31.3.14

ROAD TO JAPAN: Keijiro Ogawa

Buonasera a tutti e benvenuti a un altro numero di "Road To Japan", la rubrica in cui tento di consigliarvi i migliori talenti che si stanno distinguendo in Giappone. Oggi parlerò di un ragazzo ancora giovane, ma già osservato da alcuni club europei. Persino in Italia qualcuno gli ha dato un'occhiata. Classe '92, ha ampi margini di miglioramento, ma oggi è uno dei punti di riferimento della sua squadra: sto parlando di Keijiro Ogawa, folletto offensivo del Vissel Kobe.

SCHEDA
Nome e cognome: Keijiro Ogawa (小川慶治朗)
Data di nascita: 14 luglio 1992 (età: 21 anni)
Altezza: 1.68 m
Ruolo: Centrocampista esterno, seconda punta
Club: Vissel Kobe (2010-?)



STORIA
Nato nei dintorni di Osaka, Ogawa fa parte della Platinum Generation, ovvero quella serie di ragazzi nati nel 1992, che facevano parte delle squadre giovanili giapponesi alla fine degli anni 2000 e che sembravano destinati a stupire il mondo. Tra di loro: Yuki Horigome, Yoshiaki Takagi, Yuji Ono, Takashi Usami, Ryo Miyaichi, Gaku Shibasaki e Kenyu Sugimoto. Tra questi, Ogawa è uno di quelli che attualmente ha la miglior carriera calcistica; nessuno di loro è una star in Europa e alcuni non giocano neanche in J1, ma l'ala del Vissel Kobe ha dimostrato di valere la categoria.
Già, proprio quella Kobe che l'ha consacrato nel panorama del calcio nazionale e che lo prese nel lontano 2005, quando aveva appena 13 anni. Cresciuto nelle giovanili del club, il tecnico dell'epoca - Masahiro Wada, subentrato a settembre - non si fece impressionare dalla giovane età del ragazzo, né dal fatto che un'istituzione come Yoshito Okubo fosse il titolare. E così Ogawa cominciò a collezionare presenze da titolare a 18 anni, giocando in una squadra come il Vissel e contribuendo alla salvezza di quest'ultima. Nel finale di stagione, segna anche i primi gol e sembra promettere molto bene. C'era qualcuno che lo chiamava la "locomotiva umana" e lo consigliava come il giovane da guardare per l'annata seguente.
Con tutte queste attese, la stagione 2011 partì con qualche difficoltà. Sopratutto, un infortunio al piede destro costrinse Ogawa a saltare metà delle partite: da luglio a novembre, il numero 13 del Vissel dovette star fermo e concluse l'annata senza segnare neanche un gol. Nonostante questo, Ogawa riparte. Il 2012 fu l'anno maledetto per il Vissel: tutto quello che deve andar storto, lo fa. E così il club scivolò in J-League 2 per la seconda volta nella sua storia. Una retrocessione difficile, in cui però Ogawa riescì a distinguersi: nove gol in 35 gare stagionali e la sensazione che si possa ripartire da lui per il futuro. Sensazione giusta, visto che il ragazzo rimane a Kobe e trascina la squadra alla promozione: 16 reti in 40 partite (anche se Ogawa si era dato come obiettivo i venti gol stagionali). Sopratutto nel periodo cruciale - quello da agosto a ottobre - Ogawa tira fuori il meglio delle sue capacità e segna sette gol in nove gare. A quel punto, il ritorno in J1 è roba fatta. Quest'anno cercherà di confermare i progressi anche nella massima divisione, dove è uno dei punti di riferimenti di un Vissel che lotterà per il centro-classifica.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Capacità d'inserimento di un attaccante, sacrificio tattico e velocità di un'ala pura: questo è Keijiro Ogawa, capace di giocare su entrambi i lati del campo. A livello atletico, è un mezzo mostro: la sua velocità è conosciuta in tutto il Giappone e i suoi scatti mettono in seria difficoltà i terzini avversari. Il ragazzo possiede anche un discreto tiro dalla distanza, anche se preferisce concludere di gran lunga all'interno dei 16 metri. Fisicamente deve svilupparsi, mentre atleticamente è già pronto per contesti più difficili.

STATISTICHE
2010 - Vissel Kobe: 15 presenze, 2 reti
2011 - Vissel Kobe: 13 presenze, 0 reti
2012 - Vissel Kobe: 35 presenze, 9 reti
2013 - Vissel Kobe*: 40 presenze, 16 reti
2014 - Vissel Kobe (in corso): 4 presenze, 0 reti

*in J-League 2

NAZIONALE
Quasi nessuna esperienza per il giovane Keijiro in nazionale: all'epoca delle sue prime apparizioni con il Vissel Kobe, il ragazzo aveva partecipato alla Coppa del Mondo U-17: due presenze, zero gol. Tuttavia, da quel momento in poi non c'è stato più lo spazio per chiamarlo nelle categorie maggiori: nessuna chiamata né in U-23 (e non sarà utilizzabile per le Olimpiadi di Rio 2016), né da Zaccheroni, fornito di tanti giocatori nel ruolo. Chissà che da dopo il Mondiale brasiliano non ci sia spazio anche per una sua chiamata.

LA SQUADRA PER LUI
Quando il Vissel stava marciando verso la retrocessione sul finire del 2012, Udinese e Parma si erano interessate a Ogawa. Nonostante la smentita del d.s. friulano Larini, ciò fece capire che il ragazzo era appetibile per l'Europa. Se lo era due anni fa, figuriamoci ora con l'esperienza e i gol in più sulle spalle. Ogawa è il classico colpo sottotraccia che potrebbe esser fatto in estate da qualche squadra con pochi soldi in tasca: il Vissel è uno dei club più facoltosi in Giappone, ma chissà che l'ala non voglia provare il salto europeo da un momento all'altro. Proprio club come quello friulano o quello emiliano sarebbero le destinazioni ideali per un ragazzo classe '92. Chissà: l'estate ci dirà cosa riserva il futuro a questo ragazzo esplosivo.

29.3.14

L'eterna promessa.

Roma, estate 2011. E' agosto, fa un caldo della madonna, ma l'entusiasmo è alto. Nella Capitale è appena sbarcato Bojan Krkić, scuola Barca e in prestito dai blaugrana. Un investimento da 12 milioni di euro e tante speranze. Ormai sono passati quasi tre anni da quella torrida estate romana e il talento del Barca non è più quel giovane di belle speranze che si vedeva al Camp Nou, ma un giocatore normale. Che tra l'altro fatica anche in quel di Amsterdam, sponda Ajax.

Bojan con la maglia del Barca: i catalani hanno ancora il suo cartellino.

