30.7.14

Red Bull über alles.

Si può costruire un impero basato su una lattina? Certo che si può. In un mondo di dipendenze e bisogni indotti, la Coca-Cola ha insegnato come si fa. Ma negli ultimi anni la bevanda più famosa al mondo ha un degno rivale: la Red Bull. Che ha lanciato un uomo da 36 km sulla Terra (Felix Baumgartner: un tedesco), che ha costruito una delle squadre più vincenti della Formula 1 (quattro titoli per Sebastian Vettel: un altro tedesco). E che ora vuole conquistare la Bundesliga (c'è sempre la Germania di mezzo): questa è la storia del Rasen Ballsport Lepzig, squadra di Lipsia. Quel RB non è una coincidenza. Tutto pensato, tutto voluto.

La Red Bull Arena di Lipsia, chiamata Zentralstadion fino al 2010.

Cosa hanno in comune Lipsia, una vecchia cittadina dell'est della Germania, e la Red Bull, la compagnia di bevande energetiche con un notevole successo planetario? Una squadra di calcio. Sembra strana come risposta, ma è vero. Lipsia è stata una delle città principali nell'ex Germania dell'Est, ma è stato anche uno dei primi posti in cui si è manifestato per la riunificazione della Germania. Ed è anche una delle città più economiche d'Europa, visto che dopo la riunificazione molti hanno lasciato Lipsia. E da qualche tempo si è riscoperto anche il calcio.
Già, perché la Red Bull e il suo patron Dietrich Mateschitz - non paghi di aver conquistato fette di mercato, la Formula 1 e l'hockey - vogliono conquistare anche il mondo del football. E così la Red Bull - quattro miliardi di dollari all'anno di fatturato - comincia a comprare squadre in giro per il mondo: in principio è stato comprato l'Austria Salisburgo, rinominato poi Red Bull Salzburg. Poi New York, dove è stata comprata la franchigia dei MetroStars; a seguire Ghana e Brasile (ma queste ultime due realtà devono ancora far strada).
Tutto sommato, però, mancava ancora qualcosa. Sì, il RB Salisburgo fa grandi risultati: l'anno scorso ha sfiorato gli ottavi di Europa League, vince regolarmente il campionato austriaco e ha costruito una squadra interessante. Tuttavia, l'ebrezza di sfondare in Germania - per un austriaco come Mateschitz - deve esser stata troppo forte. E così, nel 2009, la Red Bull ci prova. La legge sportiva tedesca proibirebbe a un unico ente - persona o compagnia che sia - di controllare un club. Il CdA dovrebbe essere almeno di sette persone, specie se si vuole competere nelle prime due categorie del calcio tedesco: al RB Lipsia ne hanno nove, tutti dipendenti della lattina.
L'obiettivo è raggiungere la Bundesliga in otto-dieci anni. Se consideriamo che il club è stato fondato nel 2009, sono a buon punto. Dopo un quinquennio, i risultati sono più che soddisfacenti. La compagnia si è mossa nel maggio 2009, quando la Red Bull ha comprato la licenza di gioco di una squadra di quinta divisione, il SSV Markranstädt. Un tentativo già fatto nel 2006, quando la Red Bull prova a comprare l'FC Sachsen Lepizig, che soffriva di problemi finanziari. Ma i tifosi hanno fanno blocco e il tentativo è andato a vuoto. Le proteste ci sono state anche nel 2009, ma sono state di gran lunga minori: l'opposizione è stata per lo più non violenta e il 70% dei cittadini - rispondendo a un sondaggio di un giornale locale - hanno accolto positivamente l'iniziativa della Red Bull.
Così la Red Bull mette in atto il suo piano. Dopo aver acquisito i diritti anche per utilizzare il bellissimo Zentralstadion di Lipsia, la squadra ha cominciato a crescere. Prima la conquista del titolo alla prima stagione nella NOFV-Oberliga Sud (quinta divisione), poi tre anni per ottenere la promozione dalla Regionalliga Nordost. L'anno scorso, quando il RB Lipsia si è presentato ai nastri di partenza della 3. Liga, probabilmente ci si attendeva un altro periodo di gestazione. Invece, ecco la terza promozione in cinque anni, con la conquista della Zweite. E ora il sogno della lattina in Bundesliga è sempre più vicina. Anzi, obiettivamente non escluderei l'ipotesi di una quarta promozione immediata. Basti guardare il calciomercato: sono arrivati Terrence Boyd, bomber del Rapid Vienna, Rami Khedira (fratello di Sami, classe '94) dallo Stoccarda e sta per firmare Marvin Compper, centrale della Fiorentina.

Alexander Zorniger, 46 anni, e Ralf Rangnick, 56: sono l'alleantore e il d.s. del RB Lipsia.

Non è un caso che, tra gli stadi disponibili per il Mondiale tedesco del 2006, quello di Lipsia sia l'unico a non aver ospitato qualche gara di Bundesliga negli ultimi anni. L'ex Zentralstadion è stato costruito nel 1956, ma presto è arrivato a costare troppo per le casse comunali. Poi i Mondiali tedeschi del 2006 sono stati l'occasione per rimodernarlo, anche perché l'impianto era caduto in disuso. Tuttavia, lo stadio ha ospitato tre gare della Confederations Cup del 2005 ed è stato l'unico luogo dell'ex Germania dell'Est ad accogliere le partite del Mondiale. Lo stadio sembrava lasciato a sé stesso, finché la Red Bull non ha preso in mano la squadra e ha ottenuto anche i diritti decennali per chiamare l'impianto la Red Bull Arena.
Per i soldi, ci pensa la lattina. Il denaro fa comodo, ma non sempre è garanzia di vittoria (ne ho parlato già una volta qui). Per i miracoli tecnici, invece, ci sono due uomini al comando. Il primo è uno di cui si sa molto poco: Alexander Zorniger. La sua carriera è particolare: classe '67, Zorninger ha cercato il successo da calciatore, giocando in club minori in Germania. A 35 anni ha smesso e si è dato alla panchina. Per cinque anni, fino al 2009, è stato l'allenatore del FC Normannia Gmünd, squadra prima di quarta, poi di quinta divisione. Da lì, il salto allo Stoccarda, dove Zorniger ha fatto da assistente per pochi mesi, prima di approdare allo SG Sonnenhof Großaspach: una promozione sfiorata in 3. Liga e due anni discreti. Nell'estate 2012, è arrivata la chiamata del RB Lipsia. Una fortuna per entrambi: Zorniger è finalmente arrivato a certi livelli, mentre la squadra ha trovato il giusto allenatore per le due promozioni consecutive.
L'altro uomo al comando è qualcuno che ha deciso di stare dietro le quinte. Sì, ha fatto l'allenatore ed è stato l'artefice di grandi miracoli tecnici in Bundesliga, ma l'ultima volta - allo Schalke 04, tre anni fa - ha mollato tutto perché incapace di gestire lo stress. Sto parlando di Ralf Rangnick: non ha avuto una grande carriera da calciatore, ma Rangnick ha studiato astrofisica all'università del Sussex. E' un uomo che sa sognare. Lo fa vedere qualche anno dopo, quando porta l'SSV Ulm 1846 a un passo dalla promozione in Bundesliga sul finire degli anni '90. Anche a Hanover e con lo Schalke 04 va benino, ma in generale Rangnick è un tecnico che viene spesso licenziato. E' come una stella cadente: ti fa sognare, ma poi si spegne. In fondo, è quello che succede anche all'Hoffenheim: Rangnick ci arriva dopo l'addio a Gelsenkirchen e trasforma la squadra. Il tecnico porta l'Hoffenheim dalla terza divisione alla Bundesliga in due anni; per qualche tempo, la squadra è anche in testa al campionato e mette paura anche al Bayern Monaco nel 2008-09. Anche lì, però, lascia, stavolta per la cessione di Luiz Gustavo al Bayern. Poi Rangnick torna allo Schalke, conquista la semifinale di Champions e una DFB-Pokal, per poi dimettersi per un esaurimento nervoso.
Insomma, la sensazione è che Rangnick non sia adatto a fare l'allenatore. Soffre troppo le gare. E così la sua vita cambia quando il tecnico si accorda con il Red Bull Salisburgo, ma non per un posto da allenatore, bensì per fare il direttore sportivo. Lontano dal campo, la sua mente può lavorare per costruire squadre migliori. E Rangnick non lavora solo in Austria, perché diventa il d.s. anche del RB Lipsia. Forse così si può spiegare l'ascesa del club tedesco. Adesso inizia la 2. Bundesliga 2014-15, in cui la squadra di Lipsia può sorprendere tutti e cercare un'altra promozione. Anche perché il RB Lipsia ha battuto in amichevole PSG e QPR. Sarà Red Bull über alles? Vedremo. Buttate un occhio sulla Zweite e ditemi cosa accade. A giugno vedremo se la lattina ha vinto ancora una volta.

