31.10.13

ROAD TO JAPAN: Genki Haraguchi

Buongiorno a tutti e benvenuti ad un altro numero di "Road To Japan", la rubrica del mio blog che cerca di portarvi alla scoperta dei migliori giocatori del Sol Levante, magari in procinto di comprare un biglietto di sola andata per l'Europa. Oggi voglio parlarvi di un giovane attaccante che, però, è sulla scena giapponese da molto tempo: è esploso quando aveva appena 18 anni e sta migliorando a vista d'occhio nell'ultimo biennio. Sto parlando di Genki Haraguchi, jolly offensivo degli Urawa Reds Diamonds.

SCHEDA
Nome e cognome: Genki Haraguchi (原口 元気)
Data di nascita: 9 maggio 1991 (22 anni)
Altezza: 1.77 m
Ruolo: Ala d'attacco, prima e seconda punta
Club: Urawa Reds Diamonds (2008-?)



STORIA
Nato a Kumagaya nel maggio 1991, figlio della prefettura di Saitama, il talento di Genki Haraguchi cresce non lontano da casa. A soli 12 anni, la sua squadra vince un torneo giovanile nazionale e lui è tra i protagonisti di quella vittoria: così, gli Urawa Reds - non lontani dalla sua città natale - lo notano e lo portano nelle loro giovanili sin dal 2004. Il ragazzo cresce sotto l'ala protettiva del club che ha appena vinto la Champions League asiatica e Haraguchi esordisce tra i "pro" a 17 anni appena compiuti. E' il 25 maggio del 2008 e Gert Engels, tecnico del club, lo fa esordire in Nabisco Cup contro il Nagoya Grampus. Le potenzialità sono lì e l'anno dopo, infatti, il giovane giocatore si ritrova con molto più spazio sul terreno di gioco: arrivano anche le prime due reti da professionista nelle 39 presenze stagionali del 2009. Quell'anno, oltretutto, il suo apporto è fondamentale anche per la squadra giovanile degli Urawa Reds: i Diamonds U-18 portano a casa la Takamado Cup, dopo il 9-1 con cui detronizzano i pari-età dei Nagoya Grampus. E quella competizione è importante anche per la sua carriera: dopo averlo visto all'opera, i Reds di Giappone gli fanno firmare il primo contratto da professionista. Il più giovane ad averlo avuto nella storia del club: anche questi sono record.
E' sempre il Nagoya a rappresentare pezzi importanti della sua carriera: sul campo dei Grampus, Haraguchi realizza il suo primo gol con la maglia degli Urawa. Con Tetsuya Tanaka, storico attaccante del club, fuori per infortunio, lo spazio aumenta per Haraguchi nella stagione successiva. Non solo: Genki non si è solamente disimpegnato come ala, ma ha cominciato a giocare anche al centro, facendo pratica in tale posizione. Il tecnico, Volker Finke, ha fiducia nel ragazzo e non manca mai di incoraggiarlo. Con il cambio di tecnico - out il tedesco, dentro Željko Petrović - il destino degli Urawa tende a peggiorare: non sono più la "powerhouse" di tempo e nel 2011 rischiano addirittura la retrocessione. Chi, invece, migliora le sue prestazioni è proprio Haraguchi: per la prima volta in carriera, l'ala tocca la doppia cifra stagionale, con 11 reti in 35 presenze. In termini di realizzazioni, poi, ne porta a casa alcune di ottima fattura (vedi quella nel derby di Saitama contro l'Omiya Ardija - minuto 0:20). In Nabisco Cup, l'Urawa perde la finale, ma Haraguchi viene segnalato come il giocatore da osservare per i prossimi anni.
Il giudizio si rivela positivamente giusto. Sulla panchina del club giapponese, cambia ancora il tecnico all'inizio del 2012: fuori un Petrović, dentro un altro. Se Željko lascia dopo un anno disastroso, arriva Mihailo, ex allenatore dei Sanfrecce Hiroshima. Il suo 3-4-2-1 ha portato Haraguchi a cambiare radicalmente ruolo: niente più cavalcate sull'esterno, ma tanto lavoro come seconda punta, se non addirittura come prima in alcuni casi. Il rapporto con il tecnico serbo, poi, non è stato dei più facili, poiché il numero 24 degli Urawa ha fatto parecchia panchina ad inizio stagione. Haraguchi è un ragazzo con molta personalità, in alcuni casi anche troppa: in Kashiwa-Urawa del 29 settembre 2012, Petrović è scontento della prestazione dell'attaccante e lo sostituisce dopo appena 27 minuti. La reazione di Haraguchi è stizzosa, tanto che il giocatore prende e va via, saltando la fase dei ringraziamenti ai tifosi nel post-partita (un "must" in Giappone): il club lo mette fuori rossa per la partita successiva e così il ragazzo è costretto a tornare su suoi passi. Haraguchi chiederà scusa non solo ai tifosi, ma anche ai compagni nell'allenamento del giorno dopo.
Ciò nonostante, la crescita dell'attaccante è stata esponenziale in questi due anni, così come quella del club, che è tornato al top della J-League. Terzo posto nel 2012, Haraguchi ha trascinato gli Urawa con i suoi sei gol in 37 partite. Quest'anno, tuttavia, sta andando anche meglio: mancano solo quattro giornate alla fine della J-League e gli Urawa sono secondi, a due punti dai leader dello Yokohama F. Marinos. C'è la possibilità di tornare a vincere quel titolo che manca da sette anni. Non solo: sabato ci sarà anche la finale di Nabisco Cup contro i Kashiwa Reysol, che permetterebbe al club di tentare la strada del "double". In tutto questo, sarà fondamentale l'apporto di Haraguchi, che finora ha numeri da record per la sua carriera: 12 reti in 35 presenze stagionali hanno già abbattuto le precedenti prestazioni dell'attaccante degli Urawa Reds.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Quando esplose giovanissimo, Haraguchi era un'ala sinistra d'attacco: capace di correre all'impazzata, spesso si accentrava per scagliare il suo destro dalla distanza o tentare la serpentina tra le maglie della difesa avversaria. Oggi le cose sono un po' cambiate: con l'arrivo di Mihailo Petrović sulla panchina degli Urawa Reds, Haraguchi ha giocato più spesso al centro del campo, disimpegnandosi anche da punta centrale. All'occorrenza può essere impiegato anche come esterno dei trequartisti in un 4-2-3-1, ma le sue scarne capacità difensive ne sconsigliano l'uso in quella posizione. Se uno volesse fare un confronto con altri giocatori giapponesi in questo momento sulla scena europea, si potrebbe dire che Haraguchi abbia la grinta di Shinji Okazaki e la sveltezza di gambe di Ryo Miyaichi: la continuità la sto trovando in quest'ultimo periodo.

STATISTICHE
2008 - Urawa Reds Diamonds: 1 presenza, 0 reti
2009 - Urawa Reds Diamonds: 39 presenze, 2 reti
2010 - Urawa Reds Diamonds: 34 presenze, 4 reti
2011 - Urawa Reds Diamonds: 35 presenze, 11 reti
2012 - Urawa Reds Diamonds: 37 presenze, 6 reti
2013 - Urawa Reds Diamonds (in corso): 35 presenze, 12 reti

NAZIONALE
Haraguchi ha avuto modo di giocare parecchio per le rappresentative giovanili del Giappone: convocato nel campionato asiatico U-18, spesso preso in considerazione da Sekizuka per l'U-23 che sarebbe andata a Londra. Tuttavia, per la sorpresa di molti, Haraguchi è stato poi ignorato dal C.T. della selezione olimpica e non è andato in Inghilterra. In nazionale maggiore, è ancora più difficile farsi vedere: il ruolo di seconda punta non esiste né nel 4-2-3-1, né nel 3-4-3 di Zaccheroni e gli esterni d'attacco sono già tantissimi. Diciamo che per giocare nella "Nippon Daihyo", Haraguchi dovrà fare ancora di più di quanto sta già facendo. Zac l'ha spesso convocato e lo ha fatto esordire contro il Vietnam nel 2011, ma non gli ha dato più di tre presenze sul campo in tre anni di guida del Giappone. Questo è un dato abbastanza indicativo sulle possibilità di Haraguchi con la nazionale giapponese. Nonostante ciò, l'attaccante degli Urawa Reds ha giocato due gare nella Coppa delle Nazioni dell'Asia Orientale dello scorso luglio: chissà se avrà modo di dimostrare a Zac che si sbaglia sul suo conto...

