29.4.14

ROAD TO JAPAN: Tsukasa Shiotani

Buongiorno a tutti e benvenuti a un'altra puntata di "Road to Japan", la rubrica tramite la quale scopriamo i migliori prospetti che provengono dal paese del Sol Levante. Oggi mi voglio soffermare in difesa, su un centrale che si sta facendo un nome in Giappone. E non solo per le sue giocate difensive, ma anche per i gol che segna: ha un piede educato e una buona predisposizione offensiva. Sto parlando di Tsukasa Shiotani, baluardo del Sanfrecce Hiroshima bi-campione di Giappone.

SCHEDA
Nome e cognome: Tsukasa Shiotani (塩谷 司)
Data di nascita: 5 dicembre 1988 (età: 25 anni)
Altezza: 1.82 m
Ruolo: difensore centrale
Club: Sanfrecce Hiroshima (2012-?)



STORIA
Nato nella città di Tokushima nel dicembre 1988, Tsukasa Shiotani cresce nell'omonima prefettura e per lui - visti i piedi buoni - si prevede un futuro da centrocampista. Finiti gli studi da liceale, si iscrive alla Kokushikan University, dove continua a giocare a pallone. In quattro anni con l'omonimo club di calcio - che aveva anche partecipato alla Japan Football League (l'ex terzo livello della piramide calcistica in Giappone) - impara molto e sopratutto cambia definitivamente ruolo. L'uomo del destino di Shiotani è Tetsuji Hashiratani: ex capitano della nazionale negli anni '90, arrivò alla Kokushikan University per allenare la squadra di calcio e spostò Shiotani in difesa.
Quando Hashiratani fu richiamato nel calcio professionistico per guidare il Mito Hollyhock, formazione di J-League 2, il tecnico non ebbe esitazione nel portarsi dietro anche Shiotani. Con lo svecchiamento della squadra e la promozione di molti giocatori dall'università, il Mito dovette riformarsi e alla prima stagione da professionista Shiotani ne diventò il leader difensivo. Per lui subito 38 presenze e la maturità di chi sa affrontare bene un calcio diverso da quello universitario.
Con il 2012 da protagonista, Shiotani non era più un giocatore che il Mito poteva trattenere. Molte squadre di prima divisione cominciarono a osservarlo, come lo Shimizu S-Pulse, l'Omiya Ardija e il Sanfrecce Hiroshima. Tra queste, gli ultimi furono i più lesti ad assicurarsi le sue prestazioni nell'estate 2012. Arrivato a Hiroshima, Shiotani non giocò molto nella sua prima stagione in J-League: appena quattro presenze, perché il club ha le sue gerarchie ed è impegnato in una corsa che porterà alla vittoria nella lega nazionale. Paradossalmente, giocherà tutti i 90' della partita che consegnerà la J-League al Sanfrecce, quella contro il Cerezo Osaka del 24 novembre 2012.
Con la partenza di uno dei pilastri difensivi - Ryota Moriwaki, trasferitosi agli Urawa Red Diamonds - Shiotani ebbe molto spazio e il tecnico Moriyasu non esitò a farlo partire titolare per tutta la stagione. Anzi, il difensore conserva un particolare record: è partito titolare e ha giocato i 90' di tutte le 48 partite stagionali del club di Hiroshima nel 2013. Solo in una gara - in trasferta contro l'Oita Trinita - dovette abbandonare il terreno con un quarto d'ora d'anticipo. Un'annata che gli ha regalato un altro titolo in J-League, stavolta da protagonista. E poi l'esplosione di questo inizio di stagione: Shiotani si è fatto conoscere come cannoniere, visto che è già a quota sei reti in 17 presenze tra J-League e Champions League asiatica. E chissà che non confermi tali progressi, visto che è stato nominato MVP di marzo per la J-League.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Dal punto di vista tattico, visto il buon bagaglio tecnico di cui è provvisto, Shiotani può giocare in due ruoli. Naturalmente il centrale difensivo è la posizione naturale, ma gli schieramenti adottati da Mito Hollyhock e Sanfrecce Hiroshima gli hanno consentito di adattarsi anche a un altro abito: quello da libero. Non è stato raro - specie in J-League 2 - vederlo giocare da sweeper, così come nel 3-5-1-1 di Moriyasu. Quest'anno poi si è riscoperto tiratore di punizioni con successo: già un paio i gol segnati da calcio piazzato. Inoltre, Shiotani ha un ottimo senso di inserimento nelle azioni offensive. E poi ci sono le sue capacità difensive: la difesa del Sanfrecce è stata la meno battuta nella J-League 2013. Insomma, un pacchetto completo.

STATISTICHE
2011 - Mito Hollyhock*: 38 presenze, 3 reti
2012 - Mito Hollyhock*: 25 presenze, 2 reti
2012 - Sanfrecce Hiroshima: 5 presenze, 0 reti
2013 - Sanfrecce Hiroshima: 48 presenze, 4 reti
2014 - Sanfrecce Hiroshima (in corso): 17 presenze, 6 reti
* = in J-League 2

NAZIONALE
Nessuna presenza per lui nelle nazionali giovanili: è arrivato nel calcio professionistico a 22 anni, difficile esser notato nell'università in cui studiava. Tuttavia, con l'esplosione avuta recentemente, Zaccheroni lo ha convocato per uno stage di tre giorni. E non è detto che non ce lo ritroveremo al Mondiale brasiliano: il Giappone ha molte difficoltà nella scelta dei centrali difensivi e c'è lo spazio per delle sorprese.

LA SQUADRA PER LUI
La verità è che la crescita di Shiotani va assecondata. Difficile che vada via durante questo 2014, a meno che non partecipi alla Coppa del Mondo e questa si riveli il suo trampolino di lancio. Giusto che quest'anno lo passi ancora a Hiroshima, a imparare ancora tanto da Hajime Moriyasu, il mago del club. Poi chissà: qualcuno in Europa potrebbe volerlo. Del resto, Maya Yoshida ha aperto la strada ai centrali giapponesi. Shiotani potrebbe continuarla con successo.

26.4.14

L'impallinatore.

Nel silenzio generale, c'è qualcuno nel Bayern che ha raggiunto un record personale notevole: è Claudio Pizarro, centravanti peruviano della squadra di Guardiola. Con l'1-0 segnato sul campo dell'Eintracht Braunschweig sabato scorso, l'attaccante ha centrato un singolare obiettivo: Pizarro ha infatti segnato almeno un gol a tutte le 18 squadre che popolano la Bundesliga. Un record singolare, ma dovuto per il miglior marcatore straniero nella storia della massima divisione tedesca.


