30.8.13

ROAD TO JAPAN: Yuya Osako

Buongiorno, ragazzi, e benvenuti ad un altro numero della rubrica "Road To Japan", lo spazio che vi permette di visionare in anteprima i ragazzi che tanto stanno facendo bene in Sol Levante e che sono pronti a spiccare il volo verso i palcoscenici più importanti. Oggi parliamo di un attaccante, ruolo in cui il Giappone fa fatica a trovare un solido interprete, ma che potrebbe aver trovato una soluzione in Yuya Osako, numero 9 dei Kashima Antlers.

SCHEDA
Nome e cognome: Yuya Osako (大迫 勇也)
Data di nascita: 18 maggio 1990 (23 anni)
Altezza: 1.82 m
Ruolo: Prima punta, seconda punta
Club: Kashima Antlers (2009-?)



STORIA
Nato nel 1990 a Kaseda, prefettura di Kagoshima, Osako cresce nel sud del Giappone, voglioso di diventare un calciatore. Al liceo Jitsugyo di Kagoshima, il giovane Yuya matura e si fa notare in diverse competizioni giovanili: il ragazzo segna addirittura una tripletta alle giovanili del Gamba Osaka, in cui gioca un certo Takashi Usami. Sopratutto, Osako contribuisce a diverse vittorie della sua compagine, creandosi un nome nell'ambiente: i trionfi nella Prince Cup U-18 e tra le squadre della sua prefettura si uniscono al secondo posto ottenuto nel campionato nazionale giovanile, dove Osako è uno dei migliori realizzatori. Non solo: grazie alle sue 10 marcature, è anche MVP del torneo. Inoltre, il liceo Jitsugyo di Kagoshima produce un nuovo record per la competizione: 27 gol totali, più di qualunque squadra della storia. Insomma, ormai Osako è sulla bocca di tutti.
A quel punto, è facile che i maggiori club giapponesi si accorgano di lui: questo giovane attaccante - di appena 18 anni, che ammira Henry e sogna di fare il percorso di Naohiro Takahara - diventa oggetto di contesa tra sei club della J-League. Alla fine, Osako sceglie i campioni nazionali uscenti dei Kashima Antlers, la squadra con il palmarès più ricco; tuttavia, è l'atmosfera a convincere il giovane attaccante. E l'ambiente non manca di dargli immediata fiducia: nonostante sia un ragazzino di nemmeno 19 anni, Osako esordisce alla seconda giornata di J-League e quell'anno gioca bene 31 partite, realizzando sei gol e distinguendosi sopratutto nella Champions League asiatica. Continua la maturazione nel 2010, quando le presenze diventano 37 e la quota-gol sale ad otto.
Il ragazzo sembra quindi pronto a fare il definitivo salto di qualità, dopo due anni d'apprendistato; del resto, ne ha bisogno anche il club, non più dominante in J-League come prima. Invece, Osako rimane su buoni livelli, senza però mai eccellere: ad esempio, è decisivo in J-League Cup, dove segna in ogni round e porta la coppa ad Ibaraki; tuttavia, in campionato rimane a secco per lungo tempo tra agosto e dicembre. I dieci gol finali in 36 presenze testimoniano che manca ancora qualcosa. Quel qualcosa che comincia ad emergere nella passata stagione: il 2012 mostra un Osako più presente, più cattivo, sebbene con qualche solito vizio. In J-League Cup, è nuovamente deciso per il bis del club, che rivince la coppa grazie ai suoi sette gol in nove gare; in campionato, le marcature sono nove, ma ci sono ben dieci assist, a dimostrazione che Osako sta finalmente diventando importante per i Kashima Antlers.
Quest'anno, infine, l'esplosione definitiva: nonostante alcuni gol mancati clamorosamente, Osako è già a quota 18 reti stagionali. In J-League i suoi numeri sono sempre più apprezzati ed il C.T. della nazionale, Zaccheroni, ha dimostrato di avere un occhio su di lui; la tripletta al San Paolo nel Suruga Bank Championship, inoltre, è la prova di come il ragazzo possa far male anche alle squadre d'oltreoceano. Andando a questo ritmo, la possibilità che il giapponese superi l'asticella delle 20 reti è possibile. Non sarebbe male per chi veniva spesso criticato per la mancanza di cattiveria sotto porta.

CARATTERISTICHE TECNICHE
E' facile trovare il paragone europeo per Osako: Mirko Vucinic. Capace di giocare sia da prima che da seconda punta, il ragazzo ha comunque ancora qualche problemino davanti alla porta, specie in termini di concretizzazione delle occasioni. Infatti, non è stato raro vedere Osako negli anni scorsi sbagliare gol facili; quest'anno, invece, sembra che il numero 9 dei Kashima Antlers stia aggiustando la mira. Inoltre, il ragazzo è dotato di un ottimo senso della posizione e sa attaccare bene la profondità, nonché utilizzare il fisico in modo appropriato: insomma, è un "9 e mezzo", perché ha le caratteristiche del centravanti, ma è in grado anche di colpire dalla distanza. Inoltre, nella sua squadra, gioca anche accanto ad un'altra prima punta, più fisica, come Davi. Proprio come ha fatto il montenegrino della Juventus, anche ai tempi di Roma.

STATISTICHE
2009 - Kashima Antlers: 31 presenze, 6 reti
2010 - Kashima Antlers: 37 presenze, 8 reti
2011 - Kashima Antlers: 36 presenze, 10 reti
2012 - Kashima Antlers: 45 presenze, 17 reti
2013 - Kashima Antlers (in corso): 30 presenze, 18 reti

NAZIONALE
In questo caso, Osako è pronto a spiccare il volo: se qualcuno di voi ha seguito qualche numero precedente di RTJ, sa bene come il Giappone necessita di trovare un nuovo numero 9 per il suo 4-2-3-1. Zac, in particolare, sembra che Zac non si accontenti di Ryoichi Maeda (ormai un po' in calo) ed è pronto a testare nuove facce: tra queste, c'è anche quella di Osako. Già convocato dalle varie Under nipponiche, sarebbe dovuto essere il "9" della nazionale olimpionica di Londra 2012; tuttavia, il C.T. Sekizuka preferì portarsi Nagai e anche Sugimoto, lasciando a casa il giocatore degli Antlers, nonostante avesse fatto parte del gruppo nella fase eliminatoria. Tuttavia, Osako aveva già esordito in nazionale maggiore nel 2010, quando venne chiamato per la sfida contro lo Yemen; ora, però, Osako ha un altro "status" e ha già segnato una doppietta contro l'Australia nell'EAFF Cup. Le prestazioni in campionato, poi, lo hanno portato ad una nuova convocazione per le prossime amichevoli contro Guatemala e Ghana: staremo a vedere.

LA SQUADRA PER LUI
Quest'anno ha i crismi di quello della consacrazione e non è detto che Osako rimanga ancora a lungo dalle parti di Ibaraki. Chiaro, l'Europa guarda più ai talenti giapponesi che lavorano sulla trequarti, ma non è detto che Osako possa essere una sorta di pioniere in questo senso: potrebbe essere uno dei primi attaccanti giapponesi ingaggiati da una squadra europea. I precedenti forse non sono incoraggianti: giusto Naohiro Takahara (proprio uno degli idoli giovanili di Osako) ha fatto bene dalle parti di Francoforte, mentre gli altri - ultimo caso: Morimoto, tornato da poco in Giappone - non hanno esaltato. Tuttavia, il numero 9 degli Antlers ha le doti per imporsi: sarebbe bello se partisse dall'Olanda, campionato ideale per consacrarsi come punta completa e pericolosa.

28.8.13

Il (ri)morso della pecora.

Quando si parla di Kazakistan in Italia, il pensiero vola al recente disastro del governo Letta sull'affare Ablyazov. Oppure alla figura di Borat, famosa caricatura di un giornalista kazako, portata al cinema da Sacha Baron Cohen. Tuttavia, il Kazakistan ha l'occasione di farsi notare anche nel calcio: lo Shakhter Karagandy scrive la storia del pallone ed è la prima squadra kazaka ad entrare in una fase a gironi di una competizione europea. Poteva essere Champions, sarà almeno Europa League: non male per chi l'Europa l'avrà vista solo in viaggio.

I tifosi dello Shakhter Karagandy, festanti dopo il 2-0 
al Celtic nell'andata dei play-off di Champions.