LA SQUADRA PER LUI
Haraguchi è ormai sulla scena da cinque anni: per molto tempo, è stato un talento discontinuo, nonostante le enormi potenzialità. Gli Urawa Reds lo hanno coccolato, ma lui è uscito alla distanza nell'ultimo biennio, anche grazie all'apporto di Petrović. Il tecnico serbo gli ha cambiato posizione e lo ha fatto crescere ulteriormente. Ora sembra pronto: tentare un'avventura europea a quasi 23 anni non appare un'eresia. Specie se il contratto non verrà rinnovato (è in scadenza nel dicembre 2014). In Italia, qualcuno lo aveva cercato: prima il Napoli nel gennaio 2012, poi il Pescara l'anno scorso. Chissà che qualcuno non torni su di lui, anche se spero possa esordire in un campionato dove c'è più pazienza: cominciare dall'Olanda o da una grande squadra in Belgio non sarebbe male. Da lì, la strada - per uno con un talento così - è tutta in discesa.

29.10.13

Divorzi incomprensibili.

I Tiromancino cantavano qualche anno fa: «Le incomprensioni sono così strane, sarebbe meglio evitarle sempre». Bene, proprio alcune incomprensioni stanno per muovere il mercato di gennaio attorno a due giocatori fondamentali per le proprie squadre nell'ultima stagione. Uno è stato il miglior giocatore dell'Europa League, l'altro l'MVP della finale di Champions: sto parlando di Juan Mata ed Arjen Robben, entrambi destinati a lasciare. Proprio i rispettivi tecnici - Mourinho e Guardiola - sono la causa principale del possibile addio.

I tifosi del Chelsea, per una volta, in disaccordo con Mou: vogliono Mata in campo.

Strana la vita: un giorno sei l'idolo incontrastato di una città e qualche mese dopo ti ritrovi ad uscire dopo venti minuti di una gara di campionato. No, gli infortuni non c'entrano: Arjen Robben è stato sostituito nell'ultima gara di Bundesliga contro l'Hertha Berlino. Il Bayern Monaco era passato in svantaggio e Guardiola non ha visto altre alternative: il tecnico dei bavaresi era notevolmente scontento della prestazione dell'olandese, tanto da condurlo a questa mossa clamorosa. Mossa che, per altro, ha pagato: Mandzukic è entrato al posto di Robben ed il croato ha segnato una doppietta decisiva per il 3-2 finale in favore dei campioni d'Europa.
Eppure, il calcio di Guardiola forse avrebbe solo dovuto ulteriormente consegnare alla storia il talento di Arjen Robben. L'olandese, giunto a Monaco di Baviera nel 2009, è stato decisivo per la scorsa Champions, ma anche per l'arrivo in finale del Bayern in altre due edizioni della massima competizione europea (2010 e 2012, entrambe perse). In particolare, nella sua prima stagione in Bundesliga, l'olandese sembrava devastante e solo «un Mondiale perso da protagonista» lo fece spostare dalla categoria dei top-player a quella dei semplicemente forti. Ciò nonostante, da quando il Pep è arrivato a Monaco, Robben non sembra essere più tanto contento. Lo screzio di sabato è solo la prosecuzione di quanto già visto durante la gara di Champions contro il Viktoria Plzen. Infatti, nonostante la grande vittoria dei bavaresi sui cechi, c'è stato un altro screzio fra l'olandese ed il tecnico del Bayern: il numero 10, memore di un rigore che non gli avevano lasciato calciare contro il Mainz, si è rifiutato di tirarne un altro durante la partita contro i campioni di Repubblica Ceca. Guardiola si è imputato, ma non c'è stato nulla da fare: l'ex Real non voleva saperne. Così, Ribery si è presentato sul dischetto e l'ex tecnico del Barca non ha mancato di far notare come l'olandese debba un po' schiarirsi le idee.
Insomma, Monaco non sembra più l'isola felice per Robben. Lui, così vicino al calcio totale degli olandesi, sembra un po' distante dal mondo Barca che il gioco di Guardiola esprime (nonostante quest'ultimo ripeta che non vuole costruire una seconda Barcellona in Baviera). Ha giocato parecchio quest'anno, ma l'impressione è che a breve qualcosa si spezzerà, se l'andamento delle sue relazioni con il tecnico del Bayern saranno su questo tono. Gli infortuni stanno dando finalmente un po' di tregua all'olandese, tanto che ha già segnato otto gol in 14 presenze stagionali. Tuttavia, il rischio è che a tagliargli le gambe possa esser qualcos'altro, lasciando così spazio ad ipotesi lontane, ma sempre possibili come la cessione: il calciomercato, come insegna qualcuno, non muore mai. E in fondo, dopo la vittoria in Champions con il suo gol decisivo, forse Robben potrebbe pensare al Bayern come ad un capitolo chiuso. Vedremo cosa accadrà quando tornerà dal problema all'inguine che per ora lo tiene ai box.

Arjen Robben, 29 anni, potrebbe lasciare Monaco di Baviera dopo quattro stagioni.

Se a Monaco si è tristi, a Londra certo non si ride. Il ritorno dello "Special One" era attesissimo, ma nessuno si aspettava quelle che fino ad ora si sono rivelate due mosse suicide, se non altro nella valorizzazione dei propri patrimoni. La prima è stata quella di dare nuovamente in prestito Romelu Lukaku: il centravanti belga sta facendo benissimo con l'Everton, dopo un'ottima ultima stagione al WBA. La seconda, ben più grave per i tifosi, è la messa in panca di Juan Mata. Lo spagnolo ormai era diventato un idolo delle parti di "Stamford Bridge": arrivato nell'estate del 2011 dal Valencia, il Chelsea è riuscito a vincere tantissimo con lui in campo. Una F.A. Cup nel 2012, senza dimenticare l'exploit in Europa. Prima la clamorosa Champions vinta a Monaco di Baviera contro il Bayern, poi la vittoria ad Amsterdam all'ultimo secondo contro il Benfica in Europa League. In entrambi i casi, Mata è stato fondamentale.
Non solo: i tifosi del Chelsea hanno ormai riconosciuto in lui un giocatore capace e troppo importante per le sorti dei "blues" di Londra. Non per nulla, lo spagnolo è stato premiato con il premio di miglior giocatore dell'anno da parte dei tifosi nelle ultime due stagioni: cioè, da quando c'è lui, i supporters lo considerano il migliore in campo da almeno due anni. Mica male per chi è costato molto, ma è arrivato in punta di piedi, senza grossi clamori. Mata è fatto così: non rapisce l'occhio per spettacolo, ma sa bene come si gioca a calcio e lo fa in maniera elegante e concreta. Infatti, l'alto numero di assist forniti in questo biennio non è certo sfuggito agli osservatori del calcio inglese.
Forse neanche a Mou, che però non ha esitato a metterlo da parte una volta ritornato a Londra. Così, tutto ad un tratto, uno dei talenti più puri di Spagna degli ultimi anni si è visto sbattere la porta in faccia. Il tecnico portoghese preferiva il brasiliano Oscar sulla trequarti, facendo così scaldare la panca a Mata. Negli ultimi tempi, le cose stanno andando leggermente meglio: lo spagnolo passa più tempo sul campo e stasera ha anche messo a segno il definitivo 2-0 dei "blues" sul campo dell'Arsenal in League Cup. Il primo gol stagionale in quella che Mata ha pensato come «la chance per fare la miglior annata della propria carriera»: insomma, lo spagnolo ci crede, ma le sirene di mercato chiamano. Infatti, il PSG - mai stanco di comprare qualcuno - pare pronto a prenderlo per ben 40 milioni di euro. Il contratto di Mata, per ora, è di ferro: l'ex fantasista del Valencia ha un legame con i "blues" fino al 2016: con tutta la concorrenza che c'è (De Bruyne, Hazard, Eto'o, Willian) ed il Mondiale alle porte, è possibile che il numero 10 del Chelsea ci faccia un pensierino. In ogni caso, strana la vita del "10": Robben e Mata sono due super-campioni, eppure c'è qualcuno che pensa alla remota possibilità di cederli. Sono divorzi che sarebbero incomprensibili per molti: figuriamoci per chi giocatori così non li ha mica in squadra.

