31.7.13

ROAD TO JAPAN: Wataru Endo

Benvenuti ad un altro numero di "Road To Japan", la rubrica che ci mostra i più promettenti giocatori che vengono dal Sol Levante e che si stanno affacciando sul panorama della J-League. Oggi ci intratterremo su un prospetto del reparto arretrato, capace di giocare sia da centrale di difesa che mediano. Nonostante la duttilità dimostrata, è molto giovane e ha appena esordito nella massima divisione nazionale in questa stagione: il suo nome è Wataru Endo, giocatore dello Shonan Bellmare.

SCHEDA
Nome e cognome: Wataru Endo (遠藤 航)
Data di nascita: 9 febbraio 1993 (20 anni)
Altezza: 1.77 m
Ruolo: Difensore centrale, mediano
Club: Shonan Bellmare (2010-?)



STORIA
Nato nella grande metropoli di Yokohama, facente parte della prefettura di Kanagawa, Wataru Endo cresce all'ombra delle squadre che popolano la zona. Potrebbe scegliere lo Yokohama F. Marinos, la più famosa da quelle parti, oppure il Kawasaki Frontale, che stava crescendo negli ultimi anni; invece, mentre frequenta il liceo Kanai, lo cerca lo Shonan Bellmare, terza compagine della zona. Quando ancora si chiamava "Bellmare Hiratsuka", con il verde addosso c'era cresciuto un certo Hidetoshi Nakata. Nato come mediano, è di Yasuharu Sorimachi - allora allenatore dello Shonan neo-promosso in J1 - l'intuizione di spostarlo nel ruolo di difensore centrale, sebbene giochi poco a causa della sua giovane età.
Infatti, il ragazzo colleziona appena sette presenze nel 2010, quando esordisce tra i professionisti: lo Shonan sta perdendo tutte le gare ed è ormai proiettato verso la J2, ma non è detto che per Endo sia una cosa negativa. A soli 17 anni, ha la possibilità di giocare le ultime gare della massima serie nazionale. Con la retrocessione, arriva anche più spazio per il classe '93: nel 2011, le presenze del centrale salgono a 38, incluso il primo gol tra i "pro", che porta lo Shonan alla vittoria contro il Mito Hollyhock. Tuttavia, il Bellmare non riesce a risalire, mentre Sorimachi viene sostituito da Cho Kwi-Jea, tecnico sudcoreano alla prima esperienza in panchina. Si pensa che l'allenatore non possa portare lontano lo Shonan, che a sorpresa ottiene invece la promozione dalla J2 alla J1 nell'anno passato: un campionato straordinario, in cui Wataru Endo è protagonista e spesso capitano della squadra, nonostante la giovanissima età. In più, aumenta anche la confidenza con il gol, visto che Endo va a segno per sette volte in 33 match, risultando così il secondo marcatore di squadra stagionale. Ogni tanto, inoltre, riprende anche la posizione di centrocampista difensivo che lo aveva consacrato ad inizio carriera.
Ora, in J1, Wataru Endo ha giocato solamente tre partite: purtroppo il difensore ha sofferto un infortunio molto duro e, perciò, è rientrato da poco in campo, giocando le ultime tre gare prima della pausa per la nazionale. Riuscirà a farsi notare ulteriormente, nonostante lo Shonan stia rischiando una nuova discesa in J2?

CARATTERISTICHE TECNICHE
Come si sarà notato, il ragazzo ha una notevole duttilità, nonostante la sua giovane età: essere partito da mediano gli ha consentito anche di comportarsi meglio come centrale di difesa, ruolo in cui attualmente sta crescendo. Oltre alle doti tecniche, Wataru Endo sembra esser dotato di grande personalità: non solo, a 20 anni, ha già vestito la fascia di capitano dello Shonan, ma sembra essersi specializzato anche nei rigori, visto che si è preso diverse volte l'onere di tirare dal dischetto.