E pensare che il Barca aveva pure inserito all'epoca una clausola. Se il Barcellona avesse voluto riprendere Bojan, la spesa per il re-acquisto per i giallorossi sarebbe stata di 40 milioni di euro. Cifre pazze oggi, di fronte al declino di quello che sembrava il nuovo Messi. Nato in Spagna da padre serbo, Bojan è entrato nelle giovanili del Barcellona alla tenera età di nove anni. Tanto tempo speso a La Masia (il vivaio blaugrana dove si sono formati i giovani talenti che vediamo oggi all'opera) e un destino da predestinato: quello di eguagliare l'argentino che intanto si era fatto strada in prima squadra, Leo Messi. Si racconta che Bojan avesse segnato ben 500 gol nelle categorie giovanili. E nel Barcellona B, appena 16enne, aveva totalizzato 10 gol in 22 partite. Naturale a quel punto il salto in prima squadra.
Da lì, Krkić firma un contratto da pro, esordisce in prima squadra e colleziona una serie di record. Batte il record di giocatore più giovane a esordire con la maglia del Barca in una partita di Liga. Guarda un po', il primato apparteneva proprio a Lionel Messi. In quella stagione - 2007-08 - diventerà anche il più giovane a giocare con il Barca in Champions e a segnare in campionato con la maglia blaugrana. A fine anno, con i 10 gol segnati, batte anche il record di Raul per reti segnate nella stagione di debutto in Liga. Anche Del Bosque si accorge di lui e lo convoca in nazionale spagnola, dopo che Bojan aveva rifiutato di giocare per la Serbia. Insomma, il mondo sembra sorridergli e gli addetti ai lavori vedono in lui un potenziale asso del calcio mondiale.
Tuttavia, le cose non vanno per il verso giusto. A Barcellona salutano sia Frankie Rikjaard che Ronaldinho, dentro Pep Guardiola: Bojan continua a giocare, ma non sembra mai sfondare. Nell'anno dei sei trofei, il trio davanti è composto da Henry, Messi ed Eto'o. Poi il camerunense lascia la Catalogna; ciò nonostante, arriva Ibrahimovic e Bojan continua a non esser titolare, seppur subentri spesso. Ibra soffre di mal di pancia e lascia il club blaugrana? Henry se ne va negli Stati Uniti? Niente paura, è nata la stella di Pedro a offuscare quella di Bojan. Meno tecnico ma più funzionale agli schemi di Guardiola, Krkić si siede nuovamente in panchina; anche perché il Barcellona nel frattempo ha comprato pure David Villa dal Valencia. Il club rivince la Champions, ma nel 2011 si può dire che l'attaccante non sia ancora riuscito a guadagnarsi quello che tutti gli pronosticavano: la gloria.
Così, Bojan fa le valigie e se ne va. La meta - come anticipato - è Roma. Con l'arrivo di Luis Enrique, i tifosi giallorossi sono pronti a sognare goleade e calcio spettacolo. Invece, il tecnico deluderà le attese, ma sopratutto lo farà Krkić. Nella capitale e in generale per la Serie A, Bojan appare troppo discontinuo e poco abituato al contatto fisico. Eppure la Roma ci ha speso molti soldi, ma non basta a trattenerlo. I giallorossi posseggono il cartellino, ma dopo 7 reti in 37 presenze non se la sentono di confermare Krkić: il Milan si fa avanti per il prestito. Tutti pronti a sperare nella rinascita di Bojan, specie nel gioco offensivo, ma più collaudato del Milan di Allegri. Niente da fare: i rossoneri vivono un anno in chiaroscuro e lo spagnolo non fa nulla per distinguersi. Tre marcature in 27 gare fanno tornare mestamente Bojan a Barcellona.

Lo spagnolo con la Roma, alla sua prima esperienza fuori dalla Spagna.

I blaugrana hanno ricomprato dalla Roma il cartellino di Bojan per 13 milioni di euro: entrate che hanno fatto comodo ai giallorossi e che sono passate inosservate nelle grandi spese del Barca per Neymar. L'Olanda ha subito guardato a Bojan, voglioso di trovare un club che lo facesse giocare: tra PSV, Feyenoord e Ajax, questi ultimi l'hanno spuntata nell'asta per il prestito dell'attaccante. Già, perché nonostante quasi 250 gare a livello professionistico, Krkić ha ancora 23 anni. E il tempo dovrebbe esser dalla sua parte. Dovrebbe.
Perché anche l'avventura di Amsterdam si sta rivelando una delusione, nonostante il tanto spazio che il tecnico dei lancieri, Frank de Boer, sta concedendo a Krkić. Un problema alla coscia lo ha tenuto fuori un mese e mezzo, ma Bojan è comunque il titolare dell'Ajax. Nell'estate in cui l'Ajax ha perso Babel, Eriksen e Cuenca in un colpo solo, ci si aspettava che lo spagnolo fosse il faro della squadra. Ciò nonostante, i risultati sono sin qui sottotono: tre gol in 26 presenze stagionali, con due reti in Eredivisie e il lampo nella semifinale di coppa, quando ha segnato il 2-1 contro il Feyenoord, risultato poi decisivo per l'arrivo in finale dell'Ajax. Il tutto accompagnato da sei assist in quest'annata.
Si riesce a capire bene la delusione per l'apporto del talento del Barca inquadrandolo con i dati sull'Eredivisie. Sightorsson e Fischer, suoi compagni di attacco, hanno segnato più di lui: nove marcature per l'islandese, tre per il danese. Secondo squawka.com, Bojan è nelle ultime posizioni fra gli attaccanti dell'intera lega per media-gol (55° su 70). In un campionato dove persino i redivivi Castaignos (ex Inter) e Pellè (ex Samp e Parma) trovano la via della rete con gran facilità, Krkić fatica.
E ora? Il futuro dice che l'Ajax ha una chance per confermare Bojan in prestito anche per la prossima stagione. Del resto, al Barca non c'è spazio. Come al solito: Messi, Sanchez, Pedro, Neymar, Tello e Cuenca sono in prima squadra. Inoltre, l'anno prossimo tornerà Delofeu dal prestito all'Everton. E il contratto con i blaugrana di Krkić scade nel giugno 2015. La separazione non è così lontana, a meno che il Barca non rinnovi a sorpresa l'accordo con l'attaccante. Insomma, il tempo da Peter Pan è finito. Ci sono gli assi, i campioni, i giocatori normali e le delusioni. Purtroppo per Bojan, le promesse eterne non esistono.

Bojan Krkić, 23 anni: deludente sin qui la sua esperienza con l'Ajax.

26.3.14

Il ritorno del cacciatore.

Bundesliga spettacolo. Questo è il mantra che passa con il Bayern Monaco di Guardiola (ormai campione), il BVB di Klopp e persino con lo Schalke 04 di Keller. E la cosa strana è che proprio nella squadra di Gelsenkirchen troviamo un bomber dalla media-gol invidiabile: 12 reti in 15 partite disputate quest'anno. Il suo nome è Klaas-Jan Huntelaar: l'olandese è tornato alla grande dopo gli infortuni che lo hanno tenuto ai box per gran parte di questa stagione.

Huntelaar e il Milan: un'avventura poco fortunata (7 gol in 30 presenze).

Non che Huntelaar si sia improvvisamente scordato come si segna. Del resto, il gol è il suo mestiere: li ha sempre fatti, un po' ovunque. Sin da quando crebbe all'ombra di Ruud van Nistelrooy nelle giovanili del PSV Eindhoven. La powerhouse olandese lo lasciò andar via senza troppi complimenti, nonostante i gol segnati sia nelle categorie giovanili che nell'anno di prestito all'AGOVV in seconda divisione. Un impatto così forte che ancora oggi lo stadio del piccolo club di Apeldoorn chiamò uno degli stand col nome del bomber.
In Olanda tutti cominciano a conoscerlo. Huntelaar rifiuta il rinnovo del PSV e si trasferisce all'Heerenveen, dove in un anno e mezzo completa l'esplosione. L'Ajax lo nota e lo compra nel gennaio 2006 per nove milioni di euro: il top del calcio olandese per il prospetto più interessante del calcio orange. Gli anni di Amsterdam si riveleranno fondamentali per la sua maturazione, visto che Huntelaar supera quota venti stagionali per tre stagioni di seguito. L'Ajax avrà la fortuna di fregiarsi per un'annata e mezza di un duo d'attacco senza precedenti: Luis Suárez e The Hunter, il soprannome di Huntelaar. Insieme faranno 64 gol nella stagione 2007-08.
Ma anche l'Ajax comincia a star stretto al centravanti, che attira le attenzioni del Real Madrid. Nel 2009, un altro trasferimento invernale - la cifra è di 20 milioni di euro - lo porta a vestire la camiseta blanca: Huntelaar segna otto gol in venti presenze. Numeri incoraggianti, che però non gli impediscono di cambiare nuovamente maglia in estate, quando il Milan punta su di lui. Saranno i 15 milioni spesi in maniera più stupida nella storia del calciomercato recente: Leonardo sembra preferire Borriello, tanto che Huntelaar gioca interamente solo quattro delle trenta partite stagionali con la maglia rossonera. Sette gol sono pochi, mentre sono tante le sostituzioni subite dall'olandese, che non rende al massimo nel suo unico anno rossonero.
A Galliani e soci, poco importa: Huntelaar fa la stessa fine di Ricardo Oliveira e viene forse rivenduto dopo appena una stagione, con molta fretta. Così l'olandese è arrivato allo Schalke 04 dopo la Coppa del Mondo sudafricana: la destinazione perfetta e il campionato ottimale per chi voleva ricominciare a segnare tanti gol.

Huntelaar festeggia il gol del 2-1 in Olanda-Camerun dell'ultimo Mondiale.

