31.12.14

ROAD TO JAPAN: Kosuke Ota

Buongiorno a tutti e benvenuti all'ultimo numero annuale di "Road to Japan", la rubrica che vi segnala i migliori talenti nel panorama del calcio giapponese. Oggi ci spostiamo nella capitale Tokyo e precisamente nell'F.C. Tokyo, squadra attualmente allenata da Massimo Ficcadenti. Tra i giocatori gestiti dal tecnico italiano, c'è un terzino che è cresciuto moltissimo nelle ultime due stagioni, dal passo buono e dal mancino letale: è Kosuke Ota.

SCHEDA
Nome e cognome: Kosuke Ota (太田 宏介)
Data di nascita: 23 luglio 1987 (età: 27 anni)
Altezza: 1.78 m
Ruolo: Terzino sinistro, esterno alto
Club: F.C. Tokyo (2012-?)



STORIA
Classe '87 di Machida - città dell'area metropolitana della capitale Tokyo - Kosuke Ota inizia a giocare a calcio alla tenera età di cinque anni. Cresciuto nell'Azabu University High School, il giovane Kosuke ha come modello d'ispirazione Alessandro Santos (detto "Alex"), esterno mancino brasiliano che gioca anche un Mondiale con la nazionale giapponese. All'epoca potrebbe giocare con le squadre universitarie, come la Kokushikan University o la Tokyo University of Agriculture. Ma c'è qualcuno che gli ha messo gli occhi addosso: è Kazuyoshi Miura, LA leggenda del calcio giapponese a metà degli anni 2000.
Già 39enne all'epoca, King Kazu ha osservato i progressi del ragazzo e convince Ota a unirsi allo Yokohama FC, la seconda squadra della città. Nel 2006 il club è in seconda divisione, ma ottiene la promozione in J-League: così, ad appena vent'anni, Ota si prende la soddisfazione di giocare nella massima categoria professionistica del calcio giapponese. Venti presenze sono un buon bottino. L'esperienza lo forma a tal punto che a fine anno, quando lo Yokohama scende nuovamente in J2, Ota diventa titolare. Il Sanfrecce Hiroshima e l'Omiya Ardija chiedono informazioni su di lui, ma è lo Shimizu S-Pulse a prelevarlo dalla J2.
C'è grande fiducia intorno a Ota. Al suo arrivo al'IAI Stadium Nihondaira, il titolare è Arata Kodama: giocatore esperto, egli è anche vice-capitano della squadra. Tuttavia, Kodama è colpito da un brutto infortunio al legamento crociato e il tecnico Kenta Hasegawa punta molto su Ota. Anche il suo successore, Afshin Ghotbi, conterà sempre sulla costanza di Ota: il mancino non scende mai sotto le 30 presenze stagionali in tre anni con la maglia dello Shimizu. Non solo: vince anche il premio per il fair play e su di lui si scatena un'altra asta.
Sul finire del 2011, il Twente vorrebbe portarlo in Europa. E c'è anche qualcuno che lo vorrebbe con la maglia degli Urawa Reds, ansiosi di riabbracciare la vetta della classifica. A spuntarla, però, è l'F.C. Tokyo, squadra della capitale appena risalita in J1. Dopo un primo anno di apprendistato, nell'ultimo biennio è sempre stato tra i migliori della squadra. Sia con Ranko Popović che con Massimo Ficcadenti, Ota è protagonista. Inoltre, è diventato il primo tiratore sui calci piazzati: così si spiegano gli 11 assist stagionali del 2014 e i 10 del 2013.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Tatticamente, Ota è un polivalente: nasce terzino sinistro, ma non ha problemi a giocare da esterno da centrocampo. Per lui si può ipotizzare anche il ruolo di esterno sinistro in un 3-5-2, ma andrebbe verificata la sua capacità di difendere la propria corsa senza un aiuto sulla sua fascia. All'inizio giocava da centrale difensivo; fu poi Satoshi Tsunami, ex grande terzino sinistro della nazionale giapponese e suo allenatore nel 2008 a Yokohama, a trasformare Ota in un terzino a tutti gli effetti. Gli ha insegnato bene il mestiere, non c'è dubbio.
Tecnicamente, invece, il ragazzo non va discusso: il suo piede mancino è uno dei migliori di tutto il Giappone, cresciuto con gli anni e l'esercizio. Come detto sopra, la sua precisione sui calci piazzati gli ha permesso di fornire un ampio numero di assist ai compagni dell'F.C. Tokyo: potrebbe beneficiarne anche la nazionale. Per giudicare il suo calcio liftato, potete guardare questo (anche se c'è della fiction nel video).

STATISTICHE 
2006 - Yokohama FC*: 2 presenze, 0 reti
2007 - Yokohama FC: 20 presenze, 0 reti
2008 - Yokohama FC*: 32 presenze, 0 reti
2009 - Shimizu S-Pulse: 32 presenze, 0 reti
2010 - Shimizu S-Pulse: 42 presenze, 1 rete
2011 - Shimizu S-Pulse: 40 presenze, 1 rete
2012 - F.C. Tokyo: 19 presenze, 0 reti
2013 - F.C. Tokyo: 40 presenze, 3 reti
2014 - F.C. Tokyo: 38 presenze, 2 reti
* = in J-League 2

NAZIONALE
Le cose si mettono bene per lui su questa prospettiva: Ota è stato convocato dal ct Aguirre per la Coppa d'Asia del prossimo gennaio. In teoria doveva partire come vice-Nagatomo sulla corsia mancina di difesa, ma l'infortunio di Uchida e la conseguente chiamata del giovane Ueda (che è un centrale) aprono molte chance per Ota. A questo punto, Nagatomo potrebbe andare a destra e Ota esordirebbe dal primo minuto nella gara d'esordio contro la Palestina.
In realtà, il ragazzo ha già giocato per il Giappone. Lo ha fatto nell'Under 20: ai tempi di Yokohama, molti si accorsero di lui e la sua stagione di esordio in J-League gli valse un posto nei convocati per il Mondiale di categoria in Canada nel 2007. Poi l'esordio con i grandi nel gennaio 2010: all'epoca il Giappone era già qualificato per la Coppa d'Asia del 2011, ma doveva giocare una trasferta in Yemen. Così il ct Okada chiamò molti ragazzi giovani o poco conosciuti, tra cui lo stesso Ota: 90' in campo, buona partita.

LA SQUADRA PER LUI
La cosa giusta sarebbe rimanere almeno altri sei mesi in Giappone e vedere quale importanza la Coppa d'Asia 2015 avrà sulla sua carriera. Se andasse bene, la competizione continentale potrebbe rappresentare il salto decisivo. Molti club europei guardano a questa rassegna e Ota ha già 27 anni: per il salto in Europa non c'è molto altro tempo. Nel caso rimanesse in Giappone, potrà godersi il tifo di casa sua. Per lui - nato nell'area della capitale - non c'è prospettiva nipponica migliore di giocare nell'F.C. Tokyo.

27.12.14

CHASING HISTORY: 5 momenti che hanno segnato il 2014

Un 2014 pienissimo: così potremo definire l'anno che sta per finire. Un'annata fantastica, condita sopratutto dal Mondiale brasiliano, dalla Germania vincitrice e dal Mineirazo. Ma anche dall'armata del Real Madrid, dall'esordio del calcio professionistico in India e dalla maledizione perenne del Benfica in Europa. Nonché una menzione d'onore per Kurzawa e l'essenza del calcio registrata tra una tifoseria serba e una greca. Ecco il recap dei cinque momenti più memorabili del 2014.


  • Menzione d'onore: Kurzawa e l'essenza dell'epic fail
Scusatemi, ma questa vicenda merita almeno una menzione d'onore per il 2014. Si stanno giocando i play-off di qualificazione alla fase finale dell'Europeo Under 21. La Francia è ospite della Svezia dopo aver vinto per 2-0 all'andata. Gli scandinavi hanno rimontato e conducono per 3-0: un risultato che li manderebbe alla fase finale. Laryin Kurzawa, terzino del Monaco, segna il momentaneo 3-1. Un gol in trasferta che qualificherebbe i transalpini.

Kurzawa ha la sciagurata idea di andare a esultare in faccia a John Guidetti, attaccante svedese e del Celtic, con una sorta di saluto militare. Come a dire: «Adios, è finita per voi». Magari. La verità è che qualche minuto più tardi la Svezia segna il 4-1. Gialloblu all'Europeo e tutti - ma dico tutti - i componenti della nazionale svedese mimano il gesto di Kurzawa, che diventa virale anche su Internet. Insomma, l'essenza dell'epic fail fatta pallone.

  • 5. La benedizione dello sport: PAOK e Partizan unite in un coro
Se esiste qualcosa di più bello nel mondo del tifo (a parte il classico "You'll never walk alone" di Anfield), fatemelo sapere. 

  • 4. Bela Guttman strikes again
Come fosse una ripetizione a perdere, il Benfica è riuscito a mandare tutto all'aria anche quest'anno. Dopo un 2012-13 credo irripetibile per sconfitte e beffe, i tifosi del club lusitano piangono un'altra sconfitta anche nel 2014. La finale di Europa League a Torino sembrava il giusto premio per chi si era dimostrato il gruppo più forte, eliminando anche la stessa Juventus in un doppio confronto serratissimo. Arrivati all'ultimo atto allo Juventus Stadium, il Benfica affrontava il Siviglia di Unai Emery. Squadra solida, certo, ma non al livello della compagine di Lisbona.

Per buona parte della partita c'è l'assedio delle Aquile, con gli andalusi che si aggrappano alla propria difesa e a salvataggi clamorosi. Quando si giunge ai calci di rigore, Beto si trasforma in eroe e il Siviglia festeggia la terza Europa League conquistata. Per il Benfica è l'ottava (!) finale europea persa consecutivamente dagli anni '60, ovvero da quando Bela Guttman - manager ungherese - conquistò due Coppe dei Campioni con i lusitani. Il magiaro lascia la panchina e profetizza: «Senza di me, mai più vittorie in Europa». E così è stato.

  • 3. Il calcio in India e l'inaugurazione dell'ISL
L'India è paese noto per sport come il cricket. Il calcio non va certo di moda, anche se Buffa ci ha recentemente spiegato che gli manca solo il professionismo. Quindi il mercato del pallone ha finalmente deciso di espandersi nell'unica grande terra non ancora colonizzata. Quest'anno è partita la stagione inaugurale dell'Indian Super League. Tanti i giocatori arrivati in India per celebrare questa partenza: da Elano a Ljungberg, da Alessandro Del Piero a David Trezeguet, fino ad arrivare a Robert Pirès.

