28.2.14

ROAD TO JAPAN: Masaaki Higashiguchi

Buongiorno a tutti e benvenuti a un nuovo numero della rubrica "Road To Japan", lo spazio che ci permette di scoprire i migliori talenti del Sol Levante. Oggi ci spostiamo in porta, parlando di un ragazzo che ha appena cambiato squadra: dopo anni di onorato servizio in quel di Niigata, questo estremo difensore ha vissuto l'anno della consacrazione e si è spostato al sud, trasferendosi al Gamba, tornato in J-League. Sto parlando di Masaaki Higashiguchi, portiere della squadra di Osaka.

SCHEDA
Nome e cognome: Masaaki Higashiguchi
Data di nascita: 12 maggio 1986 (età: 27 anni)
Altezza: 1.84 m
Ruolo: Portiere
Club: Gamba Osaka (2014-?)



STORIA
Nato a Osaka nel maggio 1986, Higashiguchi è un giovane virgulto delle giovanili del Gamba Osaka (dove i suoi compagni di squadra sono Akihiro Ienaga e Keisuke Honda, tanto per fare due nomi), con cui gioca nella categoria juniores. La cosa strana è che fu escluso dalla squadra perché troppo basso: infatti, da ragazzo, non raggiungeva il minimo di 1.70 m per fare il portiere. Così Masaaki lasciò la città natale e si fece conoscere nella DENSO Cup, una competizione per i giovani di tutto il Giappone: fu MVP della manifestazione e l'Albirex Niigata lo prese in squadra.
In realtà, nel 2008, il ragazzo iniziò anche a frequentare l'università di Niigata, ma Higashiguchi ha definito il passaggio nel nord del Giappone come "una svolta per la sua carriera". Pian piano, il club gli dà fiducia e lo fa gradualmente crescere. Una crescita che si blocca nell'estate del 2010, quando si rompe il setto nasale dopo uno scontro di gioco nella gara contro il Vegalta Sendai: tre mesi di stop e il ritorno nel finale di J-League. Le sue prestazioni lo fecero conoscere anche al nuovo C.T. della nazionale nipponica, Alberto Zaccheroni. Higashiguchi vive di peggio nell'estate 2011, quando si infortuna nuovamente, rompendosi il legamento crociato del ginocchio destro. L'Albirex è costretto a correre ai ripari, ingaggiando Yohei Takeda in prestito. Quando torna, Higashiguchi sembra finalmente pronto per godersi la sua carriera, ma nell'ottobre 2012 si rompe nello stesso punto del ginocchio e aspetta altri otto mesi prima di ritornare in campo. Tutto questo nel freddo di Niigata, mentre il club si salvava miracolosamente dalla retrocessione in seconda divisione.
La sua sfiga si è parzialmente conclusa nella scorsa estate, quando è tornato dall'ennesimo infortunio ed è stato schierato subito titolare con l'Albirex nel match di campionato contro il Kashiwa Reysol. Un grande merito al suo recupero va dato anche ai supporters di Niigata, che non l'hanno mai dimenticato e l'hano sempre sostenuto. Risultato a fine anno: Higashiguchi è uno dei migliori estremi difensori dell'intero campionato e ottiene un ottimo piazzamento con il suo club, prima di chiudere cinque stagioni magnifiche, seppur condizionate dai lunghi stop. Infine, a campionato concluso, Higashiguchi ha salutato Niigata: il Gamba Osaka se lo è assicurato per il 2014 per la cifra di un milione di euro. Per il portiere è un ritorno a casa: aveva già giocato con il club del Kansai e Osaka è la sua città natale.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Come notato dalla sua storia personale, intanto c'è una caratteristica che non si può trovare nel bagaglio tecnico: la tenacia. Recuperare da tutti quegli infortuni e affermarsi nuovamente è già un grosso segno di forza. Inoltre, il modello di Higashiguchi è Gigi Buffon, a cui assomiglia per il modo in cui interpreta il mestiere del portiere: molto bravo tra i pali, meno con le uscite. Ha dimostrato di avere anche un buon rilancio: tutto utile negli schemi dell'Albirex, che partono anche dai suoi lunghi rinvii.

STATISTICHE
2009 - Albirex Niigata: 1 presenze, 5 reti incassate
2010 - Albirex Niigata: 32 presenze, 34 reti incassate
2011 - Albirex Niigata: 14 presenze, 17 reti incassate
2012 - Albirex Niigata: 28 presenze, 25 reti incassate
2013 - Albirex Niigata: 22 presenze, 22 reti incassate

NAZIONALE
Higashiguchi non è nuovo alle chiamate in nazionale nipponica: niente Under, ma ha partecipato alle Universiadi del 2007. Inoltre, Zaccheroni conosce benissimo l'ormai ex portiere dell'Albirex Niigata: infatti, il C.T. del Giappone ha già convocato l'estremo difensore diverse volte. Higashiguchi ha fatto parte anche del gruppo che andò a vincere la Coppa Asia del 2011, sebbene da terzo portiere. Un ruolo che l'estremo difensore ebbe perché Seigo Narazaki e Yoshikatsu Kawaguchi, esperti portieri e pezzi di storia del calcio giapponese, si erano ritirati dalla nazionale. Un ruolo che Higashiguchi ha avuto per tutto il 2011, finché non è spuntato Shuichi Gonda dell'F.C. Tokyo. Inoltre, deve ancora collezionare una presenza in campo con la Nippon Daihyo. Ora il nuovo portiere del Gamba Osaka è l'outsider per il Mondiale 2014: potrebbe esserci spazio anche per lui nel gruppo che andrà in Brasile. Zac lo conosce, le chance ci sono.

LA SQUADRA PER LUI
Sicuramente non andrà via presto dal suo nuovo club: la stagione 2014 lo vedrà protagonista in J-League con un rinato Gamba Osaka, che ha svecchiato la squadra ed è risalito subito dalla J2 dopo la clamorosa retrocessione del 2012. Per quest'anno non se ne parla, ma chissà che dopo un'altra grande stagione qualcuno non bussi alla porta del club del Kansai. A 28 anni, ci sarebbe anche la maturità giusta per un'esperienza del genere. Certo, l'Europa ha un rapporto conflittuale con i portieri nipponici. Solo Kawaguchi e Kawashima sono riusciti ad emigrare nel vecchio continente: il primo con pessimi risultati, mentre il secondo sta facendo bella figura con lo Standard Liegi. Chissà che non ci sia una terza storia da raccontare in Europa.