Gelsenkirchen non ha tradito la fiducia di Huntelaar, così come l'olandese ha dimostrato di esser utile allo Schalke 04. Al tempo stesso, i 14 milioni di euro spesi dalla società tedesca hanno permesso ai tifosi dello Schalke di vedere all'opera per due anni una coppia davvero niente male: The Hunter con Raul Gonzalez Blanco, che nel frattempo si era stancato di far panca a Madrid. Una coppia che ha portato lo Schalke a vincere subito la DFB-Pokal e a raggiungere la semifinale di Champions League del 2011. Una volta ambientato nel calcio tedesco, il 2011-12 di Huntelaar era stato impressionante: 48 gol in 48 partite. Poi, il leggero calo dell'anno scorso e i primi segnali di malessere fisico. Quando nell'autunno scorso si è infortunato al ginocchio, tutti hanno pensato che la carriera ad alti livelli dell'olandese potesse addirittura essere arrivata ai titoli di coda.
Invece, l'ex Ajax e Real è tornato più forte di prima: da quando ha ripreso confidenza con il campo, per lui otto reti nelle dieci gare dal rientro dalla pausa invernale della Bundesliga. In più, il capolavoro - seppur inutile - messo a segno contro il Real Madrid in Champions League. E i dati sono dalla sua parte: se diamo un'occhiata alle cinque leghe più importanti d'Europa, la media-gol di Huntelaar è al settimo posto per media-gol. Dietro a Messi, Suarez, CR7, Ibrahimovic, Aguero e Sturridge, ma davanti a Diego Costa, Mandzukic, Lewandowski e Benzema. Non male per chi aveva il percorso in salita dopo un grave stop.
Oltretutto, la media-gol è migliore anche di quel Robin van Persie che è attualmente il titolare della nazionale olandese. La storia di Huntelaar con gli orange non è delle migliori: nel giro dal 2006, non c'è stata una competizione tra Euro 2008, Mondiale 2010 ed Euro 2012 in cui l'attaccante sia stato considerato titolare. Difficile scalzare mostri sacri come van Nistelrooy o lo stesso van Persie. Ora che la sua media-gol è così alta, chissà che van Gaal non faccia un pensierino al centravanti dello Schalke 04 come titolare della sua Olanda al Mondiale brasiliano del prossimo giugno. Intanto, Huntelaar ha un contratto che scade nel giugno 2015: c'è ancora tempo per stupire. Il cacciatore è tornato e non vuole fermarsi.

Klaas-Jan Huntelaar, 30 anni, tornato a grandi livelli quest'anno.

21.3.14

Vorrei parare come Gigi Buffon.

Il suo idolo è Gianluigi Buffon, il campionato è la Liga, la squadra il Levante. No, non sto parlando del nuovo fenomeno del calcio mondiale, ma certamente di un buon portiere. Specie ora che le grandi società spagnole e inglesi hanno messo gli occhi su di lui. E' arrivato in terra iberica tra il silenzio di tanti, ma ora nessuno può ignorarlo: è la storia di Keylor Navas, estremo difensore del Levante e della nazionale del Costa Rica. Uno dei migliori portieri in Europa del 2013-14.

Keylor Navas con la sua nazionale: sarà ai Mondiali brasiliani.

Una storia che parte da lontano. Keylor non è un giovane prodigio, né un giocatore sulla cresta dell'onda da diversi anni. Il costaricano è esploso recentemente, nonostante sia in Spagna da almeno un quadriennio. Esordì 19enne con il Deportivo Saprissa, la squadra più famosa in patria e non solo. La S è stata la compagine del ventesimo secolo per l'IFFHS e ha partecipato anche al primo Mondiale per Club della FIFA nel 2005. All'epoca Navas era solo una riserva, ma con gli anni ha conquistato spazio, popolarità e diversi titoli. Finché nel 2010 l'Albacete bussò alla porta del Saprissa, con la volontà di prendersi Keylor Navas. E così il portiere ripeté il viaggio già fatto vent'anni prima da Luis Conejo, lo storico estremo difensore del Costa Rica alla prima apparizione nella Coppa del Mondo (Italia '90). Ci fu anche una mezza polemica tra la società e il giocatore quando quest'ultimo venne accusato di aver violato il proprio contratto con il Saprissa.
Nulla da fare in ogni caso: Keylor Navas sbarcò in Spagna, tra l'indifferenza generale e con un costo minimo di 150mila euro. Oltretutto, l'Albacete militava in Segunda e non riuscì a evitare la retrocessione. Navas non volle giocare nella terza divisione spagnola e così si scatenò un'asta tra Twente, Getafe, Valencia e Levante. Tra queste squadre, la spuntò il Levante: prestito con eventuale diritto di riscatto. Nonostante abbia giocato poco nei suoi due anni in Liga, Keylor Navas venne comunque acquistato interamente dal club della comunità valenciana per 150mila euro. Del resto, l'Albacete non poteva permettersi di tenere il portiere costaricano a certi costi.
Navas non si è mai scoraggiato: sei match giocati nel 2011-12, 25 nella stagione successiva. In ogni caso, Munua è sempre stato il titolare, finché l'uruguaiano non si è trasferito in quel di Firenze. A quel punto, il Levante ha avuta fiducia nel costaricano. Fiducia ampiamente ripagata. Qualche dato: Keylor Navas aveva subito solo dieci gol nelle nove apparizioni nella scorsa Liga. Quest'anno ha deciso di fare di meglio: 31 reti subite in 27 presenze, una buona media considerando che ci troviamo nel campionato più prolifico tra le top-leghe europee e che il Levante non è una squadra d'alta classifica. Dopo Courtois, l'ex Saprissa è colui che ha avuto il maggior numero di reti inviolate insieme a Diego Lopez del Real Madrid (12). Keylor Navas è anche l'estremo difensore che ha effettuato più salvataggi (106) nei maggiori campionati europei. Se aggiungiamo che dieci delle reti subite sono arrivate in casa del Barcellona (7-0) e del Real Madrid (3-0), le statistiche diventano ancora più importanti. Specie se hai di fronte colleghi come Courtois, Diego Lopez (da cui ha incassato i complimenti), Iker Casillas e Victor Valdes.


Chiaramente, queste prestazioni hanno attratto numerosi club negli ultimi mesi. Il Milan ha pensato a lui per il dopo-Abbiati, Liverpool ed Everton lo osservano per il futuro, mentre il Levante sta provando (inutilmente) a prolungare il contratto del costaricano. Intanto, il suo tecnico Joaquin Caparros si è lanciato oltre: «Per me Keylor è il miglior portiere al mondo». Normale che il tuo mister ti elogi se fai bene, ma Navas è l'uomo che ha creato più grattacapi a Messi e Cristiano Ronaldo in Liga.
Inoltre, sta per arrivare il Mondiale brasiliano. Il suo Costa Rica torna alla fase finale della Coppa del Mondo dopo otto anni, quando in Germania i centroamericani uscirono senza vittorie da un girone con i padroni di casa, Ecuador e Polonia. Il rischio che si ripeta la stessa fine è alto, visto che il raggruppamento pescato dai Ticos è molto duro: Italia, Uruguay e Inghilterra. Tuttavia, le parate di Keylor Navas potrebbero aiutare i costaricani a evitare figure peggiori. E comunque la nazionale guidata da Jorge Luis Pinto ha fatto benissimo nel girone di qualificazione della CONCACAF: secondi alle spalle degli Stati Uniti, hanno costretto il Messico agli spareggi intercontinentali. Nel 2009 Keylor Navas fu il miglior portiere della Gold Cup, mentre non ha partecipato all'ultima, disputatasi nell'estate scorso. Avrà modo di rimediare in Brasile, dove è chiamato a grandi prove.
Con un contratto in scadenza nel giugno 2015, il futuro è già ben delineato: il costaricense lascerà il Levante per approdare in lidi più gloriosi. Si parla di Atletico Madrid, con Simeone che avrebbe messo gli occhi su di lui e con i colchoneros in vantaggio sugli altri contendenti dell'asta per il portiere. Del resto, il rischio per l'Atletico di perdere Courtois - di ritorno al Chelsea, proprietario del suo cartellino - è molto concreto. L'idolo di Keylor Navas è Gianluigi Buffon, che incrocerà al Mondiale: Costa Rica-Italia non sarà una partita come le altre per l'estremo difensore. E magari si incontreranno nuovamente in Champions League l'anno prossimo. Del resto, Keylor vorrebbe parare come Gigi. Il tempo dei sogni è finito: qui è tutto vero.