Pizarro arrivò in Germania quando si era ancora nel secondo millennio: il 1999 fu l'anno buono per la sua comparsa in Bundesliga. Allora, colui che era destinato a diventare il miglior marcatore straniero del campionato era Giovane Élber, attaccante del Bayern Monaco. E pensare che Pizarro condividerà la stessa maglia - quella del Bayern - per un biennio. Ma non prima di aver stupito l'intera Buli con la maglia del Werder Brema, il primo amore. I Die Werderaner furono i primi a vedere qualcosa in quel ragazzotto che sembrava grosso e sgraziato, ma che in realtà ci sapeva fare con i piedi. Il peruviano lo dimostrò nel biennio passato a Brema: tra il 1999 e il 2001, 38 reti con la maglia verde del Werder. Tante, tantissime. Così tante che molte squadre volevano assicurarselo, tra cui il Barcellona e l'Inter.
Alla fine ebbe la meglio il Bayern Monaco. Nonostante l'ottimo pedigree, in Baviera Pizarro era titolare, ma non indispensabile. Troppo forte quel Bayern, appena laureatosi campione d'Europa dopo la lotteria dei rigori contro il Valencia. Per carità, non sono mancate le soddisfazioni: in sei anni, l'attaccante ha vinto tre double tedeschi, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa nazionale. Ciò nonostante, al momento di rinnovare, Pizarro la sparò troppo grossa. Famosa un'uscita di Karl-Heinz Rumenigge sulle richieste del peruviano: «Se si vuole guadagnare come Shevchenko, bisogna giocare come Shevchenko». Ciò nonostante, l'attaccante non è mai andato sotto la doppia cifra con il Bayern in sei anni.
Notevole, ma non abbastanza: così la fuga verso Londra e il Chelsea di José Mourinho. In realtà, l'esperienza inglese è stata deludente per Pizarro: se mai fosse possibile, in quel Chelsea era ben più difficile giocare che nel Bayern Monaco. Se lo Special One lo riteneva importante, non fu lo stesso per Avram Grant. Inoltre, il rendimento di Pizarro fu deficitario: due gol in 32 partite giocate. Una miseria per uno come lui, che decise per il ritorno al primo amore. Il Werder lo prese in prestito per il 2008-09: fu un successo. Pizarrò segno 28 reti in tutta la stagione, aiutando il Brema sia nella vittoria in DFB-Pokal che in Coppa Uefa, dove il Werder arrivò in finale.
Comunque l'esperienza aveva dimostrato quanto Pizarro poteva ancora dare. Così il Werder pagò appena due milioni di euro per avere a titolo definitivo il peruviano. Pizarro non esitò a ripagare il club: altri 28 gol nella stagione successiva che significarono terzo posto e preliminari di Champions. In ogni caso, il vero momento di grazia si ebbe nell'ottobre 2010: con il gol al Borussia Mönchengladbach, Pizarro divenne il top-scorer straniero nella storia della Bundesliga. Una tendenza confermata anche al Bayern Monaco, dove è tornato nell'estate 2012 a parametro zero. Nonostante il compito di vice-Mandzukic, Pizarro ha avuto modo di fornire un suo contributo e ha aiutato il club a vincere la Champions League dell'anno scorso. Ora il suo score in Bundesliga è di 172 gol: una sorta di mito vivente.

Pizarro con la maglia del Werder, l'altra squadra-chiave della sua carriera.

Diciamo che la grande fortuna nei club tedeschi non l'ha seguito in nazionale: nonostante l'esser un punto di riferimento in patria, Pizarro ha ottenuto molto poco con la maglia del Perù. Anzi, è stato spesso criticato per il rendimento con la nazionale, che non era mai al livello di quello con i club. Il suo paese, paradossalmente, è riuscito a centrare il terzo posto in Copa America proprio quando il bomber del Werder non era presente alla manifestazione, lasciando spazio allo scatenato Guerrero di quei venti giorni dell'estate 2011. Pizarro si iscrive a forza alla pletora di grandi giocatori che non hanno mai disputato un campionato del mondo: a 35 anni, dubito che ci siano altre chance e il Perù d'oggi non è riuscito a qualificarsi a un Mondiale che vedrà sei sudamericane tra le trentadue partecipanti... difficile che ci riesca in futuro.
Tra l'altro, la carriera di Pizarro e l'Italia si sono incrociate diverse volte: doveva diventare un giocatore dell'Inter di Cuper nel 2001, ma scelse la Baviera. Quando poi ha sfidato le italiane in Europa, non ha mai esitato a bucarle. Che giocasse con il Bayern o con il Werder, non faceva differenza: tre gol al Milan (con due maglie diverse), quattro all'Inter (idem), uno all'Udinese, due alla Sampdoria e un altro alla Juventus. Inoltre, i suoi bisnonni sono italiani e Pizarro possiede il doppio passaporto: quello peruviano e quello... italiano, già. Viene quasi da chiedersi se qualcuno lo cercherà a breve.
Già, perché il contratto di Pizarro è in scadenza e il suo futuro è tutto da scrivere. Cosa poter chiedere dopo una carriera del genere, piena di soddisfazioni e traguardi? Lui dice che non ha fretta e che aspetta per decidere sul da farsi. Le opzioni sul tavolo, per lui, sono due: rimanere al Bayern Monaco un altro anno (la concorrenza non lo spaventa, neanche se si chiama Lewandowski) oppure andarsene fuori dalla Germania. Il peruviano proverebbe volentieri un'altra esperienza all'estero. Chissà cosa ne sarà di lui: l'impallinatore, intanto, attende.

Claudio Pizarro, 35 anni, il miglior realizzatore straniero nella storia della Bundesliga.

21.4.14

The un-italian job.

Sì all'import, no all'export: è questo il segnale mandato dalla nazionale italiana di Cesare Prandelli negli ultimi tempi. E l'ultimo stage ha confermato quanto venne stabilito all'inizio del suo mandato: vi ricordate quando nella prima gara di Prandelli come C.T. esordì Amauri con la maglia azzurra? Era un Costa d'Avorio-Italia e quella dell'italo-brasiliano fu una prestazione deludente. Da un po' gli oriundi hanno più spazio in nazionale: la quasi certa convocazione per il Brasile di Paletta e Romulo è solo uno degli esempi che si possono fare.

Gabriel Paletta, argentino di 28 anni, dovrebbe essere nel gruppo azzurro ai Mondiali.

Attenzione: questo non vuole esser nazionalismo. Non sono per il famoso "L'Italia agli italiani": se c'è qualcuno molto più bravo, va tenuto in considerazione. E del resto, il C.T. ha bene a mente questo esempio: basti guardare Thiago Motta parte integrante del gruppo azzurro. Tuttavia, veramente c'è bisogno di integrare giocatori di nazionalità diversa? Eppure la storia della nazionale racconta che c'è apertura verso l'oriundo (Camoranesi ha vinto un Mondiale, ricordiamocelo), mentre per l'italiano che gioca bene all'estero il credito è minore.
Bisogna fare attenzione: l'estero non è garanzia di successo. Uno degli esempi più funesti è quanto accadde ad Antonio Cassano durante la sua permanenza al Real Madrid. Certo, il barese era bizzoso, ma finì in un buco nero: nessuno si ricordava più delle sue giocate e neanche Capello riuscì più a gestirlo. Tanto che il Mondiale 2006, scontato per lui due anni prima alla Roma, lo vide in tv. Marco Di Vaio, che dieci anni fa andava per la maggiore, venne sistematicamente ignorato dopo il suo trasferimento al Valencia. E che dire di Gianfranco Zola e delle sue magie al Chelsea? Sbocciavano i Totti e i Del Piero, ma nessuno invocò Zola a nessun Mondiale o Europeo, nonostante The Magic Box facesse sognare i tifosi dei Blues. Non c'era ancora Abramovich, ma Trapattoni non ritenne mai che Zola potesse servire alla nazionale.
Oggi i casi sono meno rilevanti, ma l'estero a volte può essere un freno piuttosto che una spinta. Non solo per le scelte di alcuni commissari tecnici della nazionale azzurra, ma anche perché non si replicano le condizioni di successo avute in patria. Vi ricordate di Salvatore Bocchetti? Esplose nel Genoa di Gasperini e fu persino convocato da Lippi per il Mondiale sudafricano. Una volta andato in Russia (prima nel Rubin Kazan, ora è allo Spartak Mosca), il C.T. Prandelli l'ha giusto convocato nella lista dei pre-selezionati per l'Europeo 2012, ma non ha più giocato in azzurro. In quel Genoa giocava anche Domenico Criscito, che a quella Coppa del Mondo fu titolare. Prandelli lo considerò anche quando il terzino si trasferì allo Zenit di San Pietroburgo, ma il suo coinvolgimento nello scandalo pre-Europeo del calcioscommesse lo ha bruciato. E forse anche il giocare a San Pietroburgo non l'ha premiato, visto che è Criscito è sparito dal radar del C.T. per un anno e mezzo. E' tornato in nazionale solo per l'amichevole contro la Germania del novembre scorso.
Stessa sorte per Emiliano Viviano, bruciatosi con il prestito all'Arsenal, dove fa la riserva di Szczęsny e Fabiański (avessi detto Gordon Banks...). Del resto, pure Alessandro Diamanti non è più nei pensieri di Prandelli dopo essersi trasferito alla corte del Guangzhou Evergrande. Tuttavia, questo caso è speciale, visto che il C.T. conosce bene le doti del fantasista. Ma se c'è un caso su tutti per l'estero fatale, è quello di Davide Santon. Ricordate il 2009? L'allora giovanissimo terzino dell'Inter affrontava da pari a pari Cristiano Ronaldo, veniva santificato in tutta l'Italia e venne anche convocato per la Confederations Cup. Poi le prime difficoltà in nerazzurro e l'addio dopo il triplete. A Newcastle, specie nel primo anno, Santon ha fatto benissimo. Prandelli gli ha fatto fare una comparsata all'Amsterdam Arena un anno fa, poi basta. Se no si monta la testa.