Juan Mata, 25 anni, a colloquio con José Mourinho, 50: rapporto difficile.

26.10.13

L'escluso annunciato.

E' finito sulla bocca di tutti per quel gol fasullo realizzato in Hoffenheim-Bayer Leverkusen della scorsa settimana. Eppure, una volta finito il marasma, ci fosse stato qualcuno che abbia sottolineato come poi Stefan Kießling abbia segnato una doppietta in Champions League. Forse è questo il suo destino: quello dell'eterno sottovalutato. Nella Germania che sforna talenti e produce giocatori da esportazione, il bomber delle "aspirine" sembra destinato all'oblio mediatico. Per sempre.

Kießling a segno anche nell'ultimo turno di Champions: doppietta.

Chiaro, lungi da me santificarlo per un gesto che si poteva tranquillamente evitare. Kießling afferma come lui stesso non si fosse accorto del gol fasullo nella porta dell'Hoffenheim: veramente, l'unico a disperarsi per l'errore è proprio lui. Ciò nonostante, si celebrano le gesta di Balotelli e si cerca ogni volta di resuscitare Cassano: mi sono quindi chiesto perché mai non dovessi incensare le doti del centravanti del Bayer. E non ho trovato motivi validi per non farlo. Kießling, classe 1983, è quasi alla soglia dei trent'anni e ha dovuto aspettare molto per farsi apprezzare. Nato calcisticamente nel Norimberga, l'attaccante ha esordito in Bundesliga a soli vent'anni: dopo qualche anno di maturazione, ha lasciato il nido in cui è cresciuto per volare dalle aspirine". Infatti, il Bayer aveva visto qualcosa in lui e nella sua stagione 2005/2006, quando il centravanti andò in doppia cifra per la prima volta nella massima serie tedesca, il club di Leverkusen decide di acquistarlo per la cifra di sei milioni e mezzo. Il tutto avviene nonostante la concorrenza di Arsenal e Bayern Monaco sul giocatore, che fiutano l'affare, ma non lo concretizzano.
Dal 2007, tranne che in una stagione, Kießling ha raggiunto sempre la doppia cifra in stagione. Nei primi anni al Leverkusen, si fece vedere sopratutto per le sue prestazioni in campo europeo. Nel 2009/2010, nonostante la presenza dell'ottimo Patrick Helmes, il numero 11 del Bayer realizza ben 21 gol e trova il modo di far parte della squadra che arriverà terza al Mondiale sudafricano. Insomma, uno che migliora con l'età che avanza: non è un caso che a quasi trent'anni sia ormai considerato come un attaccante affidabile, tanto che il Bayer lo ha blindato con un contratto fino al 2017 e che Kießling è il top-scorer dell'ultima Bundesliga. I suoi 25 gol del 2012/2013 gli hanno permesso di finire davanti addirittura a Robert Lewandowski, ormai oggetto di molte squadre europee.
Intanto, Kießling rimane un patrimonio del club di Leverkusen: non per nulla, mercoledì ha timbrato una doppietta in Champions e continua ad essere una colonna dell'unica squadra che riesce a tenere il ritmo di BVB e Bayern Monaco. Lui non ha mai voluto lasciare la "Bay Arena", visto che sente di aver trovato la sua dimensione agli ordini di mister Hyppia: per questo, il bomber ha rifiutato offerte dal BVB, dal Chelsea e dalla Dinamo Kiev. Del resto, la maggior parte delle sue reti in Bundesliga sono stati realizzati con il Bayer: Kießling è uno dei pochi che può vantare di esser nel club dei centenari del gol, viste le attuali 119 marcature nella massima serie tedesca. E la partenza di quest'anno non è stata differente: dieci gol in 14 partite lo rendono uno degli attaccanti più in forma nel panorama europeo attuale.


Nonostante questi numeri di alto livello, le porte del Mondiale sono già chiuse per il bomber del Bayer. E no, non c'entra nulla lo spiacevole episodio accaduto contro l'Hoffenheim. Semplicemente, non c'è feeling tra il centravanti ed il C.T. della Germania, Joachim Löw. Il tutto nonostante Kießling abbia esordito con la maglia della nazionale tedesca proprio sotto "Jogi": dopo qualche presenza con l'U-21, il giocatore del Bayer fu addirittura convocato per il Mondiale sudafricano del 2010. Per carità, non fu uno dei giocatori fondamentali: all'epoca, il bomber principe della "nationalmannschaft" era Miro Klose, tuttora presente nei ranghi della Germania. Tuttavia, Kießling ebbe modo di giocare un paio di spezzoni. Riuscì anche a comparire persino nella finalina per il terzo posto contro l'Uruguay. Insomma, la sua carriera in nazionale - nonostante le presenze di Mario Gomez e della leggenda Klose - sembrava poter decollare.
Invece, le cose sono andate ben diversamente. Il rapporto tra Kießling ed il C.T. tedesco si è fatto molto conflittuale. L'infortunio sembrava aver tolto di mezzo il centravanti del Leverkusen, ma quando Kießling è tornato e ha ricominciato a segnare con continuità nel 2012 i problemi sono riemersi. Ci si è chiesti se "Jogi" avrebbe chiamato Kießling per l'Europeo dell'anno passato: niente da fare, è rimasto fuori. E a nulla sono serviti i gol della scorsa stagione, visto che il bomber del Bayer è rimasto fuori. A questo punto, ci ha pensato lo stesso Kießling a chiarire le cose, con una dichiarazione al vetriolo rilasciata alla "Bild": «L'ho già detto una volta, ma lo ripeterò di nuovo: non ci saranno partite in nazionale per me finché il C.T. sarà Löw».
E così tanti cari saluti al Mondiale brasiliano, che Kießling avrebbe probabilmente giocato. Già, perché tre attaccanti in una nazionale dal profilo fortemente offensivo non sarebbero certo risultati uno scandalo e perché lasciar fuori il top-scorer della Bundesliga sembra molto difficile. Non per Löw, che ha probabilmente chiuso la carriera di Kießling in nazionale: infatti, il C.T. ha rinnovato qualche giorno fa fino al 2016, quando il giocatore del Bayer Leverkusen sarà ormai un 33enne. Magari sempre dal gol facile, ma sarà un 33enne. E con i nuovi talenti tedeschi che nascono ogni volta, sarà difficile per Kießling riciclarsi un'altra volta. Tuttavia, mai darlo per morto: sono anni che lo sottovalutano e, intanto, lui è arrivato nella top ten dei bomber della Bundesliga. Diamogli tempo: potremmo avere a che fare con dei ripensamenti. Per ora, Kießling è l'escluso annunciato: otto mesi al Mondiale e lui sa già che non ci sarà. Altro che Ibra o CR7: il tedesco, purtroppo, questo primato l'ha già stabilito. Gol fantasma o meno.

Stefan Kießling, 29 anni, e Joachim Löw, 52: un rapporto che non si ricucirà.

22.10.13

Ricomincio da Sochaux.

La Francia ha avuto modo di riaccogliere nel week-end un suo patriota del tutto particolare. Hervé Renard non è mai stato uno dalle scelte banali e la voglia di risollevare il Sochaux non ha esulato da tale caratteristica. Alla prima da neo-allenatore dei "lionceaux", l'ex allenatore dello Zambia ha subito portato a casa un 2-2 contro il Monaco primo in classifica di Claudio Ranieri. Un'impresa degna di quanto aveva fatto in Africa e che ridà ossigeno al club di Montbéliard.