Il campionato si è articolato sull'esempio dell'MLS: regular season e poi play-off tra le migliori quattro. Del Piero non ce l'ha fatta, ma le otto squadre partecipanti hanno concluso racchiuse in otto punti. Nella finale tra i Kerala Blasters di David James e l'Atlético de Kolkata di Luis García, l'hanno spuntata i secondi con un gol al 95' di Rafique. Un successo colchonero, dato che l'Atlético Madrid ha la proprietà della squadra di Kolkata.

  • 2. L'invincible armada blanca
Come se la décima non fosse stata abbsatanza, il Real Madrid ultimamente ha portato a casa il facile record di 22 vittorie consecutive in tutte le competizioni. Il 2014 è stato un anno straordinario per i Blancos, con Carlo Ancelotti che si è preso una bella rivincita. A settembre 2013, appena giunto dal Paris Saint-Germain, il suo mandato sembrava a rischio. Invece, nonostante la mancata vittoria in Liga, il Real si è preso le sue soddisfazioni. A livello di gioco, la squadra di Ancelotti è forse una delle più belle degli ultimi anni.

Il simbolo di questo Real Madrid potrebbe esser Cristiano Ronaldo, ma anche dal punto di vista tecnico è difficile esserne certi. Potreste ignorare la stagione straordinaria di Ángel Di María o il 2014 esaltante di Gareth Bale, che ha segnato in quasi tutte le finali che ha giocato quest'anno? Non ne sarei sicuro. E allora è più facile identificare un altro eroe, che però è quasi omerico: Sergio Ramos. Spesso criticato negli anni, è stato capace di esser decisivo in ogni momento di gloria del Real di quest'anno: pareggio in finale di Champions al 93' e gol nella finale del Mondiale per club. Non per nulla, è stato eletto MVP della competizione intercontinentale.

  • 1. La settima meraviglia (Mineirazo edition)
Sette come le reti segnate al Brasile in una delle serate più tristi del calcio verdeoro, nonché in una semifinale indimenticabile. Sette come i giocatori fondamentali per la conquista del Mondiale: Neuer, Hummels, Lahm, Kroos, Müller, Götze, Klose. Sette come le partite giocate per arrivare ad alzare il trofeo più ambito. Sette come gli allori internazionali della Nationalmannschaft (quattro Mondiali, tre Europei). Sette come i gol che un club tedesco - non qualunque, il Bayern Monaco - ha rifilato alla Roma all'Olimpico in una recente sfida di Champions League.

Nell'anno in cui il Bayern rimane (almeno per ora) l'unica squadra imbattuta in campionato nelle migliori leghe europee e in cui persino la Mercedes sbanca la Formula 1, la Germania dimostra tutta la sua potenza ridefinendosi. Non più calcio cinico e concreto, ma fatto di passaggi e spettacolare. Non più teutonici, ma quasi brasiliani in casa verdeoro. Una meraviglia teutonica, che forse rivedremo anche nel 2015.

23.12.14

Fußball-Gott

In Germania raccontano che la sua dieta sia fatta di pizza, kebab e Coca-Cola (anche se il fisico non sembra risentirne). Si dice che abbia una bizzarra passione per i grandi squali bianchi. E che sia bravino quasi in tutto, ma che non eccella in nulla. Eppure, dopo la fine del girone d'andata in Bundesliga, Alexander Meier è il capocannoniere del campionato con la maglia dell'Eintracht Francoforte: 13 reti, di cui solo uno su rigore.

I tifosi di Francoforte chiariscono il proprio pensiero sul loro capitano.

Personaggio per lo meno astruso dalla logica del calciatore bello e fotomodello, Meier guida la classifica dei cannonieri in Germania non per caso. Il suo percorso è iniziato da lontano, precisamente dalle giovanili dell'Amburgo, il club nel quale è cresciuto. A 18 anni lo spediscono in prestito per un biennio al St. Pauli, dove disputa un paio di stagioni interessanti. Tornato alla base, questo spilungone di un metro e 96 non trova il successo che desidera. L'Amburgo lo scarica velocemente e Meier trova la spinta della propria carriera calcistica a Francoforte.
L'Eintracht è una società storica del panorama tedesco, visto che è stata tra i club che hanno fondato la Bundesliga nel 1963. Non ha mai vinto un titolo della Bundesliga (uno nazionale sì, nel 1959), ma ha nel palmarès quattro DFB-Pokal, una vecchia Coppa Uefa e una vittoria in seconda divisione. Per il resto, però, non si vedono grossi trionfi dalla fine degli anni '90. E quando Meier arriva nel 2004, il club è appena retrocesso in seconda divisione.
Meier però non si scoraggia: sa che a Francoforte può crescere con calma. A 21 anni, ha la sensazione che finalmente il suo momento stia per arrivare. Con il passare del tempo, la sua personalità è cresciuta. L'ha spiegato proprio Armin Veh, che è stato l'allenatore dell'Eintracht dalla promozione di tre anni fa al maggio scorso. Anzi, il tecnico disse proprio una volta: «Lui crede in sé stesso. Essere più forte a quest'età l'ha aiutato». Ed è vero: Meier è stato capocannoniere della 2. Bundesliga quando l'Eintracht è stato promosso e l'anno dopo ha segnato 16 gol in campionato. Nel 2013-14, inoltre, ha messo la firma anche in Europa League, dove ha realizzato sette marcature nelle sei gare disputate.
L'arrivo di Thomas Schaaf sulla panchina dell'Eintracht gli ha indubbiamente giovato. Il tecnico, di ritorno dalla pausa dopo la "parentesi" Werder (un quarantennio tra panchina e campo), ha voluto ricominciare da Francoforte con il suo 4-4-2 o 4-2-3-1 che tanti successi gli ha portato negli anni. Accanto a Seferovic, arrivato quest'estate dalla Real Sociedad, capitan Meier sta rendendo anche meglio del passato.


Capace di giocare un po' ovunque tra la mediana e il reparto offensivo, Alexander Meier è stato un trequartista, ma anche un centravanti. Una seconda punta, ma anche un mediano, quando era appena arrivato a Francoforte. Dove potesse esser utile per la sua squadra, lui c'era. Perché l'Eintracht è la SUA squadra e la Commerzbank-Arena (o Waldstadion) è il SUO stadio. Basti pensare che nelle ultime cinque stagioni, per tre volte il numero 14 è stato il top scorer della sua squadra. E quest'anno riuscirà di nuovo nell'impresa, salvo imprevisti. Inoltre, nella classifica dei goleador del club di Francoforte, Meier è al quarto posto: da poco ha superato Alfred Pfaff, leggenda dell'Eintracht che vinse il primo Mondiale tedesco nel 1954, ed è volato a quota 113 prima di Natale con la rete su rigore a Leverkusen.
Ciò che colpisce di Meier è la continuità: in questa stagione, Meier ha segnato in 11 delle 17 partite giocate in stagione (compresa quella della DFB-Pokal). Dal gol realizzato allo Schalke 04 alla quarta giornata, il rendimento migliora, perché le partite a secco diventano 4 su 14. Praticamente il capitano dell'Eintracht diventa una garanzia per i suoi compagni e per l'allenatore. Tra i cannonieri delle principali cinque leghe europee, Meier è quinto ed è l'unico di quella top 5 di Squawka.com ad aver segnato tutti i propri gol dentro l'area di rigore.
Due anni fa, dopo le prestazioni straordinarie di ritorno in Bundesliga, qualcuno si chiedeva come il ct Joachim Löw potesse ignorare Meier. Semplice: non era uomo da progetto con i suoi trent'anni sulle spalle. Poco male. Nella primavera scorsa, Meier ha firmato un prolungamento con l'Eintracht: il nuovo contratto infatti durerà fino al giugno 2017, quando avrà 34 anni e forse la sua carriera sarà finita. Intanto, però, ha altre due stagioni e mezza per far sognare i suoi tifosi, continuando a segnare gol per il suo club. Tanto lui continua a dire che sono più importanti i punti dell'Eintracht che le sue reti, tanto da rinunciare alla fascia a inizio anno. Il motivo? Responsabilizzare Kevin Trapp, portiere del club rossonero. Questo sì che è un Fußball-Gott!

Alexander Meier, 31 anni, capocannoniere della Bundesliga.

19.12.14

Hate 'em.

Qualche settimana fa ero davanti al divano e giravo i canali. A un certo punto capito su Fox Sports: c'è Manchester United-Hull City, con i Red Devils davanti per 1-0. Gli ospiti sono un po' contratti e non sono in una buona posizione di classifica. Steve Bruce, tecnico dei Tigers, decide di operare un cambio già al 35' del primo tempo: dentro Aluko, fuori Hatem Ben Arfa. Se parlo di rock-bottom per il talento di proprietà Newcastle, credo di non andar lontano.


Il video che vedete sopra è quello di un gol realizzato dal fantasista francese quasi tre anni fa. Eppure in questo scorcio di tempo è cambiato così tanto nella sua carriera. Ben Arfa è senza dubbio uno dei talenti prodotto dall'accademia di Clairefontaine, il centro tecnico dove sono nati alcuni dei giocatori francesi più interessanti degli ultimi anni. Non solo: Ben Arfa è stato uno degli ultimi gioielli sfornati dall'Olympique Lione dominatore della Ligue 1 negli anni 2000. All'OL fa coppia con un certo Karim Benzema e nel 2008 il talento di origine tunisina viene premiato dall'associazione calciatori francese come il miglior giovane del campionato.
Dopo un litigio in allenamento con Squillaci, la sua partenza è scontata. Nonostante l'interessamento di alcuni grandi club europei, Ben Arfa sceglie Marsiglia per ripartire. Con l'Olympique arriva anche una pesante valutazione di mercato - 12 milioni di euro per portarlo via dalla Gerland - e la fama di essere uno spacca-spogliatoi. Continuano le bizze, ma al Velodrome Ben Arfa fa un altro passo in avanti nella sua crescita: sotto Didier Deschamps, il talento del numero 10 dell'OM è fondamentale per rivincere la Ligue 1 dopo 18 anni. Tuttavia, anche l'idillio marsigliese è destinato a esser interrotto.
Come al Lione, Ben Arfa sente odore di mercato e decide di cambiare, anche a costo di non tornare agli allenamenti del club. Il francese viaggia addirittura per Newcastle, anche se l'accordo tra le due società non c'è ancora. Poi vince il buon senso e viene definito un prestito con diritto di riscatto appena raggiunte le 25 presenze in campionato. Ben Arfa si romperà tibia e perone dopo appena quattro gare, ma il Newcastle lo riscatta. E la fiducia del tecnico Alan Pardew e dell'ambiente galvanizza il fantasista, che sfodera un 2011-12 da paura. La squadra va in Europa e Ben Arfa sembra finalmente sbocciato, come da promessa. C'è un "ma" grosso come una casa, però.
Anche a Newcastle la discontinuità non l'abbandona: il numero 10 dei Magpies ti può decidere una gara, ma anche ciondolare per gli interi 90'. Il Newcastle è andato incontro a un paio di stagioni incolore: se anche Pardew è stato oggetto dei malumori dei tifosi, figuriamoci il francese, che non ha replicato lo stesso rendimento del 2011-12. A questo punto, il Newcastle ha preferito prestarlo all'Hull City, che in teoria avrebbe dovuto giocare l'Europa League. Poi l'eliminazione nei preliminari, il poco feeling con il tecnico Steve Bruce e quello che possiamo definire l'epilogo della sua avventura. Gennaio non è ancora arrivato, ma si sa già che Ben Arfa non rimarrà ai Tigers. C'è di più: Bruce ha detto che "non sa" dov'è Ben Arfa in questo momento.