A pensarci, viene da sorridere: qualcuno neanche saprà dell'esistenza di un campionato di calcio in Kazakistan, le cui squadre partecipano poi alle qualificazioni delle coppe europee. Poteva andare meglio, eh: fino al 90' di Celtic-Shakhter, i nero-arancioni d'Asia erano praticamente proiettati ai supplementari; poi, purtroppo, il gol di James Forrest ha trascinato gli scozzesi alla fase finale dei gironi di Champions League. Insomma, il sogno della musichetta leggendaria nell'impianto di Karagandy svanisce, ma lo Shakhter può comunque consolarsi: sarà Europa League, a coronamento di un percorso di crescita molto forte, portato avanti negli ultimi anni.
Infatti, lo Shakhter Karagandy è reduce da due campionati vinti nell'ultimo biennio ed i "minatori", dalla fondazione del Kazakistan e della sua lega, avevano collezionato al massimo un terzo posto. Inoltre, lo Shakhter rischiava anche di non esserci in queste qualificazioni: nel 2008, infatti, la federazione trova il club colpevole di un match "aggiustato" con il Vostok. Il verdetto iniziale fu una squalifica di 60 mesi dal calcio europeo: cinque anni che non avrebbero permesso allo Shakhter di esser qui. Poi, la federazione kazaka ci ripensò: nove punti di penalizzazione al Karagandy, mentre il Vostok venne escluso dal campionato nazionale. La città - piazzata nel mezzo del nulla e, per questo, spesso vittima di scherzi da parte dei locali - ha assistito alla crescita del club: la guida di quest'esplosione è stata Viktor Kumykov, il 50enne allenatore dei kazaki. Ex portiere, ha avuto esperienze nel vicino Uzbekistan ed è alla guida dello Shakhter dal gennaio 2011: insomma, da quando il club ha cominciato a portare a casa trofei.
Con l'arrivo di Kumykov, la squadra di Karagandy ha vinto i primi due campionati nell'ultimo biennio e ha trionfato anche nella supercoppa del Kazakistan. Intanto, in Europa, il club ha fatto esperienza: sotto Kumykov, i kazaki hanno passato il primo ostacolo di Europa League due anni fa, uscendo solo contro il St. Patrick's nel secondo turno. Dopo esser usciti al secondo turno di Champions contro lo Slovan Liberec nell'ultima stagione, quest'anno i "minatori" non partivano certo con i favori del pronostico. Inoltre, la formazione è composta per lo più da giocatori locali, con qualche eccezione delle vicinanze (due bosniaci, due bielorussi, un lituano ed un serbo) ed un colombiano, Cañas, con un passato all'Independiente Medellin. Insomma, nulla che facesse pensare ad un exploit del genere.
Inoltre, lo Shakhter Karagandy si è fatto conoscere per un'usanza del tutto particolare: a quanto pare, infatti, il club avrebbe l'usanza di ammazzare una pecora prima di ogni gara, in segno di buon auspicio. Devo dire che non avevo ancora visto la scaramanzia manifestarsi in questa maniera. In ogni caso, la PETA, un'associazione sul trattamento etico degli animali, è intervenuta per chiedere a Platini, presidente UEFA, l'esclusione dei kazaki dalle competizioni europee. Piccola chicca finale: a causa delle leggi scozzesi, lo Shakhter ieri non ha potuto fare il solito sacrificio pre-gara, nonostante Kumykov e la squadra lo auspicassero. Che sia stato questo un motivo magico per cui i kazaki hanno avuto così sfortuna nella gara di Glasgow? Domande senza risposta. Inoltre, in quanto a scaramanzia, forse alcune frasi andavano evitate: quando Cañas ha parlato di «Shakhter favorito al 70%», i tifosi avrebbero fatto bene a toccarsi, specie guardando come il doppio confronto è finito.

Viktor Kumykov, 50 anni, l'allenatore dei kazaki: un'impresa la sua.

Sul cammino dei kazaki, ci sono da fare solo complimenti. Non era per nulla facile arrivare in Champions League: al primo turno, inoltre, lo Shakhter doveva affrontare il BATE Borisov. Ricorderete come i bielorussi avessero impressionato l'anno scorso, tanto da risultare la sorpresa della massima competizione europea: nella fase a gironi, il BATE riuscì a sconfiggere persino il Bayern Monaco, poi laureatosi campione d'Europa. Nonostante ciò, i kazaki hanno vinto con un doppio 1-0 (realizzato da Khizhnichenko, quattro gol in Champions) e sono avanzati; a quel punto, la squadra di Kumykov ha travolto i campioni di Albania del Skënderbeu Korçë per 3-0 nell'andata del secondo turno, salvo rischiare nel 3-2 subito al ritorno. Insomma, la mancanza di esperienza ha fatto il suo: probabilmente, è stato il fattore-chiave per l'eliminazione di ieri sera. Dopo l'incredibile 2-0 dell'andata in Kazakistan, lo Shakhter avrà sofferto i 55mila di Glasgow ed il 3-0 del Celtic è stato inevitabile, sebbene la sfortuna c'abbia messo del suo (con il legno centrato sul doppio vantaggio degli scozzesi).
A questo punto, c'è anche un dubbio che mi si deve togliere: quale è il motivo per cui il Kazakistan fa parte dell'UEFA? Ex repubblica sovietica, il Kazakistan si è unito alla confederazione asiatica nel 1992 e ha fatto due qualificazioni ai Mondiali in quell'area. Poi, all'improvviso, il passaggio all'UEFA: misteri che forse neanche lo Sherlock Holmes di turno riuscirà a risolvere. Detto questo, adesso il Kazakistan potrebbe fare il bis europeo con un miracolo - l'Aktobe dovrà ribaltare in Ucraina il 3-2 subito dalla Dinamo Kiev nell'andata dei play-off di Europa League - ma intanto quella lontana terra ha una rappresentanza persino sulla ribalta continentale. In fondo, lo Shakhter ha solo superato le imprese dei rivali dell'Aktobe, capaci di raggiungere i play-off di Europa League per due volte. Tuttavia, un dubbio sorge spontaneo: quante pecore accopperanno per una partita di una competizione europea? A questo punto, temo che - per festeggiare il lieto evento calcistico - si possa arrivare al maciullamento dell'intero gregge. In ogni caso, tanti auguri anche a chi dovrà farsi la trasferta kazaka nel girone d'Europa League: per arrivare a Karagandy, ci vorrà un lungo viaggio. Basta chiedere all'Inter, che l'anno scorso attraversò un calvario per arrivare a Baku, che è "solo" a 4500 km da dove è stanziato lo Shakhter...
Comunque, chissà che non ne valga la pena: lo Shakhter è nella "pot 4", perciò qualche grande squadra andrà sicuramente a fargli visita. Non male per chi si prepara ad esordire in Europa, che conta anche se si chiama Europa League.

I giocatori dello Shakhter Karagandy salutano la Champions: sono in Europa League.

24.8.13

Mi manda van Persie.

«Ricky, devi andare. E' un grande club per te: se te la senti, fallo». Così Ricky van Volfswinkel commentava le parole che gli disse un grande del calcio olandese (nonché suo genero), Johan Neeskens, sulla possibilità di lasciare Lisbona e lo Sporting. In crisi finanziaria, il club biancoverde non poteva garantire all'olandese certe vetrine e così il bomber - detto "O Lobo" (il lupo) dai suoi tifosi portoghesi - se ne è andato, destinazione Norwich City. Una scelta che potrebbe generare un'esplosione di rendimento per l'olandese.

van Wolfswinkel con la maglia dell'Utrecht, dove tutto è iniziato.

Il bomber "orange" è sulla bocca degli addetti ai lavori da almeno un quadriennio e non smette di migliorare stagione dopo stagione, sebbene non abbia vinto ancora nulla con le rispettive squadre. E di certo, tale statistica non potrà spezzarsi con il Norwich City, compagine di media-bassa classifica della Premier League. Intanto, però, van Wolfswinkel va in doppia cifra stagionale dal 2009/2010 e punta a fare lo stesso con la maglia dei "canarini" di Hughton. Del resto, questo giovane prodotto del vivaio del Vitesse - dove ha speso dieci anni - ha cominciato a distinguersi nell'Eredivisie, dove di buoni attaccanti ne crescono parecchi e lui non ha fatto certo mancare i suoi gol. Già con i gialloneri di Arnhem, le otto marcature realizzate ad appena vent'anni lo portarono all'attenzione dell'Utrecht, che lo prelevò dal Vitesse per due milioni e mezzo di euro.
A posteriori, un ottimo investimento per i biancorossi: del resto, nella città che diede i natali a Marco van Basten, Ricky mostra quanto sia cresciuto e porta immediatamente il suo nuovo club in Europa. Il suo impatto è devastante sopratutto nei play-off di qualificazione all'Europa League, dove segna quattro gol in altrettante gare; tutto ciò porta anche alla prima presenza in nazionale maggiore, dopo la trafila delle giovanili "orange". Tuttavia, van Volfswinkel fa addirittura meglio nella stagione successiva: tra campionato, coppa e la vetrina europea, la punta realizza 23 reti, dimostrando di essere pronto per un nuovo salto. Tra l'altro, se lo ricorderanno benissimo i tifosi del Napoli: negli otto gol segnati in Europa League, tra le vittime c'è anche il Napoli di Mazzarri, a cui RvF infila due palloni nel sacco nel 3-3 di Utrecht. Dall'altra parte, ci fu la tripletta di Cavani: mica male come confronto incrociato.
Così, dopo tali prestazioni, è lo Sporting Lisbona a fare il passo decisivo: cinque milioni e mezzo di euro che i biancoverdi non potevano spendere meglio. van Volfswinkel saluta Utrecht e sbarca in Portogallo, dove in due anni ha fatto abbondantemente vedere di che pasta è fatto: con la maglia dello Sporting, l'olandese ha realizzato 45 gol in 87 partite, con il primo anno in terra lusitana che lo ha visto più protagonista del secondo. Vuoi per l'Europa League disputata dal club di Lisbona, che sfiorò la finale di Bucarest, oltre alla finale persa della coppa nazionale; vuoi per uno Sporting più sottotono nell'ultima stagione, incapace di essere protagonista nella Primeira Liga come ha sempre fatto da diverso tempo. Infatti, la squadra biancoverde ha dovuto fare dei grossi tagli di budget per ripianare i debiti ed il settimo posto dell'ultima annata - che vuol dire niente Europa -  non ha certo aiutato l'olandese nella scelta di rimanere o meno a Lisbona. Infatti, quando a marzo scorso si è presentato il Norwich con dieci milioni di euro, Ricky non ha avuto grossi dubbi e ha firmato con largo anticipo, lasciando comunque un buon ricordo dalle parti del "José Alvalade". In ogni caso, lo Sporting è stato un passaggio importante per RvF, visto che gli ha consentito di collezionare una seconda presenza in nazionale, seppur solo in un'amichevole del tour asiatico dell'Olanda contro l'Indonesia.