26.2.14

Il giovane vecchio.

29 luglio 2009: ricordo che guardavo un amichevole di prestigio tra Bayern Monaco e Milan alla televisione. In campo, per i bavaresi, giocava un giovane che allora nessuno conosceva, se non in terra tedesca. Una corsa sbilenca, movimenti un po' sgraziati, ma due grandi doti: capacità d'applicazione tattica e buon senso del gol. Infatti, alla prima occasione, sblocca la gara per l'1-0 e segnerà anche il quarto: la partita terminerà 4-1 per il Bayern, ma io sento che quella sera è nata una stella. Quel ragazzo era Thomas Müller.


Sono passati quasi cinque anni e quel ragazzo è ormai conosciuto agli occhi di qualunque osservatore di calcio che esista sulla faccia della terra. E pensare che all'epoca, quando lo vidi per la prima volta, aveva già segnato in Champions League ed esordito in Bundesliga con Jurgen Klinsmann. Eppure, questo al piccolo-grande Thomas non bastava: in quel 2009-10, sarebbe dovuto andare in prestito in qualche squadra di Bundesliga, ma Louis van Gaal rimase affascinato da quel giovane che giocava da veterano. Così, da quasi sconosciuto, si prese il Bayern e dimostrò al mondo che in quello squadrone poteva starci. Giocatore del mese nel settembre 2009, Müller giocò quell'anno per 52 gare con i bavaresi, segnando 19 reti. Mica male per il 20enne attaccante, che divenne uno dei perni di quel team.
Andato via Louis van Gaal, l'importanza di Müller non è affatto cambiata nello scacchiere del Bayern: in fondo, la sua duttilità tattica ha aiutato ogni allenatore passato dall'Allianz Arena. Seconda punta, trequartista, esterno d'attacco: non importa quale ruolo o modulo gli si cuci addosso, Müller dà sempre il meglio in qualunque posizione. E pensare che quand'era più giovane Müller si dilettava a centrocampo, anche nella squadra riserve del Bayern. Inoltre, con il passare degli anni, il suo bagaglio tecnico è di molto migliorato: la cadenza divincolata rimane, ma il suo repertorio si è aggiornato, mettendo così in difficoltà molti difensori in Germania e in Europa. Lui non ha in mente di cambiare a breve la sua carriera. Lo stesso giocatore si è detto felice al Bayern. Quando si parla di possibili trasferimenti o addii, Müller è sempre stato chiaro: "Non esiste un club che sia un passo avanti rispetto al Bayern Monaco: voglio rimanere qui".
Grazie al lavoro di Jupp Heycknes, il ragazzo si è valorizzato ulteriormente. Nel Bayern del "triplete" della passata stagione e anche in quello della finale di Champions persa con il Chelsea, Müller è stato fondamentale. Già, l'ultimo atto di Monaco di Baviera: se i londinesi non avessero pareggiato con Drogba a pochi minuti dalla fine, il gol dell'1-0 del numero 25 bavarese avrebbe rappresentato il momento più importante della sua carriera. E quella sera, di fronte a un Bayern apparso flaccido, Müller fu comunque uno dei migliori. Perché Thomas è fatto così: è un giocatore capace di alti, ma non di bassi, non deludendoti quasi mai. Qualunque tecnico vorrebbe un professionista come lui. E anche Guardiola non ha fatto eccezione: anzi, questa è la miglior stagione finora di Müller in carriera. Lo score è impressionante, così come quello del suo Bayern: 20 gol e 11 assist in 34 partite nel 2013-14. Con l'annata da concludere, Müller non potrà che migliorarsi nei suoi record personali.

Müller al Mondiale 2010: fu capocannoniere della rassegna intercontinentale.

Non solo determinante per il Bayern, ma anche per la nazionale tedesca: il C.T. Löw non se ne separa mai, sapendo benissimo l'importanza di un giocatori così tatticamente disciplinato. Al Mondiale 2010 arrivò un po' a sorpresa: l'estate precedente alla rassegna sudafricana nessuno avrebbe immaginato Müller al Mondiale. Ma il grosso numero di infortuni delle "stars" e la sua consacrazione lo hanno inserito nella Germania che stupì tutti a quella rassegna intercontinentale: nel 4-2-3-1, modulo che gli cuce addosso come un vestito, svaria la posizione. Se Müller gioca dietro la punta nel Bayern (negli ultimi anni meno di prima), nella "Nationalmannschaft" si diletta sul settore destro, visto che Özil e Reus occupano le altre due caselle dei tre dietro la punta centrale.
Un segno del destino quel Mondiale sudafricano: Müller vestì il numero 13, quello simbolo del capitano Michael Ballack (che non giocherà più per la nazionale) e quello dell'omonimo Gerd, primatista di gol con la Germania. Gol contro l'Australia, iper-decisivo contro l'Inghilterra negli ottavi di finale (due gol e un assist), a segno anche contro l'Argentina nei quarti. In semifinale con la Spagna, Müller era squalificato: infatti, la Germania giocò forse la peggior partita di tutta la manifestazione. Di nuovo in rete nella finale per il terzo posto contro l'Uruguay, Müller vinse il titolo di miglior giovane del Mondiale. Non solo: fu capocannoniere e miglior assist-man. Un'affermazione che l'ha portato a esser un titolare fisso della nazionale di Löw, che non può rinunciare a lui nonostante la schiera di talenti offensivi che la Germania sta producendo negli ultimi anni.
Intanto, il ragazzo di Weilheim guarda al Brasile: la "Nationalmannschaft" è tra le favorite, come al solito. Ma stavolta serve veramente un successo per certificare l'avvenuto sorpasso del calcio tedesco su quello spagnolo come sovrano incontrastato del mondo pallonaro. E chi meglio di Müller può aiutare in quest'impresa? Basti guardare l'esultanza dopo l'1-0 segnato all'Hannover: balla con Rafinha, che gli ha fornito l'assist. Sta già imparando la samba, lui che solitamente la fa ballare alle difese avversarie. Il giovane-vecchio è pronto: un alloro con la sua Germania è tutto quello che gli resta a conquistare, nonostante abbia solo 24 anni.