Davide Santon, 23 anni: una volta golden boy del calcio italiano, oggi dimenticato.

Tuttavia, c'è chi all'estero si è distinto come italiano meritevole di attenzione. Certo, c'era anche chi - come Mario Balotelli - non poteva esser ignorato pur passando brutti momenti al Manchester City. O chi, come Christian Vieri ai tempi dell'Atletico Madrid, era un fenomeno tale che l'estero non rappresentava un freno. Un ragionamento che potrebbe valere anche per gli italiani del Paris Saint-Germain, che stanno fornendo un ottimo rendimento. Prendete però un caso come quello di Andrea Barzagli: al Wolfsburg non era sempre brillante, ma forse sarebbe potuto essere nello stesso gruppo che Lippi aveva portato alla vittoria del Mondiale nel 2006, dove lui c'era. Invece, il giocare in Bundesliga forse gli precluse qualunque chance di essere in Sudafrica.
Stessa sorte toccò a un altro gran giocatore del nostro calcio, forse il migliore di questi tempi: Giuseppe Rossi. Passato dal Manchester United al Parma in prestito, Pepito stupì tutti in mezza stagione. Giusto il tempo di esser retorici e poi mandarlo all'estero: mentre tutti si spellavano le mani, il Villareal fece un'offerta da undici milioni di euro e lo tenne per cinque stagioni. In cui Pepito ha confermato quanto di buono si era visto nei sei mesi al Tardini: saranno 82 le reti segnate in 192 gare con il Sottomarino giallo. Con tutti gli infortuni che ha avuto, tra l'altro. Lippi all'epoca se lo portò alla Confederations Cup del 2009, dove Rossi segnò anche un gol agli Stati Uniti. Convocato nella pre-lista del Mondiale 2010, venne tenuto fuori per gli eroi del 2006. Un errore che Lippi non ha mai esitato a imputarsi.
E che dire degli eroi mancati di oggi? Fabio Borini si è fatto conoscere un po' ovunque: Chelsea, Swansea, Roma, Liverpool (nonostante gli infortuni) e Sunderland. Proprio l'altro ieri ha probabilmente condannato Mourinho a lasciare la corsa per il titolo in Inghilterra. Ha segnato in finale di Coppa di Lega contro il City, ha segnato comunque sette in reti in una squadra come i Black Cats. Forse qualche chance in più la meritava, visto che Prandelli l'ha pure portato agli ultimi Europei. Ma i due casi misteriosi per il Mondiale sono altri: Giulio Donati e Graziano Pellè. Il terzino destro del Bayer Leverkusen un anno fa giocò l'Europeo U-21, dopo una stagione di sofferenze a Grosseto. Poi la Bundesliga decise di investire su di lui; all'Inter, tanto, non avevano la minima voglia di trattenerlo. E così Donati quest'anno è stata una delle colonne di una squadra che potrebbe centrare il quarto posto, ergo i preliminari di Champions. Una competizione che, comunque, Donati ha giocato quest'anno (31 presenze in totale finora). Infine, Graziano Pellè: l'Italia è fortunata nell'avere dei giovani attaccanti come Destro e Immobile. Ma nessuno attaccante italiano ha segnato tanti gol come l'ex Lecce in questo biennio: 54 gol tra Eredivisie, coppa d'Olanda ed Europa League. Al Feyenoord è diventato capitano e idolo, è esploso all'improvviso. Basti pensare che nell'agosto 2012 faceva panchina in Juve-Parma, prima di campionato della scorsa Serie A, entrando per nove minuti. E ora timbra a ripetizione. Con Prandelli che lo ha ignorato regolarmente, come se segnare in Eredivisie sia inutile. Perché quando si tratta di Ibrahimovic o Suarez a trenta reti l'Eredivisie è interessante, ma quando li segna Pellè no? Boh, domanda da rivolgere ad altri. The un-italian job è in corso.

Graziano Pellé, 28 anni, centravanti del Feyenoord regolarmente ignorato da Prandelli.

18.4.14

Mr. No Relegation.

La cosa più giusta l'ha detta Paul Lambert, tecnico dell'Aston Villa, qualche giorno fa: «Sarei sorpreso se Tony non vincesse qualcosa quest'anno». Il riferimento di Lambert era a un eventuale premio a Tony Pulis, manager del Crystal Palace. Parole di una settimana fa, quando i londinesi non erano ancora sicuri della salvezza. Ormai è passato: due vittorie proprio contro i Villans e ieri sul campo dell'Everton hanno chiuso il discorso salvezza per Pulis. Che conferma di essere un talismano imbattibile contro il pericolo retrocessione.

Pulis al Britannia Stadium: il luogo dei miracoli per il suo Stoke City.