Robin van Persie, 30 anni: è stato lui a consigliare il Norwich a RvF.

Adesso, RvF è pronto per la sfida alla Premier League, dove molti olandesi hanno avuto e stanno avendo un successo straordinario. Un olandese è stato capocannoniere dello scorso campionato (van Persie); il capocannoniere del campionato olandese è arrivato in una squadra inglese (Bony allo Swansea City di Laudrup); inoltre, i giocatori "orange" sembrano in generale trovarsi a proprio agio nel calcio britannico, nonostante sia molto diverso da quello praticato nell'Eredivisie o in Portogallo.
Bisogna poi considerare anche la natura della squadra in cui si inserirà il bomber olandese: il Norwich City ci ha abituato negli ultimi anni ad avere un attaccante di riferimento. Prima questo ruolo era occupato dal simbolo e capitano Grant Holt, il gommista che diventò stella dell'EPL: dopo 23 reti in due anni, Holt si è separato dai "canarini" per andare al Wigan, in Championship. Così, "Hat-Ricky" avrà un'altra responsabilità: non solo garantire i gol necessari alla salvezza del Norwich, ma anche colmare il vuoto - più tattico che emotivo, difficilmente rimpiazzabile - in termini di marcature. Non che il buon Ricky non sia già mosso in questo senso: alla prima partita di Premier League, il ragazzo è andato subito a segno. Whittaker vorrebbe tirare, ma viene fuori un cross ciabattato: tuttavia, RvF è sulla traiettoria e mette la palla all'incrocio, con un'abile girata di testa. In fin dei conti, però, la sua partita contro l'Everton non è stata esaltante. Forse, anche in questo, l'Inghilterra può essere utile al ragazzo: non potrà fare come in Portogallo e Olanda, ovvero aspettare il pallone in mezzo all'area. van Volfswinkel dovrà esser più mobile sul campo, più cattivo, se servirà: in tal modo, chissà se un posticino nell'Olanda del prossimo mondiale brasiliano sarà possibile da ottenere. Del resto, gli spazi per una sorpresa nella rosa finale dei 23 c'è sempre.
Intanto, nonostante la recente convocazione di van Gaal, la nazionale è un posto quasi "off-limits" per il ragazzo: purtroppo, "O Lobo" ha avuto la sfortuna di nascere in un paese dove le prime punte degli "orange" sono due certi Klaus-Jan Huntelaar e Robin van Persie. E proprio quest'ultimo è stato fondamentale per il passaggio al Norwich. Quando è arrivata l'offerta, Ricky ha parlato con Robin e la risposta della punta del Manchester United è stata abbastanza convincente: «Robin mi ha detto che il Norwich è una squadra difficile da affrontare e che il pubblico si fa sentire, visto che è vicino al campo». Chissà che non si faccia sentire quando i due si affronteranno a "Carrow Road", magari con un bella rete del Ricky. Che non vede l'ora di restituire il favore a van Persie.

Ricky van Volfswinkel, 24 anni, esulta dopo il primo gol con la maglia del Norwich.

20.8.13

La (saggia) fine delle favole.

C'era una volta una squadra russa che faceva l'ascensore tra prima e seconda divisione, che giocava in una delle terre meno ospitali della Terra (a causa del freddo che regnava incontrastato) e che provava a brillare. Poi, un bel giorno, un grande magnate russo corse in suo soccorso e la rese la regina del mercato, con tanti giocatori pronti a traslocare nelle fredde lande del Daghestan. Peccato che la favola sia finita: l'Anzhi dei tanti rubli chiude i battenti, come annunciato qualche giorno fa dalla stesso club russo.

Suleyman Kerimov, 47 anni, è il proprietario dell'Anzhi Makhachkala.

Quando guardavi l'Anzhi in sede di calciomercato, sembrava di essere al comando di una squadra a Football Manager: soldi in gran quantità, nomi importanti e tanta voglia di star lì, pur di incassare qualche spicciolo in più. In questi due anni e mezzo, in maglia gialla sono transitati alcuni giocatori di una certa fama, se non addirittura un campione mondiale come Samuel Eto'o. Tutto questo era stato possibile grazie al miliardario Suleyman Kerimov: classe 1966, nato proprio nella regione del Daghestan, Kerimov fa tuttora parte del Parlamento russo. Inoltre, i suoi investimenti sia nel campo privato che in quello pubblico gli hanno garantito un patrimonio da cinque miliardi e mezzo di euro (!): una valanga di soldi, che il magnate ha utilizzato nel gennaio 2011 per compare il club della sua città di nascita.
All'epoca, l'Anzhi Makhachkala non aveva grandi risultati alle spalle: dopo il discioglimento dell'URSS e la nascita del campionato russo, il maggior risultato era stato un quarto posto nel 2000. Alla guida della squadra, in quel momento, c'era Gadzhi Gadzhiyev, uomo indissolubilmente legato alla storia del club: Kerimov compra l'Anzhi quando Gadzhiyev è di nuovo alla guida della squadra da un paio d'anni, avendola riportata nella massima serie nazionale. Kerimov, con la voglia smaniosa di vincere tipica dell'Abramovich di turno, cambia tutto nell'estate di quell'anno: il proprietario delle "aquile" spende 15 milioni per Eto'o, ma sopratutto consegna al camerunense uno stipendio da 20 milioni di euro l'anno. In più, arrivano altri giocatori di grido: Roberto Carlos, Jucilei e Bossoufa si trasferiscono in Russia d'inverno, mentre in estate - oltre all'ex Inter - giungono nella fredda Russia anche Zhirkov, Carcela-Gonzalez e Dzsudzsak. Una spesa complessiva abnorme ed una quantità di operazioni - in entrata ed in uscita - che raggiunge quasi il numero di 100. Praticamente un Football Manager senza controllo.
Tuttavia, i risultati sono arrivati, anche se non radiosi come Kerimov sperava: un quinto posto il primo anno, con Hiddink arrivato a metà stagione a subentrare a Roberto Carlos, nel frattempo diventato giocatore-allenatore, prima di ritirarsi. L'anno successivo, con gli acquisti di Lacina Traoré, Cristopher Samba e Lassana Diarra, l'Anzhi è diventato ancora più forte e ha potuto giocarsi l'accesso alla Champions League per buona parte del campionato russo. Intanto, in Europa, Hiddink ha guidato il club fino agli ottavi di Europa League. E se non fosse stato per la zampata di Cissé, forse l'Anzhi sarebbe arrivato più avanti. Tuttavia, neanche l'ultima follia di Kerimov - l'acquisto di Willian per 35 milioni dallo Shakhtar Donetsk nel gennaio scorso - è servita per migliorare i risultati della compagine russa, finita terza nella Premier League nazionale. Nonostante il piazzamento sia valso l'accesso diretto alla successiva edizione dell'Europa League ed il raggiungimento della finale di coppa, Kerimov non era soddisfatto. In quest'estate, sembrava che l'Anzhi avrebbe tentato di rinforzarsi ulteriormente, ma non è stato così. I primi indizi sono arrivati con l'addio di Guus Hiddink, che ha lasciato il Daghestan qualche settimana fa. Le sue dimissioni hanno dato qualche indicazione, ma l'annuncio ufficiale è arrivato dal Twitter del presidente Remchukov, che ha annunciato il taglio del budget per il club da parte di Kerimov.

Samuel Eto'o, 32 anni, è pronto a lasciare il Daghestan dopo due anni.