Thomas Müller, 24 anni, è la star silenziosa del Bayern Monaco di Guardiola.

21.2.14

L'ultimo dittatore.

Tira una brutta aria dalle parti di Fulham, dove il primo club di Londra ad aver mai giocato in Premier League fatica non poco. Ultimo posto in graduatoria, poche soddisfazioni e il Fulham sembra aver perso quello status di squadra da metà classifica. Dopo aver iniziato la stagione con Martin Jol e aver licenziato il suo sostituto, René Meulensteen, è arrivato Felix Magath, alla sua prima esperienza fuori dall'Inghilterra.

Magath e il suo trionfo più clamoroso: la Bundesliga vinta con il Wolfsburg.

Diciamo che il Fulham le sta tentando tutte per evitare la retrocessione in Championship: quella che doveva essere una tranquilla stagione di Premier si sta trasformando in uno psicodramma. Nessuno avrebbe immaginato i cottagers in zona pericolante a inizio campionato; eppure, Martin Jol non ha dato quella solidità che ci si aspettava dalle parti di Craven Cottage. Il Fulham non può essere certo la squadra da finale di Europa League vista nel 2010, ma neanche quella in difficoltà ammirata nelle ultime settimane. Per altro, da quando ha esordito in Premier League (2001-02), i cottagers non sono mai retrocessi: dubito vogliano spezzare questa tradizione.
Scorrendo alcune statistiche, i problemi vengono a galla: il Fulham è una delle squadre più corrette della Premier (solo 37 gialli e zero rossi, penultima), ma non porta a casa molti contrasti vincenti e sopratutto non fa molti falli. Inoltre, la compagine londinese tende a creare azioni specie da calci piazzati e con molti passaggi lunghi (un po' come fa ancora lo Stoke City) , senza però lo stesso rating di successo. Del resto, il capocannoniere della squadra è Steve Sidwell, che di lavoro fa la mezzala, non il centravanti. I veri problemi sono dietro: il Fulham ha incassato 58 gol in campionato, di cui 42 in piena area di rigore, ed è nettamente la peggior difesa della Premier. E tutto questo nonostante la squadra sia nella terza nella graduatoria delle spazzate e seconda in quella dei blocchi. Insomma, sebbene gli sforzi ci siano, la difesa dei cottagers fa acqua da tutte le parti.
A questo va collegato anche il problema della direzione tecnica: con il piano di rientro del debito concluso, il Fulham era pronto anche a spendere di più per potenziarsi. Infatti, l'ultima estate ecco Stekelenburg, Amorebieta e Scott Parker, più i prestiti di Darren Bent e Taarabt (già migrato verso Milano). In inverno, invece, sono partiti Bryan Ruiz e Dimitar Berbatov. Martin Jol non attendeva che qualche spicciolo in più per il mercato, dopo due annate a metà classifica senza troppe patemi. L'olandese aveva fatto benino con il Tottenham, perché avrebbe dovuto smentire le attese al Craven Cottage? Eppure, quest'anno sta andando tutto storto ed è arrivato l'esonero di Jol. Con l'arrivo di Meulensteen, si aspettava qualche miglioramento e invece non solo il Fulham si è parcheggiato in zona retrocessione, ma ha cominciato a incassare una marea di reti: 34 gol in 13 giornate (una media di 2,6 a gara). Con l'eliminazione dalla F.A. Cup, non c'è voluto molto perché il club esonerasse anche l'ex assisstente di Sir Alex Ferguson. E non è detto che l'arrivo di un bomber come Mitroglou e di un fantasista come Holtby, più il ritorno dell'idolo Dempsey per un paio di mesi, possano rivoltare la baracca come un calzino.

Kostantinos Mitroglou, 23 anni, tenterà di salvare il Fulham.

Fatti fuori due manager, è arrivato quindi il terzo. E che manager: Felix Magath. Domani esordirà nella sua prima gara come tecnico del Fulham, alla prima esperienza fuori dalla sua madre patria. Da giocatore, sarà sempre ricordato come l'uomo che fece piangere la Juve nella finale di Champions contro l'Amburgo nel 1983 ad Atene. Da allenatore, il suo soprannome principale è stato "Quälix". Svelo l'arcano: il nomignolo deriva dalla fusione tra il nome del manager, Felix, e il verbo tedesco "quälen", che significa "torturare". Facile immaginare quali siano i metodi d'allenamento del tedesco.
Eppure, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: dopo una nomea da "salvatore della patria", Magath si consacrò a Stoccarda, quando portò la squadra in Champions all'inizio degli anni 2000. Ciò gli attirò l'attenzione del Bayern Monaco, che lo prese come tecnico nell'estate 2004: due anni, due double. Poi l'esonero e la ripartenza da Wolfsburg nel 2007, dove la Wolkswagen (proprietaria del club) spendeva molto e vinceva poco. Dal canto suo, Magath divenne allenatore e direttore tecnico dei lupi, una pratica che ha messo in atto in molti team dove ha lavorato. Risultati straordinari, con la vittoria in Bundeslinga nel 2009: un miracolo, con la consacrazione del trio Grafite-Misimovic-Dzeko e un calcio spettacolare. Ancor prima che la stagione finisse, lo Schalke 04 si accordò con Magath per guidare la squadra: un anno e mezzo senza grossi successi, che lo ha riportato al Wolfsburg. Tuttavia, il secondo mandato in Bassa Sassonia non è stato glorioso e anche lì è arrivato un altro esonero. Insomma, dopo aver lasciato i lupi troppo presto, Magath non se l'è passata troppo bene.
Ora, la prima opportunità al di fuori dalla Germania, dopo un anno di pausa. Domani, "Saddam" - un altro soprannome... - esordirà sulla panchina dei cottagers sul campo del West Bromwich Albion. C'è da sperare che il Fulham ce la faccia: per Magath non sarà facile, ma c'è una frase che forse meglio di tutte indica la durezza e la rigidità di Magath. Un suo ex giocatore ai tempi dell'Eintracht Francoforte, l'attaccante togolese Bachirou Salou, descrisse Magath come "l'ultimo dittatore in Europa". Chissà che questa rigidità non possa portare il Fulham a salvarsi. Anche perché lo stesso Magath ha dichiarato che dodici partite possono bastare. Non vorremmo essere nei panni dei giocatori se il club non riuscisse in tale impresa...