Terrence Boyd, 23 anni, sarà il bomber del RB Lipsia in 2. Bundesliga.

25.7.14

ROAD TO JAPAN: Takahiro Ogihara

Buongiorno a tutti e benvenuti a un'altra puntata di "Road To Japan", la rubrica che vi consiglia i migliori talenti del panorama giapponese. So di essere un po' monotono, ma nel calcio del Sol Levante c'è un vivaio su tutti che sta emergendo con prepotenza: è quello del Cerezo Osaka. Negli ultimi due mesi ho già segnalato due giocatori del club del Kansai, ma non voglio fermarmi: oggi tocca a Takahiro Ogihara, mediano e metodista della squadra di Pezzaiuoli.

SCHEDA
Nome e cognome: Takahiro Ogihara (扇原 貴宏)
Data di nascita: 5 ottobre 1991 (età: 22 anni)
Altezza: 1.84 m
Ruolo: Centrocampista centrale, regista
Club: Cerezo Osaka (2010-?)



STORIA
Sakai, città di mare. Qui inizia la storia di Takahiro Ogihara, ragazzo classe '91. Dopo aver militato da piccolo nel FC Sakaikita, il Cerezo Osaka lo nota e lo porta nella propria U-15. Insomma, Ogihara è uno dei tanti figli di Osaka che il Cerezo ha cresciuto a pane e pallone. Il ragazzo avrebbe dovuto esordire già nel 2010, ma un infortunio al perone lo ha tenuto lontano dai campi tra i quattro e i sei mesi, rimandando così il suo primo approccio al professionismo.
Finalmente Ogihara fa il suo esordio con il Cerezo Osaka in una partita della Champions League asiatica sul campo degli indonesiani dell'Arema. Con il tempo si è guadagnato un posto da titolare e da allora non l'ha più ceduto: ormai sono un centinaio le presenze del centrocampista con la maglia del club del Kansai. Uno dei punti di riferimento del Cerezo Osaka, Ogihara ne è ancora oggi uno dei pilastri, nonostante la giovane età (a 22 anni non tutti sono colonne del proprio club).

CARATTERISTICHE TECNICHE
Tatticamente parlando, Ogihara è il tipico centrocampista d'ordine. Non ha lo spunto per inserirsi e per fare il box-to-box (alla Marchisio, tanto per intenderci); non ha la cattiveria necessaria per fare il mediano di interdizione. Piuttosto, è molto bravo a far scorrere il gioco; con il tempo, potrebbe migliorare ulteriormente anche in fase di impostazione. La forza di Ogihara, invece, sta nella sua duttilità. Il numero 2 del Cerezo può giocare anche da centrale difensivo, sfruttando la sua altezza e un piede abbastanza educato, cosa che permette alla squadra che lo possiede di iniziare l'impostazione già dalla difesa, senza dover far arrivare la palla al regista di turno. In situazioni di emergenza, il ragazzo può esser schierato anche come terzino sinistro: siccome non ha un gran passo, lo sconsiglierei...

STATISTICHE
2010 - Cerezo Osaka: 0 presenze, 0 gol
2011 - Cerezo Osaka: 17 presenze, 4 gol
2012 - Cerezo Osaka: 36 presenze, 3 gol
2013 - Cerezo Osaka: 43 presenze, 2 gol
2014 - Cerezo Osaka (in corso): 18 presenze, 0 gol

NAZIONALE
Le possibilità di Ogihara con la nazionale non sono poche. Innanzitutto il ragazzo parte da una buona base, visto che ha già esperienza con le rappresentative giovanili del Giappone. Ogihara sopratutto è stato uno dei protagonisti dell'U-23 nipponica che è arrivata alle Olimpiadi di Londra e ha conquistato il quarto posto. In quella squadra, lui e il suo attuale compagno di squadra e di reparto, Hotaru Yamaguchi, erano la cerniera di centrocampo nel 4-2-3-1 di Sekizuka. Tanto che Ogihara ha disputato cinque delle sei partite giocate dal Giappone in quel torneo olimpico. Un ruolo rimastogli anche al Cerezo e in seguito nell'unica apparizione con la Nippon Daihyo: Ogihara ha esordito all'EAFF Asian Cup il 25 luglio 2013 contro l'Australia.

LA SQUADRA PER LUI
I margini di miglioramento ci sono. A mio modo di vedere, Ogihara non è destinato a diventare un campione, ma un buon giocatore sì. Uno di quelli su cui puoi fare sicuro affidamento. Il problema è che la maturazione non è ancora completa. A gennaio si parlava molto di lui, visto che il Norimberga c'aveva fatto più di un pensiero. Ora la cosa migliore sarebbe restare in Giappone almeno fino a gennaio. Con Yamaguchi e Minamino in rampa di lancio, Ogihara potrebbe anche essere il prossimo capitano del Cerezo Osaka. Con un 2015 da urlo (e magari la convocazione per la prossima Coppa d'Asia), non è detto che le cose non cambino. Un approdo in Olanda o in Belgio sarebbe l'ideale.

22.7.14

L'unicum Vinotinto.

Diverse le partenze dalla Bundesliga. Specie di personaggi che per anni l'hanno abitata e ne hanno reso celebre il nome. Tra questi, c'è sicuramente Juan Arango, venezuelano dal piede sinistro fatato come pochi. L'ala ha deciso di chiudere la sua esperienza in Germania, che è stata soddisfacente con la maglia del Borussia Mönchengladbach. Tante gioie, ma sopratutto la sensazione di aver lasciato qualcosa nei tifosi: ora è iniziata una nuova avventura con il Tijuana nella Liga MX.

Arango con la maglia della sua nazionale: poche gioie con il Venezuela.

Forse neanche lo stesso Arangol si aspettava una carriera del genere. Non che sia finita, ma tracciando un primo bilancio, il venezuelano può esser soddisfatto. In particolare, Arango ha lasciato un grandissimo ricordo al Gladbach, dove i tifosi lo hanno soprannominato il Dio del calcio. L'esterno ha iniziato in patria, ma è stato in Messico dove Arango si è veramente fatto conoscere: quattro anni trascorsi tra Monterrey, Pachuca e Puebla. Con il Pachuca, tra l'altro, ha anche alzato l'unico trofeo della sua carriera: la Champions League della Concacaf (di cui il venezuelano è stato anche capocannoniere). Una piccola soddisfazione per chi, forse, avrebbe meritato qualche alloro in più nella sua carriera.
Nell'estate del 2004, Arango viene acquistato dal Maiorca tra l'indifferenza generale. Nessuno lo conosce e molti probabilmente neanche si aspettano granché da lui. Il merito del suo acquisto va iscritto a Benito Floro, che è stato suo allenatore al Monterrey. All'inizio, l'affare prevede un prestito di un anno con un'opzione per riscattarlo a fine stagione e firmare per altri tre anni. La prima stagione in Liga è anche buona, ma Arango subisce un infortunio gravissimo nel marzo del 2005: in uno scontro con Javi Navarro del Siviglia, il venezuelano perde conoscenza e ingoia la lingua. Sembra la fine, ma alla fine Arango se la cava con la rottura dello zigomo e diversi tagli in faccia. Ancora oggi, riguardano il filmato dell'intervento, non si capisce cosa sia passato nella testa di Navarro.
Da quel giorno, Arango ritorna un mese dopo e conquista i tifosi. Il centrocampista è rimasto per cinque stagioni in Liga e ha sempre fornito un ottimo rendimento. Tra il 2005 e il 2009, salterà appena tre partite in quattro anni di campionato spagnolo. Per il Maiorca, Arango è importantissimo, tanto da diventare capitano del club nel finale del suo stint in Spagna. E negli annali della squadra delle isole Baleari, il venezuelano rimane il secondo marcatore nella storia del club in Liga: 46 i gol realizzati in cinque anni. Davanti, c'è solo un certo Samuel Eto'o, a quota 54.
Quando il contratto con il Maiorca sta per scadere, Arango decide che è il momento di lasciare il club. E parte per una nuova sfida, del tutto diversa: lo vuole il Borussia Mönchengladbach, che se lo aggiudica per quasi quattro milioni di euro. C'è un modo per far capire quanto bene Arango ha fatto al Borussia Park. Ranier Bonhof, vice-presidente del Gladbach ed ex titolare della nazionale tedesca negli anni '70, lo ha paragonato addirittura a Günter Netzer, leggenda del Borussia e del calcio teutonico. Non male come paragone. Un onore per Arango, che in quattro stagioni in Westfalia ha dimostrato di esser un giocatore decisivo (25 gol). Ha conquistato una salvezza clamorosa, ha portato la squadra ai preliminari di Champions e poi in Europa League. Ma sopratutto il venezuelano è stato uno dei motivi per cui Lucien Favre ha fatto così bene: i due si sono incontrati, ma l'uno ha rappresentato la fortuna dell'altro e viceversa. Gran calcio quello del Gladbach in questi anni. Infine, nel 2012-13, Arango si è preso pure il premio per il gol dell'anno.