In un calcio che si piega ai piedi dei Guardiola, dei Pellegrini e dei Rodgers - alcuni di questi allenano nella sua stessa lega - Tony Pulis se la gioca a modo suo. Palla lunga e pedalare? A lui piace da matti. E di questi tempi, non è facile ottenere risultati giocando alla vecchia maniera. Eppure Pulis è un lottatore, che non molla mai, nemmeno quando l'impresa sembra disperata o gli obiettivi irraggiungibili. Ex difensore che non ha mai giocato in prima divisione inglese, Pulis ha cominciato ad allenare nel lontano 1992, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo.
Ricominciò da Bournemouth, dove aveva giocato l'ultima parte di carriera e dove aveva appena lasciato l'allenatore, un certo e allora sconosciuto Harry Redknapp. Pulis fa bene, così come a Gillingham per un quadriennio. Dopo brevi passaggi al Bristol City e al Portsmouth, nel 2002 Pulis arriva al Britannia Stadium: è il nuovo allenatore di quello Stoke City che sarà il club che più ha contraddistinto la sua carriera da manager. Con lui la squadra cresce gradualmente, ma fatica a lottare per la promozione dalla Championship alla Premier League. C'è poi lo spinoso rapporto con il proprietario, l'islandese Gunnar Gíslason, che incolpò il manager gallese di non aver sfruttato troppo il mercato estero.
Così, nel 2005, l'arrivederci tra Pulis e lo Stoke. Un anno interlocutorio al Plymouth Argyle, poi il ritorno nello Staffordshire per scrivere la storia. Non solo lui, anche Peter Coates - proprietario del club negli anni '90 - torna a gestire lo Stoke. Il duo porterà la squadra biancorossa nella storia: nel 2008, i Potters tornano in Premier dopo 23 anni. Il Britannia Stadium diventa famoso nella massima serie britannica per i decibel emessi: è di gran lunga l'impianto più rumoroso della lega. In cinque stagioni con lo Stoke, Pulis è un rullo compressore: sempre nella parte destra (ma alta) della classifica, salvezze tranquille e sempre comprese tra i 42 e i 47 punti. In più, qualche scalpo nobile per strada (Arsenal, Liverpool, Manchester City). Ma sopratutto la finale di F.A. Cup: pur perdendo contro il City di Mancini, lo Stoke si guadagna un anno in Europa League e una vetrina altrimenti impossibile senza l'esperienza di Pulis.
Quando nel maggio 2013 il tecnico saluta lo Stoke, c'è grande commozione. Eppure il manager gallese non ha voglia di ripartire subito e rimane fermo. A lui piacciono le imprese difficili. E allora quale miglior impresa del salvare il Crystal Palace, che sembrava spacciato? Promosso ai play-off, il club londinese era di gran lunga il più debole della Premier League quest'anno. E l'avvio con Ian Holloway non è stato dei migliori: tre punti in otto partite di campionato. Quando anche l'interim di Keith Millen è stato accantonato, si è puntato su Tony Pulis da novembre scorso. Arrivato a Londra, il nuovo manager è stato molto schietto: «Tutti pensano che retrocederemo: sarà bello provare che la gente si sbaglia. E' difficile scalare le montagne, ma è anche bello farlo e io sono bravo».

Uno dei tanti memes sul rough football di Tony Pulis in Premier League.

Già, perché Pulis porta con sé un singolare record: non è mai retrocesso nella sua ventennale carriera. Mai. Delle volte non ha centrato gli obiettivi che si poneva, ma retrocesso mai. E non si è smentito neanche a Selhurst Park: quando era arrivato, il Palace era ultimo e sembrava spacciato. Invece, in cinque mesi, tutto è cambiato. Il manager gallese ha portato a casa ben 31 punti in 22 gare e nelle ultime quattro partite ha ottenuto altrettanti successi. Tra questi, si è portato a casa lo scalpo del Chelsea di Mourinho e ha vinto sul campo dell'Everton di Martinez, in piena corsa per un posto in Champions. Mica male per chi a novembre era senza speranze.
Per altro, il segreto del gioco di Pulis è in un calcio fatto di contrasti, palle lunghe e sponde. Un gioco già perfezionato allo Stoke City, ma rimesso in pratica con il Crystal Palace. Non per nulla, i londinesi sono la squadra che in Premier ha la più bassa percentuale di passaggi riusciti; sono anche la compagine che fa i passaggi più lunghi in media (21 metri). Insomma, non si parla di tiki-taka. Tuttavia, la difesa del Palace è la sesta migliore della Premier League in stagione. Ma se considerassimo il rendimento della retroguardia dall'arrivo di Pulis, dovremmo spellarci le mani: 20 reti subite in 22 gare. E le Eagles sono anche coloro che - di gran lunga - hanno effettuato più azioni difensive tra tackles, spazzate e tiri bloccati. Ottimo per una squadra che deve salvarsi.
Anche il mercato ha fatto il suo. A differenza del primo passaggio a Stoke-on-Trent, Pulis ha fatto tre acquisti chiave sul finire del mercato invernale. Sono arrivati il centrale Scott Dann dal Blackburn Rovers, il centrocampista Joe Ledley dal Celtic e l'ala Jason Puncheon dal Southampton. Sarebbe anche arrivato l'ottimo Tom Ince da Blackpool, ma finora non c'è stato molto bisogno di utilizzarlo. Le mosse giuste, visti i risultati. Specie Puncheon, che ha segnato gol pesanti: reti da tre punti contro Aston Villa, Stoke e Hull City, grande prova contro il Cardiff, un gol e un assist l'altro ieri al Goodison Park. E anche grazie a lui, persino lo stesso Pulis ormai se la sente di dirlo: «Siamo salvi. Questo è un gruppo fantastico, abbiamo evitato la retrocessione in Championship». E se anche lui - Mr. No Relegation - si lascia andare a certe dichiarazioni, il Palace e i suoi tifosi possono dormire sonni tranquilli. Grazie al mago delle salvezze.

Tony Pulis, 56 anni, è Mr. No Relegation: clamorosa la salvezza con il Crystal Palace.

15.4.14

UNDER THE SPOTLIGHT: Éder Fabián Álvarez Balanta

Buongiorno a tutti e benvenuti a un nuovo numero di "Under The Spotlight", la rubrica che ci permette di visionare alcuni dei migliori talenti in giro per il mondo, pronti al grande salto. Oggi ci spostiamo per una capatina in Sud America, dove andiamo a conoscere il prodigio difensivo di casa Colombia. Gioca nel River Plate, ma persino il Barcellona ci ha messo gli occhi. E chissà che non lo rivedremo persino ai Mondiali di giugno: sto parlando di Éder Álvarez Balanta, centrale dei Millionarios.

SCHEDA
Nome e cognome: Éder Fabián Álvarez Balanta
Data di nascita: 28 febbraio 1993 (età: 21 anni)
Altezza: 1.81 m
Ruolo: Difensore centrale, terzino sinistro
Club: River Plate (2012-?)



STORIA
Nato in quel di Bogotá, capitale della Colombia, il giovane Balanta viene notato nelle giovanili dell'Academia F.C. Oggi quel club non esiste più, ma ha consegnato un gran giocatore agli argentini, che non esitano a prelevarlo e a portarlo in Primera División. Un passaggio nelle giovanili dei Millionarios, dove il colombiano è una delle colonne della squadra che vince la Copa Libertadores U-20. A quel punto, è naturale per lui il passaggio tra i grandi all'inizio del 2013. Dopo poche partite, nell'aprile dello stesso anno era già uno dei punti di riferimento della squadra, tanto che lo si è paragonato a Ivan Cordoba o Jorge Bermudez, grandi difensori colombiani. Nonostante la giovane età, Balanta ha dimostrato una personalità fuori dal comune, capace di renderlo il miglior difensore della massima serie argentina. Un'opinione ormai comune in tutto il Sud America, dove il ragazzo è considerato uno dal futuro assicurato.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Per come gioca, Balanta ricorda molto il primo Lucio che si vedeva in Bundesliga con la maglia del Bayer Leverkusen. Non è raro vederlo scorrazzare palla al piede dalla propria retroguardia. Dotato di una discreta tecnica, la propensione per l'avanzata è adatta al campionato argentino; viene da chiedersi se potrebbe esser replicata in una lega europea. Buon senso della posizione, non è altissimo, ma compensa con le sue doti atletiche. Ma il parere più pesante l'ha dato il suo tecnico al River Plate, Ramón Díaz, che ha paragonato Balanta a Passerella: mica male. Il tiro dalla distanza non c'è, ma il piede del colombiano è ben educato. Tatticamente, Balanta ha dimostrato di poter giocare anche da terzino mancino, sebbene sia un centrale naturale.