Ben Arfa e il Newcastle: dal 2010 il francese è un Magpie.

Da quella gara all'Old Trafford, Ben Arfa non ha più messo piede in campo con la maglia dell'Hull City. A questo punto, dopo nove presenze e zero gol, il ritorno al St. James' Park è scontato. Un volere per altro confermato dall'agente del giocatore. Peccato che Pardew - ancora saldo alla guida del Newcastle - ha già fatto sapere che il francese non è il benvenuto. Mettiamoci anche che il contratto di Ben Arfa scade a giugno 2015: la prospettiva di essere un separato in casa, magari allenandosi e basta, c'è tutta.
Qualcuno parla di una possibilità italiana per il francese: Inter e Milan ci stanno già pensando (come se non abbiano avuto abbastanza lezioni in tal senso). L'occasione fa l'uomo ladro e la possibilità di prendere un talento del genere - indisciplinato, sì, ma forte - a costo zero attrae troppo due club che stanno vivendo un momento finanziario difficile. L'Inter pensa a Cerci in prestito, il Milan cerca disperatamente di disfarsi di Torres e Pazzini: non si fa fatica a capirli.
Possiamo parlare di un Cassano francese? Il paragone ci sta: tanta tecnica e un talento innato, ma la testa è altrove. E forse ha funzionato meno di quello che ha fatto con l'italico attaccante. L'unico che ha saputo capirlo, forse, è Didier Deschamps, che però attualmente non è alla guida di un club, bensì della nazionale francese. Ben Arfa è stato anche convocato per l'Europeo del 2012, ma non vede maglia dei galletti da troppo tempo. E alla Francia, attualmente, non serve una testa calda come il fantasista del Newcastle.
Non c'è solo la chance italiana. L'Olympiacos sarebbe interessato al ragazzo di origini tunisine. Fatto sta che la carriera di Ben Arfa ha bisogno disperatamente di ripartire dal campo, dove il ragazzo ha saputo mostrare qualche volta ciò di cui è capace (tipo qui). Altrimenti il suo nome potrà prestarsi a una battuta facile: "Hate 'em" ("Odiali"). Tutti quelli che ti rendono la vita complicata. Tutti quelli che non ti permettono di esprimere il tuo talento. Tanto la colpa è sempre degli altri: vero, Hatem?

Hatem Ben Arfa, 27 anni, vicino alla fine della sua avventura all'Hull City.

16.12.14

UNDER THE SPOTLIGHT: Mathew Ryan

Buongiorno a tutti e benvenuti all'ultimo numero annuale di "Under the Spotlight", la rubrica che vi indica i migliori talenti sparsi in giro per il mondo. Oggi ci spostiamo nella Jupiler Pro League, dove un portiere si sta distinguendo per il suo talento e la sua crescita. Mathew Ryan è un australiano emigrato nel nord del Belgio, dove gioca per il Club Brugge. L'FCB oggi può contare su ottimo estremo difensore, con grandi margini di crescita.

SCHEDA
Nome e cognome: Mathew Ryan
Data di nascita: 8 aprile 1992 (età: 22 anni)
Altezza: 1.81 m
Ruolo: Portiere
Club: Club Brugge (2013-?)



STORIA
Nato nell'aprile 1992 a Plumpton, New South Wales, Mat Ryan cresce a breve distanza da Sydney. A pochi chilometri dalla sua città natale c'è il Blacktown City FC, squadra della regione che milita nella seconda divisione australiana. Lì cresce il giovane Ryan, che si consacra da titolare ad appena 18 anni e con poche presenze conquista gli occhi degli osservatori nazionali. La A-League non esita a osservare i progressi di questo giovane virgulto, che emerge tra i portieri australiani come uno dei più promettenti.
I Central Coast Mariners credono che il ragazzo possa essergli utile in squadra e così decidono di acquistarlo. L'obiettivo sarebbe quello di far crescere Ryan come riserva di Jess Vanstrattan, che qualcuno ricorderà dalle parti di Verona: l'estremo difensore, infatti, è stato di proprietà dell'Hellas per sette anni ed è stato persino in prestito alla Juventus. Tornato in Australia, Vanstrattan si infortuna al legamento crociato anteriore e deve dire persino addio al calcio giocato. Così arriva il momento di Ryan, che si deve dimostrare affidabile dall'oggi al domani.
La verità è che il giovane Mat non delude le attese: appena messo in campo, tiene la porta dei Mariners inviolata per 12 partite. Per due anni consecutivi vince il premio come miglior giovane dell'A-League, è inserito nel top-team del 2011-12 e vince un paio di competizioni con il club. Insomma, Ryan sembra ormai pienamente maturato e pronto per il grande salto.
Nell'estate 2013, il Club Brugge mette gli occhi su di lui. Il suo contratto con i Mariners sarebbe in scadenza, ma il club australiano riesce comunque a ottenere qualcosa dalla sua cessione. Ryan inizia così la sua avventura in Belgio. Un'avventura straordinaria dal punto di vista del rendimento: allo Jan Breydel Stadium si accorgono che questo andrebbe salvaguardato dal mercato, magari con l'estensione del contratto e un adeguamento dell'ingaggio.
Proprio questo è ciò che accade nel novembre 2013, quando il Club Brugge si cautela allungandogli il contratto fino al 2018. A fine anno, il club è terzo in campionato; in questa stagione, Ryan si è già distinto in Europa League (a Torino ancora lo maledicono) e la sua squadra ha passato il girone, mentre in campionato l'FCB è primo. Su 28 partite disputate, Ryan ha concluso 13 gare con la porta imbattuta: se non è questa la certificazione di un grande talento...

CARATTERISTICHE TECNICHE
Ryan non è un portiere dall'altezza straordinaria, ma la mancanza di centimetri è compensata da un'esplosività fuori dal comune. I balzi dell'australiano sono notevoli, lo rendono capace di improvvisi riflessi e parate d'istinto. Tatticamente Ryan si sa rendere utile perché è uno della nuova scuola, che interpreta il ruolo del portiere "alla Neuer": l'Australia spesso riparte da lui per l'impostazione del gioco, anche se l'ex Mariner deve migliorare nel controllo di palla e nel passaggio lungo.
Se volete un portiere statico e che tenti sempre di bloccare la palla, sappiate che lui non è il vostro uomo. Ryan è uomo da momenti al cardiopalma, da parate impossibili. Un paragone tecnico si potrebbe farlo con Anthony Lopes, portiere dell'Olympique Lione: i due si assomigliano, anche se il percorso di maturazione dell'australiano è decisamente più avanti.

STATISTICHE
2010 - Blacktown City FC*: 15 presenze
2010/11 - Central Coast Mariners: 31 presenze, 34 reti subiti
2011/12 - Central Coast Mariners: 30 presenze, 31 reti subiti
2012/13 - Central Coast Mariners: 33 presenze, 34 reti subiti
2013/14 - Club Brugge: 44 presenze, 44 reti subiti
2014/15 - Club Brugge (in corso): 28 presenze, 22 reti subiti
*= in NSW League (seconda divisione australiana)

NAZIONALE
Attualmente il portiere del Club Brugge è anche il titolare della nazionale australiana, nonché colonna della squadra allenata da Ange Postecoglou. Gli Aussies hanno avuto la fortuna di trovare una pronta risposta alla sostituzione di una leggenda come Mark Schwarzer, che si è recentemente ritirato dalla nazionale. Ryan ha preso il suo posto in maniera naturale e garantisce all'Australia un buon rendimento. Al Mondiale brasiliano Ryan ha vinto la concorrenza di Langerak e dell'esperto Galekovic. Magari non ha brillato, ma forse la poca esperienza l'ha penalizzato. Sicuramente in Coppa d'Asia farà meglio: sarà una bella lotta con Eiji Kawashima e Ali Al-Habsi per il premio di miglior portiere della competizione.

LA SQUADRA PER LUI
Il Club Brugge e la lega belga sono un buon posto per crescere: la squadra è competitiva, in Europa League sta facendo bene e forse è l'unica che ora se la può giocare con l'Anderlecht per la conquista del titolo. Per altro, a Ryan farebbe comodo un'altra stagione allo Jan Breydel Stadium. In fondo ha già giocato un Mondiale da titolare e il suo contratto con i Blauw-Zwart scade solo nel giugno 2018. E dopo? Chissà: la Premier League, con più maturità alle spalle, non sarebbe impossibile.

14.12.14

J-LEAGUE RESUME 2014: Gamba's treble (Parte II)

Buongiorno a tutti: ci siamo. Eccoci qui con il recap della stagione 2014 del calcio giapponese. Indubbiamente è stato un anno ricco di emozioni: tante le rivelazioni di questo campionato, specie nell'F.C. Tokyo di Massimo Ficcadenti. Tanti i manager che si sono meritati i titoli dei media, anche in J2, dove costruire miracoli non è facile. Nelsinho Baptista saluta Chiba e i Reysol con un grande risultato, ma forse rimarrà in Giappone. Si è giocato la prima stagione di J-League 3 (Zweigen Kanazawa campione) e il primo spareggio retrocessione della J2. Infine, salutiamo la J-League per come l'abbiamo conosciuta nell'ultimo decennio. Pronti per la seconda parte del recap?





Rivelazione
Yoshinori Muto
Del ragazzo dell'F.C. Tokyo ho già parlato in un articolo di "Road to Japan". Tuttavia, è sempre bene ricordare il potenziale del 22enne fantasista, che si è preso un posto di riguardo nella Nippon Daihyo di Aguirre. Nella stagione 2013 aveva collezionato appena una presenza; l'anno dopo il suo score è diventato di 37 presenze e 14 reti, più un gol anche in nazionale contro il Venezuela. Il 2015 sarà l'annata più importante: come insegna il mercato economico, il prodotto più difficile da trovare non è quello che esploda, ma quello capace di confermarsi.