STATISTICHE
2010 - Shonan Bellmare: 7 presenze, 1 rete
2011 - Shonan Bellmare: 38 presenze, 1 rete
2012 - Shonan Bellmare: 33 presenze, 7 reti
2013 - Shonan Bellmare (in corso): 3 presenze, 0 reti

NAZIONALE
Wataru Endo ha numerose presenze con le maggiori rappresentative giovanili del Sol Levante - dall'Under-16 all'Under-19 - e non sta finendo di accumularle. Anzi, dovrebbe essere in età per l'Olimpiade di Rio del 2016, perciò per lui il futuro può e deve essere con la maglia della "Nippon Daihyo". Per altro, vista la moria di difensori centrali in Giappone, l'obiettivo della nazionale maggiore è raggiungibile. Forse Zaccheroni si accorgerà di lui dopo il Mondiale del 2014, visto che il gruppo è in cerca di interpreti nel ruolo, ma forse non giovani quanto il buon Wataru.

LA SQUADRA PER LUI
Un prospetto di questo tipo, con un costo non superiore agli attuali 600mila euro (fonte transfermarkt) potrebbe essere un vantaggio. Da ricordare, in tal senso, l'affare portato a termine dal VVV-Venlo nell'estate 2010 con Maya Yoshida, ora colonna della nazionale giapponese. Un trasferimento in Europa è da valutare, perché il ragazzo è ancora giovane e finire la stagione con lo Shonan sarebbe la cosa migliore. La Francia potrebbe essere la meta ideale, ma anche il Belgio rappresenterebbe una buona destinazione. Meglio un "no" all'Italia, se mai arrivasse un'offerta: non c'è la pazienza ideale in Serie A per far crescere un ragazzo di vent'anni in ruolo delicato come quello del centrale difensivo.

28.7.13

La nuova era paraguaiana.

Roma, giugno scorso: mentre sono in macchina, accendo la radio e mi metto all'ascolto di una famosa stazione sportiva che si occupa della sponda giallorossa della Capitale. La Roma non ha ancora l'allenatore della nuova stagione e si parla del "Tata" Martino, accostato alla panchina della squadra di Totti e compagni. Le reazioni degli ascoltatori vanno dalla rabbia all'ironia: «Ma chi c... è Martino? Fra Martino? Ma chi lo conosce?». L'avranno imparato un mese dopo: è il nuovo tecnico del Barcellona. Alla faccia delle risatine ironiche.

Il "Tata" Martino è pronto ad una nuova avventura, targata Barcellona.

Diciamo che, ignoranza di qualche tifoso italiano a parte, bisogna esser sinceri: la scelta di Gerardo Martino arriva comunque inaspettata. Non tanto per il curriculum del tecnico argentino, che ha alcuni titoli importanti nella sua carriera, quanto per il fatto che Martino - pur essendo un allievo di Marcelo Bielsa, suo allenatore quando giocava - ha raggiunto l'apice specie con il Paraguay, giocando un calcio concreto e, a tratti, iper-difensivo. Proprio con i sudamericani, Martino è salito all'onore delle cronache: nella Coppa del Mondo del 2010, l'ex C.T. ha portato il Paraguay, per la prima volta nella storia dei Mondiali, il paese ai quarti di finale. Anzi, non fosse stato per un Villa superlativo e per l'errore di Cardozo dal dischetto, i biancorossi sarebbero potuti andare anche in semifinale un po' a sorpresa. L'anno dopo, poi, pur giocando un calcio troppo concreto e vincendo sopratutto ai rigori, Martino raggiunse con il suo Paraguay anche la finale di Copa America.
In generale, però, la storia di Gerardo Martino racconta altri successi: in Sudamerica, il 50enne tecnico ha la sua reputazione, cresciuta sopratutto nei primi anni 2000, quando collezionava successi in Paraguay. Nonostante le offerte ricevute dall'estero, l'argentino è riuscito a vincere ben quattro campionati paraguaiani tra il 2002 ed il 2006: tre sulla panchina del Libertad, uno su quella del Cerro Porteño, inframezzati da una deludente esperienza al Colón nel 2005. E' a quel punto che la carriera di Martino cambia: dopo un deludente Mondiale, il Paraguay lo chiama per diventare il C.T. della nazionale dal 2006. I risultati sono da subito buoni, tanto che l'allenatore della "rojiblanca" viene premiato come "Tecnico sudamericano dell'anno": quanto agli altri nomi che hanno vinto questo premio, nell'albo d'oro ci sono anche i nomi di Bilardo, Maturana, Bianchi, Scolari e Tabarez.
"El Tata" venne premiato proprio per come stava ricostruendo il Paraguay, dopo il ritiro dei senatori (Arce, Gamarra e Chilavert, tanto per dirne qualcuno); infatti, la squadra di Martino fu la seconda a qualificarsi per il Mondiale 2010 nel girone sudamericano, battendo per giunta in casa sia il Brasile che l'Argentina. Ai Mondiali, poi, sappiamo come è andata: lo sa bene anche l'Italia, che sbatté contro un Paraguay roccioso nella prima uscita da campioni in carica. Per chiudere il cerchio, è arrivata anche la finale di Copa America del 2011, ottenuta con non poca fortuna e senza vincere una partita. Tuttavia, qualcuno potrebbe avere dubbi sulla carriera di Martino al di fuori del Paraguay: non c'è problema. "El Tata" è tornato al Newell's Old Boys, dove era stato un idolo per buona parte della sua carriera, e ha vinto il Final del 2013, pur perdendo la sfida contro il Velez per il titolo nazionale. Insomma, tutto traspare, tranne che il profilo di uno sprovveduto.