Al Borussia Park, i tifosi hanno imparato ad apprezzare il suo magico sinistro. Arango stesso lo ha confermato: «Il piede destro lo uso per poche cose, come salire in macchina e guidare». Una debolezza parzialmente sanata in quel di Mönchengladbach, dove Favre e compagni hanno beneficiato del suo talento al massimo splendore. E comunque sono pochi i sinistri alla Arango che ho mai visto nella mia memoria: Recoba, Mihajlovic e credo ci fermiamo lì.
Il vero rimpianto di Arango, forse, si chiama Venezuela. Alla veneranda età di 34 anni è impossibile sperare che il giocatore possa giocare il suo primo Mondiale con la Vinotinto (che rimane l'unica nazionale sudamericana a non aver mai disputato la fase finale di una Coppa del Mondo). Anche perché Arango, al termine delle ultime qualificazioni, ha già fatto sapere che non ci riproverà un'altra volta. Più possibilistico sperare in un altro exploit nella Copa America del prossimo luglio, come è successo nel 2011, quando il Venezuela ha conquistato un inaspettato quarto posto finale (miglior risultato della sua storia).
Eppure in patria Arango è una celebrità, lo sportivo che tutti venerano. Il centrocampista è considerato di gran lunga il miglior calciatore venezuelano di tutti i tempi. Sono quindici gli anni di militanza con la nazionale, un amore mai sopito e che potrebbe chiudersi nel prossimo luglio. Intanto, Arango detiene il primato nelle presenze (120) e nei gol (22, seppur condiviso con Giancarlo Maldonado). Ora parte una nuova avventura, in Messico, il paese che lo ha consacrato a livello internazionale e che l'ha fatto conoscere al Maiorca, dove poi è partita la sua storia europea. Con il Tijuana ha voglia di puntare in alto. Del resto, Arango è uno di quei calciatori che nascono ogni cinquant'anni nella storia di una nazione come il Venezuela. Lui è l'unicum della Vinotinto. E lo sarà sempre.

Juan Arango, 34 anni, inizia una nuova avventura con il Tijuana in Messico.

18.7.14

Tra i più grandi.

Scusatemi se sarò così schietto, ma di fronte a lui non riesco a esser razionale. Non è una delle super-star Mondiali, ma è uno dei miei giocatori preferiti. Non ti conquista con una finta, bensì con una chiusura precisa. Ha fatto del calcio semplice ed efficace un manifesto di vita: un perfetto tedesco. Però quando Guardiola è arrivato al Bayern Monaco, è stato il primo a dimostrarsi disponibile al cambiamento. Philipp Lahm, dopo la finale del Maracanà, lascia la nazionale tedesca con la voglia di dar spazio ad altri eroi.

L'esordio di Lahm con il Bayern in una gara di Champions del novembre 2002.

Un professionista esemplare: questo si può dire di Philipp Lahm. Anche se smettesse oggi di giocare non solo per la Germania, ma in generale nel calcio professionistico, il buon Philipp potrebbe esser già soddisfatto. Ha vinto tutto quello che c'è da vincere per un giocatore: sei double tedeschi (Bundesliga più DFB-Pokal nella stessa stagione), una DFL-Ligapokal, due DFL-Supercup, ma sopratutto una Champions League, una Supercoppa Europea e un FIFA Club World Cup. In effetti, mancava qualcosa con la sua Germania, che è arrivata domenica: la conquista del Mondiale nella finale di Rio è un premio alla sua carriera. Peccato per l'Europeo (una finale e una semifinale), ma non sono mancate le soddisfazioni. Anche quelle personali: Lahm è stato inserito nella top 11 di ogni competizione alla quale ha partecipato. Tranne all'ultimo Mondiale, vinto da capitano e come uno dei migliori giocatori della rassegna. Inspiegabilmente, si son preferiti a lui tre quarti della difesa che ha preso sette gol dalla Germania, ovvero quella brasiliana.
Non solo uno dei migliori giocatori della Germania, ma anche uno dei migliori nella storia del Bayern Monaco. Dal 1995 Lahm è un giocatore della squadra bavarese. E che il giovane Philipp fosse destinato alla Bundesliga era scritto. Ha detto una volta Hermann Hummels, padre di Mats ed ex allenatore delle giovanili del Bayern: «Se Philipp Lahm non ce la farà in Bundesliga, allora non ce la farà più nessuno». Quando il Bayern vince la Champions nel 2001 a Milano, i giovani bavaresi vincono il titolo nazionale U-19. E già allora Lahm dimostra una grande versatilità, potendo ricoprire almeno tre posizioni diverse. L'esordio è arrivato nel novembre del 2002, ma Sagnol e Lizarazu - titolari anche nella Francia campione del Mondo e d'Europa - non lasciano spazio a Lahm. Che così emigra due stagioni a Stoccarda, dove Felix Magath lo consacra come uno dei terzini più interessanti del paese.
Quando nel 2005 Lahm torna a Monaco di Baviera, ci vuole un po' di rodaggio per prendersi il posto da titolare. Ma nel 2006-07, Hitzfield lo lancia definitivamente e il tedesco non lascia più il posto da titolare. Destra o sinistra, fa poca differenza: Lahm c'è sempre. Le sue prestazioni crescono a tal punto che il Barcellona pensa a lui nell'estate del 2008. E chi c'è sulla panchina blaugrana? Guardiola è appena arrivato e gli piacerebbe avere Lahm al Camp Nou. Alla fine l'accordo salta e il terzino rinnova fino al 2012, ma l'appuntamento è rinviato di sei anni. Il ragazzo ha personalità: una volta, Lahm ha preso una multa da 25mila euro per aver criticato apertamente la strategia di mercato del Bayern in un'intervista non autorizzata. Ciò nonostante, il ragazzo non ha mai perso il suo posto da titolare, anzi diventa capitano nel gennaio 2011 dopo la partenza di van Bommel. Poi l'evoluzione finale. C'è chi, dopo aver vinto tutto, se ne starebbe nel suo orticello; Lahm no. Arriva Guardiola e il tecnico catalano gli propone un nuovo abito tattico come centrocampista centrale: Lahm stupisce tutti e completa una delle sue stagioni migliori, tanto da esser pensato come l'MVP dell'ultima Bundesliga.


Un atleta completo come pochi. Lahm non ha mai sofferta la poca altezza o la velocità non fulminante. Si è sempre distinto in campo per una forza corretta, facendosi rispettare con i suoi tackle. E se ci sono avversari più veloci di lui, Lahm compensa con l'esperienza, il saper aspettare il momento giusto per intervenire. Dotato di un buon tiro, il tedesco ha la visione di gioco di un centrocampista e la capacità di accelerare ancor prima con la sua testa che con le sue gambe. Quando salta un avversario, forse il dribbling se l'è già pensato almeno due-tre volte. Una cosa alla Premium Rush. Insomma, Lahm è una sorta di mix tra la classe cadenzata di Vincent Candela, l'inossidabile Paolo Maldini e poi... beh, poi c'è l'intelligenza calcistica, che è tutta sua. Come ha detto Pep Guardiola: «E' forse uno degli atleti più intelligenti che abbia mai allenato nella mia carriera: è a un altro livello».
Un'esperienza di cui si è servita anche la Nationalmannschaft: tre Europei e tre Mondiali disputati per Lahm, che dal 2010 è anche il capitano della nazionale dopo l'addio (forzato) di Michael Ballack. Tutto è iniziato ai tempi di Stoccarda, quando Lahm viene convocato all'Europeo del 2004. La Germania va malissimo, ma è comunque un'esperienza da sfruttare due anni dopo, al Mondiale in casa. A Lahm è mancato sempre l'ultimo step: terzo, secondo, terzo, semifinale. Il Mondiale brasiliano non doveva esser per forza l'ultima occasione, ma ha rappresentato un momento da all or nothing per molti giocatori, tra cui lo stesso Lahm. Questa nazionale doveva raccogliere i frutti del suo lavoro in questo Mondiale. E ci è riuscita anche grazie a Lahm, autore di ottime prestazioni.
Oggi l'annuncio dell'addio alla nazionale. E forse non può esser altrimenti: andarsene da campioni del Mondo, dopo aver inseguito a lungo la vittoria, è sempre bello. Errori? Pochi. Rimpianti? Forse uno, ma più per i suoi tifosi e fan che per lui. Philipp Lahm, con le sette gare giocate nel Mondiale brasiliano, è arrivato a disputare 20 match alla fase finale dei Mondiali. Visto come va la Germania, il record di un altro tedesco - Lothar Matthäus - a 25 partite non era poi così lontano. Ma Lahm ha deciso che va bene così e non starà a lui inseguirlo. In fondo c'è un suo amico, Bastian Schweinsteiger, alla stessa quota, che ha un anno in meno di lui e che in Russia potrebbe esserci. Intanto, Lahm si gode questa grande uscita di scena. Poco importa cosa dirà il futuro: lui in Germania può esser considerato alla stregua di un Beckenbauer o di un Breitner. Tra i più grandi, Lahm c'è: danke Philipp.