E pensare che Renard poteva essere altrove a quest'ora. Magari a preparare il primo Mondiale da commissario tecnico. Invece, niente da fare: il suo Zambia non è riuscito a superare l'ostacolo Ghana e così ha dovuto rinunciare alla partecipazione alla Coppa del Mondo. Tutto ciò nonostante i grandi risultati ottenuti con la nazionale africana: nessuno potrà mai dimenticare l'exploit dello Zambia nella Coppa d'Africa del 2012. Arrivata tra l'indifferenza generale, i "Chipolopolo" riuscirono prima a far fuori il Ghana in semifinale, poi a battere la Costa d'Avorio di Drogba nella finale di Libreville. Fu un'edizione storica ed una vittoria meritata, a 19 anni dal disastro aereo che - proprio in Gabon - distrusse la nazionale dello Zambia, uccidendo 18 giocatori ed il proprio allenatore tra le 30 vittime di quella tragica vicenda.
Anni dopo, la nazionale ha saputo rialzarsi proprio grazie al lavoro di Renard, già C.T. dello Zambia dal 2008 al 2010. Un lavoro che aveva già portato i "Chipolopolo" ai quarti della Coppa d'Africa proprio del 2010: un risultato passato inosservato, ma che aiuta a capire la crescita della nazionale sudafricana. Dopo l'intermezzo (disastroso) di Dario Bonetti, Renard è tornato e ha vinto con sorpresa l'edizione del 2012. Non è andata altrettanto bene l'anno dopo, quando lo Zambia è uscito nel girone eliminatorio e non ha saputo collezionare più di tre pareggi. L'eliminazione ha portato Renard a riconsiderare i suoi piani per il futuro e l'eliminazione dalla corsa al Mondiale ha fatto il resto: a quel punto, la separazione tra lui e lo Zambia è diventata consensuale, in attesa di una nuova avventura. Intanto, Renard ha comunque lasciato la nazionale ad un uomo di fiducia: il nuovo C.T. è infatti Patrice Beaumelle, suo assistente negli ultimi quattro anni. Inoltre, Renard ha permesso anche lo Zambia avesse un futuro: nella Coppa delle Nazioni Sudafricane, lo squadra ha vinto con una compagine sperimentale, formata da molti giovani e che lascia ben sperare per il proseguo della sua storia.
La decisione di lasciare lo Zambia, del resto, è normale: il buon Hervé non tornava in Europa da molto ed è sempre stato un uomo dalle scelte per lo meno originali. Assistente dell'allenatore in Cina, Cambridge United per qualche mese, poi tecnico dell'AS Cherbourg per un paio di stagioni. A quel punto, la voglia di cambiare e l'Africa in tutte le sue sfumature: C.T. dello Zambia, qualche mese con l'Angola, poi l'USM Alger. Con il club algerino, il 2011 non è bastato per far scoccare l'amore tra le due parti e così, quando lo Zambia lo ha richiamato, Renard è corso dal primo amore. Fino all'eliminazione dalla corsa al Mondiale brasiliano: in quel momento, il francese ha capito che era ora di lasciare e di tornare al vecchio continente, magari alla ricerca di una nuova sfida impossibile.

Renard e la notte magica di Libreville: lo Zambia vince la Coppa d'Africa.

Quella sfida impossibile è il Sochaux, al quale Renard si è messo alla guida, per provare a scrivere un'altra pagina di storia. Il club gialloblu, mai retrocesso da quando è stata inaugurata la Ligue 1, è uno dei fondatori della prima divisione francese così come la conosciamo oggi. Insieme a OM, Montpellier, Nizza e Rennes, la squadra fondata dai Peugeot non è mai scesa in seconda categoria e vorrebbe mantenere tale primato. Tuttavia, le cose si sono fatte difficili per i "lionceaux": solo cinque punti nelle prime sette giornate, con il 4-1 di Bordeaux a complicare il tutto. Alla fine, la società ha deciso di separarsi dall'allenatore, Eric Hély, e dare la squadra al simbolo Omar Daf, che ha giocato 15 anni per la società gialloblu. Niente da fare: neanche la mossa dell'interim ha funzionato. Ecco allora la mossa Renard nella pausa per le nazionali: le due settimane sono servite, visto che il tecnico francese è stato in grado di tirare fuori il massimo dai suoi. Il 2-2, in rimonta, contro il Monaco dimostra come molte cose debbano esser aggiustate, ma che il materiale ci sia per tentare l'impresa.
In più, Renard ha lasciato lo Zambia, ma ha ritrovato un pizzico di "Chopolopolo" nel Sochaux: infatti, il club gialloblu ha preso in prestito dal Southampton l'attaccante Emmanuel Mayuka. Persosi in Premier, aveva fatto bene allo Young Boys ed era una delle colonne della nazionale di Renard. Ora, insieme, possono tentare di ribaltare la situazione, proprio come successo sabato pomeriggio contro il Monaco. Il tecnico è pronto all'ennesima missione: non sarà difficile come vincere la Coppa d'Africa con lo Zambia, ma salvare il Sochaux, quest'anno, non sarà affatto facile. Ma quella camicia bianca, che si agita sempre in piedi accanto alla panchina, può dare la carica giusta. Hervé ha deciso: ricomincia da Sochaux. Con lo stesso obiettivo di sempre: stupire tutti.

Hervé Renard, 45 anni, è pronto all'ennesimo miracolo, stavolta col Sochaux.

18.10.13

Urla (di gioia) da Sarajevo.

Martedì l'epicentro del calcio si è spostato a Vilinus, Lituania. Nella capitale di una delle tre repubbliche baltiche si è scritto un pezzo di storia del recente passato: la Bosnia, trionfando sui padroni di casa per 1-0, si è classificata prima nel suo girone. Battuta la Grecia per differenza reti. E così, i bosniaci possono festeggiare l'ingresso al Mondiale della prossima estate: sarà la prima volta per loro. Una gioia così grande da portare molte persone ad urlare per le strade di Sarajevo.

I tifosi bosniaci in festa per le strade di Sarajevo: al Mondiale per la prima volta.

E pensare che, fino a qualche anno fa, queste urla erano tutt'altro che gioiose: la guerra, dal 1991 al 1995, ha raso al suolo molte delle speranze della popolazione. Eventi come l'assedio di Sarajevo ed il massacro di Srebrenica non possono (e non devono) esser dimenticati. Fino all'indipendenza del 1992, i bosniaci facevano parte dell'ex Yugoslavia, nazione piena di talenti: non per nulla, da essa sono uscite almeno quattro nazionali che hanno poi partecipato ai Mondiali da indipendenti (Slovenia, Croazia, Serbia e la stessa Bosnia). Una repubblica federale che ora ha un futuro anche calcistico: da qualche anno, la nazionale bosniaca si era segnalata per i buoni risultati, dovuti anche alla crescita di diversi giocatori che stanno sfondando a livello internazionale.
Se si va ad analizzare il percorso dei "dragoni", si trova una squadra sempre più sulla bocca di tutti. Sembra passata un'eternità dalla prima vittoria ufficiale della nuova Bosnia, che batté nel novembre 1994 addirittura gli allora vice-campioni del mondo, ovvero l'Italia di Arrigo Sacchi. Una nazionale che, visto il serbatoio di talento da cui poteva attingere (l'ex Yugoslavia), avrebbe avuto ben presto le soddisfazioni che cercava. Nelle qualificazioni per Euro 2004, la Bosnia sfiorò la vittoria del suo gruppo, salvo doversi accontentare del quarto posto. Sei anni dopo, nel percorso verso il Mondiale sudafricano, la Bosnia riuscì ad arrivare seconda nel gruppo della Spagna di del Bosque. Merito anche di Miroslav Blažević, l'uomo che portò la Croazia sul podio del Mondiale di Francia '98. Ai play-off, i "dragoni" sfidarono il Portogallo, uscendo sconfitti dal doppio confronto: un doppio 1-0 ed una chance sfumata. Sfortunatamente per loro, i lusitani si pararono ancora sulla loro strada, stavolta nel cammino verso Euro 2012. Dopo aver sfiorato il primo posto nel girone davanti alla Francia, i bosniaci persero 6-2 nel doppio confronto con il Portogallo: decisiva fu la sconfitta di Lisbona, con CR7 e compagni scatenati.
Al sorteggio per il girone di qualificazione verso il Mondiale brasiliano, qualcuno a Sarajevo avrà sperato nel miracolo. Il gruppo della Bosnia era onestamente fattibile: Grecia, Slovacchia, Lituania, Lettonia e Liechtenstein. Visto il livello medio del girone G, non era impossibile pensare ad una Bosnia in corsa per la qualificazione diretta. Anche perché il C.T. era cambiato ed i giocatori più rappresentativi erano ormai cresciuti. Gli ellenici si sono rivelati un avversario tosto, ma la vera svolta c'è stata quando la Bosnia ha ospitato proprio la Grecia in casa: uno scontro diretto, vinto per 3-1, che ha fatto capire come i "dragoni" avrebbero potuto farcela. Inoltre, il potenziale offensivo della Bosnia era di gran lunga migliore rispetto a quello ellenico e questo ha portato ad una differenza reti molto più ampia (+24 contro +8 e 30 segnati contro 12). La squadra di Sušić ha rischiato di complicarsi la vita, quando ad inizio settembre ha perso l'unica gara del cammino di qualificazione contro la Slovacchia, per altro in casa. A quel punto, la Grecia è tornata a pari punti con gli avversari. Fortunatamente per i bosniaci, il gol di Ibisevic al minuto 67 di Lituania-Bosnia ha sancito la vittoria degli ospiti e la loro qualificazione diretta al Mondiale del prossimo giugno. Una prima volta che difficilmente sarà dimenticata dalle parti di Sarajevo.