Felix Magath, 60 anni, alla prima esperienza fuori dalla Germania.

18.2.14

Signori, qui si fa la storia.

Una volta si vincevano coppe, adesso si scrivono comunque pagine di storia, anche senza trofei. Questa è Parma, il luogo raccontato da Stendhal in suo famoso romanzo, che sta vivendo un momento di felicità. Lucarelli e compagni possono festeggiare un record: con la vittoria per 4-0 sul campo dell'Atalanta, i ducali hanno stabilito una striscia di dodici risultati utili positivi. Non era mai successo nella centenaria storia del club emiliano.

Tommaso Ghirardi, 38 anni, giovane presidente del club gialloblu.

Non c'è più il colosso Parmalat alle spalle della compagine gialloblu, perciò è normale che le annate del Parma si siano trasformate in corse alla salvezza. L'ultimo trofeo risale al 2002, quando gli emiliani si imposero nella finale di Coppa Italia contro la Juventus con un gol di Júnior, nonostante una stagione rovinosa. Da allori non ci sono più né i Tanzi, né campioni come Di Vaio o Fabio Cannavaro, ma un gruppo forte e coeso. In ogni caso, ce n'è voluto per arrivare fino a oggi: con i Tanzi fuori gioco, il Parma non ha rischiato solo la sparizione, ma anche la retrocessione nel 2005, finendo poi in B nel 2008. Se l'Inter festeggiava lo scudetto al Tardini, i gialloblu sono ripartiti dalla cadetteria, ottenendo la promozione e poi disputando buone stagioni al ritorno in A.
Tutto merito di un gruppo dirigenziale in grado di far rinascere la realtà parmense. A partire dal presidente Tommaso Ghirardi, arrivato nel 2007, quando acquistò il club dall'amministratore straordinario Sandro Bondi. In realtà, il passaggio di proprietà sarebbe arrivato anche prima, se non fosse scoppiata la bolla di Calciopoli, che fu causa di ripensamento per l'attuale numero uno del Parma. Con Ghirardi, la società ha sofferto la B per l'inesperienza dell'allora 32enne presidente, alla prima esperienza nel calcio che conta. Poi, col tempo, Ghirardi ha preso la giusta confidenza con questo mondo e ha saputo fare le scelte giuste. Tra quelle più felici, c'è stata quella di affidarsi a Pietro Leonardi, dirigente scafato che veniva da un ottimo periodo all'Udinese. Leonardi ha saputo smontare e rimontare i gialloblu a suo piacimento, dando a ogni tecnico transitato per Parma la possibilità di contare su un organico da salvezza sicura. Con il bilancio finalmente a posto (merito di cessioni eccellenti e ben ragionate: vedi casi Mariga e Belfodil) e un contratto fino al 2017 come amministratore delegato, il Parma può contare sulle capacità di Leonardi.
Infine, l'ambiente: Collecchio e tutta la città sono un posto tranquillo in cui i giovani possono crescere, gli esperti rilanciarsi e i giocatori promettenti esplodere definitivamente. Un esempio è Marco Parolo, che sta dimostrando tutta la sua bravura con la maglia del club emiliano in questa stagione. Ma se ne possono citare molti altri. Amauri, dopo le stagioni buie tra Torino e Firenze, è tornato a Parma per riaffermarsi; Cassani, rovinato dal biennio speso con Fiorentina e Genoa, ha saputo rifiorire al Tardini da centrale difensivo. Gobbi non invecchia mai, Marchionni si è re-inventato centrocampista centrale dopo gli anni sull'ala; Paletta è un giocatore desiderato da molti grandi club italiani. Infine, non è un caso se Antonio Cassano abbia scelto Parma per tentare di agguantare il Mondiale, la competizione che non ha mai giocato nella sua carriera, nonostante abbia disputato tre Europei con la maglia azzurra.

Antonio Cassano, 31 anni, è il valore aggiunto degli emiliani.

L'artefice del Parma dei dodici risultati utili consecutivi è un signore schivo, tutt'altro che avvezzo alla spettacolarizzazione del pallone: Roberto Donadoni. Eppure, per arrivare a questi traguardi, il tecnico di Cisano Bergamasco ha dovuto patire più del dovuto. Ricordate qual era la sua situazione qualche anno fa? Dopo quanto di buono fatto a Livorno, Donadoni venne chiamato per diventare il C.T. dell'Italia post-Mondiale 2006. Il progetto era quello di consacrare un tecnico giovane e promettente, che sapesse costruire un nuovo gruppo azzurro; in realtà, quel biennio lo bruciò agli occhi di molti. Nonostante una qualificazione all'Europeo ottenuta con un turno d'anticipo (in un girone con la Francia) e l'uscita contro ai quarti di finale contro la Spagna solo per mano dei rigori, Donadoni fu cacciato per riprendere Lippi. Con i risultati che tutti oggi conosciamo.
Anche il tranito napoletano non gli ha giovato: De Laurentiis lo scelse per guidare il Napoli dopo l'esonero di Edy Reja, un'istituzione da quelle parti. La poca pazienza dell'ambiente e i risultati balbettanti costrinsero Donadoni a lasciare anche quell'incarico. Viene da chiedersi chi non si sarebbe bruciato dopo queste due delusioni. Mettiamoci anche Cagliari, che ha rappresentato però una fugace bruciatura, conclusasi per divergenze sul possibile ritorno di David Suazo in Sardegna. In ogni caso, Donadoni è ripartito da Parma nel gennaio 2012, ottenendo un primo risultato: sul finire della stagione 2011-12, i gialloblu hanno conquistato sette vittorie consecutive, giungendo ottavi in classifica. Poco peggio è andata l'anno dopo, quando il Parma si è piazzato decimo.
Si è arrivati a quest'annata, dove il Parma aveva comunque perso alcuni giocatori di riferimento: via capitan Morrone e sopratutto Ishak Belfodil, che aveva fatto così bene nella precedente stagione. In inverno, poi, la compagnia ha salutato anche Jaime Valdes e Nicola Sansone. Poco male per Donadoni, avanti con il 3-5-2 che tanto gli ha portato fortuna in Emilia. Gli innesti di Cassani, Gargano e Cassano, più l'esplosione di Parolo, hanno fatto il resto. Adesso il Parma può sognare: ha fermato Fiorentina e Inter in trasferta e ha sbancato il San Paolo di Napoli. Chi ci dice che i gialloblu non saranno in Europa League il prossimo anno? Nessuno. Signori, qui si fa la storia. E chissà che non si preparino anche i passaporti.