Keylor Navas, 27 anni, protagonista di una grande stagione con il Levante.

18.3.14

The troublemaker.

Ha vissuto periodi migliori, ma la carriera di Nicolas Anelka adesso sembra tutta in salita. L'addio al West Bromwich Albion - annunciato su Twitter e senza alcun preavviso alla società - è la conseguenza di quanto successo qualche mese fa. 28 dicembre 2013: il WBA passa in vantaggio sul campo del West Ham con un gol di Anelka e il francese esulta con la quenelle, considerato un saluto anti-semita e a sfondo nazista. Da lì, il percorso è stato segnato: multa, sospensione e il recente addio ai Baggies.

Un giovane Nicolas Anelka, oggi 35 anni, ai tempi dell'Arsenal.

Non è la prima che il francese ha problemi con le squadre in cui milita. Per tutta la sua carriera, l'opinione pubblica si è divisa tra il talento di Anelka negli ultimi 16 metri e le intemperanze che hanno costellato la sua storia calcistica. Cresciuto nel vivaio del PSG, l'Arsenal lo acquistò quando era ancora minorenne per pochi spiccioli. Esplose con Wenger, ma l'idillio con i Gunners durò appena tre anni: il francese non si mantenne a livelli straordinari e i tifosi lo accusarono di poco impegno. Anelka, dal canto suo, si scagliò contro i media britannici - secondo lui decisivi nell'infangare la sua immagine - e decise di andar via. A vent'anni, il Real Madrid lo pagò trenta milioni di sterline: un'enormità, ma il francese rimase in blanco un solo anno, giusto il tempo di vincere la Champions e farsi conoscere per le sue bizze. Una volta, Anelka non si volle allenare: il risultato fu una sospensione di 45 giorni.
Così ci fu il ritorno a Parigi, ma il nuovo tecnico Luis Fernandez entrò in rotta di collisione con l'attaccante. Al PSG c'era un certo Ronaldinho che cresceva a vista d'occhio e per Anelka fu tempi di un altro viaggio, con biglietto di ritorno per l'Inghilterra. Stavolta fu il Liverpool a spingere per avere in squadra il golden boy del calcio francese, seppur in prestito: qualche mese di gloria, ma Houllier preferì poi puntare su El-Hadji Diouf (stessa testa calda, ma meno talentuosa). A quel punto, la folle corsa di Anelka si fermo a Manchester, sponda City: due stagioni e mezzo per rifarsi una verginità calcistica e dimostrare che la sua carriera non era già da buttare a 23 anni.
Sembrava che Anelka avesse finalmente abbracciato la stabilità nella sua vita e invece un'offerta del Fenerbahce portò il francese in Turchia: l'ennesimo salto nel vuoto, un altro anno e mezzo prima di tornare per la seconda volta in Inghilterra. Stavolta fu il Bolton ad accoglierlo. Il giusto ambiente per smussare gli angoli spigolosi del suo carattere. Così giusto che anche il Chelsea finisce nel suo curriculm vitae e Anelka si unisce ai Blues nel gennaio 2008: a Londra, l'attaccante vivrà gli anni migliori della sua lunga carriera. Capocannoniere della Premier League nel 2008-09 e tanti trofei alzati con il club di Abramovich. Anelka potrà giusto rammaricarsi per la Champions League: sarà lui a sbagliare il rigore decisivo nella finale di Mosca del 2008 contro il Manchester United. Inoltre, il francese partirà a gennaio 2012, quattro mesi prima del trionfo di Monaco di Baviera contro il Bayern. Non poteva esser altrimenti: André Villas-Boas, arrivato per allenare il Chelsea nell'estate del 2011, non vede il francese. Lo fa addirittura cambiare nello spogliatoio delle giovanili: un torto da non fare alle teste calde come quella di Anelka.


Infatti, Nicolas prende il primo volo per Shanghai e vola in Cina, dove rimarrà appena un anno. Il suo stipendio è uno dei più alti della storia del calcio: lo Shanghai Shenhua lo dovrebbe pagarlo tra i dieci e i quindici milioni di euro all'anno. Quando poi arriva anche Didier Drogba, le casse del club cinese collassano. Dodici mesi folli, in cui si è ritrovato persino a fare l'allenatore-giocatore, a non esser pagato e poi a cercare a tutti i costi la fuga da Shanghai. Ad aiutarlo c'ha pensato la Juve: prestito di sei mesi, tre presenze e 58' giocati con la squadra bianconera. Un turista. Si supponeva che il WBA dovesse rappresentare il rilancio dell'attaccante, ma a parte i due gol contro il West Ham si è visto poco. E con la quenelle - a cui sono seguite squalifica e multa per un milione di euro - le cose non sono andate meglio.
I rimpianti più grandi per Anelka riguardano la nazionale. Nonostante le sue potenzialità, non è mai entrato a pieno nel giro della Francia. Quando i suoi connazionali mettevano a segno l'accoppiata Mondiale-Europeo tra il 1998 e il 2000, Anelka non venne convocato per la Coppa del Mondo casalinga (gli vennero preferiti i giovani Henry e Trezeguet, così come gli esperti Guivarc'h e Dugarry). Andò meglio nell'Europeo belga-olandese, dove il francese giocò senza impressionare e poi venne lasciato in panchina nella finale. Poi sparì dal radar della nazionale per sei anni, quando Raymond Domenech decise di dargli un'altra chance ad Euro 2008. Decisivo per la qualificazione al Mondiale 2010, il rapporto fra il giocatore del Chelsea e il C.T. dei transalpini si ruppe definitivamente nel ritiro sudafricano. Dopo la sconfitta contro il Messico nella seconda gara della fase a gironi, Anelka avrebbe detto a Domenech: «Vai a fanculo, figlio di puttana». L'attaccante non poteva esser più chiaro, ma la reazione gli procurò un biglietto anticipato per il ritorno a casa. Anelka non si volle scusare: squalifica di 18 mesi da parte della federcalcio francese e una sorta di addio forzato alla nazionale. Poco male. L'attaccante disse: «Meglio così: morirò con un sorriso. Avevo già deciso di ritirarmi dal calcio internazionale».
In tutto questo casino che è stato la sua carriera, Londra è l'epicentro delle poche gioie accumulate. Anelka esplose con la maglia dell'Arsenal nel vecchio Highbury, ha vissuto gli anni migliori con il Chelsea a Stamford Bridge. E l'ultimo (?) lampo della sua carriera potrebbe esser stato al Boleyn Ground del West Ham, l'ennesimo incrocio londinese nella sua vita. Chissà se il troublemaker del calcio francese continuerà a giocare, dopo aver segnato più di cento gol nel campionato migliore al mondo, la Premier League. Del resto, la vita è fatta di alti e bassi. Sapete come si dice in Francia: c'est la vie.

Le parole dure tra Domenech e Anelka ai Mondiali del 2010.

15.3.14

UNDER THE SPOTLIGHT: Jonathan Soriano

Buongiorno a tutti e benvenuti a un altro numero di "Under The Spotlight", la rubrica che vuole informarvi sui maggiori talenti che si possono trovare sullo scenario del calcio europeo. Oggi ci catapultiamo in Austria, ma non per parlare di un prodotto casalingo: lui è spagnolo, un enorme passato a Barcellona e un futuro da cannoniere. L'età non è dalla sua parte, ma Jonathan Soriano sta facendo una grande stagione con la maglia del Red Bull Salisburgo.

SCHEDA
Nome e cognome: Jonathan Soriano Casas
Data di nascita: 24 settembre 1985 (età: 28 anni)
Altezza: 1.80 m
Ruolo: Prima punta, seconda punta
Club: Red Bull Salisburgo (2012-?)