Come detto, era difficile pensare ad una Bosnia nuovamente agli spareggi, visto la squadra di cui dispone. In porta, Asmir Begovic rappresenta una garanzia, tanto da giocare da titolare in Premier League con la maglia dello Stoke City. La difesa rappresenta il punto più sensibile della formazione di Sušić: non c'è nessun grande nome, se escludiamo il capitano Emir Spahić, attualmente al Bayer Leverkusen. Tuttavia, se si sale con il baricentro, a centrocampo troviamo dei buoni giocatori: dal vecchio cuor di leone di Elvir Rahimić, 37 anni ed un decennio con il CSKA Mosca, al talentuoso Izet Hajrović, colui che doveva essere svizzero e, invece, è diventato bosniaco. Infatti, il giovane talento del Grasshoppers aveva già giocato con la maglia della nazionale elvetica, seppur in amichevole. Poi, il ripensamento e la convocazione con la Bosnia, con tanto di immediato ed importante gol contro la Slovacchia.
Ci sono poi le super-stelle. Zvjezdan Misimović non sarà più lo stesso che incantò con la maglia del Wolfsburg ed il suo record di 20 assist stagionali, ma rimane un giocatore importante. Non a caso, è il più presente con la maglia della Bosnia nell'intera storia della nazionale e, nonostante giochi ormai in Cina, rimane un fattore importante per la squadra. Così come lo è Miralem Pjanić, ormai pezzo da 90 in ambito europeo e star nella nuova Roma di Garcia. Senza dimenticare le sgroppate di Senad Lulić, esterno della Lazio, ed il tiro potente di Sejad Salihović, jolly e capitano dell'Hoffenheim. Fino ad arrivare ai due attaccanti. C'è chi in Europa è conosciutissimo, come Edin Džeko, ariete del Manchester City; c'è chi, invece, ha una fama minore, come Vedad Ibišević. Tutto ciò nonostante entrambi vadano in doppia cifra stagionale dal 2008/2009 e, anzi, il secondo stia andando meglio del primo fino ad ora.
Nel miracolo bosniaco, è stato importante anche uno come Safet Sušić. Idolo dei tifosi yugoslavi e del Paris Saint-Germain durante gli anni '80, l'ex attaccante ha avuto una grande carriera. Ciò nonostante, non è stato capace di ripetersi come allenatore, fino a che non ha nuovamente incrociato la sua terra natia. Quando è stato nominato C.T. della Bosnia nel dicembre 2009, l'inizio non è stato esaltante. Tuttavia, Sušić ha avuto il merito di trovare la quadratura del cerchio e di costruire una squadra in grado di spaventare chiunque. Alla fine, la Bosnia ha raggiunto il Mondiale senza passare per i play-off e la squadra ha toccato anche il massimo piazzamento nella storia per quanto riguarda il ranking FIFA, con il 13° posto dello scorso agosto. Adesso, alla kermesse brasiliana, i "dragoni" dell'ex Yugoslavia si presenteranno con un curriculum di tutto rispetto ed una squadra che può stare in quella manifestazione. Vedremo se Džeko e compagni saranno ancora capaci di levare qualche urla (di gioia) da Sarajevo. Come martedì sera.

Safet Sušić, 58 anni, è il C.T. della Bosnia, nonché simbolo nazionale.

15.10.13

UNDER THE SPOTLIGHT: Giuliano Victor de Paula

Buonasera, ragazzi, e benvenuti ad un altro numero della rubrica "Under The Spotlight", lo spazio che vi mette in mostra i più interessanti talenti del panorama europeo. Oggi mi voglio soffermare su un ragazzo che è da diversi anni in Ucraina e che l'anno scorso è definitivamente esploso. Brasiliano, classe 1990, ha un grande futuro davanti a lui. La prossima estate, se non addirittura il prossimo inverno, potrebbe essere in partenza: sto parlando di Giuliano Victor de Paula, semplicemente "Giuliano", centrocampista del Dnipro Dnipropetrovsk.

SCHEDA
Nome e cognome: Giuliano Victor de Paula
Data di nascita: 31 maggio 1990 (età: 23 anni)
Altezza: 1.72 m
Ruolo: trequartista, centrocampista centrale
Club: Dnipro Dnipropetrovsk (2010-?)



STORIA
Nato nel maggio 1990, Giuliano è originario di Coritiba. Prodotto del vivaio Paraná Clube, il ragazzo esordisce a soli 17 anni con il club. Egli viene nominato "giocatore rivelazione" per la seconda divisione ed il Brasile comincia a sentir parlare di lui. Due anni di crescita ed arriva l'Internacional: quasi cinque i milioni di euro che servono a strappare il giovane centrocampista al Paraná. Tuttavia, Giuliano non manca di dimostrare che quei soldi li vale tutti: se il primo anno è di ambientamento, nel secondo esplode. Il trequartista è fondamentale sopratutto per la seconda Copa Libertadores della storia del club, quando Giuliano diventa decisivo nella fase ad eliminazione diretta. Nei quarti di finale contro l'Estudiantes, un suo gol all'88' della gara di ritorno fa passare l'Internacional; nelle semifinali contro il San Paolo, segna la rete-vittoria nell'andata. Infine, Giuliano timbra il cartellino anche in finale, in entrambe le gare contro il Guadalajara. In tal modo, viene eletto MVP della competizione e rimanere in patria diventa praticamente impossibile.
La corsa al nuovo nome del calcio verdeoro è vinta dal Dnipro Dnipropetrovsk, squadra ucraina che prova a seguire le orme di Dinamo Kiev e Shakhtar Donetsk. L'acquisto di Giuliano rientra in questo quadro, vista la forza del giocatore in questione: 11 milioni di euro convincono l'Internacional a lasciar andare il suo asso. A volerlo è Juande Ramos, il nuovo tecnico del club: lo spagnolo ha bisogno di un play-maker creativo nel suo reparto offensivo ed il prescelto è il brasiliano. Che ha il solito rendimento: qualche mese di adattamento (anche al freddo) ucraino, poi l'esplosione. Un'esplosione avuta sopratutto nella stagione passata: 41 presenze e 11 reti certificano la sua maturazione anche a livello europeo, con tanto gol di Napoli. Ora si tratta di confermarsi: questa è, probabilmente, la parte più difficile.

CARATTERISTICHE TECNICHE
A livello di "skills" sul campo, Giuliano sembra ricordare tanto quell'Hernanes che in Italia sta facendo bene da ormai tre stagioni. E anche l'ex Internacional, in Ucraina, non si sta smentendo. Trequartista naturale, bel tiro dalla distanza e sopratutto una grande capacità d'inserimento. E' per questo che può ricoprire anche il ruolo di centrocampista centrale. La sua grande duttilità ha permesso a Juande Ramos di utilizzarlo un po' ovunque: esterno d'attacco nel 4-3-3, trequartista nel 4-3-1-2 e nel 4-2-3-1. In Brasile, in emergenza, giocava anche da esterno destro in un 4-4-2. Il brasiliano deve ancora sviluppare un po' di fisico e metter su qualche muscolo: si farà anche sotto questo punto di vista.