Ciò ha inevitabilmente portato Kerimov a ripensare l'intero progetto e a dire addio al modello di calcio spendaccione che egli aveva progettato per il suo Anzhi. Pare che un affare andato male, con una perdita da quasi 300 milioni di euro, abbia spinto il proprietario a risparmiare un po' sul club. Un taglio che porta le risorse dell'Anzhi dai 180 milioni precedenti ai 60 attuali per stagione: un "cut" troppo ampio per non dover rinunciare a qualcosa. Non per nulla, Willian è sul mercato, con il Tottenham vicino al suo acquisto; Bossoufa è già volato a Mosca, sponda Lokomotiv. C'è sopratutto un affare, però, che fa capire bene la situazione confusionaria che regna nel Daghestan: l'acquisto di Alexander Kokorin. Il centravanti, giovane promessa della Dinamo Mosca, è stato acquistato per 20 milioni appena due mesi fa; quando però Kerimov ha deciso i tagli di budget, l'attaccante è stato "restituito" alla Dinamo, in un pacchetto complessivo che comprendeva anche Zhirkov ed il neo-arrivato Denisov, che si era appena trasferito all'Anzhi dallo Zenit di Spalletti. Costo totale: 45 milioni di euro.
In tutto questo, Kerimov però vorrebbe tenere Samuel Eto'o, per costruirgli attorno una squadra di giovani, a cui il camerunense dovrebbe fare da chioccia. Peccato che la stella africana sia di tutt'altro avviso, voglioso di scappare dal freddo della Russia e di accasarsi in Premier, oppure tornare all'Inter. Insomma, gli sforzi appaiono inutili: l'ex Barca se ne andrà, che Kerimov voglia o meno. Magari anche con un prezzo simbolico, come quello che Moratti applicò quando l'attaccante andò all'Anzhi nell'estate del 2011. I cambi ci sono stati anche nello staff tecnico: è tornato, infatti, Gadzhi Gadzhiyev, l'uomo che portò l'Anzhi in Russian Premier League per la prima volta e che adesso dovrà fare in modo che il club cresca per rimanere nelle zone alte della classifica, ma senza i super-ingaggi.
Tuttavia, devo dare un merito a Kerimov. Chiaro, senza l'affare andato male, probabilmente non avrebbe rinunciato all'essere uno spendaccione incallito; non per nulla, Roberto Carlos confessò qualche tempo fa che, quando era d.s. dell'Anzhi, aveva ricevuto un budget da 300 milioni di euro per portare il club in Champions in tre stagioni. Ora che i fondi sono stati tagliati, Kerimov ha deciso che spenderà per far crescere il settore giovanile, in modo tale da non dover ricorrere più ad investimenti come quelli fatti negli anni precedenti. In un calcio fatto di tanti soldi che girano - l'affare Bale andrà a compimento in poche ore - è bello vedere che anche i miliardari possano rinsavire, seppur con una spintarella. La favola è finita, ma l'Anzhi - ora targato Nike - è pronto ad affontare la prossima stagione: chissà che il santone Gadzhiyev non porti il club dove i soldi di Kerimov non sono arrivati.

Gadzhi Gadzhiyev, 67 anni, torna all'Anzhi per la quinta volta.

17.8.13

Londra-Madrid, andata e ritorno.

A volte, essere tra i portieri più forti d'Europa non basta, così come non basta l'essere parte integrante di una delle nazionali più promettenti dell'intero panorama mondiale. Thibaut Courtois ci si deve abituare: dimostrare di essere il più bravo non significa necessariamente esserlo. Specie se di mezzo ci si mette il Chelsea e quattro allenatori diversi: Villas-Boas, Di Matteo, Benitez e Mourinho. Un mistero calcistico dalla matassa inestricabile.

Courtois ai tempi del Genk, con il quale divenne campione nazionale.

Nato nel 1992, questo portiere belga è pronto a vivere la terza stagione in prestito all'Atletico Madrid. Avete capito bene: la terza! Come se la prime due, condite da vittorie e prestazioni rassicuranti, non fossero bastate al Chelsea per capire la forza di questo estremo difensore dalla carta d'identità giovane, ma dall'esperienza di un veterano. L'equivoco nasce nel 2011: Courtois difende la porta del Genk, appena laureatosi campione di Belgio. Nonostante sia appena maggiorenne, in patria non hanno mai avuto dubbi su di lui: dopo un decennio nel vivaio del Genk, esordisce quando ha compiuto 16 anni, per poi diventare titolare nel 2010/2011. Sarà una figura chiave per la vittoria del Genk nel campionato, tanto da attirare le attenzioni di Abramovich.
Infatti, il Chelsea tenta di guardare anche al futuro e preleva Courtois dal Genk per quasi nove milioni di euro. A "Stamford Bridge", intanto, è arrivato André Villas-Boas, che però manda lo statuario portiere (quasi due metri d'altezza) in quel di Madrid, sponda Atletico. Il compito è di quelli difficili: i "colchoneros" hanno recentemente vinto Europa League e Supercoppa Europea, mentre Courtois dovrà sostituire David de Gea, andato al Manchester United dopo un paio di stagioni esaltanti con la maglia biancorossa. Tuttavia, nonostante la giovane età, il belga si prende immediatamente il posto da titolare rispetto a Sergio Asenjo, nonché lo stesso numero vestito dallo spagnolo (il 13): i risultati non si fanno attendere.
Nonostante tali prestazioni, il ragazzo è saggio e sa bene che è presto per il Chelsea: a metà stagione, alla domanda di Villas-Boas sul tornare a Londra, il belga risponde che vuole rimanere a Madrid e che poi vorrebbe un prestito in Inghilterra nella successiva annata. Così, mentre l'Atletico vince a Bucarest un'altra Europa League, a Londra si riflette: alla fine, il prestito di Courtois viene prolungato per altri 12 mesi, con buona pace dell'Atletico, che si ritrova uno dei portieri più talentuosi d'Europa a costo zero per un'altra stagione. In Supercoppa Europea, non c'è solo Torres contro l'Atletico, ma anche Courtois contro la squadra che detiene il suo cartellino: una sfida che finisce 4-1 e che vede il belga alzare un altro trofeo. La scorsa stagione ha fatto anche meglio: 820' di imbattibilità casalinga e "Premio Zamora" come miglior portiere della Liga.
Non solo: l'Atletico è riuscito a vincere un altro trofeo, battendo i cugini del Real in finale di Copa del Rey. Dopo tanti derby persi, l'Atletico si è ripreso la stracittadina, confermando una fortuna maggiore dei "blancos" nelle coppe. A fine gara, dopo tanti salvataggi determinanti, il belga si è preso anche i complimenti di Mourinho, che lo ha definito fondamentale per la sconfitta del Real. Intanto, Courtois si è fatto due conti: il Chelsea, dopo il doppio trionfo europeo, non sembra voler rinunciare ad un professionista del calibro di Petr Cech e così il belga ha fatto sapere come preferiva rimanere all'Atletico per un'altra stagione. Infatti, quest'estate gli inglesi ed il club spagnolo si sono messi d'accordo per un altro anno di prestito: il terzo, che renderà Courtois legato indissolubilmente ai colori biancorossi, specie se dovesse essere fondamentale per qualche ulteriore successo. Inoltre, l'ex Genk non vuole perdere il treno dei Mondiali: nell'anno della Coppa del Mondo, fare la riserva di Cech al Chelsea sarebbe stato l'errore peggiore. Specie se si considera quanto il Belgio possa essere la rivelazione dei prossimi campionati del mondo.

Courtois festeggia con Falcao la conquista dell'Europa League con l'Atletico.

La domanda, a questo punto, è un'altra e sorge spontanea: cosa spinge il Chelsea a tenere un Cech esperto, ma ormai in là con gli anni, e a non puntare sul giovane belga? La poca considerazione dei "blues" di Londra verso Courtois la potete verificare solo con una piccola ricerca: se prendete Google e digitate "Courtois Chelsea", alla ricerca di qualche immagine del belga con la tuta del club di Abramovich, non la troverete. Eppure, cosa deve fare di più questo ragazzo per meritarsi la vetrina della squadra proprietaria del suo cartellino? Subire zero gol in una stagione? Fare qualche salvataggio alla Benji Price? Vincere la Champions con l'Atletico Madrid? Sono tutte ipotesi molto difficili.
Lungi da me criticare Cech: negli ultimi anni, si è un pochino ripreso, ma non sembra più quello esplosivo dei primi anni a Londra e perciò sembra scontato che Courtois, con l'esperienza fatta a Madrid, possa soffiargli il posto. Sembra più un favore al ceco che una sana competizione tra i due, che si verifica già in altri club inglesi: basti guardare il duello Friedel-Lloris che c'è stato l'anno scorso al Tottenham, con Villas-Boas che ha fatto sudare il francese per fargli avere il posto da titolare. Insomma, il Chelsea potrebbe perdere un'occasione, specie con il ritorno di Mou: proprio il portoghese, che aveva fatto i complimenti a Courtois per la parate contro il suo Real, non lo ha rivoluto. Strano, ma vero.
A questo punto, Courtois è pronto per la prossima stagione e potrebbe prendersi tutto: l'Atletico sembra potercela fare a centrare nuovamente la zona Champions, specie dopo l'acquisto di Villa e nonostante l'addio di Falcao. Il belga è il titolare nella sua nazionale e la squadra del C.T. Wilmots potrebbe essere la sorpresa numero 1 ai prossimi Mondiali: completi, giovani ed affamati. Come Courtois, che non ha finito ancora di stupire l'Europa ed il mondo. Gli manca poco per essere il migliore: speriamo che ci possa arrivare rapidamente, in modo da dimostrare quanto il Chelsea ha sbagliato a non puntare su di lui.