STORIA
Nato nei dintorni di Barcellona, l'attaccante sboccia con la seconda squadra della città, l'Espanyol. Tanti gli anni spesi prima nella cantera e poi tra i titolari dei Periquitos, ma Soriano non compie mai il salto decisivo. Segna tanti gol nella compagine B del club, ma quando ha un'occasione tra i grandi non la sfrutta mai. In cinque anni di professionismo con l'Espanyol, segna appena tre reti. E tutto ciò nonostante i prestiti all'Almería, al Poli Ejido e all'Albacete. A 24 anni, la sua promettente carriera sembra aver già imboccato la parabola discendente.
Tuttavia, dall'altra parte della città notano Soriano. Il suo contratto con l'Espanyol è in scadenza e il Barcellona lo tessera a parametro zero. All'inizio gioca in prima squadra, ma sei minuti nell'intera stagione 2009-10 fanno capire al club che l'attaccante è più adatto per la squadra B, militante in Segunda División B. Le riserve possono servirsi dell'esperienza maturata dal canterano dell'Espanyol. Sarà la scelta giusta per entrambi: Soriano dà spettacolo al Mini Estadi, mentre la compagine dei giovani blaugrana sforna campioncini e buon calcio. La squadra ottiene risultati altrimenti impossibili senza le zampate di Jonathan, che segna senza sosta. In tre anni, i gol dell'attaccante trascinano il Barcellona B dalla terza categoria (è lui a segnare il gol della promozione) a centrare i play-off nella Segunda División. Sì, il Barca B non può parteciparvi, ma il risultato è comunque notevole: il calcio offensivo di Luis Enrique, allora tecnico della squadra, è fantastico e ammalia la Roma. Soriano non è altrettanto fortunato da seguire il suo tecnico nella Capitale, nonostante i 32 gol e il titolo di pichichi della Segunda.
Non basta neanche un campionato straordinario perché Soriano venga considerato dal Barcellona, che non lo inserisce in prima squadra. A 26 anni, l'attaccante non trova neanche gli stimoli per far meglio in Segunda. Così, quando nel gennaio 2012 il Salisburgo bussa alla porta dei blaugrana, Soriano non ci pensa un attimo e firma per il club austriaco. Il trasferimento costerà 500mila euro: chissà quanti si mangeranno le mani in questo momento. Sebbene arrivi in corsa, l'attaccante segna con una media di un gol ogni due partite: Soriano vince il campionato con il suo nuovo club ed è solo l'inizio. Dopo un anno di apprendistato (se così si può chiamare: 29 gol), Soriano sta stupendo tutti in questa stagione. Tra campionato ed Europa League, il catalano è a quota 37 reti stagionali, di cui dieci nella rassegna continentale. In ogni competizione disputata dal numero 26 dei biancorossi, il numero dei gol è superiore a quello delle partite giocate. Insomma, il capitano del Red Bull Salisburgo ha tutta l'intenzione di dominare quest'annata. E chissà che gli austriaci non finiscano per arrivare sino alla finale di Torino.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Soriano non svetta certo per le sue doti fisiche o atletiche. Non è un centravanti di peso, né un giocatore dotato di straordinaria velocità. Tuttavia, l'esser stato un giocatore del Barcellona o anche l'aver frequentato ogni tanto il Camp Nou gli ha fatto decisamente bene. Ragazzo dalla tecnica di base straordinaria, Soriano sa sempre dove stare in area. L'ex Barca ha un grande senso della posizione ed è dotato di un ottimo tiro. Negli ultimi sedici metri è letale, la linea del fuorigioco è il suo habitat naturale. Tuttavia Soriano ha dimostrato in Europa League, contro l'Ajax, di saper far gol anche da metà campo.

STATISTICHE
2002/2003 - Espanyol: 1 presenza, 0 reti
2003/2004 - Espanyol: 0 presenze, 0 reti
2004/2005 - Espanyol: 3 presenze, 0 reti
2005/2006 - Espanyol: 6 presenze, 0 reti
2005/2006 - → Almería: 17 presenze, 7 reti
2006/2007 - Espanyol: 1 presenza, 0 reti
2006/2007 - → Poli Ejido: 12 presenze, 2 reti
2007/2008 - Espanyol: 27 presenze, 3 reti
2008/2009 - Espanyol: 12 presenze, 0 reti
2008/2009 -  Albacete: 11 presenze, 1 rete
2009/2010 - Barcelona: 1 presenza, 0 reti
2009/2010 - → Barcelona B: ? presenze, 22 reti
2010/2011 - Barcelona B: 37 presenze, 32 reti
2011/2012 - Barcelona B: 11 presenze, 3 reti
2011/2012 - Red Bull Salisburgo: 15 presenze, 5 reti
2012/2013 - Red Bull Salisburgo: 38 presenze, 29 reti
2013/2014 - Red Bull Salisburgo (in corso): 29 presenze, 37 reti

NAZIONALE
Il capitolo nazionale è chiuso per Soriano. Diciamo che non lo aiutano né il passato, né il presente e forse neanche il futuro. Attualmente, nel ruolo di punta della Spagna, i giocatori arruolabili sono Llorente, Negredo, Soldado, Torres e il neo-convocato Diego Costa. Mettiamoci anche la possibile maturazione di Alvaro Morata del Real Madrid e l'età sfavorevole a Soriano: zero chance che Del Bosque consideri il bomber del Red Bull Salisburgo. Tuttavia, l'attaccante ha giocato con le nazionali giovanili: con l'U-21 roja ha un invidiabile record di otto gol in quattro partite giocate. E Soriano ha persino partecipato a qualche gara della nazionale della Catalogna. Ma di Spagna non credo se ne parlerà.

LA SQUADRA PER LUI
L'attaccante va per i 29, ma sembra aver acquisito una grande maturità. Ci sono quei giocatori che esplodono quando sono ormai più in là con l'età: Di Natale è un esempio paragonabile a Soriano. Il suo contratto, che scade nel 2017, lo espone a un'asta per chi lo vorrà. D'altra parte, non credo che il Red Bull Salisburgo se ne voglia liberare; fatto sta che molti club potrebbero bussare alla porta della società austriaca e chiedere informazioni sul bomber. Un ritorno in Spagna o una visita alla Bundesliga spettacolare di questi anni potrebbe essere lo scenario più probabile nella prossima estate.

13.3.14

Scintille a Siviglia.

Si avvicinano gli ottavi di Europa League e molti in Italia guardano al match ad alta tensione fra Juventus e Fiorentina. Tuttavia, scorrendo gli altri incontri di giornata, l'incrocio tra viola e bianconeri non è quello più importante: a Siviglia, ci sarà il doppio derby. Betis e Siviglia si incroceranno due volte in una settimana e una di loro si qualificherà ai quarti, con la speranza di arrivare fino in fondo. Le due squadre arrivano alla tradizionale stracittadina con stati d'animo che non potrebbero essere più opposti di così.

Un'immagine del derby di Siviglia del novembre 2012: allora finì 5-1 per il Siviglia.

Il derbi sevillano sarà importante non solo per il passaggio del turno, ma anche per la storia delle due società. Uno scontro, quello fra Real Betis e Siviglia, che nasce dagli inizi del ventesimo secolo. I rojiblancos vengono fondati nel 1905, mentre il secondo club della città - il Sevilla Balompié - nasce appena due anni dopo. Tuttavia, all'interno del Siviglia c'è un'altra spaccatura e così viene alla luce una terza squadra, il Betis Football Club: questo decide di unirsi al Sevilla Balompié e così nel 1914 la versione definitiva è quella del Real Betis Balompié. Quest'ultimo termine è l'equivalente spagnolo di football. Il primo derby di Siviglia è stato giocato nel 1915, ma l'esordio ufficiale della stracittadina è datato 1929 in Segunda División. Per il primo scontro in Primera toccherà aspettare il 1935.
La storia delle due compagini è molto diversa: il Siviglia è il club più titolato della regione andalusa e non ha mai giocato in terza divisione, mentre il Betis sì. Oltretutto, ai verdiblancos manca un trofeo internazionale. I cugini del Siviglia, invece, hanno in bacheca tutti i trionfi dell'era Juande Ramos: dal 2006 al 2010, due Copa del Rey, due Coppe UEFA e una Supercoppa Europea. Secondo l'IFFHS (Internation Federation of Football History & Statistics), il Siviglia è stata la miglior squadra del mondo nel 2006 e nel 2007. Tanta roba, mentre il Betis - dopo aver vinto la Copa del Rey del 2005 - annaspava e retrocedeva in Segunda. Poi, il riequilibrio degli ultimi anni: i verdiblancos sono rientrati in Liga e l'anno scorso hanno fatto un grande campionato sotto la guida di Pepe Mel, con tanto di conquista della partecipazione all'Europa League. Stessa sorte per il Siviglia, che però è giunto in Europa solo per le sanzioni UEFA nei confronti di Malaga e Rayo Vallecano, sommerse dai debiti.
E così arriviamo al derbi sevilliano di giovedì. Il Betis giocherà tra le mura amiche la gara di ritorno, conscio di avere una grossa occasione per salvare la stagione. Purtroppo per il Balompié, il club non vince un derby dal maggio 2012, ha perso l'ultimo giocato per 4-0 e non vince una stracittadina nell'impianto casalingo dell'Estadio Benito Villamarín dall'aprile 2006. Erano tempi diversi, in cui il Betis giocava in Champions. L'unico precedente mai disputato nelle coppe fu nel 2007: un quarto di finale di Copa del Rey andata e ritorno, vinto dal Siviglia con un gol di Frederic Kanouté. Quell'anno, arrivò anche il bis in Coppa UEFA dei rojiblancos: altri tempi, appunto.

