora la promozione tre volte tramite play-off, con una finale persa contro l'Huddersfield Town. L'11° posto del 2015-16 sembra il punto più basso della recente storia.
Mentre i Blades - soprannome dovuto alla grande produzione di ferro in città - annaspano in terza divisione, l'altra parte della città riesce effettivamente a riguadagnare terreno. Gli Owls (gufi) tornano in Championship dopo appena due anni di League One e sfiorano persino la Premier. Nonostante lo Steel City derby sia sostanzialmente in parità, lo United non ne vince uno dal 2006 (l'ultimo del febbraio 2012 è finito 1-0 per il Wednesday).
Neanche l'arrivo di un nuovo proprietario sembra cambiare il corso della storia: dal settembre 2013, lo United è per il 50% in mano ad Abdullah bin Musa'ed bin Abdulaziz Al Saud, proveniente dalla Dinastia Saudita. L'altra parte del club è in mano a Kevin McCabe, dal gennaio 2006 proprietario dello United. A Bramall Lane avevano perso le speranze... finché non è arrivato l'uomo giusto per cambiare.


The man for the job ha giocato con i Blades per otto anni (divisi in due stint), poi ha allenato diverse squadre. La sua più recente impresa è stata portare il Northampton in League One, prima di accettare un ritorno di cuore. Chris Wilder ha accettato con entusiasmo, ma anche con responsabilità il ritorno a Sheffield. In fondo, nemo propheta in patria, giusto?
E invece no. Dopo aver fatto un buon lavoro con Halifax Town, Oxford United e i Cobblers, Wilder ha trovato la giusta chimica di gruppo, sostituendo Nigel Adkins. Lui stesso è cresciuto: è passato dalla percentuale di vittorie del 38,5% nei sei anni con l'Halifax al 58,3% di questo primo anno a Bramall Lane. Crescita costante, un po' come quella del suo gruppo. Ma come si sono ripresi dal disastro dell'anno scorso?
Ci sono stati diversi arrivi che si sono rivelati fondamentali, come quelli di John Fleck, Jack O'Connell, Simon Moore e Mark Duffy. Nonostante la partenza al palo (un punto nelle prime quattro gare) e l'addio del promettente Dominic Calvert-Lewin (comprato dall'Everton nelle ultime ore del mercato), lo Sheffield United ha trovato la sua strada.
I 31 punti accumulati nelle ultime 13 gare - striscia positiva senza sconfitte - hanno di fatto allontanato lo United dal resto del gruppo. Ironico come la promozione sia arrivata sabato sul campo del Northampton Town, proprio la squadra che Wilder ha condotto in terza divisione l'anno scorso. Il 2-1 finale - con i gol di Clarke e Fleck - ha reso il +14 su Fleetwood Town e Bradford City un vantaggio incolmabile.
E se la promozione del Bolton Wanderers sarebbe un altro ritorno eccellente in Championship, in questo scenario è contato lo scoring rate di Billy Sharp. Da sempre bomber delle serie minori, l'anno scorso aveva segnato 21 gol; quest'anno siamo a 26, con tanto di inserimento nell'EFL Team of the Season. Ora ci si gode la festa, perché in fondo Billy è pure nato a Sheffield e lo United è la squadra che l'aveva lanciato. History has been made.

Chris Wilder, 49 anni, l'uomo che ha riportato lo United in Championship.

31.3.17

ROAD TO JAPAN: Shinnosuke Nakatani (中谷進之介)

Buon pomeriggio a tutti e benvenuti al terzo numero di Road To Japan del 2017, la rubrica che prova a segnalare i maggiori talenti del panorama nipponico. Oggi ci spostiamo in quel di Chiba per parlare di un home made-talent di cui il Giappone dovrebbe cominciare a seguire i progressi: Shinnosuke Nakatani potrebbe esser il partner ideale di Maya Yoshida in nazionale.

SCHEDA
Nome e cognome: Shinnosuke Nakatani (中谷進之介)
Data di nascita: 24 marzo 1996 (età: 20 anni)
Altezza: 1.84 m
Ruolo: Difensore centrale
Club: Kashiwa Reysol (2013-?)