Lionel Messi, 26 anni, ha avuto un ruolo chiave nella scelta di Martino.

Ciò nonostante, qualche dubbio rimane. Se non altro di tipo tecnico. Già, perché - pur essendo un allievo del calcio spettacolo di Marcelo Bielsa - Martino ha dato il meglio con il Paraguay, quando giocava in maniera rocciosa ed ordinata. E, per questo, forse si pensa che potrebbe avere qualche difficoltà a Barcellona. Qualcuno potrebbe rispondere che non si possono avere problemi con una squadra che ha stravinto l'ultima Liga e che è comunque arrivata in semifinale di Champions League, seppur spazzata via dal Bayern Monaco. Beh, bisogna vedere anche come ci è arrivata: Vilanova, complici anche i problemi di salute, non ha saputo imporre lo stesso gioco di Guardiola e la sensazione è che Messi abbia messo più di una pezza sui piccoli problemi blaugrana, mascherati dal genio argentino. Chi ha visto Milan-Barcellona o altre partite della scorsa annata, capirà probabilmente di cosa si parla.
Già, Lionel Messi: pare che proprio il "10" dei catalani abbia giocato un ruolo chiave nella scelta dell'ex C.T. del Paraguay. Infatti, entrambi provengono da Rosario, condividendo così la stessa cittadinanza. Certo, è difficile pensare che il club si faccia condizionare dalle scelte di un giocatore, seppur d'importanza planetaria come l'argentino; tuttavia, un parere positivo della "pulga" non guasta mai. Adesso, Gerardo Martino dovrà dimostrare che non è lì per fare il traghettatore, ma per portare avanti un determinato progetto di gioco: a breve si unirà alla squadra, raggiungendola ad Oslo, e dovrà far coesistere Messi, Neymar e compagnia cantante, in modo da portare altri trofei a casa. Sopratutto, dovrà sfatare il mito della sostituzione di Guardiola: molti avevano pensato che sostituire l'allenatore in una squadra come il Barca, che ha vinto tutto, sia facile. Ahimè, non è così: il sistema di Pep sembra difficile da imitare e la recente amichevole tra il nuovo Bayern di Guardiola ed i blaugrana sembra aver dimostrato tale punto.
Bisogna ricordare anche come la stagione del Barcellona si presenti più dura dell'anno scorso: acquisto dell'asso brasiliano a parte, non ci sono stati grandi movimenti in entrata. Anzi, si è riusciti a perdere Thiago Alcantara, reduce da uno straordinario Europeo U-21 e che chiedeva più spazio per conquistarsi il Mondiale. Colui che poteva essere l'erede di Xavi è tornato da Guardiola, andando a rinforzare il Bayern per 25 milioni di euro. Inoltre, la squadra si è fatta un anno più vecchia e gli avversari del Real hanno sostituito José Mourinho con Carlo Ancelotti: mica male. Insomma, per Martino ci sarà da fare. Tuttavia, è sempre il nuovo allenatore del Barcellona: altro che "Fra Martino", come chiedevano i simpatici ascoltatori di quella radio romana.