Philipp Lahm, 30 anni, si ritira dalla Germania da campione del Mondo.

16.7.14

UNDER THE SPOTLIGHT: José Juan Vázquez

Buongiorno a tutti e benvenuti a un altro numero di "Under The Spotlight", la rubrica con la quale voglio portare alla luce le occasioni di mercato sparse in giro per il mondo. Oggi viriamo verso il Nordamerica e in particolare verso il Messico. I Mondiali sono appena finiti e la nazionale del c.t. Herrera ha fatto un'ottima figura in Brasile. Tra le sorprese de El Tri c'è certamente José Juan Vázquez, piccolo metronomo di centrocampo della nazionale e del Club León.

SCHEDA
Nome e cognome: José Juan Vázquez
Data di nascita: 14 marzo 1988 (età: 26 anni)
Altezza: 1.66 m
Ruolo: mediano, centrocampista centrale
Club: Club León (2012-?)


STORIA
José Juan Vázquez nasce a Celaya nel marzo di 26 anni fa: il ragazzo cresce dal punto di vista calcistico tra l'Atlético Comonfort e l'Altético San Francisco, fino ad arrivare ai Cuervos Negros de Zapoltanejo. Con queste squadre gioca tra la quarta e la terza divisione, che in Messico servono sostanzialmente a far crescere i giovani dei vivai in Sudamerica. Finché non arriva il salto più grande, che guarda caso coincide con il ritorno nella sua città natale nel 2009. Con il Celeya, Vázquez raggiunge la promozione nella Liga de Ascenso (la seconda divisione messicana).
El Gallo - chiamato così per le sue creste - a 23 anni ha un momento alla Sliding Doors nella sua vita: il passaggio al Club León, che all'epoca condivide la stessa categoria del Celaya. Per altro, il giocatore passa alla nuova squadra a metà stagione. All'inizio, Vázquez viene acquistato in prestito, ma nella sua prima annata riesce a partire titolare in qualunque gara del club e viene sostituito solo una volta. Vázquez risulta importante per la squadra, tanto che il Club León centra la promozione in Liga MX (la massima categoria nazionale) anche grazie al suo contributo. E il club non ha la minima esitazione nel confermare Vázquez a maggio 2012, quando ne compra l'intero cartellino dal Celaya.
Le categorie messicane e i loro campionati funzionano come quello argentino: c'è un torneo di Apertura e uno di Clausura in ogni serie, che però si svolgono come la nostra lega durante il periodo tra luglio e maggio. Se la prima stagione è di studio, nella seconda il Club León stupisce tutti e vince sia l'Apertura che il Clausura 2013-14. Il primo dominando, il secondo soffrendo. Per ora il ragazzo è uno dei punti di riferimento del club e sta imparando da una leggenda del calcio messicano, Rafa Marquez, che sta trascorrendo gli ultimi attimi della carriera al Club León.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Di sicuro non spunta in mezzo al campo per la sua prestanza fisica (166 cm d'altezza). Tuttavia Vázquez ha tre doti importanti: Primo: resistenza. Difficilmente lo vedrete sostituito o stanco: è capace di coprire una grandissima porzione del campo durante la gara. Secondo: duttilità. Non è che Vázquez copra il campo per necessità: lo fa perché sa giocare da mediano, centrocampista centrale, trequartista e all'occorrenza esterno (persino difensivo). Terzo: semplicità. Se il ragazzo volesse, ogni tanto potrebbe trovare il coniglio nel suo cilindro. Ma Vázquez ha capito benissimo che il calcio è segnato non tanto dai giocatori che cercano la giocata straordinaria, ma da coloro che fanno le cose giuste al momento giusto senza tanti fronzoli. Rivedendo il messicano, in mente viene subito Claude Makélélé: era un fuoriclasse? No, ma sapeva sempre cosa fare. Certo, a differenza del francese, Vázquez sa pure tirare le rimesse con una ruota...

STATISTICHE
2009/2010 - Celaya**: 16 (8+8) presenze, 3 (2+1) gol
2010/2011 - Celaya**: 23 (12+11) presenze, 1 (1+0) gol
2011/2012 - Celaya*: 14 presenze, 0 gol
2011/2012 - Club León*: 20 presenze, 2 gol
2012/2013 - Club León: 40 (23+17) presenze, 2 (2+0) gol
2013/2014 - Club León: 44 (24+20) presenze, 2 (2+0) gol
* in Liga de Ascenso (seconda divisione)
** in Segunda División de México (terza divisione)

NAZIONALE
L'esordio di Vázquez con El Tri è recente: 23 gennaio 2014. Il mediano non ha dovuto affrontare le pene della nazionale messicana durante tutto il 2013 ed è uno di quelli che è arrivato meglio al Mondiale. Il nuovo coach Miguel Herrera lo ha chiamato per un'amichevole di preparazione contro la Corea del Sud e alla fine il centrocampista ha conquistato un posto tra i 23 convocati per Brasile 2014. Vázquez ha giocato in tutti e tre i match del girone A, risultando uno dei migliori della prima fase al Mondiale. Tanto che la sua squalifica per gli ottavi di finale contro l'Olanda è stato forse uno dei motivi per cui il Messico ha mollato la presa a un certo punto della gara: con Vázquez in mezzo, forse El Tri avrebbe gestito meglio sia il provvisorio vantaggio che la ripresa. Il suo tasso di successo di passaggi al Mondiale è stato del 91,3%: un vero metronomo di centrocampo.

LA SQUADRA PER LUI
Un bel caratterino quello del mediano messicano. Non è uno che le manda a dire, questo è certo. Intanto pare che la Roma abbia cercato di carpire qualche informazione su di lui durante gli ultimi Mondiali. In Italia, un giocatore del genere farebbe molto comodo alla Fiorentina, che rischia di perdere Pizarro. O al Milan, che potrebbe veder partire il buon Nigel De Jong per altri lidi. In ogni caso, di metronomi come lui in giro per il mondo non ce ne sono molti. La Liga sarebbe il posto migliore dove iniziare: chissà se qualcuno penserà a lui quest'estate dalle parti della Spagna, anche se il campionato messicano non è un posto vantaggioso dal quale pescare giocatori in termini economici.

14.7.14

Il cerchio si è chiuso.

Un lavoro durato quasi quindici anni. E alla fine i frutti sono arrivati. La Germania conquista il suo quarto titolo Mondiale nella cornice del Maracanã di Rio de Janeiro. Gli argentini, arrivati a questa finale giocando un calcio tutt'altro che spettacolare, hanno raggiunto l'ultimo atto della Coppa del Mondo dopo 24 anni, ma non hanno saputo sfruttare la superiorità avuta per 60'-70' durante la gara. E la Germania ha trovato la zampata giusta al 113' con uno dei giocatori più sottotono della sua spedizione: Mario Götze.

Philipp Lahm, 30 anni, alza la Coppa del Mondo al Maracanã di Rio de Janeiro.