Roberto Donadoni, 50 anni, si è riscattato dopo un periodo buio.

15.2.14

UNDER THE SPOTLIGHT: Jetro Willems

Buongiorno a tutti e benvenuti all'ennesimo numero di "Under The Spotlight", lo spazio tramite il quale scopriamo quali nuovi talenti si affermano sul palcoscenico europeo. E quali siano i più pronti, fra questi, al salto nelle più grandi leghe continentali. Oggi voglio raccontarvi di un ragazzo del quale avrete sentito molto parlare, viste le sue presenze con la nazionale olandese: sto parlando di Jetro Willems, terzino del PSV Eindhoven.

SCHEDA
Nome e cognome: Jetro Willems
Data di nascita: 30 marzo 1994 (età: 19 anni)
Altezza: 1.70 m
Ruolo: Terzino sinistro
Club: PSV Eindhoven (2011-?)



STORIA
Nato e cresciuto a Rotterdam, Willems non entra nel club più famoso della città, il Feyenoord, bensì esplode nello Sparta Rotterdam, la compagine che ha recentemente fatto conoscere al mondo anche un certo Kevin Strootman. Nel passato, lo Sparta era stato il trampolino di lancio anche per Winston Bogarde e Ed de Goeij. Il ragazzo, ad appena 16 anni, gioca una quindicina partita nella Eerste Divisie (la seconda divisione nazionale), prima che il PSV lo acquisti nell'agosto 2011. Un contratto di tre anni e la consapevolezza che dovrà faticare per farsi notare. O forse neanche troppo: il 23 ottobre è già in campo contro il Vitesse e un mese dopo gioca la prima gara in Europa, divenendo il più giovane olandese a comparire in competizioni continentali. A dicembre, è promosso in prima squadra e il vecchio contratto triennale viene stracciato per allungarlo fino al 2016. Anche perché pare che sulle sue tracce ci fosse addirittura Sir Alex Ferguson, voglioso di portarlo al Manchester United.
Ad aprile 2012 arriva anche il primo gol, che lo rende il più giovane marcatore della storia dell'Eredivisie. L'anno successivo ha visto Willems ancora più protagonista, visto l'infortunio dell'esperto Erik Pieters e la possibilità di giocare fin dall'inizio anche in Europa. Curiosa la partita dei preliminari contro il FK Zeta, dove è riuscito a fornire ben quattro assist in un tempo (anche se la partita è finita 9-0...). Intanto, le sue prestazioni l'hanno portato anche all'Europeo del 2012 e nella stagione attuale, nonostante la giovane età, è una delle colonne del giovane PSV guidato da Philip Cocu. Ha anche migliorato l'apporto in zona gol, visto che ha segnato quattro reti nel 2013-14. Insomma, quella di Willems è la storia di un predestinato: vedremo se sarà tale anche il futuro. Se risulterà essere il nuovo Edson Braafheid o una stella del calcio mondiale, lo si scoprirà a breve.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Non credo di esagerare se dico che Willems ha le potenzialità per diventare uno terzini più forti della storia del calcio olandese: gli Orange hanno a lungo avuto Giovanni van Bronckhorst, anche capitano della nazionale all'ultimo Mondiale. Era un giocatore ben diverso, più disciplinato e meno estroso; Willems, invece, è un concentrato di esplosività atletica e fantasia tecnica. Nelle giornate buone, può mandare gli avversari al manicomio, tra finte e scatti veloci. E' come se fosse un'ala adattata al ruolo di terzino; se si disciplinerà anche tatticamente, nessuno lo potrà fermare.

STATISTICHE
2010/2011 - Sparta Rotterdam: 12 presenze, 0 reti
2011/2012 - Sparta Rotterdam: 3 presenze, 0 reti
2011/2012 - PSV Eindhoven: 29 presenze, 1 rete
2012/2013 - PSV Eindhoven: 36 presenze, 0 reti
2013/2014 - PSV Eindhoven (in corso): 31 presenze, 4 reti

NAZIONALE
Se si parla di nazionale, è utile affermare come Willems sia un record-man sopratutto per quanto riguarda le presenze con gli Orange. Campione d'Europa con l'U-17, Willems è stato selezionato per l'U-19 quando Bert van Marvijk, allora C.T. olandese, lo inserì nella lista dei 36 pre-convocati per l'ultimo Europeo. Era il maggio 2012 e Willems aveva appena 18 anni: non che abbia contato qualcosa per il commissario tecnico, che conferma il giovanissimo esterno difensivo nella lista dei 23 convocati per la rassegna continentale. Giusto il tempo del debutto nazionale con la Bulgaria e poi la possibilità di giocare in tutte le gare della fase a gironi: l'Olanda esce, ma Willems diventa il più giovane giocatore ad aver mai partecipato a un Europeo.

LA SQUADRA PER LUI
Beh, il contratto parla chiaro: fino al 2016, il terzino sarà un giocatore del PSV, che lo voglia o meno. Spesso i giovani talenti olandesi hanno poi voglia di crearsi un futuro al di fuori della terra dei tulipani, ma a Willems un paio di stagioni in Olanda farebbero molto comodo. Per crescere e maturare ancora, altrimenti la storia del predestinato lo schiaccerà senza troppi complimenti. Meglio aspettare che crollare sotto il peso di responsabilità troppo grandi... un giorno, i club più famosi d'Europa lo vorranno.