Thibaut Courtois, 21 anni, sarà il titolare della porta belga ai prossimi Mondiali.

14.8.13

UNDER THE SPOTLIGHT: Ricardo van Rhijn

Benvenuti, cari amici: eccoci ad un altro numero di "Under The Spotlight", la rubrica che ci permette di scoprire i talenti più interessanti che sono ancora disseminati - almeno per ora - nell'ignoranza di calcistica di molti. Un modo come un altro per scoprire qualcosa in più su ragazzi che si potrebbero consacrare o che sono già in rampa di lancio: tra questi, nei prospetti difensivi d'Europa, c'è certamente Ricardo van Rhijn, giovane esterno destro dell'Ajax di Amsterdam.

SCHEDA
Nome e cognome: Ricardo van Rhijn
Data di nascita: 13 giugno 1991 (22 anni)
Altezza: 1.83 m
Ruolo: Terzino destro, difensore centrale
Club: Ajax (2011-?)


STORIA
Originario di Curacao, Ricardo van Rhijn nasce nel giugno 1991 ed impara ben presto l'arte del crescere sotto l'ala protettiva dell'Ajax: proveniente da due anni nella squadra giovanile del RKSV DoCoS, il giovane rifiuta le offerte del Feyenoord e dell'Ado den Haag, pur di vestire la maglia biancorossa. Per quasi dieci anni, van Rhijn cresce all'ombra dell'"Amsterdam Arena", con la voglia di esordire con la casacca dei "lancieri". Il momento arriva finalmente il 21 settembre del 2011, quando un 20enne van Rhijn colleziona la prima presenza con l'Ajax seppur da subentrante.
Da quel momento in poi, il tecnico dei "lancieri", Frank de Boer, non rinuncia più a lui: il titolare è Gregory van der Wiel, ma quando egli si infortuna gravamente, il più giovane van Rhijn viene mandato in campo per fare esperienza. Del resto, funziona così dalle parti di Amsterdam: i giovani vanno per lo più cresciuti in casa e li si fa giocare quando si fanno riposare i giocatori più titolati, o si devono sostituire. Così, il terzino accumula esperienza: nel suo primo anno da professionista, van Rhijn riesce anche ad esordire in campionato e in Europa League, mentre guarda dalla panchina il Real Madrid di José Mourinho. Per altro, in EL, il classe 1991 riesce a giocare la doppia sfida contro il Manchester United: non male per chi è sostanzialmente una riserva. van Rhijn, intanto, si porta a casa il riconoscimento come miglior giovane della squadra alla fine della stagione.
Quando poi, la scorsa estate, il PSG presenta una buona offerta per van der Wiel e lo porta via dall'Ajax per sei milioni di euro, non c'è paura dalle parti di Amsterdam: van Rhijn è pronto per sostituire il terzino della nazionale olandese. Il ragazzo si conferma capace di fornire un ottimo rendimento, crescendo velocemente nella formazione di Frank de Boer: 44 presenze certificano la bontà del terzino destro e lui porta in dote anche il primo gol in campo europeo, contro la Steaua di Bucarest in Europa League. Ora, dopo un'estate trascorsa a sentire diverse voci su un suo possibile trasferimento, l'olandese ha deciso di rimanere ancora sotto l'ala protettiva dell'Ajax. Per diventare protagonista e per conquistarsi un posto nell'Olanda che (probabilmente) parteciperà al prossimo Mondiale brasiliano.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Terzino destro di professione, in casi d'emergenza van Rhijn può essere spostato nella posizione di centrale di difesa. Dotato di buona tecnica, abbinata ad una progressione notevole, il ragazzo continua a crescere a vista d'occhio. Si è sbilanciato addirittura qualcuno come Jaap Stam, ricordato in Italia per i suoi trascorsi con Milan e Lazio; l'attuale tecnico delle giovanili dell'Ajax ha definito van Rhijn come «un buon difensore, che ha tutto per migliorarsi quanto più possibile». Un attestato di stima mica da poco, visto che è lo stesso Stam a curare la crescita dei giovani "lancieri" in difesa.

STATISTICHE
2011/2012 - Ajax: 17 presenze, 0 reti
2012/2013 - Ajax: 44 presenze, 1 rete
2013/2014 - Ajax (in corso): 3 presenze, 1 rete

NAZIONALE
Ragazzo precoce, van Rhijn ha finora fatto tutta la trafila nelle nazionali giovanili dell'Olanda: U-17, U-19 e U-21. Con quest'ultima, il terzino dell'Ajax ha partecipato all'Europeo di categoria svoltosi un paio di mesi fa, che ha visto l'Olanda eliminata in semifinale per mano dell'Italia di Mangia. Tuttavia, il ragazzo ha già esordito da tempo con la prima squadra: Louis van Gaal, una volta diventato C.T. della nazionale nel luglio 2012, non c'ha messo molto a prenderlo in considerazione. Infatti, il 15 agosto di quell'anno, van Rhijn ha esordito contro il Belgio, subentrando al suo ex compagno di squadra, van der Wiel; per ora, sei presenze in un anno per il terzino dell'Ajax.

LA SQUADRA PER LUI
Come detto sopra, in estate l'hanno cercato la Roma, il Chelsea, l'Arsenal e il Valencia: squadre importanti, ma forse sarebbe meglio per lui rimanere un altro anno in quel di Amsterdam. Specie perché c'è il Mondiale alle porte e non è detto che van der Wiel riesca a confermare il posto da titolare a Parigi, perciò le prestazioni di van Rhijn potrebbero portarlo nell'undici titolare di van Gaal. Inoltre, crescere un altro anno all'ombra di giocatori storici, come Bergkamp, de Boer, Overmars e Stam, tutti ora con un ruolo dirigenziale nell'Ajax, non fa certo male al ragazzo. La prossima estate, tuttavia, potrebbe costare poco, vista la sua scadenza di contratto: giugno 2015. Insomma, l'Ajax rischia un altro caso Eriksen e ci sarà l'assalto delle big europee.


12.8.13

Guerra e pace (the Iraqi version).

C'è una notizia che è passata un po' sotto silenzio, almeno per quanto riguarda il panorama calcistico asiatico: nel giugno 2013, dopo la mancata qualificazione della sua nazionale al prossimo Mondiale, Younis Mahmoud ha annunciato il suo ritiro dal calcio. Per molti, questo nome sembrerà non solo sconosciuto, ma difficilmente ricongiungibile ad un volto o ad una determinata impresa calcistica. Invece, Mahmoud ha rappresentato una pietra miliare nella storia del calcio asiatico degli ultimi 10 anni.

29 luglio 2007: Mahmoud (al centro) alza la Coppa d'Asia, di cui sarà MVP.

Già, perché Mahmoud è stato uno di quelli che ha scritto la storia, seppur non tra le patinate copertine che l'Europa ed il Sud America possono procurarti. Non ha vinto una Champions League come Park Ji-Sung, non sta incantando l'Europa come hanno fatto già Nakata e Kagawa e non ha neanche partecipato ad un Mondiale, magari segnando un gran gol, come fece Al-Owairran nel 1994. Tuttavia, l'iracheno è stato importante per il suo popolo, segnando e capitanando non solo la sua squadra, ma forse un'intera nazione, che ha sofferto tanto nell'ultimo decennio e che ha trovato un po' di sollievo solo grazie alle imprese della nazionale.
Cresciuto con il Kirkuk FC e affermatosi con il Talaba Sporting Club, Mahmoud ha girato per gli Emirati Arabi e sopratutto in Qatar, dove l'Al-Gharafa è stato il club più importante della sua carriera. Ma se si vuole illuminare la storia di questo giocatore, bisogna necessariamente parlare del suo rapporto con la nazionale e di quanto è stato fondamentale per quest'ultima, in diverse occasioni. Affermatosi come prima punta, Mahmoud ha fatto tutta la trafila nelle nazionali giovanili, venendo convocato prima per l'U-19, poi per l'U-23: intanto, però, l'allora 19enne veniva chiamato anche per la rappresentativa maggiore. Qui comincia anche il suo legame con l'Italia, dato che Mahmoud segna il suo primo gol in un'amichevole contro il Cagliari, mentre la nazionale irachena è in ritiro nel nostro paese. Un altro pezzo di storia, invece, lo scrive nel torneo olimpico di calcio che si svolge nel 2004 a Atene: l'Iraq è qualificato, ma riesce a fare di più. Nel girone eliminatorio, gli asiatici buttano fuori il Portogallo, che aveva in squadra un certo Cristiano Ronaldo; poi l'Iraq batte anche l'Australia ed ottiene un insperato quarto posto. I legami con l'Italia si ripresentano, dato che gli asiatici vengono sconfitti proprio dagli azzurri nella finalina per il terzo posto.
A quel punto, Mahmoud non è più uno sconosciuto e diventa un punto di riferimento indispensabile per la propria nazionale: l'Iraq vince i giochi dell'Asia dell'ovest nel 2005, mentre lui comincia a farsi notare anche in Qatar con la maglia dell'Al-Gharafa. Non sarà presente ai Mondiali del 2006, ma Mahmoud sa che l'anno dopo ci sarà la Coppa d'Asia e vuole che l'Iraq faccia bella figura. In realtà, quella competizione diventerà il suo trampolino di lancio verso una fugace notorietà: l'Iraq, capitanato da Mahmoud, riesce ad avanzare nella fase ad eliminazione diretta da prima classificata del girone A, battendo addirittura l'Australia, appena entrata nella confederazione asiatica. Dopo di che, gli asiatici fanno fuori anche i padroni di casa del Vietnam, proprio con una doppietta dell'attaccante, e volano in semifinale. A quel punto, dovendo affrontare la Corea del Sud, la favola sembra giungere al termine; non è così, perché l'Iraq è tosto e porta la partita fino ai rigori, dove la squadra di Younis prevale sui più titolati sudcoreani. Sarebbe già un miracolo, visto che il miglior piazzamento dell'Iraq in Coppa d'Asia, fino ad allora, era un quarto posto: eppure, Mahmoud è incontentabile e segna il gol decisivo nella finale contro l'Arabia Saudita.