La Spagna out ai gironi, così come Italia e Inghilterra (non che mi aspettassi granché dalle ultime due). L'Uruguay fuori agli ottavi. La Francia fuori ai quarti. Il Brasile sotterrato (e forse ormai sotto shock per altri cinquant'anni) dopo il Minerazo e il 7-1 subito dalla Germania in semifinale. L'Olanda si è sparata la peggior partita del Mondiale in semifinale, cercando di essere catenacciara come non è. Forse la finale più giusta era questa, però il dubbio rimane. Il Mondiale brasiliano ha premiato chi correva di più, o almeno chi lo faceva nella maniera più intelligente: nel primo caso l'Albiceleste, nel secondo i teutonici.
L'Argentina di Sabella è stata tutt'altro che spettacolare. Molti si aspettavano che bastasse avere davanti Messi, Aguero e Higuaín per far girare tutto. Alcuni però si sono dimenticati che questi giocatori nei rispettivi club - Barcellona, Manchester City e Napoli - giocano tutti da prima punta. Per cui integrare i tre non è stata un'impresa facile per Sabella. Specie in un Mondiale in cui si doveva correre "da squadra" e non è che i tre abbiano brillato per copertura difensiva o aiuti ai compagni in fase di non-possesso.
Il vero ago della bilancia per l'Argentina è stato Ángel di María: lui ha connesso bene centrocampo e attacco, lui ha corso per dieci, lui (forse) meritava il premio di miglior giocatore del torneo. Perché in un'Argentina così concreta, ma così spezzata, Di Maria è stato il demiurgo che tiene tutto insieme. Non è un caso se, dopo il suo infortunio e l'ingresso di Enzo Pérez nell'undici titolare, Sabella abbia puntato tutto su Lavezzi. Il giocatore del PSG è sembrato l'unico in grado di fare - seppur con meno efficacia - lo stesso lavoro del giocatore del Real, partendo però qualche metro più avanti. Poi c'è una difesa solida, ma questo ha comportato una squadra sfilacciata. Va anche notato che ieri, all'ingresso in campo di Aguero, l'Argentina è quasi sparita rispetto al primo tempo. Perché Aguero non è arrivato in condizioni straordinarie a questo Mondiale (così come Higuaín) e perché Aguero non sa fare lo stesso lavoro di Lavezzi. Quando è subentrata anche la stanchezza, l'Argentina ha puntato direttamente ai rigori, sperando in un altro miracolo.
Chiudo con Lionel Messi: smettiamola di paragonarlo a Maradona. Ma non tanto per i risultati calcistici, ma per come interpreta le partite. Messi ha degli sprazzi di luce fortissima, ma ieri ha dimostrato di non avere la stessa capacità di reggere la tensione del Diez. Specie in nazionale. Ha giocato una buona partita, ma alla fine gli è mancato il guizzo giusto. Scommettiamo che se ci fossimo trovati in un Bayern Monaco-Barcellona, quella palla-gol avuta a inizio secondo tempo, Messi l'avrebbe messa dentro? E' una questione di sicurezza: Messi si fida del Barca che lo ha fatto conoscere al mondo. Forse dell'Albiceleste un filino di meno. E anche il popolo argentino, in fondo, non lo vede come uno di loro. Troppo perfetto, troppo pulito.

P.S.: il premio di MVP del torneo all'asso del Barcellona è uno scherzo talmente grande che mi viene quasi da ridere. Da quando in qua non segnare neanche un gol nella fase a eliminazione diretta è un merito?

Lionel Messi, 27 anni, MVP del torneo (perché?) e capitano argentino.

Diversa la filosofia della Germania. Si dice sempre che una squadra che vince il Mondiale avrà almeno una brutta gara da affrontare, in cui soffrirà e rischierà di perdere. Alla Germania è capitato proprio contro l'Argentina. Già contro Ghana e Algeria la squadra teutonica non aveva convinto, ma tutto sommato se l'è cavata e in quelle gare ha fatto valere alla lunga la sua strapotenza tecnica. Invece, la Germania - pur tenendo palla come al solito - ha sofferto tantissimo nei primi 45' la squadra di Sabella. Höwedes in continua sofferenza sulla destra, Kroos stranamente impreciso (con un retropassaggio che tra un po' si trasformava in suicidio) e una capacità offensiva spuntata. Non a caso, l'Argentina ha sfiorato almeno in tre-quattro occasioni il vantaggio, aspettando la Germania e ripartendo. Insomma, con il gioco che gli argentini hanno dimostrato di saper far meglio in questo Mondiale.
Dopo il palo di Höwedes a fine primo tempo, la musica è cambiata. Altra super-occasione per Messi a inizio ripresa, ma da lì niente più. Diciamo che Löw ha sofferto molto la perdita di Khedira nel riscaldamento. Il Khedira visto contro il Brasile sarebbe stato il giocatore fondamentale da schierare contro quest'Argentina, perché serviva pressing e mobilità a centrocampo. Cose che si son viste più avanti nel match e non all'inizio come contro il Brasile. La Germania è cresciuta con il passare dei minuti.
La stanchezza avversaria si è fatta sentire e i 120' giocati contro l'Olanda son stati pesanti da recuperare per gli argentini. Qui Löw ha azzeccato i due cambi che gli hanno fatto vincere la gara: Schürrle e Götze. Il primo ha dimostrato che, senza Reus, può essere il titolare di questa Germania. Anche perché Özil è stato invisibile in questo Mondiale. La pessima forma nel finale di stagione con l'Arsenal si è confermata in quasi tutte le gare di questo mese. Il secondo è stato un altro di quelli sottotono nella spedizione teutonica: gol a parte con il Ghana, Götze è sembrato un po' fuori dagli schemi e dal gioco tedesco. Poi, nel momento decisivo, ha fatto vedere la classe di cui è dotato e ha deciso la finale del Mondiale. Buon per lui: speriamo in Russia di vederlo un po' più continuo.
Per chiudere: la Germania di Sudafrica 2010 è molto più bella da vedere di questa che ha vinto il Mondiale. Più giovane, più spericolata, capace di giocare partite straordinarie. Ma ve le ricordate Germania-Inghilterra 4-1 e Germania-Argentina 4-0? Una goduria per chi ama il calcio. Ma forse serve qualcosa in più per vincere il Mondiale: il saper soffrire nei momenti decisivi. E ieri la Germania ha dimostrato di saperlo fare. Se si guarda alla singola partita, i rigori sarebbero stati il finale più giusto. Ma ieri si è chiuso un cerchio: quindici anni fa, dopo l'Europeo del 2000, la Germania ha cominciato a crescere talenti in casa, facendoli giocare in Bundesliga. Dal 2006 i risultati sono: due terzi posti ai Mondiali, una finale e una semifinale all'Europeo e ora finalmente la Coppa del Mondo. E attendo di vedere Klopp alla guida di questa nazionale. Ci divertiremo, anche perché la Germania non ha ancora finito di stupire il mondo.

Mario Götze, 22 anni, batte Sergio Romero, 27, al 113' della finale per l'1-0 del Maracanã.

9.7.14

Der Bomber.

Peccato che sia stato un massacro. Il 7-1 della Germania fantasmagorica di ieri sera ha un po' oscurato la stella di quello che è uno dei giocatori migliori visti negli ultimi anni. Un killer, come pochi ne ho visti nella mia vita. Lui il 9 non l'ha mai vestito, ma è come se l'avesse indossato per un'intera vita. E ieri l'ha usato per mettere il proprio nome negli annali del calcio. Con il 2-0 segnato al Brasile, Miroslav Klose sale a quota 16 gol ai Mondiali e diventa il record-man di tutti in tempi nella storia della competizione.

Klose nel 2002: a 24 anni, l'attaccante segna cinque gol al suo primo Mondiale.

Da Sapporo, Giappone a Belo Horizonte, Brasile. Passando per Kashima, Shizuoka, Monaco di Baviera, Berlino, Durban, Bloemfontein, Città del Capo e Fortaleza. Tanti luoghi che hanno visto lo sfiorire e l'affermarsi di un campione come Miroslav Klose. La lista delle squadre punite dal tedesco è lunga: Arabia Saudita (3 gol), Camerun, Irlanda, Costa Rica (2), Ecuador (2), Argentina (3 in due edizioni diverse), Australia, Inghilterra, Ghana e infine Brasile. La sua carriera di club è stata importante, ma non potrà mai essere paragonata all'impronta che il centravanti ha lasciato con la maglia della Nationalmannschaft.
Perché Miro ha fatto la sua strada. Ha iniziato con la maglia del FC 08 Homburg, per poi fare il grande salto con il Kaiserslautern. Proprio al Fritz-Walter-Stadion si fa conoscere e così la Germania lo convoca per il Mondiale 2002. All'epoca - tranne che in patria - è un perfetto sconosciuto di 24 anni. Peccato che la tripletta all'esordio contro l'Arabia Saudita lo rende celebre e lui si ripete anche contro Irlanda e Camerun. Stranamente poi l'attaccante sparisce nella fase a eliminazione diretta, dove non segna più. Ma sono già cinque gol ai Mondiali: la curiosità è che Klose li realizza tutti di testa. Quattro anni dopo, Miroslav gioca nel Werder. Ancora una volta, la sua stagione migliore in tre anni a Brema è quella pre-Mondiale. Si vede che è in forma: segna altri cinque gol nel Mondiale casalingo e stavolta timbra il cartellino anche nella fase a eliminazione diretta.
Nel frattempo, la sua carriera si evolve: arriva la grande chance chiamata Bayern Monaco. In Baviera è rimasto quattro anni, ma dopo due stagioni la luna di miele è già finita. Tanto che al Mondiale sudafricano Klose ci arriva con alle spalle una stagione da otto gol in tutte le competizioni. Niente paura: Joachim Löw si fida di lui e Klose lo ripaga con quattro gol. La curiosità è che stavolta sono più le reti nella fase a eliminazione diretta che in quella a gironi: l'attaccante realizza contro l'Inghilterra, ma sopratutto finisce l'Argentina di Maradona con la doppietta che chiude il 4-0 finale. Adesso lo abbiamo ritrovato alla Lazio. I tifosi si sono innamorati di lui quando Klose decise un derby al 92' nell'ottobre del 2011, dopo che i biancocelesti ne avevano persi cinque di fila. Però quest'anno ha fatto un'altra annata pre-Mondiale sottotono: anche stavolta otto gol stagionali. Loew l'ha utilizzato con più parsimonia, facendogli giocare solo quattro partite. In due ha segnato: fate voi.
Alla fine della giostra, però, Miroslav Klose non ha vinto nulla con la Germania: secondo all'Europeo 2008, secondo al Mondiale 2002, terzo ai Mondiali 2006 e 2010. Insomma, manca l'ultimo step. E non è che la carriera di club - Bayern a parte - gli abbia regalato queste grandi soddisfazioni: una DFB-Ligapokal con il Werder nel 2006 e una Coppa Italia con la Lazio nel 2013. Forse è per questo che il destino e il suo enorme talento sotto porta gli hanno regalato un'onorificenza così grande a livello mondiale. E pensare che Klose avrebbe potuto giocare con la nazionale polacca, ma lui spiega così la sua decisione: «Se fossero stati più veloci dei tedeschi, avrei giocato per loro. Comunque non mi pento della mia decisione, anche se non è stato facile scegliere».