STORIA
Nato nel marzo '96 a Sakura (città della prefettura di Chiba), Shinnosuke Nakatani ha cominciato a giocare a calcio fin dalle elementari, quando il Giappone ospitava il Mondiale del 2002. E i Kashiwa Reysol non hanno perso tempo, mettendo immediatamente gli occhi sopra al ragazzo.
I progressi non si fanno attendere; inoltre, il Kashiwa ha uno dei vivai più floridi dell'intero Giappone. L'U-18 vince il campionato di categoria nel 2012 sui pari-età dello Yokohama F. Marinos: tra di loro, Hiroki Akino è il MVP, mentre Nakatani è una colonna. Per l'esordio, però, bisognerà ancora aspettare.
Tuttavia, la Coppa dell'Imperatore del 2012 mostra l'incredibile, quanto meno per noi: l'U-18 del Kashiwa vince la competizione della prefettura di Chiba per presentarsi ai nastri di partenza della coppa nazionale e al primo turno affronta... il Kashiwa Reysol. Un 3-0 per i grandi, ma ci sono già 5-6 giocatori che oggi sono in prima squadra.
Nakatani diventa il capitano di quella squadra, ma nel frattempo Nelsinho ordina il suo inserimento nel registro della prima squadra. Nel 2013 non esordisce, ma è un inizio: la sua crescita è evidente, tanto che nelle ultime sette gare del 2014 - tutte vittorie, che portano Kashiwa al 4° posto - Nakatani ne gioca cinque. Ormai è lanciato.
L'anno successivo lo si vede ancora la rappresentativa U-22 della J. League che disputa la terza divisione, ma Tatsuma Yoshida - subentrato al posto di Nelsinho - lo lancia anche in Champions League e nelle coppe nazionali. Tuttavia, nell'inverno 2016 i due centrali di riferimento - Naoya Kondo e Daisuke Suzuki, che hanno anche delle presenze in nazionale - lasciano rispettivamente per trasferirsi al JEF United e al Gimnàstic.
In questo panorama, Milton Mendes decide di promuovere Nakatani titolare in un rinnovato 4-4-2 (prima si giocava con la difesa a tre). È tempo di rinnovamenti, anche se il tecnico cambia, con la promozione di Tomohiro Shimotaira: l'esperto Masushima finisce in panchina, mentre accanto a Nakatani c'è Yuta Nakayama, classe '97.
Nella versione di leader difensivo, l'ormai numero 4 dei Reysol se la cava bene: solo nel 2017 colleziona più presenze da professionista che nel resto della sua breve carriera. Nakatani si toglie anche lo sfizio di segnare i primi gol e ora si attende una sua conferma per quest'anno, che sarà comunque fondamentale per la sua crescita.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Per essere difensore (e per giunta di scuola nipponica), la tecnica di base lo aiuta a distinguersi: è capace di cercare l'altro lato con un lungo lancio, anche da 50-60 metri. La personalità non gli manca, tanto da cercare l'anticipo anche a metà campo, e non è facile vedere questi tratti nei giocatori giapponesi, specie in quelli più giovani.
Fisicamente ben messo (185 cm), dovrebbe comunque migliorare la conduzione palla al piede con il mancino e irrobustirsi, perché in Europa non avrebbe una chance con un fisico così. Quel che però è interessante è che il Giappone fa fatica a produrre giocatori di questo calibro tra i centrali: solo per questo, Nakatani merita attenzione e la massima cura.

STATISTICHE
2013 - Kashiwa Reysol: 0 presenze, 0 reti
2014 - Kashiwa Reysol: 5 presenze, 0 reti
2014 - → J. League U-22 Selection: 6 presenze, 0 reti
2015 - Kashiwa Reysol: 9 presenze, 0 reti
2015 - → J. League U-22 Selection: 7 presenze, 0 reti
2016 - Kashiwa Reysol: 37 presenze, 2 reti
2017 - Kashiwa Reysol (in corso): 5 presenze, 0 reti

NAZIONALE
Qui c'è un discorso molto importante per il futuro della Nippon Daihyo. Non stiamo parlando del solito ragazzo dotato tecnicamente, ma destinato a un paio di presenze con il Giappone perché schierato in ruolo già in sovraffollamento. Qui parliamo di un centrale difensivo, ruolo da sempre ostico di interpreti per la nazionale.
Con le notevoli difficoltà mostrate da Morishige e il CV di Nakatani (che ha giocato per tutte le rappresentative giovanili giapponesi), Halilhodzic dovrebbe forse ruotare gli uomini dietro per trovare altre soluzioni. Invece, Yoshida-Morishige han giocato rispettivamente 16 e 18 delle ultime 18 partite; eppure le soluzioni ci sono.
Nakatani dovrà continuare a lavorare duramente e cogliere il momento giusto; servirà anche una dose di fortuna, perché il difensore del Kashiwa non è neanche andato alle Olimpiadi di Rio, dove meritava almeno la convocazione e Teguramori vi ha rinunciato.

LA SQUADRA PER LUI
Parliamo di un ruolo delicato, nel quale la comunicazione è importante e l'intuito è qualcosa di innato piuttosto che lavorato. Nakatani, in questo, ha le stimmate per entrare nella leggenda del calcio giapponese come uno dei difensori più forti mai prodotti: più di Naomichi Ueda, più di Takuya Iwanami, persino più di Gen Shoji (il più convincente finora).
Tuttavia, la pazienza è fondamentale per un eventuale passaggio altrove. Personalmente sarei curioso di vederlo in Sud America come tappa intermedia, perché l'Europa rischia di mangiarlo vivo senza l'adeguata preparazione. Attualmente transfermarkt segnala che il suo costo è sui 250mila euro: comunque un'occasione da cogliere se vogliamo parlare di programmazione.