In quel colpo di testa del numero 10 iracheno si forma un momento straordinario, specie se si pensa quanto in difficoltà potesse (e può) essere il popolo iracheno. Loro avevano bisogno di distrarsi un attimo dalla guerra, dagli attacchi statunitensi, da una difficoltà nel vivere il quotidiano che forse solo un'impresa del genere poteva ripristinare parzialmente: la vittoria in quella competizione portò gli iracheni sparsi per il mondo a festeggiare. Lo stesso C.T. della squadra, il brasiliano Viera, disse: «Questo non è calcio, è qualcosa di molto più importante [...] Questo non riguarda il calcio, riguarda gli esseri umani». Inoltre, per Mahmoud ci sono valanghe di riconoscimenti, a dimostrazione di come la vittoria dell'Iraq nella Coppa d'Asia del 2007 è importante per molti: vince il premio "Facchetti" della "Gazzetta dello Sport", arriva secondo nel premio per il miglior giocatore asiatico dell'anno e viene addirittura nominato per il Pallone d'Oro di quell'anno, sebbene raccolga solo due voti e finisca 29°. Poco importa: se l'iracheno finisce davanti ad Eto'o, Giggs, Tevez e van Persie, è comunque un bel segnale.
Mentre continua a giocare in Qatar, Younis fa un po' fatica in nazionale (quattro gol tra il 2008 ed il 2010), che intanto è pronta anche per la Confederations Cup del 2009: l'Iraq viene eliminato e non segna nessun gol, ma la partecipazione ad una manifestazione così sentita è di grande impatto. Ma si sa: il vino, se invecchia, diventa ancora più buono. E così l'ormai 27enne Mahmoud, maturato e forgiato da diverse esperienze, ricomincia a segnare con la nazionale, trascinandola anche alla qualificazione in Coppa d'Asia del 2011, dove l'Australia elimina l'Iraq ai quarti di finale, vendicandosi di quattro anni prima. Purtroppo, poi, non è andata meglio nelle qualificazioni al Mondiale brasiliano: l'Iraq, arrivato all'ultima fase, è finito in un girone difficile, con Australia e Giappone. L'eliminazione è arrivata con una giornata d'anticipo e Mahmoud ha deciso così di chiudere la sua avventura l'11 giugno 2013; non solo con la nazionale, ma persino con il club, ritirandosi definitivamente dal calcio. Un peccato se si pensa che il capitano iracheno era arrivato a giocare in coppia con Raul Gonzalez Blanco, nell'Al-Sadd.
Younis Mahmoud lascia il calcio e l'Iraq dopo 116 presenze e 47 gol, dietro alla leggenda Hussein Saeid, leader in entrambe le classifiche e calciatore della nazionale negli anni '80. Rimarrà, come molte altre leggende periferiche del calcio, uno dei tanti giocatori a non giocare mai un Mondiale; certo, ha avuto molto dalla sua carriera, ma l'augurio che gli faccio è quello di esser eanche importante per il suo paese. Perché no, anche da C.T., se gli capiterà. E spero anche che Mahmoud possa essere ancora un eroe per l'Iraq, magari in un contesto che non sia quello di guerra e pace conviventi nello stesso tempo.

Younis Mahmoud, 30 anni, lascia il calcio nel giugno scorso.

9.8.13

Pronto a volare.

Gareth Bale è ormai in partenza dal "White Hart Lane": un'offerta abnorme consentirà al Tottenham di saccheggiare il mercato nelle prossime settimane. Intanto, gli "Spurs" si sono portati avanti con il lavoro e hanno regalato a André Villas-Boas uno degli attaccanti più sottovalutati dell'intero panorama calcistico europeo: Roberto Soldado. Un grande giocatore, che saluta da capitano il Valencia, dopo i tanti gol realizzati e le soddisfazioni ottenute nelle ultime stagioni.

Soldado saluta Valencia dopo 81 gol in tre stagioni al "Mestalla".

Il Valencia ha fatto il miglior investimento per sostituire la partenza di David Villa, quando nel 2010 scelse Roberto Soldado, nato a Valencia e voglioso di tornare a casa. Infatti, l'attaccante è stato lontano da casa per molto tempo, fin dal 2000: in quell'anno, il Real Madrid lo notò e decise di prelevarlo per inserire il centravanti nelle sue giovanili. Da quel momento in poi, Soldado ha lavorato parecchio e si è fatto notare nelle squadre inferiori dei "blancos": 63 gol in quattro stagioni, che portano la "Castilla" in Segunda e Soldado ad esordire anche in prima squadra, sotto la guida di Vanderlei Luxembourgo. E' il Real dei "galacticos", ma Soldado trova la maniera di mettere il timbro per quattro volte durante il 2005/2006; che sia Liga o Champions, poco importa. Con l'arrivo di Fabio Capello, però, è tempo di trovare un'altra sistemazione: il prestito all'Osasuna, nella stagione successiva, gli consente di realizzare altre 13 marcature. Insomma, Soldado vuole imporsi con la camiseta blanca: tuttavia, non la pensano così dalla parte di Madrid e così l'attaccante è costretto a fare le valigie e andarsene, nonostante la voglia matta di vestire la "9" che è stata lasciata libera da Ronaldo.
Uno dei maggiori rimpianti del Real, che avrebbe potuto risparmiare qualcosa negli anni a seguire e trovarsi in casa l'attaccante giusto. Cambia la squadra, ma non la città: infatti, la meta successiva è il Getafe, dove Soldado porta in dote un qualcosa come 33 reti in 66 match: una media esatta di un gol ogni due partite. Quello che un bomber dovrebbe saper fare meglio. Lo capiscono a Valencia, dove il "Mestalla" saluta David Villa, pronto a passare al Barcellona di Guardiola. A quel punto, quale cosa migliore del riportare a casa un figlio di quella città, come Soldado? Così, un quarto della vendita del "Guaje" (10 milioni di euro) vengono spesi per prendersi il centravanti del Getafe.
Un affare d'oro, come si può giudicare dopo tre anni al Valencia. Soldado, al termine di un triennio al "Mestalla", può lasciare un'eredità fatta di 81 gol in 141 presenze: se si confronta la media-gol di Soldado con quella di David Villa, la differenza è veramente minima. Insomma, Roberto si è poi rivelato il giusto erede di "El Guaje", riuscendo a tenere il Valencia su livelli da Champions League. Inoltre, l'ex Real è riuscito a fare meglio in Europa, dove ha mostrato forse le sue migliori doti, tanto da segnare due doppiette e due triplette nella massima competizione continentale. Bisogna anche considerare, poi, un altro fattore: Soldado è un giocatore che tende a migliorarsi stagione dopo stagione. Da quando si unì al Getafe, la sua quota di gol stagionali non è mai scesa, anzi, tende a salire pian piano: quest'anno ha toccato il massimo personale in campionato (24) e in un'intera annata (30). L'impressione è che sia al massimo della sua maturità calcistica e che il Tottenham abbia scelto il momento migliore per prelevarlo. Specie adesso che sta avendo (finalmente) il suo spazio anche in nazionale, dove non è mai stato particolarmente osannato, nonostante i tanti gol segnati con il Valencia.

Soldado e la maglia della nazionale spagnola, un amore ancora incompleto.