Il record di Klose è grandioso per tre motivi. Primo: insieme a Uwe Seeler e Pelé, Klose è nel club dei giocatori che hanno segnato almeno un gol in quattro edizioni dei Mondiali. Non male. Anche perché non è facile esser sempre convocato e dimostrarsi utile alla causa. Non è facile andare a segno ogni quattro anni, dimostrando che passa il tempo, ma tu sei sempre utile. E non è facile farlo mentre lo stile di gioco della tua nazionale cambia, passando dal catenaccio di Voeller nel 2002 al tiki-taka pragmatico di Löw nel 2014.
Secondo: Klose ha dimostrato di esser ancora vivo. In tanti l'hanno dato per morto durante quest'ultimo anno alla Lazio, l'hanno spesso accusato di pensare troppo al Mondiale (dagli torto...), alcuni l'hanno persino considerato finito. Invece lui, alla prima gara possibile, ha messo subito in chiaro che era pronto e ha segnato il 2-2 finale contro il Ghana. Sì, contro la Francia non si è visto molto in zona gol, ma ha aiutato i compagni facendo pressing e tenendo alta la squadra. Lavoro oscuro, spesso mai troppo apprezzato.
Terzo e più importante: l'ha strappato a Ronaldo in Brasile. La cosa strana è che Ronaldo ha raggiunto il record di 15 reti a Germania 2006. Il Fenomeno prima ha segnato contro il Giappone e pareggiato la quota di Gerd Müller, poi con il gol al Ghana ha portato la conta a 15 e si è preso il record. Otto anni dopo, Klose ha voluto fare le cose al contrario. E si è preso il record in Brasile, nella semifinale più importante, contro i padroni di casa. Klose ha sfatato anche un altro mito: in tre semifinali Mondiali, il bomber della Lazio non aveva mai segnato un gol. Ci è voluto il Brasile e una serata importante per sbloccarlo. In più, Klose si è preso una mezza rivincita con Scolari per la finale del 2002: in quel Germania-Brasile, lui c'era. Non ha visto quasi mai palla, ma è andata diversamente ieri sera.
E ora? Ora rimane il Mondiale da vincere. Miroslav Klose non ha quasi più nulla da chiedere alla sua carriera. Forse ha il rimpianto di non aver vinto la Champions League. Forse avrebbe preferito rendere meglio nei tre Europei che ha giocato: se in quattro Mondiali ha fatto 16 gol, in tre Europei Klose è fermo a quota tre reti. Evidentemente Klose ha sempre preferito l'aria dei Mondiali. E da ieri sera è nella storia. Anche perché ci sono altri record da annotare. Klose è l'unico giocatore ad aver partecipato a cinque semifinali tra Mondiali ed Europei; l'unico ad aver segnato almeno quattro gol in tre edizioni dei Mondiali (ma Thomas Müller può raggiungerlo in Russia nel 2018); il cannoniere principe della Germania e il secondo più presente nella storia della Nationalmannschaft (solo Matthäus, irraggiungibile, è rimasto davanti).
In realtà, giocando di più, avrebbe potuto battere anche un altro record: quello dei match giocati. Lothar Matthäus, altro tedesco di una certa fama, è a quota 25 con cinque Mondiali disputati. Klose, se giocherà la finale di Rio de Janeiro, al massimo arriverà a 24. E dubitiamo di vederlo ancora al Mondiale russo del 2018. Peccato. Sarebbe stato l'ennesimo record riscritto da Der Bomber. Perché non c'è altra definizione migliore per descrivere un uomo che ha messo il proprio nome - di nuovo! - sulle pagine della storia del calcio. Grazie, Miro.

Miroslav Klose, 35 anni e un record storico: 16 gol ai Mondiali, battuto Ronaldo.

7.7.14

L'islandese di Spagna.

Diego Costa ha lasciato la Spagna dopo un Mondiale deludente: il brasiliano naturalizzato spagnolo è stato il migliore nell'ultima stagione della Liga con la maglia dell'Atlético Madrid. Il centravanti dei Colchoneros è stato forse anche la migliore sorpresa del campionato iberico. Ora arriva qualcuno che si candida a prendere il suo posto: Alfred Finnbogason, attaccante islandese, è un nuovo giocatore della Real Sociedad. Ottima operazione, per la modica cifra di otto milioni di euro.

Finnbogason con la maglia dell'Heerenveen: 29 gol per lui quest'anno.

Il viaggio di Finnbogason nel calcio europeo è partito da lontano. Da Grindavík, precisamente. La città natale del bomber altro non è che un piccolo paese di pescatori sulla costa sud-occidentale dell'Islanda. Lì è nato Alfred nel 1989: in poco tempo, il calciatore è cresciuto ed è diventato - a soli vent'anni - una delle rivelazioni del campionato nazionale. Sono arrivate diverse possibilità di provino: in Norvegia, con il Blackpool in Inghilterra (pensate cosa avrebbe combinato nel 4-3-3 di Holloway!) e con il Genk in Belgio. Nessuno di questi però è andato a buon fine. Così Finnbogason si è trasferito effettivamente in Belgio, ma con la maglia del Lokeren. Nonostante il campionato belga sia un laboratorio di talenti destinati a esplodere, non c'è stata pazienza nell'aspettare l'islandese: dopo sei gol in un anno e mezzo, Finnbogason se ne è andato in Svezia per cercare miglior fortuna.
Col senno di poi il prestito all'Helsinborg è stato utile per crescere: 13 gol in 22 match. Chi non si è fatto sfuggire l'occasione a quel punto è l'Heerenveen, che ha acquistato il centravanti per pochi spiccioli dal Lokeren (500mila euro!). Pochi sopratutto se consideriamo quanto il ragazzo - a 23 anni - potesse ancora migliorare. Giunto in Olanda, Finnbogason ha fatto vedere quello di cui è capace: 28 reti il primo anno, 31 il secondo. Tanto per fare un paragone: capocannoniere della Eredivisie 2013-14 con 29 centri, solo Luis Suarez e Cristiano Ronaldo hanno fatto meglio nei loro campionati. Peccato che i gol nel campionato olandese valgano meno, altrimenti l'islandese sarebbe stato un serio candidato anche per la Scarpa d'Oro. La squadra è rimasta stabilmente in zona europea e sopratutto Finnbogason è stato aiutato dall'avere come allenatore un ex calciatore, che s'intende vagamente del gol: Marco van Basten, il manager dell'Heerenveen ed ex commissario tecnico della nazionale olandese.