STATISTICHE
2012-13 - River Plate: 9 presenze, 2 gol
2013-14 - River Plate (in corso): 27 presenze, 0 gol

NAZIONALE
Neanche il tempo di esplodere in Argentina e subito il C.T. Pekerman aveva mandato qualcuno a vederlo. Del resto, Balanta si fa conoscere, sebbene non abbia mai la possibilità di giocare nelle giovanili dei Cafeteros. Sono gli infortuni a bloccarlo, tanto da non fargli giocare il Sudamericano U-20. Poi avrebbe dovuto disputare la Coppa del Mondo U-20 in Turchia la scorsa estate, ma in realtà il River glielo impedì. Già allora, però, la nazionale maggiore aveva preso appunti sul centrale. Chiamato per le amichevoli di novembre contro Olanda e Belgio, Balanta ha esordito un mese fa contro la Tunisia. Chance per il Mondiale? Parecchie, visto che il reparto difensivo dei sudamericani deve migliorarsi ed è in età avanzata (Yepes ha 38 anni, Perea 35). A giudicare dalle potenzialità, si potrà fare solo che meglio.

LA SQUADRA PER LUI
Lui sogna il Barca, un affare non così difficile. Se il blocco del mercato da parte della Fifa non fosse confermato, i blaugrana potrebbero anche seriamente pensare a lui. Con buona pace del colombiano, che in Spagna troverebbe l'ambiente adatto per crescere ancora, Barcellona o meno. Il contratto del difensore è fino al 2016, con una clausola di rescissione che si aggira sui 25 milioni di euro. Una cifra non impossibile per le grandi d'Europa. E pensare che l'Inter ci aveva provato nel maggio scorso, quando il ragazzo era ancora poco conosciuto e aveva giocato appena qualche partita con il River. Ma la richiesta di 12 milioni spaventò i nerazzurri. Quest'inverno ci aveva provato persino il Norwich; ora il Mondiale, dopo chissà...

12.4.14

L'Italia fatal.

Ve lo ricordate Edu Vargas? Massì, dai, quello che a Napoli non ha strusciato palla e che ha praticamente ha visto più panchina che campo. Bene. La conferma di quanto il calcio a volte sia strano è arrivata giovedì sera allo stadio Mestalla di Valencia: Edu Vargas, insieme a Paco Alcacer, ha trascinato il club alle semifinali di Europa League, ribaltando il passivo di 3-0 contro il Basilea e portando il Valencia al turno successivo. Chi l'avrebbe mai detto dopo aver visto giocare il ragazzo in quel di Napoli?

La tripletta all'AIK in Europa League, uno dei pochi sprazzi di Vargas a Napoli.

Eppure, non è il primo segnale di risveglio che Edu Vargas dà da quando se ne è andato dall'ombra del Vesuvio. Anzi, la sua carriera pare spezzarsi proprio nel passaggio a Napoli: prima e dopo l'anno in azzurro, il giocatore è uno di quelli che sa dare del "tu" al pallone e che colleziona successi. Chiunque s'intendesse un pochettino di calcio sudamericano, qualche anno fa lo pronosticava come il nuovo fenomeno. Con il suo Universidad de Chile, vinse la Copa Sudamericana nel 2011, da capocannoniere e MVP della manifestazione. Non solo: Vargas fu il calciatore cileno dell'anno e arrivò secondo come miglior giocatore sudamericano, dietro al solo Neymar.
A quel punto, molti club si fecero avanti per l'attaccante, ma nessuno ci andò pesante come il Napoli di Aurelio de Laurentiis: a quel tempo, i partenopei giocavano in Champions e il suo allenatore era Walter Mazzarri. Che non ha mai amato i giocatori come Vargas, veloci, rapidi, ma fisicamente inconsistenti. Non per nulla, la seconda punta di quel Napoli era Lavezzi, che era ben più preparato atleticamente e tatticamente del povero Edu Vargas. Presentazione in pompa magna e 14 milioni di euro spesi dal patron azzurro, che disse di lui: «Aiuterà la nostra squadra a crescere». La verità, invece, è stata un'altra: Vargas non ha inciso per nulla sulla vita calcistica del Napoli. Neanche quando il Pocho se ne andò a Parigi, col cileno relegato in panchina. In campo, poi, Mazzarri difficilmente gli ha dato la collocazione giusta: spesso il tecnico di San Vincenzo lo schierava prima punta, in un ruolo per nulla congeniale al cileno. Risultato? 28 presenze in un anno e tre gol, tutti nella stessa gara, quella di Europa League contro l'AIK Solna.
Chiaro, anche Vargas ci ha messo del suo, ma c'è un dato che fa riflettere: nelle 19 gare disputate in Serie A, Vargas non è mai (e sottolineo mai) partito dal primo minuto. Nonostante gli impegni pressanti e la necessità di far turn-over, Mazzarri non pensò mai di dar fiato ai vari Cavani, Pandev e Insigne. Il cileno, invece, figurava regolarmente in campo in Europa League, competizione che al Napoli non è mai interessata. Insomma, una riserva pagata 14 milioni di euro. A quel punto, Vargas ha allargato le braccia e se ne è andato: a gennaio 2013 saluta il Napoli e va in prestito annuale al Gremio. Segna nove gol in 37 partite: non tantissimi, ma almeno dimostra che qualcosa c'è nel suo repertorio calcistico. A Porto Alegre si fa notare e poi il Valencia l'ha nuovamente rilevato in prestito nell'inverno scorso. Una vetrina che è utile per la nazionale, dove Vargas è una delle star. Già, perché se in Serie A faticava, con il Cile l'attaccante segna. Eccome se segna: cinque reti nelle qualificazioni per il Mondiale di giugno, più una doppietta contro la Spagna e un gol contro Brasile. Mica male per chi non valeva neanche una comparsata dal primo minuto nei campi della nostra lega.

Nel Cile del C.T. Sampaoli, Vargas è una delle stelle: lo aspetta il Mondiale.

La ragione di questo insuccesso, chiaramente, non sta solo nell'integralismo del fu Mazzarri azzurro. A me pare molto semplice. C'è una categoria di calciatori che semplicemente non si integra nel calcio italiano. Gli esempi sono molteplici. Qualcuno si ricorda di Gaizka Mendieta, capitano del Valencia di Cuper che arrivò a due finali di Champions? La Lazio lo pagò 45 milioni di euro, una cifra che non sembrava una follia visto il rendimento all'epoca del basco. Invece, Mendieta in Italia fu un vero flop. Eppure, nell'anno di prestito al Barca e nelle stagioni di Middlesborough si è rivisto qualcosa di quello ammirato a Valencia. E che dire di Ricardo Oliveira? Arrivò al Milan nel 2006 come il successore di Shevchenko (etichetta pesante), dopo aver segnato tanti gol al Betis. Eppure qui non si distinse per un grande rendimento; anzi, venne impacchettato verso Saragozza. Dove retrocesse, ma segnò 18 gol e formò una straordinaria coppia d'attacco con Diego Milito. E potrei citarvi anche Julio Baptista, brevemente rinato al Malaga dopo gli attimi finali a Roma, che non sono stati proprio entusiasmanti.
Insomma, ci sono giocatori che semplicemente non si adattano al calcio nostrano, specie quelli che poi giocano bene in Liga. Vi ho fatto alcuni esempi, ma potrei farne altri. Mettiamoci anche Vargas è un buon giocatore (con margini di miglioramento), ma non un campione, e il quadro è completo. Ora Valencia lo ha accolto e lui sta contribuendo alla gloria di un club che in questo momento non se la passa bene. Ok, sono in semifinale di Europa League, ma in campionato il Valencia paga diciotto punti dal quarto posto - valido per la Champions - e otto dall'ultimo posto disponibile per l'Europa League. Calcolando che i Chotos sono già fuori dalla Copa del Rey, l'unico modo per rivederli in Europa sarà la vittoria in Europa League: difficile.
In quest'impresa, Edu Vargas sarà fondamentale. Ma il futuro del cileno è tutto da scrivere: lui non vuole tornare a Napoli, ma non si sa quanto il club spagnolo possa permettersi per il suo eventuale riscatto (che dovrebbe esser fissato sui dieci milioni di euro). Intanto, l'attaccante si diverte e spera di stupire ancora: deve fare di più in Liga, dove però ha giocato solo quattro partite per intero. Cinque gol e tre assist in 17 partite tra campionato ed Europa League; col Basilea, poi, è stato fondamentale. Si sono visti degli sprazzi di ciò che Vargas mostra in nazionale (che intanto lo aspetta per il Mondiale di giugno). Insomma, se non torna in Italia, il futuro sembra luminoso; specie se resterà in Spagna. L'Italia è stata fatale, a lui come altri.