Jorge Molina, 31 anni e dieci reti con il Betis in questa stagione.

Per altro, i due club andalusi arrivano a questa stracittadina europea in momenti diversi. La stagione del Real Betis per ora è stata tragica: l'impegno in Europa League ha dato molte soddisfazioni, ma ha tolto anche molte energie ai verdiblancos, che ora rischiano seriamente un'altra retrocessione nella Segunda División. Una striscia di 14 risultati negativi consecutivi ha costretto la dirigenza all'esonero di Pepe Mel, che aveva fatto miracoli negli anni passati. L'arrivo di Juan Carlos Garrido non ha migliorato la posizione del Betis, che è finito ultimo in classifica; a quel punto, secondo cambio manageriale, con Gabriel Calderón nuovo allenatore. Il club ora è a otto punti dalla salvezza: ci vorrà un mezzo miracolo per raggiungerla. Anche perché il Betis ha il peggior attacco e la seconda difesa più bucata della Liga spagnola. Di contro, in Europa League è andato tutto bene: superato il preliminare contro lo Jablonec, il Balompié ha passato il girone senza troppi patemi. Giunto alla fase a eliminazione diretta, il Real si è scontrato con l'ostacolo Rubin Kazan, una delle squadre migliori della competizione. Il doppio confronto ha portato il Betis avanti, con il 2-0 in Russia targato Nono e Castro dopo il pareggio dell'andata.
Dal canto suo, il Siviglia fatica molto meno dei cugini cittadini. In Liga naviga in zona europea, aiutato dal tracollo di Valencia e Malaga. In Europa, il club ha sempre avuto un'ottima vocazione (stile Milan, per intenderci): squadra più da coppa che da campionato, più da sprint secco che da maratona. E la vocazione non è cambiata con gli anni: tutti gli eroi di quella stagione d'oro se ne sono andati, tra cui l'amato Jesús Navas. Lui, insieme allo "squalo" Álvaro Negredo, è volato al Manchester City. A queste partenze, vanno sommate quelle di Kondogbia, Medel e Luis Alberto: poco più di 85 milioni incassati da questi addii. Di contro, sono arrivati Kévin Gameiro e Carlos Bacca in attacco, più Iborra a centrocampo e Beto in porta. Aggiungiamoci anche i prestiti "pesanti" di Pareja dallo Spartak Mosca, Mbia dal QPR e sopratutto Marin dal Chelsea, il club iberico ha avuto gioco facile anche in Europa League. L'attaccante ex PSG sta segnando, così come Bacca, mentre il vero trascinatore è Ivan Rakitić, ormai capitano e talismano dei rojiblancos. Unai Emery ha superato agevolmente il turno di play-off, poi ha concluso la fase a gironi da prima in classifica. Il Siviglia ha rischiato un po' con il Maribor nei sedicesimi, ma alla fine ha risolto la pratica.
Ora arriva il derby. Su 117 incontri totali, il Siviglia è in netto vantaggio: 53 vittorie contro le 36 degli avversari cittadini e i 28 pareggi. L'andata del Ramón Sánchez Pizjuán Stadium è già annunciata come una corrida: a Siviglia non si aspetta altro. Anzi, per il Betis rischia di diventare uno psicodramma anticipato. Ci saranno scintille, non c'è dubbio.

Kévin Gameiro, 26 anni, rinato a Siviglia dopo anni difficili con il PSG.

9.3.14

Piccoli gioielli dell'Hampshire.

Difficile trovare squadre del sud dell'Inghilterra in Premier League: l'unica tra queste è il Southampton di Mauricio Pochettino, la realtà più interessante del 2013-14. Linee guida semplici: buone operazioni in entrata e crescita del vivaio, confermate dalla settimana appena trascorsa. Il Manchester United è pronto a un'offerta-shock per Luke Shaw, Adam Lallana ha brillato in nazionale e Jay Rodriguez è andato a segno ieri contro il Crystal Palace.

Jay Rodriguez, 24 anni, e Adam Lallana, 25, compagni nel Southampton e in nazionale.

Non che il Southampton sia nuovo nel proporre giocatori interessanti sul panorama del calcio inglese. Ricordiamoci che i Saints sono coloro che hanno regalato all'Inghilterra Matthew Le Tissier, nato nell'isola di Guernsey e probabilmente il giocatore più amato dai tifosi al The Dell (il vecchio impianto del club, demolito nel 2001). "Le God" è stato l'uomo-leggenda del Southamtpon; dopo il suo addio, i Saints sono sopravvissuti in Premier fino al 2005, grazie alla scoperta di altri giocatori interessanti. Ad esempio, il club portò il primo lettone nella massima serie inglese, Marian Pahars, che fece anche discretamente bene. James Beattie si fece conoscere con il Soton, che ha dato il meglio proprio con la maglia del Southampton. Wayne Bridge esplose con i biancorossi del sud, mentre Kenwyane Jones fece i primi passi nel calcio inglese al St. Mary's Stadium, diventato nel frattempo la nuova casa del club.
Purtroppo, la retrocessione è arrivata come una mazzata sul Southampton, che ha sofferto le prime difficoltà. A nulla è servito avere in squadra due giovani di belle speranze, che negli ultimi anni si sono trasformati in due splendidi giocatori: Theo Walcott e Gareth Bale. L'ala lasciò il Southampton nel gennaio 2006, il gallese nell'estate 2007, ma in entrambi i casi il merito è del vivaio dei Saints, capace di plasmare due fenomeni del genere. Ciò nonostante, la situazione del club non è migliorata: i debiti crescevano e neanche il sacrificio di molti dei suoi giocatori migliori ha migliorato la situazione. Il Southampton è arrivato persino a chiudere alcuni settori dello stadio per limitare i danni, ma l'amministrazione controllata è arrivata puntuale nel marzo 2009. Il collasso economico è corrisposto a quello tecnico: squadra troppo giovane e la retrocessione in League One nel 2008-09.
Dai guai finanziari al fallimento, il passo poteva esser breve: alla fine fu trovato un investitore solo a luglio, con l'acqusizione del club da parte di Markus Liebherr. Con l'arrivo del tecnico Alan Pardew, il Southampton tornò a vincere un trofeo (il Johnstone Paint Trophy), ma ci è voluto l'arrivo di Nigel Adkins e la liberazione dalla zavorra dei dieci punti di penalizzazione (quelli dovuti al periodo di amministrazione contollata). Certo, i Saints hanno dovuto rinunciare a un altro talento cresciuto in casa, Alex Oxlade-Chamberlain, anche lui passato all'Arsenal; tuttavia, Adkins ha fatto un miracolo con quello che aveva in casa. L'esplosione definitiva di Rickie Lambert - più di 100 gol con il Southampton - ha aiutato il club a tornare in Premier League nel 2012. Adkins è stato poi allontanato a metà dell'ultima stagione, ma Pochettino l'ha sostituito adeguatamente. L'argentino ha guidato la squadra alla salvezza, vincendo un premio per manager del mese nell'ottobre scorso. In questa stagione, la squadra dell'Hampshire ha stazionato anche nelle zone europee della classifica per i primi mesi del campionato. Ora il Southampton è nono, ma la salvezza pare già acquisita.