Quest'estate c'è stata una grossa battaglia per il suo cartellino. Finnbogason non nasconde che il suo sogno sia quello di giocare nel Manchester United, di cui è tifoso sfegatato. Tuttavia, per ora si dovrà "accontentare" della Real Sociedad, che ha bruciato la concorrenza di Olympiacos e Villareal. Per l'islandese - che sogna un giorno di giocare in Premier - arriva quindi la possibilità di misurarsi con un campionato più tosto come la Liga, seppur non ci siano difese esattamente granitiche. Del resto, il club basco gioca con un 4-3-3 e Finnbogason si può adattare sia al centro che sull'esterno. E la Real Sociedad, pronta a disputare un'altra stagione in Europa, forse dovrà rinunciare a uno tra Antoine Griezmann e Haris Seferović, inseguiti sul mercato da molte squadre. Perciò ben venga un colpo del genere.
Non solo: se migliorerà, Finnbogason avrà qualche possibilità in più di trascinare la sua nazionale al prossimo Europeo. Ma la vera domanda è: dove sono le italiane in quest'affare di mercato? Sento di una Juventus che è pronta a investire 25 milioni su Iturbe o la Roma che cerca un attaccante centrale per molti soldi. Possibile che non ci fosse nessuno in Italia disposto a spendere su questo ragazzo? Eppure è stata un'occasione d'oro per il calcio italiano. Due anni in Serie A e si sarebbe potuto rivendere almeno al doppio. E fare del modello Udinese non una boutade teorica, bensì una pratica concreta.
C'è anche un'altra curiosità sull'incrocio Finnbogason-Italia: nel 2007, Alfred ha fatto uno scambio culturale come studente, rimanendo in Sardegna per cinque mesi. Nell'isola, l'attaccante ha militato con il Sassari Torres e ha trovato anche il tempo di segnare un gol in amichevole all'allora U-17 italiana. Insomma, i segnali di un possibile affare ci sono stati, ma in Italia si sa: meglio ignorare la cosa. Beh, meglio così. Il nostro calcio farà giocare i giovani. O forse no? Intanto, l'islandese di Spagna si gode la sua nuova avventura. E chissà che non faccia mordere le mani a qualcuno in giro per il mondo.

Alfred Finnbogason, 25 anni, è pronto per l'avventura con la Real Sociedad.

4.7.14

Repetita dolent.

Non c'è niente da fare: neanche volontariamente la FIFA potrebbe mettere insieme le gaffe che sta collezionando in questa rassegna brasiliana. L'ultima l'ha prodotta il numero due della massima organizzazione mondiale sul calcio, il segretario generale Jérôme Valcke: «Alcuni tifosi non si comportano bene a causa dell'alcool. Quando si beve tanto, può aumentare il livello di violenza. [...] Il nostro compito sara' quello di pensare alla sicurezza. Se ci sara' bisogno di controllare la vendita degli alcolici, lo faremo».

Il francese Jérôme Valcke, 53 anni, segretario generale della FIFA.

L'ultima di una serie di défalliance che gettano ancora più nel ridicolo quello che dovrebbe esser un governo serio. Già, perché l'uscita di Valcke è inutile se si conoscono i fatti. Una legge brasiliana è già presente per impedire il consumo di alcool alle partite di calcio: il governo la promulga nel 2003, vedendo il numero impressionante di scontri che si verificano tra tifosi ubriachi durante i match del campionato nazionale. Peccato che la FIFA abbia fatto pressioni qualche tempo fa perché passasse il Budweiser Bill. Cos'è? Ecco, la Budweiser - nota marca di birra - è sponsor dei Mondiali dal 1986 e la legge di cui parlo poco sopra avrebbe impedito di vendere la bevanda. Eppure, Valcke qualche tempo fa si è presentato in Brasile e ha fatto pressioni in maniera tale che venisse approvato il Budweiser Bill, che aggira il divieto imposto della legge. Approvato nel maggio 2012 e ben prima della Confederations Cup, l'aggiustamento è merito delle pressioni della FIFA. E ora Valcke si lamenta: incredibile. E' proprio vero che "chi è causa del suo mal, pianga sé stesso".
Magari fosse la prima dichiarazione a vuoto di questo Mondiale. La FIFA si sta superando. Basti sentire alcune perle di queste settimane. Si è discusso molto sul rigore concesso nella partita d'esordio al Brasile contro la Croazia. Presunto fallo di Lovren su Fred, peccato che l'attaccante verdeoro si lasci cadere da solo. Nonostante l'assurdità della chiamata dell'arbitro Nishimura, Blatter ha seguito la linea Scolari e ha avuto il coraggio di dire: «L'arbitro ha fatto bene ad assegnare il rigore. Fred è stato trattenuto in area».
Del resto, Blatter si sta mettendo in mostra anche per altro. Non è solo la parola, ma le azioni a colpire. Nonostante professi la massima stima da parte della gente brasiliana per la Coppa del Mondo, ogni volta il presidente della FIFA viaggia da stadio a stadio con una scorta infinita. Anche perché le proteste - seppur minori rispetto a quelle viste alla Confederations Cup dell'anno scorso - ci sono ancora. I brasiliani e diversi dimostranti hanno voluto dimostrare che l'organizzazione di questo Mondiale non è stata approvata da buona parte del popolo sudamericano.
Blatter, oltretutto, è famoso per le scelte sbagliate. Magari da correggere in corsa: basti pensare al Mondiale 2022, assegnato al Qatar. Una cantonata di cui ho già parlato in un articolo del luglio 2013. Prima del Mondiale sono uscite le prime accuse riguardo la corruzione che i qatarioti avrebbero esercitato per ottenere la manifestazione. L'Australia ha già presentato una domanda per ospitare l'evento al posto del Qatar: il Mondiale rimarrebbe nella zona asiatica, ma almeno avrebbe un senso. E forse sarebbe ottenuto senza dover per forza corrompere qualcuno. In fondo, bastano sette anni di anticipo per programmare l'organizzazione un Mondiale. E' sempre stato così, ma forse qualcuno aveva fretta di incassare...


Gli stadi e la sicurezza hanno rappresentato un ulteriore problema di questo Mondiale. Il caso più emblematico è certamente quello di Manaus. Una città che si trova nel bel mezzo della foresta amazzonica: per arrivarci meglio il traghetto o l'aereo, in auto diventa impossibile. Proprio l'isolamento ha permesso di conservarne la natura, ma la FIFA ha pensato bene di costruire uno stadio in quella città. Nonostante il clima equatoriale che caratterizza la zona. Nonostante il fatto che a Manaus non ci sia una seria squadra di calcio: il Nacional, compagine cittadina, milita in quarta divisione e nel campionato statale. A cosa servirà mai uno stadio - l'Arena da Amazônia - da 46mila spettatori? Per altro usato per sole quattro gare del Mondiale e che non era neanche pronto a febbraio 2014? Non a caso si è parlato della possibilità di trasformare l'impianto in un nuovo carcere dopo il Mondiale. Senza dover citare il caso di Natal: la città si è allagata nei giorni prima di Italia-Uruguay, con la sala stampa piena d'acqua.
Tuttavia, alcune migliorie in questo Mondiale ci sono. La prima è la goal-technology: uno strumento che stabilisca con certezza se la palla è entrata o meno. Anche se comunque l'autogol di Valladares in Francia-Honduras ha trascinato delle polemiche con sé. La seconda doveva essere il time-out a metà tempo per far rifiatare i giocatori. Dico "doveva" perché alla fine l'abbiamo visto poco: due volte. L'ultima in Olanda-Messico. Un peccato, perché sarebbe stato utile in molte situazioni della fase a gironi. Infine, il vero successo - forse anche l'unico - della FIFA in questo Mondiale è l'introduzione dello spray per la barriera. Un buon metodo, per altro già usato nelle leghe brasiliane. Perciò neanche un'idea originale della FIFA, ma che ora tutti prenderanno in prestito (leggo che in Italia sarà presente dalla prossima annata).
Errori non solo in Brasile, ma anche fuori. Si è sparsa la notizia di un aumento dello stipendio per i dirigenti FIFA. Una mossa molto politica: come si fa spesso in Italia, si fanno le mosse scorrette infilandone in leggi più grandi o mentre la gente non è attenta (proprio in occasione del Mondiale). Abile ma scorretta, la mossa è stata rivelata dal Sunday Times a fine giugno. I componenti del comitato esecutivo della FIFA si sarebbero raddoppiati lo stipendio, passato da 100mila a 200mila euro l'anno. Il tutto mentre Blatter continua a sostenere che la FIFA sia un'organizzazione senza scopo di lucro (sì, come no).
All'orizzonte si palesa lo scenario peggiore: Sepp Blatter si ricandida. Lo svizzero, 78 anni e 39 alle spalle da uomo della FIFA, punta alla quinta presidenza. Proprio quando la FIFA ha appena bocciato i limiti di età per l'assunzione di cariche elettive (un caso?). E' vero che l'ufficio da presidente FIFA è quasi monarchico (sette presidenti in 140 anni di storia), però sarebbe il caso che Blatter si facesse da parte. Lo sfidante potrebbe essere Michel Platini. Insomma, che sia padella o brace, sempre cotti finiremo. Sulla ricandidatura di Blatter alla poltrona più importante del mondo calcistico, il quadro migliore l'ha tracciato qualcuno che di calcio non si occupa: la cantante Lily Allen. Spesso controversa, ha reso bene l'idea quando ha dedicato la sua canzone "Fuck you" al dirigente svizzero, definendolo "la persona più noiosamente corrotta al mondo". E non è un caso che Blatter avanzi l'apertura alla moviola in campo proprio alla vigilia delle elezioni per il nuovo presidente della FIFA: il suo mandato scadrà il 29 maggio 2015. Chissà se la FIFA si diverte a esser pensata come un'organizzazione di incompetenti. Forse a 200mila euro l'anno, mi divertirei anch'io.