Se c'è infatti un mistero riguardante Roberto Soldado, è proprio il suo rapporto con la nazionale spagnola: il centravanti ha fatto tutta la trafila con le "Furie Rosse", senza però mai avere grossissimo spazio. Persino Luis Aragonés si accorse di lui, tanto da convocarlo ancor prima che la Spagna vincesse l'Europeo del 2008, quando Soldado vestiva ancora la maglia del Getafe. Poi, l'arrivo di del Bosque gli ha praticamente precluso ogni chance di vestire la maglia della "roja": l'attaccante del Valencia non era nella lista dei convocati spagnoli né al Mondiale sudafricano, né sopratutto all'ultimo Europeo. Assenza di cui non solo io mi sono stupito: del resto, all'epoca, Torres presentava diversi problemi realizzativi, Negredo era la terza ruota e Llorente, pur se importante, non è mai sembrato un giocatore adatto al modo di giocare della Spagna.
Poi, è arrivata la svolta nell'ultimo anno: il C.T. dei campioni del mondo ha cominciato a chiamarlo. I risultati sono stati positivi e così, nell'ultima Confederations Cup, il nome di Soldado c'era, mentre del Bosque ha lasciato a casa sia Negredo che Llorente. E' possibile che ora le cose vadano per il verso giusto, anche perché Soldado potrebbe aver scelto il miglior allenatore possibile per valorizzare il suo talento: André Villas-Boas. Il portoghese, dopo i successi con il Porto, viene da un anno incolore con il Tottenham e non è riuscito a ripetere quanto fatto vedere con i "dragoes". Soldado può essere la risposta alle sue esigenze: con l'ex Valencia, è possibile rimettere in piedi il 4-3-3 che lo fece desiderare anche dal Chelsea.
Oltretutto, nonostante la partenza di Bale, il Tottenham potrebbe fare bene quest'anno: i test estivi non sono stati proprio incoraggianti, ma gli elementi ci sono e, qualora mancassero, si potranno comprare grazie ai soldi del Real Madrid per il gallese. Se poi si conta anche il fatto che, insieme ai 100 e passa milioni di euro, arriveranno (forse) anche Di Maria e Fabio Coentrao, c'è tutto per riportare il 4-3-3 dei miracoli in auge. O quanto meno per fare un tentativo. Intanto, è arrivato Soldado: un affare da 30 milioni di euro, parziale anticipo di quanto arriverà da Madrid per il gallese. Sopratutto, AVB ritrova l'attaccante principe che gli serviva: al Porto, il tecnico aveva un certo Radamel Falcao, che esplose definitivamente anche grazie al suo gioco. L'anno scorso, il Tottenham - nei primi tre marcatori stagionali - aveva Bale e Dempsey: non proprio due centravanti. Defoe, secondo marcatore di squadra nella scorsa annata, non sta certo ringiovanendo; Adebayor conferma di essere in declino; Harry Kane, invece, è ancora troppo giovane.
E allora è il momento di Roberto Soldado. Il centravanti di Valencia può essere la risposta alle preghiere di AVB, mentre lo spagnolo può puntare a farsi bello nell'anno del Mondiale, stupendo gli addetti ai lavori anche in Premier League. Sta a lui: del resto, Roberto è pronto a volare.

Roberto Soldado, 28 anni, è il nuovo centravanti del Tottenham.

6.8.13

Stessa storia, same place, même barre.

Corsi e ricorsi storici: espressione spesso mal utilizzata, ma che a volte - sopratutto nel calcio - risponde a pura verità. E' difficile avere l'opportunità di vivere determinate esperienze, come quella di avere una squadra con potere economico infinito; tuttavia, Claudio Ranieri è riuscito a fare di meglio. Quest'esperienza la sta vivendo per la seconda volta, nel Principato di Monaco: è bello quando ti puoi comprare Falcao, James Rodriguez e compagnia cantante. Meno bello è quando, invece, si pensa che tu non sia l'uomo giusto al posto giusto e stiano già pensando alla tua sostituzione. Specie quando ti succede per la seconda volta.

Ranieri ai tempi del Chelsea: la convivenza con Abramovich durò una stagione.

Eppure, l'amichevole di sabato tra il Monaco ed il Tottenham di Villas-Boas ha detto che i monegaschi, nonostante i tanti volti nuovi, si stanno assemblando in maniera coerente e che Ranieri sta impostando la squadra nella maniera giusta. 5-2 ad una delle squadre più forti della Premier: sarà calcio estivo, ma Ranieri ha voglia di lasciare il segno quest'anno. Purtroppo per lui, i buoni propositi non bastano: come Hiddink si è dimesso dell'Anzhi, si è parlato dell'immediata sostituzione del tecnico italiano con quello olandese. Così come si continua a vociferare di un Mancini pronto a prendersi la sua panchina. Insomma, Ranieri - nonostante i soldi - non se la passa bene.
Un peccato. Perché Claudio Ranieri ha dalla sua una carriera di tutto rispetto, sia in Italia che fuori: è stato un po' ovunque ed è riuscito a farsi apprezzare in molti posti in cui è andato. In Italia, di lui, si ricordano molte cose: i miracoli con il Cagliari, la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana vinte con la Fiorentina, la salvezza fantastica di Parma, il buon periodo con la Juve, lo scudetto sfiorato a Roma. Tante cose, oscurate parzialmente dagli ultimi risultati con un'Inter schizofrenica. Fuori, forse, è andata anche meglio. In Spagna, Ranieri ha fatto nascere il Valencia dei successi a cavallo tra anni '90 e 2000. Senza il suo contributo, Hector Cuper sarebbe probabilmente uno sconosciuto, visto che Ranieri - con il Valencia - ha vinto una Coppa del Re nel 1999 ed una Supercoppa Europea nel 2004. In mezzo, la delusione con l'Atletico Madrid, ma sopratutto l'avventura con i "blues" di Londra.
Già, perché Ranieri è stato amato quando il Chelsea non era ancora quello che conosciamo oggi, quello di Abramovich e dei soldi spesi in un batter di ciglio. Il Chelsea, uscito da un buon periodo con gli italiani Zola e Vialli, viveva nella parte alta della classifica, ma senza primeggiare: nei primi tre anni, Ranieri colleziona due sesti posti, poi centra i preliminari di Champions League con un quarto posto. E così, nell'estate del 2003, arriva Roman Abramovich, magnate russo dalle gigantesche ambizioni. Non so se qualcuno ricorda quell'estate: ogni giorno il Chelsea comprava qualcuno, magari anche spendendo più del dovuto pur di rinforzare la squadra. Arrivarono Glen Johnson, Geremi, Duff, Parker, ma sopratutto Veron, Mutu e Crespo e Makélélé. Insomma, 121 milioni di sterline spese in una sola estate: una sorta di record per l'epoca. Così tanti soldi che ci si chiedeva dove Abramovich li avesse mai presi. Certo, tanti soldi, ma fu bravo anche Ranieri a farli fruttare: la squadra, con il solito 4-4-2 del tecnico italiano, cominciò a vincere con costanza e rimase per buona parte del campionato dietro all'Arsenal degli invincibili. Inoltre, Ranieri seppe valorizzare il talento di un certo Frank Lampard, mandandolo in doppia cifra per la prima volta in carriera. Un secondo posto che a "Stanford Bridge" non vedevano da tempo. In più, il Chelsea giunse anche in semifinale di Champions League, piegandosi solo al Monaco rivelazione di Deschamps. Insomma, un'ottima stagione, che forse avrebbe potuto meritare una conferma: purtroppo, la carenza di trofei e la poca pazienza del magnate russo portarono all'allontanamento di Ranieri, con la chiamata di Mourinho, che aveva appena vinto la Champions con il Porto. Ciò nonostante, il grande amore dei tifosi del Chelsea per l'italiano è rimasto intatto.

Ranieri contrariato: l'Inter è stata la sua ultima esperienza italiana.

Son passati quasi dieci anni da quella separazione e Ranieri ci è ricascato. Dopo tante squadre, l'allenatore ha firmato per il Monaco nella scorsa estate. I monegaschi erano incredibilmente retrocessi dalla Ligue 1 nel 2011 e non erano riusciti a risalire l'anno successivo; tuttavia, c'era stato un passaggio importante, con l'acquisto della società da parte del magnate russo Rybolovlev. Come Abramovich... infatti, il Monaco non riesce immediatamente a risalire, ma nell'estate del 2012 porta a casa Ranieri e molti colpi di mercato, di alto livello per la Ligue 2. Su tutti, c'è quello di Lucas Ocampos, giovane argentino classe 1994, ma vanno citati anche i nomi di Riviére e Obbadi. A quel punto, con una buona squadra, è stato più facile ottenere il risultato prefissato, ovvero il ritorno nella massima serie francese: il Monaco ha conquistato la testa della Ligue 2 in primavera e non l'ha più mollata, fino a vincere il titolo.
Poi, quest'estate, Rybolovlev si è sbizzarrito sul calciomercato: del resto, non poteva essere altrimenti per un uomo che detiene un patrimonio da quasi sette miliardi di euro (!). Così, Ranieri si è ritrovato in squadra Radamel Falcao, reduce da due anni fantastici a Madrid, sponda Atletico; poi sono arrivati anche James Rodriguez e João Moutinho dal Porto, due giocatori che potranno solo che far comodo al tecnico italiano. Aggiungiamoci anche l'arrivo di Toulalan dal Malaga ed il pacchetto che comprende questi quattro giocatori è venuto a fare la modica cifra di 135 milioni di euro... se a questi aggiungiamo gli arrivi anche degli esperti Abidal (nuovo capitano) e Ricardo Carvalho, capiamo come il Monaco possa serenamente lottare per la zona Champions League. In ogni caso, queste spese rappresentano pochi spiccioli per il magnate russo, pronto a scavalcare il fair-play finanziario e a lanciare la vera sfida al Paris Saint-Germain, campione uscente di Francia e gestito dagli sceicchi qatarioti.
Adesso la palla passa a Ranieri, che sta facendo un buon lavoro nelle amichevoli estive, ma che dovrà vedersela poi con il campo. Al Chelsea, nonostante i buoni risultati, il tecnico italiano venne cacciato per un nome "di grido": che possa avvenire la stessa cosa nel Principato? Gli umori del mercato direbbero che quest'ipotesi non è probabile, ma certa: una volta portata a termine la stagione di quest'anno, Ranieri verrà sostituito. A meno che l'allenatore non vinca la Ligue 1: difficile, ma non completamente impossibile. Così come la sua riconferma. Insomma, la storia rischia di essere la stessa: starà a Ranieri cambiarla. Per dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, che lui non è certo un tappabuchi. Altrimenti, sarà una beffa ripetuta: del resto, la storia ha i suoi ricorsi.