Kosuke Ota
Sembra strano piazzare un terzino tra le rivelazioni di quest'anno, in un ruolo dove per altro la nazionale giapponese non ha nulla da invidiare agli altri (Nagatomo, Uchida, Gotoku e Hiroki Sakai i "titolari"). Tuttavia, la crescita di questo ragazzo non è passata inosservata ad Aguirre, che l'ha inserito già in diverse partite della nazionale giapponese. Ora è pure in corsa per un posto tra i 23 della Coppa d'Asia. Kosuke ha anche qualcosa che rimanda a Holly & Benji. L'F.C. Tokyo farà bene a tenerselo stretto: sarà anche l'ultimo protagonista della mia rubrica "Road to Japan" nel 2014.


Cristian Nazarit & Yuki Horigome
Si sono conquistati la ribalta della J-League 2, pur entrambi militando in squadre di media-bassa classifica: il primo nel Gifu, il secondo in prestito all'Ehime F.C. dal Ventforet Kofu. Nazarit è un attaccante colombiano alla prima esperienza giapponese: cresciuto nell'América de Cali, sembrava ormai sul viale del tramonto nonostante i soli 24 anni d'età. Non segnava neanche nella B colombiana. Poi l'arrivo a Gifu e in 17 gol in 34 partite: non male. L'anno prossimo giocherà nel Consadole Sapporo e formerà un ottimo duo d'attacco con Ken Tokura. Diversa la storia di Horigome: classe '92, ha già esordito in J1 con la maglia del Ventforet nel 2011. L'anno scorso in prestito al Roasso Kumamoto, nel 2014 è stato in prestito a Ehime (45 presenze e otto gol stagionali) A Kofu potrebbe far bene: tutto dipenderà dal club, che deve ancor far sapere se il ragazzo tornerà alla base per il 2015.


I manager dell'anno
Sono solito premiarne uno, ma è stata una stagione talmente positiva per alcuni allenatori che non ho potuto fare a meno di menzionarne cinque: è stato un 2014 molto particolare per i tecnici del panorama calcistico giapponese.

Hiroshi Jofuku
Il manager del Ventforet Kofu ha costruito qualcosa di straordinario: salvare quella squadra era data come impresa impossibile. Molti dei pronostici affermavano come il Ventforet fosse da ritorno sicuro in J2 dopo la prima salvezza, nonostante il club fosse stato ben guidato da Jofuku alla promozione. Eppure la squadra ha tirato fuori una gran stagione: basti pensare alle vittorie contro Yokohama, Kashiwa, Sagan e Sanfrecce. Ci sono stati momenti difficili, ma la salvezza è arrivata addirittura con qualche giornata di anticipo: merito di un finale da 13 punti in sette match. Il tecnico ha già fatto sapere di aver rifiutato la proposta di rinnovo, quindi Jofuku non rimarrà a Kofu per la quarta stagione consecutiva: vediamo quali sfide gli porterà il futuro. Il Sagan Tosu sembra la squadra più vicina a lui per il 2015.


Nobuhiro Ishizaki
Se il Montedio Yamagata riabbraccerà la J-League dopo tre anni e ha potuto affrontare una finale di Coppa dell'Imperatore, il merito è sopratutto di questo signore di 56 anni. Ex allenatore proprio del Montedio - con cui aveva iniziato la sua carriera in panchina - Ishizaki ha fatto il suo in questi anni. Ha riportato il Kashiwa Reysol e il Consadole Sapporo in J-League, poi è finito in Cina, dove ha fatto l'allenatore dell'U-18 del Hangzhou Greentown sotto la guida dell'ex ct giapponese Takeshi Okada. Quando qualcuno gli ha proposto il ritorno a Yamagata dopo 16 anni, Ishizaki ha detto sì: il suo 3-4-3 e nove vittorie nelle ultime undici gare (comprese quelle dei play-off) gli hanno consegnato la promozione.

Kenta Hasegawa
Diciamo che il vero eroe di quest'anno è lui. Jokufu ha fatto un miracolo, ma un treble non è ignorabile. Hasegawa - nato e come cresciuto come bandiera dello Shimizu S-Pulse - era fuori dal giro da un po'. Forse qualcuno pensava che fosse profeta soltanto in patria; invece, il Gamba gli ha dato fiducia e lui l'ha ripagata alla grande. Rispetto alla retrocessione di due anni fa, ci sono quattro trofei in più e la squadra è più giovane e promettente per il futuro. E pensare che a maggio scorso il Gamba aveva ancora qualche problema di continuità ed era in zona retrocessione...


Cho Kwi-Jea
Attenzione, non solo Giappone sugli scudi per quanto riguarda i manager in J-League, ma anche Corea del Sud. In un anno funesto per il calcio sudcoreano, due tecnici si sono distinti notevolmente: il primo è Cho Kwi-Jea, che ha vinto il campionato di J-League 2 con il suo Shonan Bellmare. A Hiratsuka hanno visto la squadra risalire proprio sotto la sua guida già nel 2012, quando lo Shonan arrivò secondo in J2. L'esperienza in prima divisione è stata poi deficitaria, visto che il club è subito retrocesso. Ciò nonostante, la fiducia della dirigenza in Cho è rimasta. Risultato? Altra promozione, stavolta da primi classificati. Per altro, essa è stata raggiunta con 101 punti fatti e diverse giornate di vantaggio: questa si chiama programmazione.

Yoon Jung-Hwan
Per un manager sudcoreano che vince un campionato, ce n'è un altro che avrebbe potuto fare altrettanto. Agosto 2014: il Sagan Tosu conduce la J-League, giocando un calcio da cooperativa sociale e dimostrando che i soldi non contano. A guidarla c'è Yoon Jung-Hwan: ex nazionale sudcoreano, ha smesso di giocare proprio con il Sagan. Diventato prima allenatore delle giovanili, poi assistente, nel 2011 assume la guida del club. A Tosu fanno un salto quadriennale dal nono posto in J2 al primo in J1, compresa una semifinale di Coppa dell'Imperatore.
Tutto bene, se non fosse che - nello stupore generale - il Sagan e Yoon si separano l'8 agosto scorso. Non si capisce se è stato il club a licenziare il manager o quest'ultimo a lasciare, fatto sta che l'oggetto del contendere era il rinnovo per il 2015. La spiegazione del board è stata quella di una mancanza di fiducia dei giocatori in lui: strano per una squadra prima in classifica. Il Sagan Tosu ha concluso il campionato quinto, fuori anche dalla zona per la Champions League asiatica: qualche rimorso?


I casi di stagione

Welcome, J3
Il 2014 è stata l'occasione per inaugurare la terza divisione professionistica giapponese, la J-League 3. Un progetto che rientra nella voglia della JFA di creare tante leghe professionistiche in Giappone. La J-League è stata creata nel 1993, la J2 nel 1999: dopo 15 anni è arrivata anche la terza divisione, che per altro ha registrato un buon successo. Il primo club a vincere la categoria è il Zweigen Kanazawa, che l'anno prossimo avrà l'esordio in J2 al posto del Kataller Toyama. Infranti, invece, i sogni del Nagano Parceiro, che non è riuscito a superare il Katamatare Sanuki nello spareggio. Intanto, il Renofa Yamaguchi - promosso dalla JFL - è pronto ad abbracciare la J3. L'intento finale è quello di raggiungere una struttura simile a quella dell'attuale Lega Pro italiana.


Obrigado, Nelsinho 
Il Kashiwa Reysol chiude l'anno con un quarto posto che sembrava un miraggio pochi mesi fa: il finale della squadra è stato eccezionale (sette vittorie nelle ultime sette di campionato). Questo piazzamento porta il Kashiwa ai preliminari della Champions League asiatica 2015. Tuttavia, la notizia importante a Chiba è che Nelsinho Baptista chiude la sua avventura da manager dei Reysol. E per lui il finale è stato mozzafiato. Al di là dei risultati, rimarranno i suoi grandissimi meriti come manager. Quando è arrivato all'Hitachi Soccer Stadium, il Kashiwa è appena retrocesso, ma Nelsinho ha costruito una squadra capace di vincere la J2 e addirittura la J-League l'anno successivo. Nel 2012, la vittoria in Coppa dell'Imperatore; nel 2013 le semifinali della Champions League asiatica e la Nabisco Cup; nel 2014 il Suruga Bank Championship. Insomma, lascerà un buon ricordo, anche se dalla prossima stagione allenerà il Vissel Kobe.

Goodbye, J-League
L'altra annotazione è per il carattere della lega: dal 2015 la J-League tornerà al modello sudamericano, con dei mini-tornei come l'Apertura e il Clausura che si vedono in Argentina. L'ultima volta era stata nel 2004: una mossa sbagliatissima, decisa già nel 2013 e vista negativamente da diversi esperti. Io ne parlavo negativamente un anno fa: spero di sbagliarmi, ma ho qualche dubbio. Intanto, durante la stagione ci sono state diverse proteste con la 2-stage season: vedremo se la JFA ci ripenserà.

13.12.14

J-LEAGUE RESUME 2014: Gamba's treble (Parte I)

Buongiorno a tutti: ci siamo. Eccoci qui con il recap della stagione 2014 del calcio giapponese. Indubbiamente è stato un anno ricco di emozioni, con l'ennesimo ribaltone finale nella massima divisione. Il Gamba Osaka ripete l'impresa dei Kashiwa Reysol del 2011: titolo da neo-promossi e all'ultima giornata. Non solo: c'è anche il treble per il club di Osaka. Per l'Urawa Reds è un fallimento clamoroso: un campionato in testa e un pugno di mosche in mano. Il fallimento del Cerezo Osaka, le ottime Shonan Bellmare, Matsumoto Yamaga e Montedio Yamagata. Pronti per la prima parte del recap?


Team dell'anno

Gamba Osaka
Probabilmente avrei dovuto inserire gli Urawa Reds, ma il loro botto finale ha lasciato spazio ad altri. Meglio dar credito al Gamba Osaka, capace di risalire dalla J2 e giocarsi tre competizioni fino alla fine. Tanto da vincerle: è il primo treble dal 2000, quando i Kashima Antlers vinsero tutte le competizioni nazionali. Il panorama è sicuramente diverso, ma è stato un successo meritato, specie nelle coppe, dove il Gamba ha lavorato duro. Inoltre, in Coppa dell'Imperatore, ha avuto anche un calendario favorevole. Higashiguchi, Abe, Patric, Usami e Yasuhito Endo (sì, ancora lui: a quasi 35 anni MVP della stagione) sono stati i migliori.