11.2.14

Alla faccia dei pronostici.

Agosto, inizio della Bundesliga. Se andiamo a dare un'occhiata alle quote sulla squadre che lotteranno per la retrocessione, l'Augsburg era tra le indiziate principali. Anzi, insieme all'Eintracht Braunschweig, era la candidata numero uno. Chi avrebbe detto altrimenti? Tuttavia, è ormai febbraio e i pronostici sono stati ribaltati: l'Augsburg è a ridosso della zona europea, con 31 punti e ampie possibilità di salvarsi. Insomma, le previsioni sono state ampiamente smentite.

André Hahn, 23 anni, uno dei prospetti più interessanti dei bavaresi.

Con il 4-1 ottenuto sul campo dello Stoccarda, la squadra bavarese ha ufficiosamente ottenuto la sua salvezza. Ok, il campionato è lungo, ma i 31 punti messi da parte sono un buon patrimonio per sperare nella terza riconferma in Bundesliga. Inoltre, i tifosi si stanno divertendo quest'anno dalle parti della SGL Arena, invertendo il corso della propria storia, che non è condita di coppe o vittorie eccezionali. Anzi, qualche anno fa i bavaresi soffrivano nelle categorie meno nobili del calcio tedesco. Il club rischiò la bancarotta nel 2000, quando all'Augsburg fu rifiutata la licenza per la Regionalliga (la terza divisione nazionale), visto che la società non riuscì a colmare un debito di un milione e 800mila marchi. Così, la squadra fu costretta a ripartire dalla quarta categoria. Pian piano, la risalita fu possibile, con le due promozioni ottenute in quattro anni: in tal modo, l'Ausgburg tornò in 2. Bundesliga dopo un'assenza di 23 anni. Con l'arrivo di Jos Luhukay, il club ha fatto il definitivo salto di qualità: nel 2010, sfiorò la finale della DFB-Pokal (sconfitta in semifinale con il Werder Brema) e la promozione in Bundesliga, categoria nella quale il club bavarese non aveva mai giocato. Fu fatale lo spareggio perso con un 3-0 complessivo contro il Norimberga; ciò nonostante, l'Ausgburg è ripartito e ha conquistato la promozione l'anno successivo con una giornata d'anticipo, arrivando secondo in campionato. Il primo anno in Bundesliga nella sua storia è stato difficile per il club, che ha raggiunto la salvezza solo all'ultima giornata; ancor più complicato il secondo, senza Luhukay (trasferitosi all'Hertha) e con solo nove punti fatti nel girone d'andata. Tuttavia, la squadra si è tirata comunque fuori dai guai: 24 punti nel girone di ritorno hanno fatto la differenza e hanno permesso il mantenimento della categoria.
Quest'estate il club aveva perso qualcosa sopratutto davanti, ma non è sembrato così ai molti osservatori del calcio tedesco: il gioco dell'Ausgburg è fluido, pieno di soluzioni e in molti riescono andare a segno. Tuttavia, per spiegare la fortuna della squadra bavarese bisogna partire da dietro, dove in porta troviamo il redivivo Manninger, rigeneratosi dopo la poco fortunata esperienza alla Juventus. In staffetta con Marvin Hitz, la porta dell'Augsburg è al sicuro. In difesa, capitan Verhaegh guida la retroguardia dalla sua posizione di terzino destro, dove si sta esprimendo molto bene. E si aspetta l'esplosione del centrale Hong Jeong-Ho, uno dei tanti sudcoreani che potrebbero consacrarsi in Germania. A centrocampo troviamo Andreas Ottl, scarto delle giovanili del Bayern e diventato comunque importante in Baviera, seppur non nel club dove è cresciuto. Infine, le vere rivelazioni sono davanti. Nell'attesa dell'esplosione di Bobadilla (che deve ancora guarire bene da un infortunio), Weinzierl ha rivalorizzare Halil Altintop, che sta facendo i suoi gol alla SGL Arena, dopo i fallimenti con lo Schalke e a Francoforte. Inoltre, il 4-4-2 vede l'importantissimo apporto delle due ali, Tobias Werner e André Hahn. Entrambi stanno facendo un'ottima stagione: il primo ha nello score quattro gol e sette assist, il secondo nove gol e quattro assist. Azzarderei che Hahn è addirittura materiale da nazionale: se continuerà così, il C.T. tedesco non potrà ignorarlo all'infinito. E pensare che fino a un anno fa giocava con il Kickers Offenbach in terza divisione...

Alexander Manninger, 36 anni, riciclatosi in quel di Augusta dopo la Juventus.

Di questi risultati va reso merito sopratutto a Markus Weinzierl, 39enne che si sta imponendo dopo un primo campionato di sofferenza. Aveva ereditato la panchina da Luhukay nel maggio 2012 e l'anno scorso aveva faticosamente salvato l'Augsburg. Tutt'altra storia in quest'annata: la squadra diverte, in casa fa buoni risultati e racimola punti da tutte le avversarie dirette per la salvezza. Basti guardare i dati invernali: nelle ultime otto giornate, la compagine bavarese ha raccolto 21 punti, fermando il Borussia Dortmund al Westfalen Stadion. Inoltre, il club sta vivendo una serie positiva di quattro vittorie consecutive alla SGL Arena, il fortino casalingo. Mica male per chi era candidato alla retrocessione. E che ora, invece, potrebbe persino sognare l'Europa, visto che il Borussia Moenchengladbach - quinto e in zona Europa League - dista solo due lunghezze. Una grande soddisfazione personale per il tecnico più giovane della Bundesliga, che ha interrotto la sua carriera per un infortunio e che aveva avuto persino la fortuna di giocare per il Bayern Monaco, senza però mai esordire con il club più titolato di Germania.
Non è la prima volta che Weinzierl fa saltare il banco: già la salvezza dell'Augsburg nel 2012-13 è stata rocambolesca. In più, nel quadriennio 2008-2012, da tecnico dello SSV Jahn Regensburg, aveva riportato il club in 2. Bundesliga dopo anni di assenza. Proprio grazie a quelle performance, si era guadagnato una panchina nella massima divisione tedesca. Del resto, qualcuno che aveva puntato sulla salvezza dell'Augsburg a inizio campionato c'era: quel qualcuno si chiamava Franz Beckenbauer. Il mito del calcio tedesco aveva profetizzato la discesa in seconda divisione di Eintracht Braunschweig, Hoffenheim e una tra Amburgo e Werder Brema. C'ha abbastanza preso. Ma sopratutto non c'era l'Augsburg, che ora naviga a gonfie vele verso la salvezza. Alla faccia dei pronostici che davano il club pronto per lasciare la Bundesliga.