STATISTICHE
2007 - Paraná Clube: 10 presenze, 1 reti
2008 - Paraná Clube: 7 presenze, 5 reti
2009 - Internacional de Porto Alegre: 46 presenze, 6 reti
2010 - Internacional de Porto Alegre: 56 presenze, 15 reti
2010/2011 - Dnipro Dnipropetrovsk: 11 presenze, 0 reti
2011/2012 - Dnipro Dnipropetrovsk: 26 presenze, 1 reti
2012/2013 - Dnipro Dnipropetrovsk: 41 presenze, 11 reti
2013/2014 - Dnipro Dnipropetrovsk (in corso): 7 presenze, 2 reti

NAZIONALE
Giuliano è sempre stato ben visto nelle rappresentative giovanili brasiliane: prima U-17, poi U-20. Addirittura, il centrocampista capitanò la squadra che arrivò seconda al Mondiale di categoria, battuta in finale del Ghana. Per Giuliano, arrivò anche il riconoscimento del Pallone di Bronzo, come terzo miglior giocatore del torneo. Tuttavia, è mancato lo step successivo: sarebbe potuto esser materiale per l'Olimpiade di Londra, ma Menezes non l'ha chiamato.
E in prima squadra non sta andando meglio: dopo l'ottimo periodo con l'Internacional, è scomparso un po' dal radar del C.T. Scolari. Se Menezes l'aveva per lo meno preso in considerazione, il vecchio Filipao si tiene i suoi ragazzi e non c'è spazio per Giuliano. Un peccato onestamente: è chiaro che, nel ruolo di trequartista, sarebbe difficile farsi largo. C'è Oscar, c'è Bernard: due fenomeni. Ma Giuliano potrebbe venir utile anche da centrocampista centrale e chissà che Scolari non ci ripensi. In fondo, due piedi come i suoi potrebbero sempre venir utili.

LA SQUADRA PER LUI
A giudicare dalle sue capacità, Giuliano potrebbe giocare un po' ovunque. Ad esempio, sarebbe bellissimo vederlo in Italia, specie in una squadra come la Fiorentina: lui dietro Rossi e Gomez? Spettacolo da 3-4-1-2 ben pensato. Tuttavia, smuoverlo da Dnipro sarà difficile: le squadre ucraine non hanno certo bisogno di soldi per vendere. Lo fanno solo se costrette (vedi la vendita di Mkhitaryan al BVB per 27 milioni!). Lui, intanto, ha confessato qualche mese fa che gli piacerebbe tornare in Brasile: non impossibile, se si pensa l'attuale potere economico dei club verdeoro. Tuttavia, non sarebbe meglio vedergli fare un altro step avanti? Il Dnipro rappresenta una buona piazza, dove fanno buon calcio ed ottengono risultati. Ma, semmai dovesse andar via, consiglio a Giuliano di scegliersi una bella meta in Italia o Spagna: farebbe faville. Del resot, ai tempi del suo addio all'Internacional, lo cercava il Barcellona. Nonostante fosse (e sia) molto sottovalutato.


13.10.13

Mine vaganti.

Spesso, all'alba di una nuova competizione, si fa la scommessa su chi potrebbe essere l'underdog, la cenerentola che sorprende tutti. Se si parla dei prossimi Mondiali in Brasile, Golden Goal: The Blog non ha mai nascosto quali fossero le possibili rivelazioni del prossimo futuro. Se uno volesse puntare cinque euro su una squadra, non potrebbe farlo, perché sono due le mine vaganti della prossima Coppa del Mondo. Della Colombia ho già parlato abbondantemente; tuttavia, venerdì il Belgio ha messo le mani sulla qualificazione in Brasile e ci sarà da divertirsi.

Il Belgio torna ai Mondiali dopo 12 anni, dopo l'ultima partecipazione del 2002.

Infatti, il piccolo paese dell'Europa del Nord torna alla massima manifestazione calcistica dopo 12 anni. Era il 2002 quando il Belgio affrontò l'ultimo Mondiale: anzi, fu l'ultima comparsata in una competizione di un certo livello. Niente Europei, niente viaggio in Germania e Sud Africa: il Belgio era scomparso dai radar del calcio. Dopo un'epoca di vent'anni - dal 1980 al 2002, con sei partecipazioni consecutive al Mondiale - in cui c'era sempre stato, per altro in primo piano. Con giocatori di grande talento, come quando ottenne il quarto posto al Mondiale messicano del 1986. Se non fosse stato per Maradona, forse quella compagine di Scifo e compagni sarebbe arrivata persino in finale. Invece, l'occasione fu mancata; tuttavia, c'era una certa tradizione.
Poi, il grande buio degli ultimi dieci anni: il Belgio sembrava ormai una squadra dimenticata, incapace di riprodurre quel periodo d'oro degli anni '80. Beh, i timori sono stati spazzati via nell'ultimo biennio: grazie alla crescita di campioncini provenienti dai propri vivai e alla nomina di Marc Wilmots come C.T., i diavoli rossi" sono tornati agli onori della cronaca. Tanto da staccare il biglietto per il Brasile con un turno d'anticipo. Un miracolo reso possibile sopratutto dall'abile mano di Marc Wilmots: qualcuno se lo ricorderà in campo, quando con la maglia dello Schalke 04 vinceva la Coppa UEFA alla fine degli anni '90. Oppure quando dava il meglio di sé con il Belgio ai Mondiali, segnando sia nell'edizione di Francia '98 che in quella nippo-coreana del 2002. Un record, visto che è il giocatore belga che più ha segnato nelle fasi finali di una Coppa del Mondo. E avrebbe potuto allungare tale record, se un suo grandissimo gol negli ottavi di finale contro il Brasile - una stupenda rovesciata - non fosse stato annullato inspiegabilmente.
Un eroe in patria, Wilmots si è messo al servizio del suo paese, dopo aver smesso di giocare: assistente dal 2009 al 2012, poi è passato alla guida in prima persona, visto che la nazionale belga faceva fatica ad ottenere risultati. Il mago Wilmots è riuscito a cambiare molto: dal novembre 2011, la nazionale ha perso due sole partite - per altro amichevoli - contro Inghilterra e Romania, entrambe in trasferta. Perciò, il commissario tecnico che doveva essere solo di passaggio non ha perso ancora una gara ufficiale. Anzi, durante il girone di qualificazione al Mondiale brasiliano, il Belgio è imbattuto, con otto vittorie ed un pareggio in nove partite. La squadra ha impattato solo con la Croazia in casa, mentre ha vinto tutte le trasferte giocate: proprio una vittoria esterna, in quel di Zagabria, ha chiuso il discorso qualificazione e ha permesso a Kompany e compagni di timbrare il biglietto per il Brasile con una giornata d'anticipo. Non male per chi non vede il Mondiale da poco più di un decennio.

Marc Wilmots, 44 anni, C.T. del Belgio: i miracoli ora li fa in panchina.