Montedio Yamagata
Credo sia la prima volta che inserisco due squadre di J-League 2 nel mio resume tra le migliori dell'anno, ma ho dovuto. Nonostante le imprese di Sagan Tosu e Ventforet Kofu in J1, la favola del Montedio andava inserita. Finale di Coppa dell'Imperatore (persa, ma giocata con onore) e promozione in J1 tramite i play-off. Una grande impresa, che ha due facce a rappresentarla: Masato Yamazaki e il capitano Satoru Yamagishi. Il primo ha segnato il gol che ha regalato la promozione al club, il secondo fa il portiere, ma ha segnato e festeggiato lo stesso.

Matsumoto Yamaga
Anche qui vanno dei gran meriti allo Shonan Bellmare, capace di risalire subito in J1 e fare 100 punti. O al Giravanz Kitakyushu, che è arrivato nei play-off, ma non li ha potuti disputare (non aveva la licenza per la J1). Tuttavia, il cuore dice che una squadra alla terza stagione in assoluto in J2 conquista la promozione e disputerà la J-League per la prima volta. Un esordio da non dimenticare, fatto di programmazione e tanti tifosi. Con la mente, si ricorderà anche Naoki Matsuda, morto nell'agosto 2011, quando giocava proprio al Matsumoto Stadium.



Flop dell'anno

Urawa Reds
La definizione di chokers (coloro che si fermano a un passo dal traguardo) calza loro a pennello. Nelle ultime sette partite hanno vinto una sola gara e hanno portato a casa appena sei punti. Normale che qualcuno possa puntare al sorpasso: il Gamba ci è riuscito con la differenza reti, ma alla fine è stato giusto così. Per il tecnico Mihailo Petrović una delusione immensa. Per il club di Saitama un grave peccato, visto che la squadra è nettamente la più forte per tasso tecnico e larghezza della rosa. E sarebbe stato anche un bel modo per festeggiare al meglio la retrocessione dei cugini dell'Omiya Ardija.


Cerezo Osaka
Il colosso Yanmar si riscopre debole. Dopo aver speso in lungo e in largo lo scorso inverno (con l'arrivo di Diego Forlan), il Cerezo ha fatto una stagione deludente. Aver perso Kakitani a luglio è una scusa buona fino a un certo punto, perché retrocedere non è stata un'impresa facile. Nonostante tre tecnici diversi (Popovic, Pezzaiuoli e Okuma), la svolta non è mai arrivata. Mettiamoci anche un gruppo poco coeso, l'infortunio di Yamaguchi e il salto di qualità mancato da parte di Minamino - prossima stella nella generazione degli "8" del Cerezo - e la retrocessione è stata inevitabile.

Júbilo Iwata
La risalita non è sempre automatica, ma la squadra di Shizuoka aveva i mezzi per farcela. Invece, il Júbilo ha fatto la fine dei vari JEF United e Kyoto Sanga: intrappolata in J2. Ora bisognerà vedere chi rimarrà e se la compagine del 2015 avrà la forza per scalare la categoria. Già non esser promossi direttamente era un mezzo fallimento (-33 dallo Shonan, -15 dal Matsumoto); figuriamoci esser eliminati in semifinale dei play-off con un gol del portiere avversario al 92'.



MVP

Takashi Usami
Voglio andar controcorrente. Non mi nascondo e dico che calcisticamente amo Yasuhito Endo alla follia, ma forse quest'anno sarebbe stato giusto premiare il ragazzo con la maglia numero 39. Usami è tornato dalla Germania totalmente distrutto nelle sue sicurezze, ma il ritorno nella squadra che l'ha cresciuto gli ha fatto bene (ne ho parlato anche qui). Tanti i gol decisivi, enorme il contributo al successo della squadra: nella finale odierna di Coppa dell'Imperatore è lui ad aver segnato due gol e fornito l'assist per il 3-1 in favore del Gamba. Penso che Aguirre difficilmente potrà ignorarlo in vista della Coppa d'Asia.


Gaku Shibasaki
Se c'è qualcuno che non è più una sorpresa, è proprio Gaku Shibasaki. Non sappiamo quando Yasuhito Endo scenderà dal suo trono di simbolo giapponese, ma il numero 20 degli Antlers è il candidato più credibile per succedergli. Con questo 2014 di maturazione e una buona Coppa d'Asia (difficile che Aguirre lo lasci a casa), l'Europa non è lontana.

Takayuki Funayama
Masashi Oguro ha segnato 26 gol, ma questi non sono serviti al Kyoto Sanga per risalire in J1. Invece, il buon numero 10 del Matsumoto Yamaga ha contribuito alla promozione dei Ptarmigians: 19 le reti messe a segno in questa stagione. Classe '87 e cresciuto nelle giovanili dei Reysol (squadra della sua città), ha girato molto. Ryutsu Keizai University, poi il Tochigi S.C; infine la decisione di scendere in Japan Football League con il Matsumoto per la stagione 2012.
Fino a maggio viaggiava a una media-gol da record (11 marcature in 16 match), poi ha rallentato. Ciò però non gli ha impedito di portare il Matsumoto alla storica promozione in J-League. Per altro, Funayama ha dimostrato di esser un buon rigorista e di saper sfruttare le situazioni confuse negli ultimi 20 metri: gli sarà utile anche nella massima divisione. Il suo gol casalingo contro il Tochigi S.C. è stato uno dei più belli quest'anno in J2.


(continua domani...)

10.12.14

WITNESSING TO CHAMPIONS: 2014 Edition

Un altro anno di calcio se ne va e anche il 2014 è finito. Abbiamo visto tante stelle, ma troppe volte ci dimentichiamo quelli che stanno per lasciare. "Witnessing to Champions" è la rubrica che si preoccupa di ricordarli. Avrei voluto parlarvi di tanti nomi che quest'anno hanno lasciato il mondo del calcio giocato, ma come al solito mi sono ridotto a cinque casi: quattro nomi di un certo livello e uno un po' curioso, seppur l'ultimo della cinquina abbia una sua storia alle spalle.

Di Landon Donovan avrei dovuto parlare su Crampi Sportivi. Mi dispiace lasciar fuori gente come Mohamed Aboutrika, che ha fatto la storia del calcio egiziano. Oppure il mago delle punizioni Juninho Pernambucano: per lui ultima gara nel 2013 con la maglia del suo Vasco da Gama, ma ritiro solo nel febbraio di quest'anno. Ci sarebbe anche il mitico Kevin Phillips, ma alla fine questi sono i cinque eroi che ho scelto per l'edizione di quest'anno.



  • Rivaldo Vítor Borba Ferreira, detto Rivaldo (trequartista, Mogi Mirim | Paulista, 19 aprile 1972 | Santa Cruz, Mogi Mirim, Corinthians, Palmeiras, Deportivo La Coruña, Barcellona, Milan, Olympiacos, AEK Atene, Bunyodkor, San Paolo, Kabuscorp, São Caetano)

Era scomparso da tempo dal calcio che conta, ma Rivaldo non ha mai smesso di nutrirsi del suo amore per il pallone. Oggi l'ex asso brasiliano fa il presidente del Mogi Mirim e cerca di vendere il suo club su Instagram, ma durante la sua carriera ha detto la sua. Rivaldo ha praticamente vinto tutto: se non fosse per la maledizione brasiliana che contraddistingue la rincorsa all'oro olimpico, probabilmente potremmo dire che ha il palmarès più completo della storia. Coppa del Mondo, Pallone d'Oro, la Champions League con il Milan (seppur da comprimario): c'è tutto. Non solo: ha girato un po' tutto il mondo, dedicando la parte finale della sua carriera a comparsate in Uzbekistan e Angola. Oggi guarda il figlio giocare nel suo Mogi Mirim: chissà...



  • Ryan Giggs (ala, centrocampista centrale, Manchester United | Cardiff, 29 novembre 1973 | Manchester United)

Di Ryan Giggs si sa quasi tutto. Io stesso ve ne avevo parlato nel marzo 2013, quando il "ragazzo" aveva tagliato il traguardo delle mille partite da professionista. In seguito, dopo la cacciata di Moyes, ha passato l'ultimo periodo sui campi da gioco a fare l'allenatore: c'è stata anche l'auto-sostituzione nella gara contro l'Hull. Ala mancina dal talento straordinario, negli ultimi anni è stato trasformato in un playmaker di centrocampo. Più di mille presenze in carriera, ma mai espulso: giocatore corretto ed esempio per i compagni di squadra. Visto che con il Manchester United ha vinto tutto ciò che era possibile, gli rimarrà un solo cruccio: con il suo Galles non ha mai disputato un Europeo o un Mondiale. Un peccato.



  • Javier Adelmar Zanetti (terzino e mediano, Inter | Buenos Aires, 10 agosto 1973 | Talleres, Banfield, Inter)

Il fatto di averlo visto per tanti anni in Italia mi ha aiutato nell'apprezzarne le capacità in campo: mai domo, sempre pronto alla corsa, il numero 4 nerazzurro ha calcato i campi di tutto il mondo per ben 858 volte con la maglia dell'Inter. Quindici anni da capitano, vent'anni con la maglia nerazzurra, oggi Zanetti è vice-presidente del club di Erick Thohir. L'infortunio dell'aprile 2013 a Palermo sembrava avergli precluso la carriera, ma lui ha lavorato e si è regalato un'ultima stagione. Un'annata comunque difficile, perché con Mazzarri il feeling non è stato grande: basti pensare che l'ultimo derby di Milano della sua vita Zanetti l'ha visto dalla panchina. Anche per lui vale il rimpianto nazionale: medaglia d'argento alle Olimpiadi di Atlanta '96, due volte secondo sia in Copa America che in Confederations Cup. Nonostante le 145 presenze e l'etichetta di uomo con più partite nella Selecciòn, Zanetti è rimasto senza allori.




  • Carles Puyol (difensore centrale e terzino destro, Barcellona | La Pobla de Segur, 13 aprile 1978 | Barcellona C, Barcellona B, Barcellona)

Ammetto che mi abbasserò alla logica dell'endorsement e decido di inchinarmi di fronte a una sacra eminenza della difesa come il buon Carles. Non ho mai giocato a calcio (al massimo calcetto), ma se penso a COME si fa il difensore, mi viene in mente subito lui. Tra salvataggi di petto sulla linea e doppie rulete, il capitano del Barcellona ha portato a casa una lista impressionante di trofei col suo club (22). Senza contare i successi con la Spagna, tra cui un Mondiale in cui Puyol è stato fondamentale. Se fosse mai esistito un Pallone d'Oro dei difensori, ne avrebbe vinti almeno cinque o sei; è stato il più forte centrale al mondo per diversi anni. Gli infortuni hanno condizionato il finale della sua carriera.