Markus Weinzierl, 39 anni, è l'uomo dei miracoli ad Augusta.

7.2.14

Too little, too late.

Non sempre le cose vanno bene. Non sempre i sogni diventano realtà, anche perché spesso è proprio la vita (calcistica) a mettere spesso i bastoni fra le ruote. E' stato così per tanti giocatori ed è stato così anche per Andreas Cornelius, giovane attaccante danese: sulla bocca di tutti la scorsa estate, ha tentato il salto in Premier League con il Cardiff City. Ma l'avventura con il club gallese non è andata nel migliore dei modi: è la storia di molti giovani che tentano il grande salto.

L'avventura di Cornelius con il Cardiff City è durata appena sei mesi.

Classe 1993, Cornelius era osservato da moltissimi club nell'estate scorsa. A 19 anni l'esordio con il Copenhagen, la più grande e famosa squadra di Danimarca. La compagine della capitale nordica ha sviluppato il talento del ragazzo, dandogli spazio e supporto: del resto, l'attaccante aveva già fatto parte della prima squadra in un paio di ritiri e prometteva molto bene. Jensen, allora allenatore del club, lo fece esordire, ma fu il belga Jacobs - successivo manager del Copenhagen e buon profeta in patria con l'Anderlecht - a dargli tanto spazio sia in campionato che in Europa. A fine stagione, i 18 gol in Superliga consentono al club di festeggiare la vittoria (l'ennesima) proprio nel centesimo anno dalla fondazione della lega danese. Un risultato non da poco. Anche perché il ragazzo è stato molto utilizzato anche in Europa League, dove il Copenhagen ha disputato parecchie partite, con Cornelius spesso in campo. Ha anche deciso una gara della fase a gironi, quella contro il Molde. Le sue prestazioni erano talmente apprezzate che, nonostante la giovane età, è diventato il giocatore più amato dalla tifoseria, con le magliette del Copenhagen che avevano spesso inciso il suo nome al Parken Stadion.
A quel punto, però, era inevitabile che arrivassero come falchi le grandi società d'Europa: anche le squadre italiane sono finite in Danimarca per visionarlo. Il Pescara provò a seguirlo per primo, poi si parlò di un interesse di Milan e Inter, senza però alcun fondamento. Alla fine, le squadre che volevano veramente il ragazzo erano quelle della Premier: su tutte, Stoke City e Cardiff City. Alla fine, il danese scelse i gallesi, conscio che in una squadra alla prima avventura nella massima serie inglese avrebbe potuto trovare spazio. Arrivato a giugno scorso, in realtà Cornelius non ha avuto tutto questo spazio. Nonostante i dieci milioni spesi dalla società gallese e cinque anni di contratto, né Mackay, né il neo-arrivato Solskjaer hanno investito molte speranze sull'attaccante arrivato dalla Danimarca. Se poi ci mettiamo anche un infortunio alla caviglia che lo ha tenuto lontano dai campi per tre mesi, ecco che il quadro si completa. Insomma, l'avventura non è andata come il giovane attaccante sperava: il ritorno al Copenhagen nelle ultime ore del mercato invernale non ha segnato solo una brutta conclusione dell'esperienza in Premier, ma anche l'acquisto più costoso nella storia del Copenhagen (tre milioni e mezzo di euro). Al Parken Stadion saranno contenti, ma...


Rimane il rimpianto per una delle tante promesse che popolano il calcio europeo: Cornelius è un prospetto interessante per avere solo vent'anni. In particolare, lo ha capito anche la nazionale danese: nel vedere la sua crescita con il Copenhagen, il storico C.T. Morten Olsen non ha esitato a convocarlo in prima squadra, dove Cornelius ha anche segnato (l'1-0 nella vittoria della Danimarca a Olomouc contro la Repubblica Ceca). Certo, si potrebbe anche notare che il ragazzo abbia perso il posto in nazionale proprio da quando si è trasferito a Cardiff. Forse questo è stato solo un ulteriore motivo che abbia spinto il giocatore a tornare in patria, dove mister Solbakken e compagni lo aspettano a braccia aperte.
In fondo, la storia di Cornelius è solo una delle tante che si vedono in giro per l'Europa, specie quando si parla di campionati importanti: il ragazzo che vive una stagione di grandi promesse in un campionato poco conosciuto dell'Europa viene preso da un'altra squadra di un'importante lega. Da lì, le strade sono due: il ragazzo esplode o (spesso, purtroppo) non si aspettano i progressi e il ragazzo ha perso un treno della sua carriera. La speranza è che questo non sia accaduto per Cornelius, che ha sicuramente le doti per sfondare; ora, il danese deve solo trovare un altro posto in cui si abbia più pazienza e fiducia nei suoi confronti. Del resto, a Cardiff volevano ben altro al primo anno nella lega più importante al mondo: too little, too late per rimanere in Galles e nella Premier League.

Andreas Cornelius, 20 anni, è già tornato a casa, al Copenhagen.

3.2.14

L'uomo che non si arrende mai.

Com'è stata strana la stagione del Sunderland. E' iniziata con l'uomo di ferro, colui che aveva riportato lo Swindon Town in League One, ovvero Paolo Di Canio; l'italiano si era fatto onore nei due mesi da manager al Sunderland, ma non c'è voluto molto perché venisse esonerato nella stagione successiva. A lui è subentrato un uomo che non si arrende mai. Non lo faceva quando giocava e non lo fa neanche ora che è un allenatore: sto parlando di Gustavo Poyet.