Edu Vargas, 24 anni, decisivo giovedì: un gol e un assist fantastico.

9.4.14

The new Magic Box.

Quando trotterella sul campo, aspetti che qualcosa di magico accada. Già, perché lui è un po' come un mago, come lo hanno soprannominato in Spagna. David Silva non è un giocatore qualsiasi: non lo scopro io, ma a volte è un concetto che passa inosservato tra i Messi, i Ronaldo e i Suarez. Viene in mente quel paragone con la Magic Box originale: Silva assomiglia tanto a quel Gianfranco Zola che stupì tutti al suo arrivo al Chelsea. L'italiano impressionò l'intera Premier League al suo arrivo da Parma a metà degli anni '90.

Con Villa ai tempi del Valencia, dove Silva è rimasto 10 anni tra giovanili e prima squadra.

Nella Spagna dei campioni, lui è uno dei pochi che non ha mai militato né nel Barca, né nel Real Madrid. Per questo è poco nominato, visto che gioca lontano dalla terra natia e per giunta in una lega straniera. Un'usanza poco conosciuta nella nazionale roja, visto che molti dei suoi componenti militano in Liga e solo negli ultimi anni gli iberici si stanno spostando nel resto d'Europa. Una situazione ben diversa da quando la Spagna ancora non vinceva nulla o rispetto al trionfo dell'Europeo 2008: in quel caso, 18 giocatori su 23 militavano in patria. Per altro, quattro dei cinque all'estero erano nel Liverpool spagnolo di Rafa Benitez.
Tra quelli rimasti in Spagna, c'era anche questo giovane fantasista del Valencia, all'epoca sconosciuto ai più. Il Valencia giocava in Champions, spesso presente in Europa, ma di David Silva si sapeva poco o nulla. Il padre faceva il guardiano al Mestalla, lo stadio del Valencia; il club gli offrì la possibilità di giocare per le giovanili. Da piccolo Silva sognava di far portiere, ora invece è lui a mandare al manicomio gli estremi difensori avversari. Dopo gli anni nella cantera del Valencia, venne mandato a farsi le ossa: un anno all'Eibar in Segunda, un anno al Celta Vigo in Liga. Quando torna alla casa madre, il tecnico Quique Sánchez Flores non esita a lanciare Silva in prima squadra. Sarà un passo senza ritorno: per quattro anni, la squadra può contare sul piccolo mago delle Canarie, che produce assist a ripetizione e aiuta il Valencia a mantenere lo status di grande del calcio spagnolo.
La svolta arriva nel 2010: il club attraversa delle difficoltà finanziarie e sa già che per salvarsi dovrà salutare i suoi due assi. Se David Villa è del Barcellona già prima dei Mondiali sudafricani, per Silva bisogna aspettare l'offerta giusta. La proposta migliore è quella del Manchester City, che lo pagò quasi 30 milioni di euro per averlo all'Etihad Stadium. Uno dei pochi casi di campione subito a suo agio in un nuovo ambiente, visto che Silva comincia subito a macinare assist e giocate per i citizens, con Mancini che lo schiera prima ala e poi trequartista. I tifosi sognano a occhi aperti con uno così, mentre Carlos Tevez - all'epoca attaccante del City - dice che «(Silva) è il miglior affare che il club abbia mai fatto». Nei tanti momenti attraversati dai citizens durante gli anni, Silva - insieme a Yaya Touré - è stata la luce della squadra, che non si è mai spenta nemmeno per un secondo. Nel 2011-12, anno del trionfo City in Premier League, Silva entrò nella top-11 del campionato e fece 17 (!) assist. In questa stagione, con l'arrivo di Pellegrini e del suo gioco offensivo, il suo genio calcistico ne ha beneficiato. I dati lo confermano: nonostante due infortuni che lo hanno tenuto fuori per qualche tempo, Silva è già a quota sei gol e undici assist. E mancano ancora alcune giornate alla fine della Premier, che saranno decisive per capire se Pellegrini e soci potranno portarsi a casa un altro titolo.

Silva e il trofeo di Euro 2012: con la Spagna, anche un Mondiale e un altro Europeo.

Abbiamo sempre visto come i giocatori spagnoli facessero fatica lontani da casa. Se guardate la rosa della Spagna ai Mondiali o agli Europei, fino al 2000 giocano tutti in patria. Uno dei primi a tentar fortuna all'estero fu Gaizka Mendieta, playmaker dal Valencia di Cuper e finito alla Lazio per 43 milioni di euro. All'Olimpico giocherà una stagione mediocre. Inoltre, è difficile esser continui in terra straniera: lo si nota con Fernando Torres, finito in disgrazia al Chelsea dopo gli anni di gloria a Liverpool. Se c'è un giocatore che fuori dalla Spagna ha onorato ai massimi livelli la propria terra è David Silva. Anzi, è un giocatore decisivo. So di fare un pubblico e spudorato endorsement al ragazzo (che per altro non ne avrebbe bisogno), però quando lo trovi un giocatore così? Uno che è in grado di inventarsi un colpo di genio in un secondo? Per altro, qui non parliamo di un campione alla Messi o alla CR7, che decidono la gara in solitaria. Silva non è decisivo per i suoi gol, ma per i suoi assist.
E pensare che lui, in nazionale, rischiava di rimanere fuori. Tutti ricordano il suo exploit all'Europeo del 2008, ma pochi lo ricordano al Mondiale 2010. Semplice il perché: Del Bosque gli fece giocare 70' in tutto il torneo e Silva assistette alla vittoria dei suoi compagni dalla panchina. Un normale comprimario. Ma a Silva quel ruolo stava stretto. E così gli anni del City gli sono serviti per prendersi il suo posto nella storia: nell'ultima rassegna continentale, Silva non è stato solo titolare, ma protagonista. Suo il gol che ha sbloccato la finale di Kiev contro l'Italia... con un colpo di testa, non proprio il pezzo pregiato della casa. Eppure ora il Chino si gode la sua titolarità nella Spagna dei fenomeni, dei titoli vinti e del falso nueve.
Insomma, uno dei pezzi da novanta di una delle nazionali più forti della storia. Mai sotto i 10 assist stagionali da quando è in Inghilterra, David Silva è pronto a essere una delle star del Mondiale brasiliano di giugno. Anzi, azzarderei: è uno dei giocatori più forti della storia delle "furie rosse". Che hanno sempre avuto talento e campioni da mostrare al mondo, ma è sempre mancato loro quel quid per diventare vincenti. Ora ce l'hanno e vogliono sfruttarlo fino alla fine. Al prossimo Europeo, potrebbe esserci un ricambio generazionale e Silva diventerà uno dei condottieri non solo tecnici, ma anche motivazionali del gruppo. The new Magic Box, s'era detto all'inizio: le somiglianze con Zola ci sono. Chissà che non abbia più fortuna in Europa col suo club; se arriverà, sarà uno dei numeri uno al mondo. Senza qualcuno che lo sottovaluti.