  • Park Ji-Sung (centrocampista tuttofare, PSV Eindhoven | Goheung, 25 febbraio 1981 | Kyoto Purple Sanga, PSV Eindhoven, Manchester United, Queen's Park Rangers)

Primo asiatico a giocare una finale di Champions League, non è stato abbastanza fortunato da vincerne una: due sconfitte, entrambe contro il Barcellona di Guardiola. Ciò nonostante, Park può dirsi soddisfatto. Ha concluso la sua carriera l'estate scorsa, dopo un prestito così così al PSV di Eindhoven, la squadra che l'aveva portato in Europa dopo il Mondiale 2002. A neanche trent'anni, dopo aver raggiunto alcuni record, si era già ritirato dall'impegno nazionale da capitano della Corea del Sud: troppo forte la delusione per non aver mai vinto la Coppa d'Asia. A 29 anni, come Lahm dopo il Mondiale vinto qualche mese fa. Park dice addio al calcio, ma la sua storia rimarrà negli annali del calcio asiatico. Anche perché è uno dei pochi - insieme a Tim Cahill - ad aver partecipato e segnato a tre Mondiali diversi (Giappone & Corea 2002, Germania 2006, Sud Africa 2010). Qualche mese fa è stato nominato ambasciatore nel mondo dal Manchester United.

8.12.14

Il figlio della Gerland.

Parc des Sports, Evian: si sta giocando la partita tra i padroni di casa e l'Olympique Lione di Fournier. L'Evian è in vantaggio per 2-1 e sarebbe un gran risultato per la squadra in maglia rosa. Tuttavia, i ragazzi di Dupraz non hanno fatto i conti con l'unico fuoriclasse presente in campo. Già, perché sei un fuoriclasse se riesci a prendere i tuoi compagni per mano e trascinarli alla vittoria: una doppietta di Alexandre Lacazette, da lì a poco, deciderà la sfida in favore degli ospiti.


Il momento del numero 10 dell'OL è magico: con la doppietta realizzata ieri, siamo a 13 gol in 17 gare di Ligue 1, 14 reti stagionali comprese le poche apparizioni in Europa League. In questo momento di risalita dell'OL, Lacazette è la star e il risultato di quanto è stato fatto dai Les Gones per tentare il ritorno ai fasti di un tempo. E il suo rendimento lo mette davanti persino a Ibrahimovic, Cavani e uno straordinario Gignac nella classifica dei cannonieri.
Il ragazzo è un figlio della città di Lione: nato nel 1991, a 12 anni fa già parte del centro "Tola Volage", dove crescono i migliori talenti dell'OL. Molti hanno spesso accostato Lacazette - per stile di gioco e caratteristiche - a Sonny Anderson, attaccante che faceva sognare lo stadio della Gerland all'alba degli anni 2000. E lo stesso brasiliano ha sempre considerato il paragone per lo meno calzante. L'esordio di Lacazette è avvenuto a 18 anni, nelle ultime giornate della Ligue 1 2009-2010. E quello fu solo l'inizio.
Con gli anni, l'attaccante si è guadagnato gradualmente spazio. Nel campionato francese e con un Lione in ricostruzione, Lacazette ha avuto tutto il tempo del mondo per crescere. Tuttavia, l'esplosione tardava ad arrivare. Almeno fino al 2013-14, quando l'attaccante ha collezionato uno score da 54 presenze e 22 reti stagionali. Non solo: è stata la prima stagione in doppia cifra in Ligue 1. Niente male per chi - l'anno precedente - si era fermato alla voce "reti segnate" a quota quattro. A questo punto, l'OL ha in casa un campioncino, che ora sta diventando pian piano più che decisivo. Ormai Lacazette è un top-player della lega transalpina e non è escluso che qualcuno (in Premier League?) provi a gennaio il grande colpo, consapevole che ci vorranno tanti soldi per portar via Lacazette dalla sua città natale.
Se il costo del cartellino avrà una valutazione alta, sarà solo cosa giusta: il buon Alexandre ha tutto dalla sua. Dotato di un ottimo bagaglio tecnico, l'attaccante è capace di giocare sia da seconda che da prima punta. Nato come esterno d'attacco, Claude Puel lo fece esordire proprio in quel ruolo. Rémi Garde ha confermato questa sistemazione, salvo accorgersi l'anno scorso che il ragazzo potesse rendere molto di più vicino alla porta: da qui nasce una stagione da 22 gol. Hubert Fournier, tecnico del Reims dei miracoli e arrivato quest'anno a Lione, non ha fatto che confermare la posizione di Lacazette e renderlo più importante nelle gerarchie della squadra. Pur essendo un classe '91, il numero 10 dell'OL ha vestito durante questa stagione la fascia di capitano. Un'altra piccola investitura per un talento sulla via della stardom definitiva.

Lacazette con la Francia: cinque presenze finora sotto Deschamps.

Lacazette spera anche di guadagnarsi la nazionale: l'attaccante ha già giocato cinque gare con Les Blues, ma esser convocato fisso sarebbe tutta un'altra cosa. Del resto, l'attaccante dell'OL ha fatto tutta la trafila dall'Under 16 fino all'U-21: non si può dire che non conosca bene l'ambiente della nazionale a tutte le latitudini. Basti pensare che nel 2010 Lacazette segna il gol decisivo nella finale dell'Europeo U-19, dove la Francia batte la Spagna solo negli ultimi minuti. E ha fatto parte anche dell'U-20 che è arrivata quarta al Mondiale di categoria del 2011, dove Lacazette è stato capocannoniere con cinque reti realizzate. Il ct Deschamps ha seguito i progressi dell'attaccante e lo ha premiato con l'entrata in campo in Francia-Uruguay del giugno 2013, che gli è valso anche l'esordio in nazionale.
Un riconoscimento - quello della chiamata fissa - che sarebbe dovuto a un ragazzo che è migliorato così tanto: facendo un confronto con il 2013-14, Lacazette a questo punto della stagione ha quasi gli stessi gol realizzati in tutta la scorsa stagione. Secondo le statistiche Squawka, addirittura Lacazette sarebbe il miglior attaccante europeo dopo Cristiano Ronaldo, Messi e Aguero. L'annata è ancora lunga e chissà che l'attaccante non migliori ancora le sue statistiche già strabilianti, portando nuovamente l'OL in Europa.
Forse però l'endorsement più grande è arrivato dall'alto. Jean-Michel Aulas è il presidente dell'OL dal 1987: è stato lui a prendere il club in Ligue 2 negli anni '80. Lui ha costruito la magnifica epopea degli anni 2000, in cui la squadra ha portato a casa ben 16 trofei nazionali tra campionati e coppe. Un'epoca forse irripetibile, ma il numero uno dell'OL si è voluto sbilanciare. Aulas ha lottato perché Lacazette rinnovasse fino al 2018 e ha vinto questa prima battaglia. Poi il presidente ha recentemente affermato, riferendosi al suo numero 10: «Con lui possiamo tornare grandi in Europa». E se lo dice Aulas, allora il figlio della Gerland sarà di certo decisivo.

Alexandre Lacazette, 23 anni, stella dell'Olympique Lione.

5.12.14

La crisi del settimo anno.

Non c'è molto da sorridere al Signal Iduna Park. Dalle parti di Dortmund, non si soffriva così tanto da un decennio. Dopo aver raggiunto addirittura una finale di Champions ed esser stati bi-campioni di Germania, il Borussia deve ripartire dall'ultima posizione in Bundesliga, in cui il club si è ritrovato dopo l'ultima giornata. Undici punti in tredici partite (media di 0.85 punti a gara) e la peggior partenza da quando Jürgen Klopp è sulla panchina dei gialloneri.


Dortmund rimane un posto bellissimo dove insegnare calcio nonostante i risultati e il video qui sopra, raffigurante Klopp riconoscente alla curva giallonera dopo la vittoria contro il Borussia Mönchengladbach, ne è la dimostrazione. Tuttavia, è sicuramente il punto più difficile della gestione settennale del buon Jurgen: quando è arrivato sei anni fa dal Mainz, mai Klopp avrebbe scommesso di vincere tutti i trofei che ha portato a casa. Ora però si è tornati a soffrire, in ragione di diverse dinamiche che stanno scombussolando una buona parte della stagione 2014-15 del BVB.
Dico "una parte" perché in Champions il Dortmund è stato tutt'altro che da buttare: qualificazione ottenuta con quattro vittorie su quattro incontri e con due turni d'anticipo. La demolizione dell'Arsenal al Westfalen dopo un gran partita. Un bilancio di 13 gol fatti e tre subiti. Un buon ruolino di marcia, come quello in DFB-Pokal, dove i gialloneri hanno strapazzato in trasferta prima lo Stuttgarter Kickers, poi il St. Pauli. A questi risultati, va aggiunta anche la vittoria di agosto della DFB-Supercup, dove il Borussia Dortmund di Klopp ha vinto per 2-0 la sfida contro il Bayern Monaco di Guardiola.
Lo scenario preoccupante si trova invece in Bundesliga: solo tre vittorie, 14 gol fatti e 21 subiti. Cinque punti e una sola gioia nelle ultime dieci gare di campionato, giunta per altro su autogol di Cristopher Kramer nella partita casalinga contro il Borussia Mönchengladbach. Solo i cugini dello Schalke 04 hanno fatto meno punti dei gialloneri in trasferta (tre contro i quattro della banda di Klopp). E pensare che l'ultimo piazzamento a fine anno così basso è stato quello del 2007-08, quando il BVB di Thomas Doll ha concluso quella stagione di Bundesliga al 13° posto. Proprio prima dell'arrivo di Klopp dal Magonza.
In questo scenario, Klopp rimane comunque sicuro: non lascerà il BVB e Dortmund in queste condizioni. Non da ultimi in classifica, non con la testa così bassa. Proprio il tecnico ha parlato di questa situazione: «Se un mio addio servisse per risolvere la situazione terrei ogni porta aperta, ma io non posso andar via finché nessuno mi chiama per dirmi che c'è chi può fare meglio di me. Non voglio restare per forza, ma se non c'è una soluzione migliore per la squadra io non lascio». Ci sono tre chiavi di lettura per capire il momento difficile della squadra vice-campione di Germania.

Marco Reus, 22 anni, simbolo della sfortuna giallonera.