Claudio Ranieri, 61 anni, con Radamel Falcao, ?: il Monaco fa sul serio.

4.8.13

Dal "Mata-d'oro" alla "Pipita", il passo è breve

La delusione è durata qualche giorno, giusto il tempo di rimuginare un po' sull'addio di Cavani, sui tanti gol segnati con il Napoli e sul solito Paris Saint-Germain, sempre pronto a comprare in Italia. Poi, l'annuncio di Aurelio de Laurentiis su Twitter: «Ho 124,5 milioni da spendere». E così, il sostituto dell'uruguaiano non s'è fatto attendere. Anzi, a mio parere, potrebbe essere un giocatore più forte del "Matador". Gonzalo Higuaín è stato presentato qualche giorno fa e la folla oceanica del "San Paolo" fa capire che tipo di colpo il Napoli abbia appena portato a termine.

Higuaín ed il suo arrivo all'aeroporto di Fiumicino, circondato da tifosi azzurri.

Sì, l'ho detto: Higuaín meglio di Cavani. Sarà un po' perché l'argentino mi ha sempre affascinato per come gioca, in maniera efficace, ma con classe; sarà anche un po' perché Higuaín sembra più adatto al 4-2-3-1, schema con cui si è trovato benissimo a Madrid e ha fatto una caterva di gol. Del resto, il ragazzo arriva a Napoli dopo sei stagioni e mezzo con la "camiseta blanca": a volerlo, fu Fabio Capello, all'epoca tecnico del Real. Dopo l'esplosione con il River Plate, il club di Madrid lo compra per ben 12 milioni di euro: una cifra enorme per un ragazzo di appena 19 anni. Segna poco, ma questo accade per un semplice motivo: van Nistelrooy è (giustamente) l'ariete nel 4-3-3 del Real e l'argentino è costretto a giocare largo. Storia che, per altro, si ripete quando subentra Schuster nella stagione successiva: così, i soli 11 gol dell'ex River in due anni non sembrano convincere i tifosi.
Tuttavia, Higuaín non si lascia abbattere e la svolta arriva nel 2008. Ruud van Nistelrooy si procura un serio infortunio ed il nuovo alleantore, Juande Ramos, vuole che l'argentina prenda il posto che era stato dell'olandese volante: mai scelta sarà più azzeccata per il proseguo della carriera a Madrid. 24 gol certificano che il 2008/2009 è l'anno della consacrazione per Higuaín, nonostante i "blancos" rimangano a secco di titoli, di fronte allo strapotere del Barcellona. Grazie anche alla partenza di van Nistelrooy, direzione Amburgo, da quell'anno in poi, l'argentino ha continuato a segnare a ripetizione, nonostante non abbia mai avuto il posto sicuro, a causa della concorrenza di Benzema. Inoltre, la punta non è mai sceso sotto i 13 gol stagionali. Mica male per chi doveva lasciare il Real dopo due anni così così.
Inoltre, grazie al lavoro svolto al Real, Higuaín ha avuto modo di conquistarsi spazio in nazionale, dove ha trovato come C.T. uno che conosce molto bene Napoli. Diego Armando Maradona, C.T. della "Selecciòn" dal 2008 al 2010, lo scelse per fare il "puntero" nella nazionale argentina. Ecco, Maradona ha fatto tanti errori come commissario tecnico, ma se ha un merito, è quello di aver consegnato Gonzalo Higuaín ad una dimensione internazionale: nessuno, prima di lui, aveva chiamato il ragazzo del Real Madrid e Maradona ha il piccolo merito di esser riuscito a consacrare il ragazzo a livello mondiale. Chiamato per le sfide disperate contro Perù e Uruguay, Higuaín segnò anche la prima rete al Perù, che consentì all'Argentina di qualificarsi al Mondiale all'ultimo secondo. Dopo aver steso anche la Germania all'"Allianz Arena", Maradona non ebbe dubbi: Higuaín fu il numero 9 della "Selecciòn" all'ultimo Mondiale, dove ha segnato una tripletta alla Corea del Sud. Tre anni dopo, nonostante i molteplici cambi d'allenatore (Batista prima, Sabella adesso), è uno dei punti di riferimento della sua nazionale, con ben 20 reti in 32 presenze. Insomma, nessuno ha mai pensato di disfarsi di lui, neanche con il Messi visto da punta nel Barcellona; anzi, si fa in modo di far coesistere i due, troppo importanti per le sorti dell'albiceleste.


Maradona, 52 anni, con Higuaín: è stato il suo C.T. al Mondiale del 2010.

Ora inizia una nuova avventura: del resto, l'intenzione di Higuaín di lasciare Madrid era ben nota già dalla fine dello scorso campionato. L'argentino, probabilmente, aveva voglia di testarsi - a 25 anni - in un'altra realtà, per vedere se poteva essere il giocatore devastante che ha dimostrato di essere a Madrid anche in un contesto diverso. E la mia opinione è che può esserlo, condividendo quanto Maradona disse di lui una volta: «Se mai arrivasse in Serie A, diventerebbe capocannoniere». Ecco, il colpo-Higuaín è uno dei migliori degli ultimi anni e non tanto per i soldi spesi: il ragazzo è uno dei migliori attaccanti del panorama internazionale, ma la faccia pulita ed il nome non esaltante non gli rendono abbastanza giustizia.
Come faccio a dirlo? Guardate la media-gol. E no, non quella da quando è arrivato a Madrid, poiché nei primi due anni ha giocato da esterno e, per questo, la sua capacità di realizzazione ne ha risentito; un po' come Cavani quando giocava nei primi anni di Palermo. Calcolate la sua media-gol dal 2008 in poi, quando ha potuto giocare da "puntero" sia in nazionale che sopratutto al Real Madrid: 239 partite tra albiceleste e "blancos", 131 reti. Praticamente, Higuaín porta a casa una media di realizzazione di 0.55 reti a partita, poco più di un gol ogni due gare. Un mostro che può servire terribilmente al Napoli.
Per altro, non c'è neanche il rischio che parta: dove potrebbe mai andare qualcuno che ha già assaporato l'erba del "Bernabeu" per sei anni e mezzo? E quanto bisognerebbe pagarlo, visto che il Napoli ha appena speso per lui 37 milioni più tre di bonus? Insomma, Higuaín arriva all'ombra del Vesuvio per fare la storia e c'è il rischio che ci possa riuscire, visto il 4-2-3-1 di Benitez e la sua grande capacità realizzativa. Inoltre, c'è un dato che spesso molti si sono dimenticati di citare: è un ragazzo classe '87, nonostante già diverse stagioni ad alto livello. Insomma, a 26 anni non ancora compiuti, Higuaín rappresenta un futuro solido per il Napoli, così tormentato negli addii ai suoi idoli. Bene, con l'argentino non c'è questo pericolo.
A ben vedere, il Napoli potrebbe deludere come stupire ulteriormente l'anno prossimo: ci sono ancora soldi da spendere per rinforzare la squadra, la cessione di Cavani è fruttata tre giocatori del Real Madrid e Hamsik, "il" tenore per eccellenza, rimarrà con tanto di rinnovo. Fossi un tifoso partenopeo, mi darei un pizzicotto, perché si rischia il salto di qualità definitivo. Certo, molto dipenderà anche dalla capacità dei giocatori di cambiare modulo, dopo anni di 3-5-2 "mazzarriano", così come molto sarà nelle mani di Benitez, deciso a vendicarsi del fallimento della sua esperienza interista di due anni fa. Intanto, al "Mata-d'oro" si è sostituito "El Pipita": il passo è breve, sempre di pietre preziose si parla.

Gonzalo Higuaín, 25 anni, reduce da sei stagioni e mezzo con il Real Madrid.