Se l'artigiano conosceva bene su cosa doveva lavorare, c'è anche da dire che il materiale a sua disposizione era di tutto rispetto. Il Belgio negli ultimi anni ha tirato fuori così tanti talenti che c'è il serio rischio che qualcuno rimanga fuori dalla lista dei 23 che partiranno per il Brasile. Un materiale levigato fin dalla tenera età e di cui si prende il merito sopratutto gente come Jean-François de Sart: allenatore dell'U-21 per 12 anni, ha condotto la squadra alla semifinale dell'Europeo di categoria del 2007, che è valsa la qualificazione all'Olimpiade di Pechino. Lì, de Sart ha guidato l'U-23 al quarto posto finale e, nel cammino, i piccoli "red devils" hanno fatto fuori persino l'Italia. Già lì si era visto il grande materiale con cui si poteva lavorare: giocatori come Kompany, Vermaelen, Fellaini, Witsel, Dembelé e Mirallas erano prospetti, oggi sono uomini su cui si può contare. Alcuni di loro, come Jan Vertonghen, hanno pure cambiato ruolo: nato centrocampista, il giocatore del Tottenham ormai si è imposto come centrale di forza mondiale.
A questi vanno aggiunti altri nomi che attraggono l'occhio del tifoso appassionato. I due portieri, Courtois e Mignolet, giocano per Atletico Madrid e Liverpool e sono molto, molto bravi: è dai tempi di Pfaff e Preud'homme che non si vedeva un patrimonio del genere. Viene quasi da star male a pensare che uno dei due il Mondiale lo vedrà dalla panca. E Gillet è squalificato, altrimenti sarebbe stato un terzetto da paura. Una difesa puntellata da una fiocina di centrali: oltre a quelli sopracitati, vanno nominati anche Alderweireld dell'Ajax e Van Buyten del Bayern. Proprio quest'ultimo è l'unico sopravvissuto dell'ultima avventura dei belgi ai Mondiali nippo-coreani. L'unico peccato? Forse mancano dei terzini degni di questo nome. Se si passa al centrocampo, escono anche i nomi di Defour del Porto, Nainggolan del Cagliari (sì, può star fuori dalla nazionale belga attuale) e di De Bruyne del Chelsea. Quest'ultimo si è fatto valere persino sotto gli occhi severi di José Mourinho, tanto da diventare parte della rotazione del tecnico portoghese nel suo secondo mandato "blues". E che dire del reparto offensivo? Con il 4-3-3, i belgi possono contare su un arsenale di tutto rispetto, in cui spicca la stella di Eden Hazard: il fantasista, sempre del Chelsea, è pronto a prendersi la scena in Brasile, dopo aver ampiamente dimostrato di saperci fare anche con la maglia del Lilla.
Tuttavia, il vero pezzo forte del tridente d'attacco è la boa, visto che il Belgio ha due scelte da non dormirci la notte: Christian Benteke e Romelu Lukaku. Uno dei due dovrà star in panchina, mentre l'altro si prenderà la gloria. Per altro, i due hanno storie ben diverse. Benteke è spuntato sulla scena l'anno scorso, quando ha stupito tutti nella sua prima stagione di Premier League con la maglia dell'Aston Villa: 23 gol stagionali lo hanno trascinato in nazionale. Diversa è la storia di Lukaku, un classe 1993 che è un predestinato: cresciuto con l'Anderlecht e soprannominato il "nuovo Drogba", l'attaccante ha esordito a 16 anni e vinto la classifica capocannonieri a 17. Ora, ha costretto Mourinho a mangiarsi le mani per averlo mandato nuovamente in prestito, stavolta all'Everton, dopo un grande anno con il WBA. E venerdì ha spazzato via la difesa croata con un coast-to-coast eccezionale. Un consiglio personale per chi scommette: se avete cinque euro, buttateli sul Belgio. Sarà un ottimo investimento, ve lo garantisco: questi sono delle mine vaganti. Per chiunque.

Romelu Lukaku, 20 anni, si prepara al primo Mondiale. Da protagonista.

10.10.13

Un affare sommerso.

Wikipedia è una miniera di sorprese. L'enciclopedia on-line con il maggior numero di informazioni e voci presenta questo quadro alla voce "adil rami": il calciatore francese è già dato al Milan, con tanto di numero assegnato (il 4). Tutto ciò nonostante ci sia solo l'ufficiosità dell'eventuale trasferimento da Valencia: infatti, Rami è sul mercato per un litigio con la società. E in questa situazione potrebbe nascondersi uno degli affari dell'anno: non per nulla, Roma e Napoli, oltre lo stesso Milan, sono alla finestra.

Rami con la maglia del Valencia: il difensore è in Spagna dal 2011.

Classe 1985, Rami è uno dei difensori più interessanti che c'è attualmente sull'intero panorama internazionale. Proprio per questo, sul centrale non ci sono solo le italiane, ma fioccano i nomi di importanti club a livello europeo: Manchester City, Arsenal, Borussia Dortmund e Rubin Kazan si sono fatti sotto per il francese. Un ragazzo, Rami, che sette anni fa nessuno conosceva: infatti, il centrale ha esordito con la maglia del Fréjus in quarta divisione, dove ha giocato per tre anni. Per altro, nel club del sud della Francia è stato per ben 12 anni, contando anche le giovanili: una sorta di legame a vita per Rami, nato da genitori marocchini in quel di Bastia e trasferitosi lì quando era poco più che un ragazzino. A quel tempo, il calcio era solo un hobby per il francese: non per nulla, Adil lavorava per il municipio della città, al fine di mantenersi.
Grazie all'invenzione del suo allenatore ai tempi del Fréjus, Rami si è riciclato in campo: il passaggio da centrocampista offensivo a difensore è stato fondamentale per lui. Così, nel 2006, è arrivato il Lilla: superato il provino, Rami ci ha messo un po' ad esordire. Dopo una prima stagione d'apprendistato - con sole due presenze - nella seconda annata è riuscito ad imporsi in maniera più efficace: nonostante un infortunio che ha rischiato di rovinargli la stagione (tre mesi e mezzo di stop), Rami è tornato in squadra da titolare per non uscirne più. Una fiducia rinnovata nel tempo, che il manager fosse Claude Puel o Rudi Garcia. Per il Lille e per i tifosi, che lo chiamavano scherzosamente "Shrek", Rami era un punto di riferimento. E lo è diventato anche per la nazionale, con Domenech che lo aveva fatto conoscere e Blanc che lo aveva reso un punto di riferimento per la retroguardia transalpina, tanto da farlo giocare quasi sempre sotto la sua guida.
Poi, a metà dell'anno in cui arrivò il "double" (il 2010/2011: Ligue 1 più la coppa nazionale), il Valencia lo ha portato via dalla Francia. Un'offerta che, all'epoca, sembrava irrinunciabile: sette milioni di euro. Gli spagnoli lo hanno lasciato al Lilla giusto in tempo per vincere il campionato e poi via, direzione Valencia, in una squadra che ha sempre saputo guardare ad un certo tipo di talenti, spesso sottovalutati a livello europeo. Il primo anno è stato così importante per gli spagnoli da giocare ben 53 (!) partite stagionali: una marea e Rami è risultato una sorta di certezza per la retroguardia del club. Infatti, nella seconda annata, ha giocato comunque 36 partite e solo gli infortuni hanno compromesso un po' il suo rendimento con il Valencia. Infine, il patatrac delle ultime settimane: le dichiarazioni durissime sul suo allenatore ed ex gloria del club, Miroslav Djukic, hanno fatto arrabbiare il tecnico valenciano, che ha dichiarato pubblicamente di lavarsi le mani sul caso-Rami. Poi, il serbo ha serenamente fatto accomodare il francese in panchina, prima di spedirlo addirittura in tribuna. Così, ecco che le squadre italiane si sono fiondate su di lui, complice anche un contratto che è in scadenza nel 2015 e che rischia di diventare più un problema che un'effettiva risorsa.


Adesso, la lite con Djukic rischia di peggiorare la carriera di Rami in senso drastico. E' probabile che qualcosa continui a muoversi in queste settimane, anche perché il francese non ha affatto intenzione di perdere il treno per il Mondiale, già difficile da prendere sotto Deschamps. Figuriamoci quanto può esserlo se non si gioca. Se mai una delle italiane sopracitate riuscisse a prendere Rami, arriverebbe l'ennesimo fuoriclasse di quest'annata: dopo il ritorno di Rossi e gli arrivi di Higuaìn e Gomez, giungerebbe nel bel paese un altro giocatore con le carte in regole per essere tra i migliori del ruolo. Inoltre, servirebbe a tutte e tre le squadre citate. La Roma ha bisogno di qualcuno di più forte di Castan da affiancare a Benatia; inoltre, Rudi Garcia ha avuto Rami per due anni a Lilla. Il Napoli ha decisamente bisogno di migliorare la difesa, magari liberandosi di quel Fernandez che non è adatto alla Serie A, bensì alla Liga. Il Milan, favorito per prenderlo, beneficerebbe dall'arrivo di un giocatore così: la difesa rossonera continua a mostrare crepe ed Allegri potrebbe fare meglio con un difensore di questo calibro.
Intanto, Bronzetti si è già sbilanciato, rendendo l'affare ufficioso. Tutto fatto, compresa la formula: prestito con diritto di riscatto fissato a sette milioni di euro. Insomma, il Milan ha in pugno finalmente un difensore degno di questo nome: non è Thiago Silva, ma potrebbe essere una panacea contro molti degli attuali mali rossoneri. Anche perché Djukic non vuole fare marcia indietro, nonostante Rami abbia cercato nelle ultime settimane una soluzione con il presidente del Valencia. Il club sa bene che patrimonio andrebbe a perdere e, nonostante avesse parteggiato per la causa del tecnico, ha di che ripensarci. Tuttavia, non si vedono molti spiragli: il tecnico è duro come la roccia e mette la squadra davanti a Rami, nonostate il giocatore affermi come in estate l'allenatore del Valencia lo avesse considerato «uno dei centrali in circolazione più forti al mondo». Insomma, qui si attende: vedremo se l'Italia avrà l'opportunità di vedere all'opera un altro campione. Non di nome, ma di sostanza. L'esempio per capire meglio il profilo di Rami è José Callejon: qualcuno si aspettava che andasse molto bene, ma neanche i più ottimisti potevano immaginare un ambientamento così facile. Per Rami potrebbe andare nella stessa maniera: un affare sommerso, dietro l'angolo.