Il primo punto: la difesa e gli errori.
Se di errori si può parlare, non si menzionano solo quelli tecnici, ma anche quelli riguardanti la concentrazione. Errori come quelli di Ginter e Weidenfeller nell'ultima gara contro l'Eintracht a Francoforte non sono mancanze tecniche (da parte di un campione del Mondo e di un esperto portiere), bensì mancanza d'attenzione. Il Dortmund è in testa alla classifica di errori che hanno portato a un gol a quota otto: un primato condiviso con il Parma (ultimo in A), il Granada (che non se la passa bene in Liga) e l'Everton (squadra molto offensiva).
Tali errori non si concentrano solo dietro, ma anche davanti: sfortuna a parte, il Borussia manca un sacco di occasioni ad ogni partita, nonostante un display spettacolare rimanga un tratto caratteristico del gioco del Dortmund. Secondo i dati Squawka misurati sulle cinque principali leghe europee, i gialloneri sono al nono posto nella classifica dei tiri fatti a quota 221; un nono che diventa quinto posto se la graduatoria diventa quello dei tiri da fuori area. E la percentuale di accuratezza al tiro è appena del 43%.
Il secondo punto: gli infortuni.
La conta degli assenti in casa Dortmund è stupefacente: si fatica a trovare qualcuno che non sia mancato perché passato dall'infermeria. Sono pochi i giocatori che non sono stati infortunati durante quest'annata. Hummels è ancora fuori e in difesa si notano i problemi. Sokratis tornerà solo tra qualche giorno, mentre Nuri Şahin è tornato in panchina domenica a Francoforte dopo un lungo infortunio al ginocchio. Błaszczykowski e Reus torneranno a gennaio, mentre il rientro in campo di Ji Dong-Won in prima squadra è un mistero. Tanto per farvi un'idea, ecco uno schema sugli infortuni del Dortmund quest'anno.
Il terzo punto: la sfortuna e un mercato difficile.
Di certo, in una situazione del genere, una componente di bad luck non può mancare. Ci sono episodi della stagione che non aiutano e si collegano alla situazione degli infortuni. Basti pensare che i gialloneri hanno colpito otto legni in stagione: solo il Bayer Leverkusen ha avuto più "sfiga" in questa speciale graduatoria. E poi c'è la necessità di guardare nuovamente alcune partite: la sconfitta in casa con l'Hannover di qualche settimana è stata - in realtà - una partita dominata dal Borussia Dortmund, conclusa a favore degli ospiti dopo un assedio.
A questo va aggiunto il fatto che sostituire Robert Lewandowski con Ciro Immobile non è la stessa cosa: il primo ha portato il BVB in finale di Champions da solo contro il Real due stagioni fa, il secondo ha fatto la prima annata da 20 gol in A l'anno scorso. E sta facendo fatica a integrarsi nello scacchiere di Klopp, nonostante il tecnico sia speso tanto su di lui. L'attaccante non ha uno score da censura (6 gol in 14 partite), ma in Bundesliga non è efficace come in Europa. Un po' come il Dortmund, che ha tanto bisogno di ritrovarsi. La crisi del settimo anno è comune; superarla è il difficile.

Jürgen Klopp, 47 anni, alla settima stagione da tecnico del BVB.

2.12.14

Sulle orme di Didier.

L'Eredivisie è un buon campionato per scoprire attaccanti capaci. Dall'Olanda sono arrivati in Europa Marco van Basten, Zlatan Ibrahimovic e Ronaldo. Se guardiamo i vincitori della classifica cannonieri degli ultimi vent'anni, c'è un 75% di possibilità di scovare un ottimo giocatore. Se sei sfortunato, ti ritrovi con Mateja Kežman o Björn Vleminckx. Se la buona sorte ti accompagna, invece, acquisti Wilfried Bony, centravanti dello Swansea City ed ex top-scorer del Vitesse 2012-13.

Come riportato da Opta Joe nel tweet postato qui, Bony è attualmente l'attaccante con più gol in Premier League nell'anno solare 2014 (18). Un risultato di grande prestigio, specie se si pensa che l'ivoriano precede di una rete addirittura un mostro sacro come Sergio Aguero (qui la graduatoria). Tutto questo partendo da Bingerville, suo luogo di nascita in Costa d'Avorio. L'infanzia di Bony si è poi snodata per le strade della città di Tebrau, città della Malesia. Da lì, l'accademia di Cyril Domoraud - sì, lo stesso che ha fatto male a Milano all'inizio degli anni 2000 - lo ha accolto e Bony ha avuto modo di farsi notare anche in Europa.
Il centravanti sarebbe potuto già arrivare in Inghilterra, ma un provino al Liverpool nel 2007 non è andato bene e così Bony si è trasferito a Praga. Lo Sparta l'ha accolto a braccia aperte e l'ivoriano ha ripagato il club ceco: nel 2010-11, l'attaccante ha segnato 17 gol in 24 partite della prima parte di stagione (tra le vittime anche il Palermo in Europa League). Il Vitesse non ha potuto ignorare tale exploit e ha acquistato Bony a gennaio 2011 per una cifra vicina ai quattro milioni di euro. Soldi ben spesi: ad Arhnem l'ivoriano ha segnato 53 gol in 73 partite totali con la maglia giallonera. Un bel bottino, che gli è valso anche il titolo di top-scorer nel 2012-13. A quel punto è intervenuto lo Swansea City.
Il club gallese, fresco di vittoria in League Cup, avrebbe affrontato l'Europa nella stagione successiva per la prima volta nella sua storia. Dalle parti del Liberty Stadium, sapevano di aver bisogno di un altro attaccante di un certo livello. E così è arrivato Bony per 14 milioni di euro, che si è preso il numero 10 e fin da subito gli applausi dei tifosi, visto che al suo esordio nel preliminare di Europa League ha esordito con una doppietta e un assist contro il Malmö. Al suo primo anno in uno dei maggiori campionati europei, Bony ha concluso con 25 gol in 48 match. Un ruolino di marcia straordinario, che l'ha visto segnare tanto sia in campo nazionale che internazionale. Ed è riuscito a segnare a quasi tutte le grandi d'Inghilterra (gli manca il Chelsea).
L'ottimo rendimento si sta prolungando quest'anno, visto che Bony ha segnato sei reti in Premier League. Ci ha messo un po' a sbloccarsi, ma ora l'ex Vitesse sembra esser tornato quello devastante dell'anno scorso. L'ivoriano ha assorbito anche il cambio di allenatore: a metà della scorsa stagione è andato via Micheal Laudrup, ma con Garry Monk le cose vanno ugualmente bene. Per altro, non poteva che esser così: Bony non è il classico centravanti statico d'area di rigore, ma un giocatore capace di andare a dialogare con i compagni anche al di fuori degli ultimi 16 metri. Tanto da colpire anche dalla distanza: basti guardare il suo gol contro il Manchester City.


Nonostante questa carriera entusiasmante, il buon Wilfried ha ottenuto un altro grande riconoscimento: è forse l'erede designato per succedere alla leggenda Didier Drogba nei cuori dei tifosi ivoriani. Con la sua nazionale, Bony ha segnato due gol ai Mondiali di giugno scorso (contro Giappone e Grecia). Tra coloro che hanno fatto una buona impressione in Brasile, forse il centravanti dello Swansea è stato uno dei pochi a non cambiare maglia durante l'ultimo mercato estivo. Ciò nonostante, le offerte non sono mancate: Liverpool e Arsenal l'hanno seguito tutta l'estate, ma lui non si è mosso dal Liberty Stadium. E ci vorranno ancora più soldi per portarlo via dal Galles, visto che il suo contratto scade nel giugno 2018.
Ora il suo obiettivo è regalare la Coppa d'Africa alla Costa d'Avorio. Gli Elefanti hanno un nuovo manager, ovvero quel Hervé Renard che ha già vinto la competizione con il miracoloso Zambia poco meno di tre anni fa. La generazione d'oro degli Elefanti ha quasi finito i suoi giorni e questa potrebbe essere veramente l'ultima occasione per rimanere nella storia. E l'ambito trofeo continentale manca loro dall'ultimo e unico successo del 1992, quando gli arancioni superarono ai rigori il Ghana nell'ultimo atto di Dakar.
Didier Drogba non dovrebbe esserci a quasi 37 anni suonati, sempre che non si rimangi la promessa di ritiro dalla nazionale di cui è tutt'oggi top-scorer (il ct Renard già ha espresso il desiderio di rivolerlo in squadra). Sarà difficile raggiungere il suo score per Bony: per ora è un 65-11 in favore dell'attaccante del Chelsea, ma il centravanti dello Swansea potrebbe riuscire a regalare ai tifosi quello che Drogba non è riuscito a ottenere. E forse, per gli stessi Elefanti, sarebbe meglio passare oltre, affidandosi a colui che più assomiglia al capitano di mille battaglie.

Wilfried Bony, 25 anni, stella dello Swansea e della Costa d'Avorio.

30.11.14

ROAD TO JAPAN: Yasushi Endo

Buongiorno a tutti e benvenuti a un altro numero di "Road to Japan", la rubrica che vi consentirà di scoprire alcuni dei profili più interessanti del calcio nipponico. Per il penultimo pezzo dell'anno, si vola nella prefettura di Ibaraki, precisamente verso i Kashima Antlers. Qui Toninho Cerezo sta facendo crescere una nidiata di giovani niente male: tra loro, anche un classe '88 come Yasushi Endo - professione centrocampista - può esser considerato come uno dei vecchi del gruppo.

SCHEDA
Nome e cognome: Yasushi Endo (遠藤 康)
Data di nascita: 7 aprile 1988 (età: 26 anni)
Altezza: 1.68 m
Ruolo: Centrocampista esterno, trequartista
Club: Kashima Antlers (2007-?)