David Silva, 28 anni, straordinaria fonte di gioco del City di Pellegrini.

6.4.14

Bayer Neverkusen.

Una stagione partita con i migliori auspici e la voglia di dar fastidio all'onnipotente Bayern Monaco e al Borussia Dortmund del bel gioco: questo era l'intento del Bayer Leverkusen a inizio anno. Sembra così lontano l'autunno, il pareggio contro la squadra di Guardiola e il secondo posto di quei mesi. Venerdì sera è arrivata l'ennesima sconfitta di quest'ultimo periodo per la compagine del fu Hyypiä, stavolta contro l'Amburgo in zona retrocessione. E anche quest'anno, nessun trofeo per le "aspirine".

Il Bayer Leverkusen 2001-02: fu quello che arrivò secondo in tre competizioni diverse.

Forse la sconfitta contro la squadra di Slomka chiude definitivamente il discorso dell'ingresso diretto alla Champions per il Bayer, che sta facendo un girone di ritorno al rallentatore. Con cinque partite alla fine e un distacco discreto da Schalke 04 e BVB, le "aspirine" devono cercare di salvare il salvabile e ottenere quel quarto posto che porta ai preliminari della massima competizione europea. Come detto, il girone d'andata aveva riservato ben altri sogni: alla pausa invernale, il Bayer Leverkusen era secondo. Fino alla quindicesima giornata, il club non aveva conosciuto sconfitta alla BayArena e aveva fermato persino il Bayern Monaco di Guardiola sull'1-1. Poi il crollo: nelle ultime nove partite, il Bayer ha tirato fuori appena cinque punti ed è stato superato da un Borussia Dortmund discontinuo e dallo Schalke 04 di Keller.
Sopratutto, non si vincerà niente nemmeno quest'anno, visto che il Bayer è stato eliminato ai quarti di finale della DFB-Pokal dal Kaiserslautern, vecchia gloria del calcio tedesco decaduta in seconda divisione. E in Champions League, la squadra di Hyypiä ha avuto la sfortuna di incontrare il Paris Saint-Germain. Ormai l'astinenza da vittorie dura da molti anni: nel 1988 arrivò la Coppa UEFA, nel 1992 la coppa nazionale. Da quel momento in poi, il Leverkusen ha sfiorato tante volte il successo, ma non è mai riuscito a far gioire i propri tifosi. Nel 2000, i supporters erano pronti a festeggiare la vittoria in Bundesliga, ma una sconfitta contro l'Unterhaching all'ultima giornata fu fatale al club. Famosa la stagione 2001-02, quella del treble horror: sotto la guida di Klaus Toppmöller, il club arrivò in finale di DFB-Pokal, perdendo per 4-2 contro lo Schalke 04. Il Bayer guidò la Bundesliga a lungo, ma perse i cinque punti di vantaggio che aveva sul BVB nelle ultime tre giornate, regalando la vittoria nella lega a Rosicky e compagni. Infine, dulcis in fundo, la finale di Champions League. Il Bayer ci arrivò a sorpresa: eliminò la Juve, fece fuori nei quarti il Liverpool e passò grazie ai gol in trasferta nella semifinale contro il Manchester United. Presentatosi all'appuntamento finale di Glasgow contro il favorito Real Madrid, il Bayer dominò gli ultimi istanti di quella partita. Un miracoloso intervento di Casillas su Berbatov nel finale evitarono i supplementari: il 2-1 finale fu la ciliegina sulla torta di una stagione che passerà nella storia come la più sfigata di sempre di qualunque club mai esistito a livello sportivo. In confronto, il 5 maggio 2002 dell'Inter di Hector Cuper pare una passeggiata.
Da quel momento in poi, il club non ha avuto lo stesso exploit di quell'anno. Molti eroi di quella squadra hanno fatto una grande carriera. Basti pensare che in quel Leverkusen giocavano Hans-Jörg Butt, il portiere-rigorista; Lúcio, che ha fatto cose straordinarie con Bayern e Inter; Zé Roberto, giocatore spesso sottovalutato; ma sopratutto Ulf Kirsten, bomber leggendario dalle parti di Leverkusen, e un giovane Michael Ballack, che da lì a qualche mese trascinerà la Germania in finale di Coppa del Mondo.

Sidney Sam, 26 anni, lascerà Leverkusen per lo Schalke 04 a fine stagione.

Gli ultimi anni hanno visto il Leverkusen sempre protagonista in Bundesliga e capace di portare in Germania giocatori poi diventati famosi sullo scenario internazionale: penso a Juan, Voronin, Vidal. In più ci sono quelli cresciuti nel proprio vivaio, come Adler, Castro, Reinartz, Hegeler. E quelli che sono esplosi con la maglia delle "aspirine", come Rolfes, Kiessling, Kroos, Leno, Lars Bender, Sam. Peccato che molti partano e siano pochi coloro che rimangono a Leverkusen una vita. Forse perché negli anni ci si è accorti del fatto che al Bayer non si vince: nelle ultime stagioni i risultati più prestigiosi sono stati un secondo posto nel 2010-11 e una finale di DFB-Pokal, persa nel 2009. Sotto Jupp Heycknes si sono viste le cose migliori, ma lui - come molti - ha poi lasciato per lidi più ambiziosi, come quello del Bayern Monaco.
Già, perché la caratteristica del Bayer Leverkusen è quella di esser abbandonato. Dai tecnici, dai giocatori. Molte le partenze, nonostante la capacità di valorizzare i giocatori. Basti pensare a quello che è successo un paio di stagioni fa con Toni Kroos: il Leverkusen accettò che il centrocampista arrivasse in prestito dal Bayern Monaco, ma non riuscì a tenerlo con sé a fine stagione, dopo un'annata straordinaria. Così come non ha potuto trattenere Schurrle la scorsa estate: quando il Chelsea si è presentato alla finestra con ben 18 milioni di euro, il club non ha potuto dire che sì. E lo stesso scenario si presenterà quest'estate, quando molti giocatori rischiano di salutare la compagnia. Uno, intanto, è già pronto a lasciare: Sidney Sam ha firmato per lo Schalke 04. Hyypiä, invece, ha già salutato. L'esonero è arrivato ieri e la dirigenza si guarda intorno per il futuro. Ora la panchina è andata a Sascha Lewandowski, allenatore delle giovanili del Bayer, ma per giugno il candidato numero uno sembra Markus Weinzierl, mago dell'Augsburg. Ciò nonostante quanto detto a inizio anno dal d.s. del club, Michael Schade: «L'Europa League non sarebbe un fallimento, Hyypiä non rischia». Invece, il tecnico finlandese non ha neanche finito il campionato...
Se ci pensiamo, il Bayer Leverkusen è la squadra senza gloria per eccellenza. Molte squadre tedesche hanno avuto un granulo di gioia in questi anni. Non fermiamoci per forza al Bayern Monaco o al Borussia Dortmund. Lo Stoccarda ha vinto un titolo nel 2007. Lo Schalke 04 è arrivato in semifinale di Champions e ha vinto la DFB-Pokal nel 2011. Il Werder di Schaaf ha fatto sognare l'Europa ed è comunque arrivato in finale di Coppa UEFA nel 2009. Nello stesso anno, il Wolfsburg vinceva il campionato con Magath. Persino il Norimberga ha alzato la coppa nazionale nel 2007. In questo scenario, il Bayer non ha vissuto un minimo di gioia. Il solito posizionamento, qualche gara europea e niente di più. Forever and ever, Neverkusen.