Il gol di Poyet contro il Real Madrid è valso al Chelsea la Supercoppa Europea 1998.

Celeberrimo per la sua grinta in campo, Poyet ha scritto alcune pagine importanti nella storia dei club per cui ha giocato. Tra gli anni '80 e 2000, il centrocampista ha avuto poca fortuna con la sua nazionale, con cui è riuscito comunque a vincere una Copa America nel 1995. Ben diverso l'andazzo nei club, dove è stato importante per il Real Zaragoza, dove ha conquistato una Coppa delle Coppe ed è diventato lo straniero con il maggior numero di presenze nella squadra spagnola. E' stato un pezzo di storia del Chelsea, con il quale ha portato a casa quattro trofei e si è riscoperto goleador: tra queste reti, la più importante fu quella al Real Madrid in una finale di Supercoppa Europea del 1998. Poi il Tottenham e la chiusura di una buona carriera.
Appesi gli scarpini al chiodo, Poyet si è dato alla panchina: prima è stato assistente negli staff tecnici di Leeds e Tottenham, poi alla fine si è messo in proprio. E la sua carriera è partita da Brighton, città del sud dell'Inghilterra, famosa sopratutto per le sue coste. Poyet è stato in grado di riportare il Brighton & Hove Albion a certi livelli, con i Seagulls che venivano da anni di sofferenza in League One. L'urugayano, arrivato sul finire del 2009, prima li salva, poi porta il club verso una cavalcata straordinaria, conclusasi con la vittoria del campionato. Un'impresa che porta i Seagulls persino a concludere davanti al Southampton che oggi ammiriamo in Premier League, ma che all'epoca faticava nelle categorie meno nobili del calcio inglese.
Arrivati in Championship, i Seagulls fanno altre due stagioni da sogno sotto la guida di Poyet: prima si salvano con tranquillità (decimo posto), poi l'anno scorso hanno stupito tutti, rimanendo a lungo in zona promozione. Nel maggio scorso, il Brighton era a sole quattro lunghezze dall'Hull City, che aveva ottenuto la risalita diretta in Premier. Ai play-off, la squadra di Poyet si è sciolta contro il Crystal Palace di Holloway, che ha poi vinto l'appendice della Championship. Tuttavia, i quattro anni a Brighton sono stati di grandi livello per il manager uruguayano, sapendo però che Poyet non poteva portarli più lontano di così. A quel punto, le due parti si sono lasciate male: il Brighton comunica l'allontanamento del manager in maniera immediata, mentre Poyet viene a saperlo solo dalla BBC (dove sta facendo il commentatore per l'ultima Confederations Cup). Pur appellandosi contro la decisione del club, l'avventura tra Poyet e il Brighton finisce. E l'uruguayano, nonostante l'esser uno dei tecnici più interessanti nel panorama inglese, si ritrova senza panchina.

La solita grinta di Poyet: a Brighton ha portato una promozione in Championship.

La verità è che la panchina non gli è mancata poi molto, visto che ben presto è arrivata un'offerta. Il Sunderland, occasione irripetibile per il manager uruguayano, è partito male quest'anno in Premier, senza centrare una vittoria nelle prime gare. Così, via Di Canio e dentro Poyet, con l'ex Brighton conscio della grande opportunità di allenare nella massima divisione inglese. Del resto, i Black Cats avevano cominciato malissimo: un punto nelle prime sei gare, con tanto di scontri diretti persi contro WBA, Crystal Palace e Fulham. Insomma, il cambio era necessario. L'uruguayano, alla seconda gara da manager del Sunderland, centra la prima vittoria stagionale. E non una vittoria qualunque, bensì quella nel derby contro il Newcastle. Protagonista un altro redivivo, ovvero quel Fabio Borini tanto bravo quanto sfortunato quando si tratta di avere un qualche infortunio.
Da lì, la storia della stagione dei Black Cats è cambiata: da quando è arrivato Poyet, il Sunderland ha fatto 23 punti in 17 gare. Una media-punti che porterebbe a una salvezza di tutto rispetto, sebbene il manager sappia che quest'anno salvarsi in Premier League è complicato. Basta guardare un attimo la classifica: dallo Stoke City, undicesimo con 25 punti, al Fulham, ultimo con 19, ci sono tutte le compagini che lottano per evitare la retrocessione. Tra queste, il Sunderland non fa eccezione, sebbene i Black Cats siano usciti finalmente dalla zona pericolante per la prima volta in cinque mesi. E tra l'altro, domenica è arrivata anche l'ennesima vittoria di prestigio, vincendo anche il derby di ritorno contro il Newcastle (per 3-0). Già, perché Poyet si è specializzato nell'ammazzare le grandi: in Premier League, il Sunderland ha battuto Manchester City ed Everton, oltre alla doppia affermazione nel derby contro i Magpies.
Meglio ancora è andata in Coppa di Lega, dove il Sunderland si appresta ad affrontare il Manchester City di Pellegrini nella finale del 2 marzo prossimo a Wembley. I Black Cats hanno eliminato il Southampton (che era ancora in periodo di grazia in Premier), il Chelsea ai supplementari e infine hanno fatto fuori anche il Manchester United nella semifinale. All'andata, il successo per 2-1; al ritorno, identico risultato, stavolta a favore dello United e dopo i tempi supplementari. Nonostante il gol beffa dei Red Devils al 120', ai rigori sono stati gli ospiti ad avere la meglio all'Old Trafford: un Mannone super e la pessima mira dei giocatori di Moyes hanno regalato la finale al Sunderland. L'ultima finale di coppa nazionale era stata quella di F.A. Cup del 1992 persa contro il Liverpool, mentre è già stato eguagliato il miglior risultato in League Cup nella storia del club: i Black Cats persero nell'ultimo atto del 1985 contro il Norwich. Sarà difficile vincere contro questo City, ma Gustavo Poyet ce la può fare. Lui è l'uomo che ha vinto tante coppe, quello che non si arrende mai: con un'attitudine così, è difficile non esaltarlo.

Gustavo Poyet, 46 anni, sta facendo miracoli in quel di Sunderland.