Adil Rami, 27 anni, con la maglia della Francia: farà di tutto per esserci ai Mondiali.

3.10.13

Ditelo a bassa voce.

Non vorrei "tirargliela", ma sembra che a Roma - quest'anno - le cose vadano meglio. Sei vittorie consecutive, miglior attacco e miglior difesa del campionato. Tuttavia, certe cose a Roma andrebbero pensate e non dette: l'esaltazione è il peggior nemico di chi allena le squadre della capitale. Specie se quella compagine è di color giallorosso; comunque, sarebbe grave non sottolineare quanto sta facendo quel signore venuto dalla Francia e schernito dai più durante tutta quest'estate. Quel signore di nome Rudi Garcia.

Gervinho, 26 anni, una delle rivelazioni di questa Roma d'inizio stagione.

Diciamocelo apertamente: chi si aspettava un inizio del genere? Neanche il più ottimista dei romanisti avrebbe puntato un euro su 18 punti conquistati nelle prime sei gare di campionato. Personalmente, pensavo che Rudi Garcia avrebbe fatto un buon lavoro, ma non che avrebbe spazzato via qualunque paura dei tifosi giallorossi. Anche perché la piazza è difficile e chiunque conosca un po' di storia targata Roma negli anni 2000, sa come l'ambiente giallorosso mal digerisce le annate che vanno male. Ci furono contestazioni persino nell'anno dell'ultimo scudetto, quando un'eliminazione dalla Coppa Italia contro l'Atalanta causò l'ira dei supporters più vicini alla squadra; se sono riusciti a contestare Capello, figuriamoci cosa si è potuto organizzare contro i vari Ranieri, Luis Enrique, Zeman ed Andreazzoli. Quest'ultimo, per altro, è reo di aver perso (male) la finale/derby di Coppa Italia all'"Olimpico", con il gol di Lulic che ancora rievoca brutti ricordi nella sponda giallorossa della capitale.
A dar più fastidio ai tifosi, però, erano alcuni giocatori: i bersagli preferiti dell'estate sono stati Osvaldo, Pjanic e Balzaretti. Uno se ne è andato (e la Roma ha trovato anche il modo di guadagnarci, vendendolo al Southampton); il bosniaco sta giocando la miglior stagione della sua carriera; l'ex Palermo si è perlomeno ripreso, con il gol decisivo nell'ultima stracittadina (sebbene il ruolo di terzino nella difesa a quattro non gli calzi a pennello). Per rigirare la squadra, si è deciso di vendere e fare pulizia: molti non hanno capito le cessioni di Lamela e Marquinhos. Certi giocatori, seppur giovani e promettenti, andrebbero tenuti finché si può; tuttavia, Sabatini ha pensato che era meglio "guadagnare per reinvestire", in modo da creare un apparato di squadra più forte in ogni sua parte, piuttosto che avere l'asso della situazione. Così, via l'argentino ed il brasiliano per 60 milioni totali (senza bonus); via Stekelenburg, arrivato nella capitale come il salvatore ed uscito malconcio come molti portieri giallorossi prima di lui; via Osvaldo, preso a male parole più per il suo atteggiamento che per i suoi gol. In fondo, l'italo-argentino aveva segnato ben 28 reti in due stagioni. Via anche i pacchi Goichoechea e Piris ed i misteriosi José Angel e Tachtsidis.
A quel punto, la Roma è partita dalle certezze, che forse - vista l'età - costano anche meno: dentro De Sancits in porta, per cercare di evitare le carenze difensive viste durante tutto lo scorso anno. Dentro Maicon, acquistato rotto e ritrovato fenomeno, visto il campionato che sta disputando con la maglia giallrossa. Sopratutto, dentro quattro acquisti che stanno letteralmente facendo la differenza: Benatia, Strootman, Llajic e Gervinho per un totale di quasi 50 milioni (anche qui senza bonus) che sembrano non essere mai stati spesi così bene in un mercato del recente passato.

Una delle tante contestazioni furiose della scorsa stagione a Trigoria.

Il marocchino ed il serbo si conoscono: abbiamo imparato ad apprezzarli all'interno della Serie A già da un po' di tempo e sappiamo delle loro potenzialità. Anche se l'ex Udinese sta rendendo ben sopra ogni aspettativa, gol alla Maradona compresi. Per chi conosce bene il calcio internazionale, il nome di Kevin Strootman non è nuovo e c'erano anche qui pochi dubbi sul valore globale del centrocampista, che ha un futuro brillante di fronte a sé e che non ha fatto vedere ancora il 100% di quello che sa fare. Ma se c'è un nome che simboleggia la rivoluzione della Roma tra i componenti della compagine capitolina, è Gervinho: arrivato tra gli scherni di molti (onestamente, me compreso), l'ivoriano sembrava la tipica "pezza". Un giocatore voluto da Garcia - che lo aveva già avuto a Le Mans e Lilla - e nient'altro. Invece, si è capito perché il tecnico francese lo ha voluto con sé: l'ex Arsenal è un peperino e in una Serie A poco atletica, fa sfaceli. Inoltre, è molto più tagliato per il 4-3-3 che per il 4-2-3-1 di Wénger; liberato dai compiti difensivi, fa molto più male alle difese avversarie.
Infine, il vero uomo del momento è Rudi Garcia. Paragonato al "Sergente Garcìa" del famoso Zorro televisivo, l'uomo di Nemours è arrivato a Roma dopo una buona carriera. Se come calciatore non passerà alla storia, da allenatore ha portato il Digione in Ligue 2 con ottimi risultati e vinto un "double" con il Lilla, un club che non vinceva campionato o coppe nazionali da quasi sessant'anni. Un mezzo miracolo, insomma, ottenuto tramite un gioco d'alto livello. In Francia gli stimoli erano finito ed un ciclo stava finendo; così, arrivata la chiamata della Roma, Garcia ha detto sì. Nonostante i tifosi si aspettassero ben altro, il tecnico ha dimostrato di poter stare tranquillamente in A. E qui sta il punto del successo giallorosso: la Roma - nell'ambiente e nella sua squadra - deve basarsi sulla CONCRETEZZA. La fantasia e la ricerca del bel gioco a tutti i costi, sulla sponda giallorossa, provocano solo danni: Carlos Bianchi, Luis Enrique, l'ultimo Zdenek Zeman sono esempi di quanto dico. Forse solo Luciano Spalletti ha fatto eccezione, ma facendo un enorme gavetta prima di arrivare sotto il Colosseo. Quando il potere, invece, va alla concretezza, la Roma fa il suo: Capello, Liedholm, Ranieri sono esempi di quando il successo è stato sfiorato, se non centrato, con meno voli pindarici e più ragionevolezza.
Garcia fa parte di questa corrente e lo si vede dalle sue conferenze stampa, dal suo profilo basso, dal fatto di non voler piacere a tutti i costi ai tifosi: è un "nice man", ma non è un aizzatore di folle. Segue la squadra con passione, ma non ha bisogno di fomentarla a tutti i costi. Insomma, esattamente ciò che serve all'ambiente Roma. E chissà che a fine stagione, come ha detto recentemente, non si abbiano motivi per restare nella storia. Altro che sei vittorie su sei: si punta in alto. Tuttavia, cercate di dirlo a bassa voce: a Roma non si sa mai. Meglio volare bassi.

Rudi Garcia, 49 anni, l'uomo dei miracoli: sei vittorie in sei gare di A.