Sami Hyypiä, 40 anni, ha già salutato il Bayer Leverkusen dopo la sconfitta di Amburgo.

3.4.14

Mai dire Mainz.

C'è una bella atmosfera dalle parti di Magonza, situata nella parte occidentale della Germania. La primavera è arrivata e non solo quella: ormai la squadra della città può festeggiare con grande anticipo la salvezza in Bundesliga. Non che sia una novità, ma forse quest'anno il club potrebbe puntare anche al ritorno in Europa. Tutto merito di giocatori provenienti da cinque continenti diversi e di un tecnico, Thomas Tuchel, che ha avuto un mentore non da poco.

Thomas Tuchel, 40 anni, e Jürgen Klopp, 46: l'allievo e il maestro del Mainz.

Già, perché Magonza è il luogo dove è nata la leggenda di Jürgen Klopp. Allora l'attuale tecnico del Borussia Dortmund non giocava calcio spettacolo, ma si occupava di sventare i pericoli avversari: nato come attaccante, nel 1995 fu riposizionato in difesa. Il suo apporto al Mainz è stato fondamentale: 337 presenze e 52 gol con la maglia dell'unico club con cui abbia mai giocato nella sua carriera, durata 12 anni. Per il Mainz è stato naturale promuoverlo a tecnico, una volta ritiratosi dal calcio giocato: con Klopp, il club sfiorò due volte la promozione in Bundesliga, perdendola nelle ultime giornate. La volta buona fu nel 2004 e il Mainz visse tre stagioni nella prima divisione tedesca, facendo così anche l'esordio nella massima serie nazionale. Due undicesimi posti e una partecipazione alla Coppa UEFA del 2005 i risultati ottenuti da Klopp; nel 2007, il Mainz tornò in Zweite Bundesliga. La promessa del tecnico fu quella di rimanere per riportare la sua squadra in prima divisione, ma l'obiettivo fu mancato per due punti. Così il Mainz e Klopp si separarono dopo 19 anni di convivenza. Un addio strappalacrime, con tutta la città che si strinse attorno al suo pupillo, destinato ad allenare il BVB che tutti oggi ammiriamo.
Ma Magonza non rappresenta solo la città che ha reso celebre Jürgen Klopp. E' anche quella che salutò una partenza da sogno nel 2010-11: sette vittorie nelle prime sette gare della Bundesliga. Un record eguagliato nella storia della lega, ma che per il Mainz rappresentò una sorpresa. Squadra da metà classifica, il Die Nullfünfer raggiunse la testa della classifica. Tra le vittime di quella fantastica striscia di vittorie, ci furono anche il Werder Brema e sopratutto il Bayern Monaco, campione di Germania e trafitto dai ragazzi di Tuchel all'Allianz Arena. A fine anno arrivò la qualificazione in Europa League, ma sopratutto il club fu capace di valorizzare alcuni giocatori che all'epoca erano per lo più sconosciuti. E che oggi fanno notizia in giro per l'Europa: da Adam Szalai a Lewis Holtby, fino a Christian Fuchs. Ma sopratutto fu André Schürrle, talento cresciuto nel vivaio del club, a impressionare tutti. Oggi lo vediamo con la maglia del Chelsea, ma tutto partì dal Mainz e dal Stadion am Bruchweg. Del resto, il Mainz è sempre stato una società in cui poter crescere e affermarsi liberamente. Una sorta di oasi felice, lontana dal calcio competitivo e sempre pronta a lottare per rimanere in Bundesliga. Negli ultimi anni, per altro, sta centrando i propri obiettivi senza faticare eccessivamente.

Loris Karius, 20 anni, portiere e nuova giovane scoperta del Mainz.

Anche quest'anno, non è stato difficile per Thomas Tuchel portare a casa l'obiettivo. Anzi, il Mainz è già salvo e spera di fare ancora di più. Con sei partite da giocare e cinque punti in più dell'Augsburg, ottavo, il settimo posto pare un obiettivo raggiungibile. Anzi, il club è un punto dal sesto posto, valido per l'Europa League. E non è detto che la posizione già occupata dal Mainz - la settima, appunto - non possa valere un biglietto per la seconda rassegna continentale. Molto dipenderà anche dalla DFB-Pokal: se la finale sarà Bayern Monaco-Borussia Dortmund, anche il settimo posto varrà l'Europa. E allora Tuchel può provare a sognare.
Un sogno derivante dall'apporto di giocatori provenienti da tutto il mondo. Nonostante le perdite di Szalai, Kirchhoff e Ujah, partiti in estate, il club ha saputo ripartire da acquisti intelligenti. Geis, centrocampista classe '93, è arrivato dal Greuther Fürth ed è diventato una colonna della mediana. Okazaki, bomber della nazionale giapponese, ha contribuito alla vena offensiva del club con i suoi gol (11 finora in campionato). La colonia asiatica è stata rimpinguata dagli arrivi di Park Joo-Ho dal Basilea e Koo Ja-Cheol dal Wolfsburg: acquisti che hanno aggiunto subito qualcosa al Mainz. Con la promozione poi in prima squadra di Benedikt Saller, anche il centrocampo ne ha beneficiato. Mettiamoci anche l'esplosione del giovane portiere Loris Karius e il quadro è completo.
In più, ci sono giocatori che da anni forniscono il proprio apporto alla causa del Mainz. Capitan Noveski, macedone arrivato dieci anni fa e ormai faro della difesa (anche se col vizio degli autogol); Junior Diaz, costaricano arrivato per appena 80mila euro due anni fa. Oppure Elkin Soto, colombiano vincitore di una Copa Libertadores con l'Once Caldas e da anni mediano del Mainz. E che dire dell'attacco, dove non c'è solo Okazaki, ma anche due ali sempre ficcanti? Da una parte il tedesco Nicolai Muller, che ha stupito la Bundesliga quest'anno con i suoi nove gol e che ha già esordito in nazionale, seppur non sia più giovanissimo (va per i 27 anni). Dall'altra, Eric Maxim Choupo-Moting: camerunense con passaporto tedesco, era arrivato sottotraccia dall'Amburgo, in cui era cresciuto calcisticamente. Poi l'esplosione quest'anno e molti club ormai sulle sue tracce. Con il Mondiale alle porte e il contratto in scadenza, ci sarà la fila per lui.
In tutto questo, il merito va a Thomas Tuchel, in grado di continuare la tradizione di Klopp e di salvaguardare il Mainz dalla retrocessione. Ex giocatore, crebbe nell'Ulm guidato da Ralf Ragnick e chiuse la carriera a 25 anni per colpa di diversi infortuni. Poi si è messo a lavorare nelle giovanili: Stoccarda, Augsburg e infine Mainz, dove cadde su di lui la scelta per guidare nuovamente il club in Bundesliga nel 2009. Da allora, non ha sbagliato un colpo. E ora Tuchel sogna di portare la sua squadra in Europa: mai dire Mainz. Non si sa mai che ti possano sempre sorprendere.

Shinji Okazaki, 27 anni, e Nicolai Muller, 26: venti gol insieme in questa Bundesliga.