Theo Walcott e Gareth Bale, 24 anni, entrambi prodotti del vivaio dei Saints.

In questo panorama, i Saints si sono dati da fare nell'ultimo mercato estivo: Osvaldo dalla Roma per 15 milioni (subito rispedito in Italia, destinazione Juve), Wanyama dal Celitc per 14 e Lovren dall'OL per 10. Tuttavia, i Saints hanno continuato a puntare su alcuni giocatori delle categorie inferiori. Non solo il bomber Lambert, ma anche tanti giocatori dal futuro luminoso sono arrivati al St. Mary's: Morgan Schneiderlin, diventato l'anno scorso uno dei centrocampisti più laboriosi dell'intera Premier. Poi Jack Cork, prelevato per poche sterline dal vivaio del Chelsea, oppure Nathaniel Clyne, arrivato al Soton dal Crystal Palace. Tra gli acquisti, dobbiamo ricordare anche Gastón Ramírez, comprato per 15 milioni di euro. Se dovessi scegliere l'acquisto migliore del Southampton degli ultimi anni, non ho dubbi: Jay Enrique Rodriguez. Sembra il nome di un supereroe, ma in realtà è il numero 9 dei Saints. Classe '89 di origini spagnole, l'attaccante ha costruito la sua carriera nel Burnley, sua città natale. Dodici gli anni spesi con i Clarets, con cui ha segnato 41 gol, fino a che il Southampton non pagò otto milioni e mezzo di euro per portarlo al St. Mary's nell'estate 2012. Rodriguez ha dimostrato una certa duttilità tattica, coesistendo con Lambert e Lallana: un risultato ottenuto giocando spesso da esterno sinistro piuttosto che nel suo ruolo naturale.
Infine, ci sono i giovani di casa Southampton. James Ward-Prowse deve ancora esplodere, ma si farà: a 19 anni c'è tempo perché diventi una stella. Soprattutto, ci sono Adam Lallana e Luke Shaw, il vice-capitano e il giovane diamante di casa Saints. Lallana è nelle giovanili del Southampton dal 2000, uno che ha vissuto i momenti belli e brutti di questi ultimi anni del club. Ne è diventato il vice-capitano, anche se in realtà veste spesso la fascia perché Kelvin Davis, capitano della squadra, è ormai relegato in panchina. E Lallana ne ha approfittato per diventare un beniamino del St. Mary's, dove tutti aspettano le sue giocate in adorazione. I tifosi cantano: "Messi sembra una merda in confronto a lui". Anche grazie al gran gol segnato contro l'Hull nello scorso novembre o all'assist regalato a Sturridge nell'ultima amichevole dell'Inghilterra contro la Danimarca. Se Lallana è la certezza, Shaw è la speranza non solo del Southampton, ma dell'intero calcio inglese, in attesa di un erede di Ashley Cole (a cui Shaw è subentrato). Classe '95, il terzino sinistro è nel club dal 2003 e ha esordito a soli 16 anni. Ora è cresciuto e il Soton potrebbe avere in casa un altro Bale. E i grandi club inglesi non hanno voglia di lasciarsi scappare un'altra occasione del genere. Katharina Liebherr, presidentessa del club, ha dichiarato come la società non abbia nessuna intenzione di cedere i suoi pezzi pregiati. Di fronte a certe cifre, però, la volontà del Southampton potrebbe vacillare: almeno quattro dei giocatori citati fra i Saints (Shaw, Lallana, Rodriguez e Lambert) hanno possibilità di esserci al Mondiale di giugno. I piccoli gioielli dell'Hampshire costano, ma non è detto che rimangano per sempre nella vetrina della gioielleria del St. Mary's.

Luke Shaw, 18 anni, nuovo enfant prodige del calcio inglese.

6.3.14

Seeking Bora.

Tempi duri per il calcio in Cina. Se il Guangzhou Evergrande vince la Champions League asiatica e Lippi viene lodato da qualunque giornale italiano (pur dimostrando di non conoscere affatto il calcio d'Asia...), la nazionale fatica e becca batoste. Tanto da cambiare il terzo tecnico in cinque anni: come annunciato da qualche giorno, è il turno di Alain Perrin. Intanto, la squadra si è appena qualificata per un soffio alla Coppa d'Asia del 2015: solo la differenza reti ha salvato il biglietto aereo per l'Australia...

Bora Milutinović, 69 anni, l'unico C.T. che ha portato la Cina ai Mondiali.

L'arrivo del francese rilancia la grande speranza cinese: la capacità di imporsi a livello mondiale anche nel calcio. Se volessimo metterla giù in maniera semplice, basti pensare che parliamo di una popolazione da un miliardo e 350 milioni di persone; eppure non si trova un gruppo di giocatori in grado di creare un ciclo. Lo sanno bene in Cina, dove il calcio non è sbocciato fino alla metà degli anni '80, quando la tv cominciò a trasmettere incontri e il football spodestò il badminton e il tennis tavolo, gli sport nazionali. Intanto, la nazionale cresceva e ottenne il secondo posto alla Coppa d'Asia 1988, così come in quella casalinga di sedici anni dopo.
Come nel vicino Giappone, durante gli anni '90 nacque la prima lega professionistica, la Chinese Jia-A League: si sperava che l'impatto fosse lo stesso dei vicini nipponici, sebbene al campionato partecipasse persino l'armata cinese con una propria compagine. Tuttavia, la lega - dieci anni di vita, dal 1994 al 2003 - non riuscì a imporre dei criteri di ammissione tali da migliorare il calcio nazionale. Così si può spiegare il passaggio alla Chinese Super League del 2004: la federazione e il comitato della CSL applicarono norme più severe. Esse comprendevano la salute finanziaria dei club e la creazione di un vivaio adeguato, che portarono in Cina anche giocatori e tecnici del calcio europeo. Ciò nonostante, la media-spettatori si abbassò di molto: ci sono voluti sette anni per tornare ai livelli dell'ultima stagione della Jia-A League, ora ampiamente superati (anche se solo quattro club si attestano o superano la media dei 30mila spettatori).
La voglia di andare allo stadio è stata anche condizionata dallo scandalo delle partite "sistemate": nel 2010 scoppia la grana, che coinvolge non solo giocatori o dirigenti, ma persino tre vicepresidenti della federcalcio cinese. Partite truccate, ma anche scommesse illecite e violenza intimidatoria (in campo e fuori). Il governo è intervenuto e la questione è diventata di interesse nazionale, ma il ripulisti generale è servito a riavvicinare la gente alla CSL. Non solo gli spettatori, ma anche gli addetti ai lavori: molti calciatori sudamericani ed europei sono arrivati nel campionato cinese. L'ultimo è stato Alessandro Diamanti, che ha detto sì ai soldoni del Guangzhou Evergrande, così come fece Lippi un paio d'anni fa. Si sperava che ci fosse lo stesso affetto per la nazionale, che intanto ha attraversato diverse difficoltà: se si escludono il secondo posto alla Coppa d'Asia casalinga del 2004 o la qualificazione al Mondiale del 2002, la Guózú ha vissuto sopratutto di delusioni. Che non sembrano destinate a finire.

José Antonio Camacho, 58 anni, alla guida della Cina per due anni.