STORIA
Nato a Sendai nell'aprile 1988, Endo cresce calcisticamente nello Shiogama N.T.F.C., piccolo club delle prefettura di Miyagi di recente fondazione. Nel 2003 arriva la chiamata del FC Miyagi Barcelona, una compagine giovanile dove è passato anche un certo Shinji Kagawa. Tuttavia Endo rimane allo Shiogama per cinque anni. Il suo nome nella prefettura di Sendai gira con insistenza il suo nome. Tale è il credito accumulato in quegli anni che alla fine Endo viene scelto per giocare in J-League, ma non da una squadra qualsiasi: i Kashima Antlers, uno dei team più vincenti nella storia del calcio nipponico, lo selezionano per entrare in squadra.
I primi tre anni sono di puro apprendistato. L'esordio arriva in una serata di aprile contro l'Omiya Ardiya, quando Endo gioca un quarto d'ora subentrando a Masuda. Mentre la squadra vince tre titoli consecutivi in J-League e sforna talenti sotto la guida tecnica di Oswaldo de Oliveira, il giovane Yasushi accumula qualche presenza - nove in tre stagioni - e cerca di capire come funziona il mondo dei professionisti.
Il 2010 è l'anno di svolta: sempre con i consigli di Oswaldo, Endo comincia ad avere più minuti sul terreno di gioco. A fine anno, sono 29 le presenze sul terreno di gioco, accompagnate dalle prime cinque reti da professionista. Da lì in poi Endo non è mai andato sotto le 30 presenze stagionali ed è diventato un punto di riferimento della squadra. Specie da quando gli Antlers hanno deciso di "svecchiare" la rosa con l'opera di Toninho Cerezo, Endo è una sorta di guida per i più giovani, anche se lo stesso Yasushi non ha che 26 anni sulla sua carta d'identità. E quest'anno c'è stata l'esplosione: 11 gol e 8 assist sinora in stagione.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Il suo principale tratto è la capacità di rendersi utile in molti moduli e in quasi qualunque zona del centrocampo. Principalmente Yasushi sarebbe una trequartista destro, un centrocampista esterno capace di rientrare sul sinistro per assist o conclusione a rete. Ciò non gli impedisce di giocare anche sull'altra fascia. Tuttavia, Toninho Cerezo non ha mai escluso il suo utilizzo anche da trequartista. Per la tecnica a disposizione, può tranquillamente fare anche la mezz'ala in un centrocampo a tre. Certo, la mossa sbilancerebbe la squadra in avanti, ma in emergenza è una mossa possibile.
Dal punto di vista tecnico, Endo ha un buon bagaglio personale, specie sui piazzati. Non è un caso che spesso si stia prendendo la responsabilità di calciare i tiri da fermo al posto del più esperto e capitano Mitsuo Ogasawara, leader degli Antlers. Arrivati al limite dell'area, il suo mancino può creare numerosi problemi: una parabola liftata come la sua non ha molti eguali in J-League. E il tiro a giro sul secondo palo è la specialità della casa.

STATISTICHE
2007 - Kashima Antlers: 5 presenze, 0 reti
2008 - Kashima Antlers: 1 presenza, 0 reti
2009 - Kashima Antlers: 3 presenze, 0 reti
2010 - Kashima Antlers: 29 presenze, 5 reti
2011 - Kashima Antlers: 39 presenze, 3 reti
2012 - Kashima Antlers: 47 presenze, 11 reti
2013 - Kashima Antlers: 38 presenze, 9 reti
2014 - Kashima Antlers (in corso): 32 presenze, 11 reti

NAZIONALE
Per quanto riguarda la Nippon Daihyo, Endo casca malissimo. A parte il cognome pesante che porta (Yasuhito non è suo parente, ma è il primatista di presenze in nazionale), l'abbondanza in quel ruolo non gli ha mai permesso di aprirsi una porta per una convocazione. Persino per l'EAFF Asian Cup Zaccheroni l'ha ignorato e difficilmente sarà chiamato da Aguirre. A meno che il tecnico messicano non decida di sconvolgere un po' le acque e fare altri esperimenti.
L'unico passaggio simbolico in nazionale è stato quello avuto con una convocazione in un U-18 della regione del Tōhoku per la Coppa Sendai del 2005: all'epoca Endo gioca con Shinji Kagawa e mette in campo una buona prestazione. Infine, Endo ha presenziato a uno stage della nazionale U-20 nel 2007, ma non è rientrato nelle scelte per l'Olimpiade di Pechino dell'anno successivo.

LA SQUADRA PER LUI 
Ormai il ragazzo è nel pieno della maturità. Grazie alle ultime due stagioni spese con Toninho Cerezo, Endo ha imparato molti dei trucchi del mestiere: è pronto per il grande salto. Anche perché di classe '88 con questa esperienza nel calcio nipponico non ce ne sono molti. Il prezzo dovrebbe essere leggermente aumentato rispetto ai 750mila euro di marzo 2014, ma poco male: il ragazzo li vale tutti.

27.11.14

Goodbye Istanbul.

Tempi duri per i tecnici italiani all'estero. Lippi ha lasciato da vincente la Cina, Capello non ha superato il girone al Mondiale con la sua Russia e Di Matteo sta facendo maluccio con lo Schalke. Di tutti i tecnici italiani all'estero, però, quello più nei guai è certamente Cesare Prandelli: ieri è arrivata la matematica eliminazione da qualunque competizione europea con il 2-0 subito a Bruxelles in casa dell'Anderlecht. E a breve arriverà l'esonero dal club turco.

Prandelli al Mondiale brasiliano: quattro anni da ct dell'Italia.

Quando ha lasciato la nazionale a giugno, forse il Cesare italiano si aspettava qualcos'altro. Qualche merito, lungo la sua carriera, gli va anche dato. Prandelli ha fatto tanta gavetta tra prima squadra e giovanili dell'Atalanta. Poi i passaggi a Lecce, Verona (sponda Hellas), Venezia, fino ad arrivare a Parma. Lì crea la coppia Mutu-Adriano e regala al calcio italiano Alberto Gilardino. Arriva la Roma, ma la malattia della moglie gli fa lasciare i giallorossi dopo poche settimane. Quando nel 2005 riabbraccia il calcio con la Fiorentina, Prandelli alza il suo livello di credibilità: bel gioco, alta classifica e tanta Europa. Tra cui una semifinale di Coppa Uefa persa ai rigori.
La capacità di portare la Viola dalla quasi retrocessione alla Champions è il motivo per cui la Figc lo ha scelto come l'uomo per ricostruire dopo il disastro del Mondiale sudafricano di quattro anni fa. Una scelta giusta e un compito ingrato, al quale secondo me Prandelli ha adempiuto benissimo nei primi due anni. Ha dato fiducia a una coppia di pazzi come Cassano e Balotelli; in cambio, ha creato un gruppo e ha centrato una finale di un Europeo. Forse a quel punto qualche integrazione immediata sarebbe servita, ma Prandelli ha deciso di fidarsi dei suoi uomini e l'avventura di sei mesi fa in Brasile è stata la certificazione di come quel gruppo sia fallito. L'Italia di Prandelli nel biennio tra Euro 2012 e il Mondiale 2014 ha subito la stessa sindrome dell'Inter immediata post-triplete: c'era bisogno di cambiare qualcosa, ma non lo si è fatto. E le conseguenze sono arrivate solo dopo, come una valanga.
Dopo la delusione mondiale, Prandelli è ripartito dalla Turchia nel giro di dieci giorni. Il 24 giugno si è dimesso da ct azzurro dopo Italia-Uruguay, valsa l'eliminazione dalla Coppa del Mondo, e ha parlato di "progetto tecnico fallito". Poi il 3 luglio scorso ha firmato a inizio luglio con il Galatasaray un contratto da due milioni e mezzo di euro all'anno, che era appena stato lasciato da un altro tecnico italiano (Roberto Mancini). Tuttavia, le cose non stanno andando bene alla Türk Telekom Arena. Il Galatasaray non è in testa al campionato come molti si aspettavano, anzi ha subito un paio di pesanti sconfitte in trasferta. Inoltre, i rapporti con la proprietà non sono proprio idilliaci.
Tuttavia la goccia che farà traboccare il vaso è il rendimento in Champions: la sconfitta di ieri sera contro l'Anderlecht - un 2-0 senza repliche - estromette il Galatasaray da qualsiasi competizione europea. Un punto, nessuna vittoria, 15 reti subiti in cinque gare. E un dato statistico interessante: ieri la squadra turca ha concesso ai belgi la possibilità di vincere la loro seconda gara casalinga nei gironi di Champions... negli ultimi 12 anni! Se sommata al 3-0 interno subito sabato dal Trabzonspor, l'esonero è servito.


Ora il Galatasaray vedrà cosa fare. L'economia in Turchia non è florida come due anni fa, quando nell'inverno 2013 arrivarono sia Didier Drogba dalla Cina che Wesley Sneijder da Milano (qui l'articolo). Basti guardare al mercato di quest'estate, quando gli acquisti più pubblicizzati sono stati Dzemaili e Pandev dal Napoli nell'ultimo giorno di trasferimenti. Che, per altro, si stanno rivelando dei fallimenti, visto il loro rendimento deficitario.
Dal canto suo, Prandelli sta dimostrando grosse difficoltà nel gestire i gruppi che egli decide di creare. Pensiamo a Euro 2012: in quel caso, il progetto è stato quello di affidarsi totalmente e nuovamente ad Antonio Cassano, demiurgo di quella nazionale dal punto di vista tecnico. Assieme a lui, lo scalmanato Mario Balotelli, sul quale Prandelli ha lavorato alacremente. Se i primi due anni da ct hanno visto il centravanti poco prolifico, dopo Euro 2012 Super Mario si è sfogato: 12 reti in due anni, tra le quali alcune decisive. Tuttavia, questo non è bastato a confermare quanto di buono fatto vedere all'Europeo. Quando l'appuntamento della Coppa del Mondo si è avvicinato, il gruppo sembrava sfilacciato. Troppe tensioni, sfogate anche al termine del Mondiale dopo l'eliminazione, tra richiami interni e frasi sibilline.
Quasi lo stesso è capitato a Istanbul, se è vero che i supporters del Galatasaray avrebbero preferito evitare un altro allenatore italiano alla guida del club giallorosso. La piazza sta diventando intollerante alla gestione straniera: nelle ultime dieci stagioni, ci sono stati sette tecnici stranieri. L'unico in grado di vincere qualcosa è stato Eric Gerets, mentre gli altri hanno fallito. C'è addirittura a chi manca Fatih Terim, che almeno ha portato a casa qualche risultato (due campionati e i quarti di finale in Champions).
Inoltre, si è verificato anche un problema tecnico: la decisione di Prandelli di giocare con il 3-5-2 non ha aiutato il Galatasaray, non abituato alla difesa a tre. Uno schieramento che è stato distrutto in Europa sia dall'Arsenal (4-1) che dal Dortmund (4-0 e 4-1). La mancanza di comunicazione con il gruppo ha fatto il resto: secondo quanto riportato da alcuni, il buon Cesare parlerebbe ai giocatori solo in italiano. Non un gran modo di farsi intendere. Lui ha provato a giustificare le sconfitte europee: «Per noi l'obiettivo è il campionato». Una scusa che non è bastata: l'esonero è già pronto. Goodbye, Istanbul.

Cesare Prandelli, 57 anni, in crisi con il suo Galatasaray.