Joseph Blatter, 78 anni, pronto a ricandidarsi per la presidenza della FIFA.

1.7.14

Giochi venduti.

Il mercato è iniziato ufficialmente da oggi e qualcuno ha già raggiunto un accordo per vendere i propri gioielli. Il pensiero vola al Genoa: Stefano Sturaro, dopo un anno di buona crescita al Grifone, è nelle mani della Juve (anche se rimarrà un altro anno a Genova). E chissà se Mattia Perin resterà un'altra stagione. Così viene da riflettere sulla condotta di mercato del presidente Enrico Preziosi. Perché un conto è seguire il "modello Udinese", vendendo i giocatori dopo un'ottima stagione; un altro è regalarli dopo qualche sprazzo.

Stefano Sturaro, 20 anni: la metà del suo cartellino va alla Juventus.

Fosse una mossa nuova mi stupirei, ma Preziosi in questi anni ci ha abituato agli scambi da fantacalcio e alle cessioni immediate. Anche perché le promesse vengono sempre più sostituite da scommesse o sconosciuti, che spesso non soddisfano le attese dei tifosi genoani. Non tutto è da buttare. Riflettiamoci: il Grifone - da quando è tornato in A nel 2007 - ha portato a conclusione dei buoni affari. Vedi il caso di Domenico Criscito, che doveva essere il nuovo che avanza nella Juve ed è finito a sognare di essere il capitano del Genoa. Poi è arrivato allo Zenit per 11 milioni di euro. O alla coppia Thiago Motta-Diego Milito, che ha regalato una stagione da sogno (quinto posto nel 2009 e quasi Champions) e che ha fatto guadagnare al Genoa una cifra attorno ai 40 milioni di euro. Non male come plusvalenza. Infine, il caso di Salvatore Bocchetti: ora non se ne parla più, ma il suo trasferimento al Rubin Kazan nell'estate del 2010 valse quasi 10 milioni di euro. Un affare.
Tuttavia, sono tanti i trasferimenti andati a vuoto. Specie negli ultimi anni. E non è un caso che il rendimento del Genoa sia peggiorato notevolmente, tanto da sfiorare la retrocessione nel biennio 2011-2013. Prima i gol di Gilardino, poi la penalizzazione del Siena hanno salvato un Genoa in difficoltà da una fine peggiore. Eppure bisogna dividere i malaffari di mercato in due categorie. La prima è quella degli errori, di fretta o di sopravvalutazione. Pensiamo a gente come Chico: ora lo spagnolo si è affermato allo Swansea City, eppure il Genoa lo mandò via senza troppi complimenti dopo una stagione. E che dire di Hallenius, arrivato in Italia forse per un bel gol su YouTube? Alberto Zapater fu accolto come il nuovo regista del centrocampo rossoblu, poi venne sbolognato: almeno nello scambio il Genoa ci ha guadagnato, visto che all'epoca arrivò Miguel Veloso. Forse non si è creduto troppo nemmeno in Sergio Floccari: tanti soldi spesi per lui e appena sei mesi al Ferraris. Idem per Luca Toni, preso a quattro milioni l'anno d'ingaggio e mandato via dopo sei mesi. Senza dover arrivare ai casi di bidoni come Lucas Pratto (arrivato per tre milioni e ceduto a 500mila euro), Zé Eduardo (ancora sul groppone del Genoa fino a fine anno), il Caracciolo visto a Genova, Tzorvas, l'allegro Vargas e l'ultima coppia di centrali, che ormai ha passato i suoi migliori anni (Burdisso-Gamberini).
La seconda categoria è quella dei rimpianti. Se diamo un'occhiata alle rose del Genoa negli ultimi anni, il Grifone ha avuto almeno tre attaccanti promettenti nelle sue fila. Nel 2010-11 ce ne sono due: Alberto Paloschi e Mattia Destro. Due gol in 12 presenze per il primo (arrivato a gennaio dal Parma e a metà con il Milan), tre in 18 presenze per il secondo (acquistato dall'Inter a fine stagione). Entrambi ora sono attaccanti che in A possono dire la loro: anzi, Destro è arrivato a sfiorare il Mondiale quest'anno. Possibile che il Genoa non potesse puntare su uno dei due? Alla fine Paloschi è andato al Chievo, mentre Destro fu lasciato andare in prestito al Siena, per poi non tornare più al Genoa e trasferirsi alla Roma. Un rimpianto pesante. Come quello riguardante Ciro Immobile. Nel 2012-13, l'attaccante di Torre Annunziata è arrivato a Genova dopo aver trascinato il Pescara in A a suon di gol. La comproprietà con la Juve doveva creare le condizioni giuste perché il centravanti si affermasse anche nella massima categoria, ma l'avventura è stata una delusione. Cinque gol in 34 presenze, specie perché Ciro è stato spesso costretto a giocare da seconda punta, vista la presenza di Borriello (alla fine mai acquistato). La conferma del rimpianto è arrivata con i 22 gol di Immobile di quest'anno, dopo che il Genoa aveva venduto la sua metà alla Juve nella scorsa estate.

Stephan El Shaarawy, 21 anni, qui ai tempi del Genoa: è cresciuto nelle sue giovanili.

Eppure il futuro potrebbe essere in casa. Basti pensare che il Genoa Primavera allenato da Luca Chiappino vinse la Coppa Italia nel 2008-09 e il campionato nella stagione successiva. E non fu un caso: la compagine era veramente ottima, i ragazzi promettenti, c'era la base giusta per entrare in prima squadra con la guida di Gasperini. Eppure, di quelli se ne sono visti pochi giocare al Ferraris. Il caso più clamoroso è sicuramente quello di Stephan El Shaarawy, che non ha avuto spazio nel Grifone. Cresciuto nelle giovanili del Genoa, il ragazzo è tra i componenti più importanti di quella squadra giovanile rossoblu. Eppure ha giocato solo tre gare con il Genoa. Poi il prestito a Padova in B e il Milan lo notò: da lì, i rossoneri prima acquistarono la sua metà nel 2012, poi l'altra nell'estate successiva. Valore totale del trasferimento: 15 milioni e il cartellino di Alexander Merkel. Ma forse potevano essere di più. Ora El Shaarawy attraversa i guai che sta passando, ma il Genoa non avrebbe potuto beneficiare del suo talento per un paio di stagioni?
Se poi analizziamo il potenziale di quella Primavera, la lista può continuare. Diego Polenta una volta doveva andare al Barcellona, pensate. L'affare era fatto per un prestito a 700mila euro, poi il riscatto a cinque milioni. Ma Preziosi si fece prendere la mano e chiese in cambio direttamente Ibrahim Afellay: troppo. Quindi l'uruguayano è rimasto in prestito a Bari per tre anni, mettendosi in luce nell'ultima stagione. E che dire di Antonino Ragusa? Lui servirebbe nel 3-4-3 di Gasperini, che lo ha rinominato piccolo Sculli. Dopo una stagione importante a Pescara, magari è la volta buona. Così come sarebbe potuto servire Dejan Lazarevic, ala slovena che per sette anni è stato di proprietà del Genoa. Dopo quest'anno al Chievo, ci si aspettava il riscatto dei liguri, che invece lo hanno lasciato andare. Infine, Richard Boayke: un attaccante promettente, uno dei tanti ghanesi affidabili che il mondo del calcio ha conosciuto negli ultimi anni. Benissimo con la Primavera del Genoa, bene con il Sassuolo, benino con l'Elche. Lui ha già vestito la maglia del Genoa e ha pure segnato (a 17 anni in un match contro il Livorno). In comproprietà con la Juventus, forse è il momento di tornare a casa...
Insomma, quale è il futuro per il Genoa? Dovrebbe essere quello delle scommesse in casa. Perché il materiale c'è, perché permette di buttar via meno soldi: non è un caso se Preziosi stia guardando alla Cina per nuovi soci. I Bertolacci, i Cofie (anche lui dalla Primavera del Genoa, solo quest'anno ha finalmente esordito in prima squadra) e i Perin, più gli acquisti alla Vrsaljko e Fetfatzidis, sono il futuro del Grifone. E se non lo si capirà presto, si potrebbe finire in guai peggiori. Troppe le occasioni perse o buttate in passato, è ora di cambiare registro. I giochi son preziosi, ma non devono esser venduti facilmente.

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