Già, perché mentre la CSL porta soldi e giocatori, la Cina continua a esser anonima e inconcludente. Dopo il Mondiale nippo-coreano, la nazionale ha vivacchiato. Qualificazioni alle fasi finali della Coppa d'Asia, le vittorie del 2005 e del 2010 nella Coppa delle Nazioni dell'Asia Orientale e le tre qualificazioni ai Mondiali mancate tra Germania, Sudafrica e Brasile. Ora si guarda al 2018, ma sopratutto si spera di creare un gruppo vincente. E' particolare notare come la Cina abbia un'ossatura basata su molti giocatori del Guangzhou Evergrande - club vincitore di tre campionati e dell'ultima Champions League asiatica - e non riesca comunque a cambiare il proprio destino nello scenario continentale. Lo stesso capitano della nazionale, Zheng Zhi, gioca nella squadra di Marcello Lippi e almeno una dozzina dei "Southern China Tigers" sono stati chiamati in nazionale. Eppure, niente da fare.
Uno scenario grigio quello del post-Mondiale 2002, nel quale la federazione le ha provate tutte. A cominciare dal ricorso ai tecnici di casa: prima Zhu Guanghu, poi Gao Hongbo. Quest'ultimo ha avuto la media di vittorie più alta come C.T. della Cina, eppure fu bruciato dopo non aver passato neanche la fase a gironi della Coppa d'Asia del 2011. Nell'agosto di quell'anno, è arrivato José Antonio Camacho. Non che fosse la prima volta di uno straniero sulla panchina della Cina (Arie Haan e Vladimir Petrović insegnano), ma l'ex Real Madrid arrivò per un progetto ben preciso: portare la Cina al Mondiale brasiliano e colmare il divario da Corea del Sud e Giappone. Il risultato è stato deludente: nonostante un ingaggio triennale per un totale di 30 milioni di euro, Camacho non ha risolto i problemi della nazionale. La Cina è uscita con un turno d'anticipo nelle qualificazioni al Mondiale 2014, ha ottenuto la sconfitta peggiore della propria storia (8-0 con il Brasile) ed è crollata al numero 109 del ranking FIFA (peggior posizione di sempre). Una sconfitta per 5-1 in amichevole contro una Thailandia-2 ha costretto lo spagnolo all'addio.
In questi ultimi mesi, Fu Bo ha fatto da traghettatore fino alla nomina di Perrin, che dovrà preparare la squadra cinese per la Copa America (dove la Cina ci sarà come paese invitato). Sarà dura per il francese, che ha sorpassato Lippi nella lista dei candidati al posto: del resto, l'italiano ha appena rinnovato con il Guangzhou fino al 2017. Come se non bastasse, la Cina ha rischiato di non prender parte alla Coppa d'Asia 2015: bastava un pareggio in Iraq, dove invece è arrivata una batosta per 3-1. Nel frattempo, il Libano ha stravinto 5-2 in casa della Thailandia. Al 70' delle due gare, la Cina era fuori. Un altro rischio, un'altra delusione sfiorata. E così le gioie sembrano sempre più lontane. Fun-fact: l'unico Mondiale disputato dalla Guózú è quello del 2002, nell'edizione nippo-coreana. La Cina fu portata in Coppa del Mondo dal mitico Bora Milutinović, che detiene un record particolare (condiviso con Carlos Alberto Parreira): il C.T. serbo ha allenato ben cinque squadre in cinque diverse edizioni della World Cup. Ora la Cina sogna di tornare in una fase finale dei Mondiali. Perrin tenterà di seguire le orme di Bora: sarà dura pareggiare i suoi miracoli.

Alain Perrin, 57 anni, è il nuovo C.T. della Cina: un compito duro per lui.

4.3.14

L'universale.

Lui è come una legge fisica: travalica ogni universo, è valida ovunque. Un uomo per tutte le stagioni, un giocatore su cui poter contare in ogni momento della stagione. Continuo e solido, leggiadro e di classe, pesante eppure leggero, come il suo calcio. Yaya Touré non ha mancato di mettere il suo timbro sulla vittoria in League Cup dei citizens; l'ennesima firma dell'ivoriano, tanto per ribadire che è uno dei migliori al mondo nel suo ruolo.

Touré con la maglia del Monaco, prima di farsi conoscere a livello internazionale.

Chi l'avrebbe mai detto, una decina di anni fa, che questo centrocampista sarebbe arrivato ai maggiori livelli del calcio mondiale? Forse in pochi, se non nessuno. Sono quasi quindici gli anni passati da quando il Beveren porto Touré in Europa, precisamente nel campionato belga. Poi i passaggi in Ucraina (Metalurh Donetsk), Grecia (Olympiakos) e Francia (anzi, Montecarlo). Tutto questo accadde prima che il Barcellona posasse gli occhi su di lui e Guardiola lo trasformasse nel giocatore devastante che oggi ammiriamo con occhi adoranti. L'ivoriano ha dimostrato di avere tutto in questi anni: a livello tecnico, non gli manca nulla. A livello tattico, ha mostrato grande versatilità durante la sua carriera. Altrettanto si può dire sul piano della personalità, visto che è uno dei leader del Manchester City di Manuel Pellegrini. E pensare che Arsène Wenger lo scartò nel 2003: dopo aver giocato un'amichevole contro il Barnet, il tecnico dell'Arsenal etichettò la sua prestazione da seconda punta come "nella media". Le difficoltà nell'ottenere un permesso di lavoro spinsero Touré ad accettare l'Ucraina. E da lì, sappiamo tutti come è andata.
Anni fa, quando i citizens lo presero dal Barcellona campione d'Europa, qualcuno storse il naso: 30 milioni di euro per portarlo dal Camp Nou all'Etihad Stadium. In più, l'ivoriano divenne il giocatore più pagato della Premier League. Una cifra esorbitante, ma giustificata secondo Roberto Mancini, che allora spinse per l'arrivo del centrocampista. Discorso diverso dopo tre anni, visto che Touré ha rinnovato il suo contratto con il City nell'aprile 2013: il suo stipendio annuale è arrivato a 15 milioni di euro. Tanto, forse troppo per molti: tuttavia, la verità è che in questo momento la qualità di Touré è fondamentale anche nel City di Pellegrini, che ha aiutato il centrocampista a valorizzarsi ulteriormente. Di solito, il numero 42 del City segnava una media di dieci reti a stagione; quest'anno è già a quota 17 e c'è ancora molto da giocare (e giocarsi). Chiaro, il gioco del tecnico cileno aiuta l'ivoriano a segnare di più, ma anche Yaya Touré sta valorizzando il calcio di Manuel Pellegrini.

Touré si prepara ad affrontare il terzo Mondiale con la sua nazionale.

Giocatore africano dell'anno nelle ultime tre stagioni, Touré ha ormai scavalcato anche il suo connazionale Didier Drogba nelle mente degli osservatori calcistici. La butto lì: è sicuramente uno dei giocatori africani più forti che il continente nero abbia mai conosciuto. Se continuasse così, l'etichetta di MVP nella storia del calcio africano sarebbe possibile, anche se superare mostri sacri come Abedi Pelé, George Weah o Samuel Eto'o è dura. L'ivoriano ha vinto molto e lo ha fatto da protagonista: il centrocampista ha segnato un gol in tutte le finali vinte dal City. Una sorta di talismano portafortuna. A segno nella F.A. Cup del 2011 (segnò sia in semifinale che in finale i gol decisivi), nella Charity Shield del 2012 e nella League Cup di domenica, quando ha segnato la rete che ha rimesso in carreggiata i citizens dopo il vantaggio del Sunderland. Gli manca un'affermazione con il Manchester City anche in Europa e sopratutto qualcosa da vincere con la nazionale.
Già, perché l'unica gioia mancante, come molti suoi connazionali, è con la sua Costa d'Avorio: ai Mondiali c'è sempre stata poca gloria, con gli elefanti inseriti in gironi di ferro sia in Germania che in Sudafrica. In Coppa d'Africa, Touré ha sfiorato due volte l'alloro, perdendo le finali del 2006 e del 2012, entrambe ai rigori. E allora il centrocampista tuttofare si gioca molto nel prossimo anno: a giugno la Coppa del Mondo, a gennaio 2015 la rassegna continentale in Marocco. Dove molti della sua generazione sono attesi all'atto conclusivo della loro militanza con gli elefanti: i vari Drogba, Kolo Touré, Barry, Zokora saranno all'ultima spiaggia per vincere qualcosa. Oltretutto, l'universale del City è da un decennio in nazionale e non vorrebbe lasciare senza alcun trofeo; magari potrà fare un altro Mondiale, quello russo del 2018, ma avrà 35 anni e una generazione di campioni ormai alle spalle. Del resto, lui è l'uomo che può fare di tutto in campo. Touré ha iniziato come attaccante, è diventato un centrocampista e giocò la finale di Champions League del 2009 da centrale difensivo: è un universale. E di giocatori così, il calcio ne ha dannatamente bisogno.

Yaya Touré, 30 anni, è l'uomo per tutte le stagioni del City.