Gerardo Martino, 50 anni, ex C.T. del Paraguay: ha firmato con il Barca.

24.7.13

Un proficuo inverno.

Sepp Blatter è uno stratega straordinario. Perché mai organizzare il Mondiale in un paese che non ha strutture adeguate per farlo (il Sudafrica ha rischiato in tal senso) o ignorare le contestazioni di un intero paese (come il Brasile nell'ultima CC), quando puoi farlo in un paese che ha i soldi, ma non ha la passione necessaria per ospitare un evento del genere? Sto parlando del Mondiale del 2022, già assegnato al Qatar con insolito anticipo rispetto al solito. In più, si sta pensando di farlo d'inverno, dato che Blatter ha scoperto l'esistenza del caldo nel Medio Oriente: le catastrofi sono all'orizzonte.

Sepp Blatter, 77 anni, presidente della FIFA dal 1998: un genio incompreso.

Dopo la brillante idea dell'"Europeo itinerante", proposta da Platini ed approvata per il 2020, ecco un altro "masterplan" partorito dai piani alti del calcio mondiale. Si potrebbe parlare di BRA (Braccia Rubate all'Agricoltura), perché certe cose non solo non andrebbero proposte, non andrebbero neanche pensate. Infatti, Blatter sta usando forse troppo del suo potere per provare soluzioni del tutto nuove. Tanto che il Mondiale del 2022 è già stato assegnato con più di dieci anni d'anticipo, cosa mai successa prima nell'assegnazione del Mondiale al paese ospitante; di solito, bastano sei anni o otto - come nel caso della Russia per il Mondiale del 2018 - per organizzare un evento del genere. Invece no, Blatter ha anticipato il tutto di 12 anni e il Qatar sarà anche il paese più piccolo - per superficie - della storia ad ospitare una Coppa del Mondo. Per carità, saranno contenti i giocatori e gli staff tecnici per i pochi movimenti, ma che ne sarà dei tifosi?
La scelta di organizzare un evento come il Mondiale in Qatar, ovviamente, è figlia di ragionamenti puramente economici. Così come quello in Russia, dove però, almeno, abbiamo a che fare con un movimento calcistico pienamente sviluppato e presente in Europa, sia a livello di club che di nazionale. Oltretutto, le rivali del Qatar per l'assegnazione del Mondiale 2022 erano di tutto rispetto: c'erano gli Stati Uniti, memori dell'esperienza del 1994; c'era l'Australia, ormai presente ai Mondiali regolarmente e dotata di strutture adeguate; sopratutto, Corea del Sud e Giappone si erano ripresentate, stavolta singolarmente, per ospitare la manifestazione. Del resto, non sarebbe stata la prima volta che un paese ospitava due edizioni a breve distanza: il Messico ospitò i Mondiali del 1970 e li ri-ospitò nel 1986, quando la Colombia ebbe problemi finanziari e non poté adempiere al compito assegnatole dalla FIFA.
L'assegnazione al Qatar del Mondiale del 2022, per altro, è piena di sospetti: si parla di una vittoria comprata tramite favori o quote in denaro. Quattro delegati di altrettante nazioni potrebbero essere stati corrotti, anche se i diretti interessati hanno negato l'accusa ricevuta; altrettanti sospetti ci sono sulla potenza energetica di Russia e Qatar, che potrebbero aver giocato un ruolo importante nella decisione di dare ai due paesi l'organizzazione dei Mondiali rispettivamente del 2018 e del 2022. Corruzione che, quindi, pare esser stata un elemento fondamentale per il Qatar e la sua vittoria, tanto più se Mohammed Bin Hammam - fondamentale per l'assegnazione della Coppa del Mondo ai qatarioti - è stato squalificato dalla corsa per la presidenza del comitato organizzatore dei Mondiali del 2022, dopo aver scoperto il suo tentativo di corruzione nei confronti di ben 25 ufficiali della FIFA.
Tuttavia, cosa aspettarsi da Blatter? Ricordiamoci il profilo del presidente FIFA: Sepp Blatter è colui che ha detto, in ordine sparso, che il razzismo potrebbe essere risolto da una stretta di mano; che le giocatrici femminili dovrebbero ridurre la lunghezza dei pantaloncini e renderli più stretti, in modo da attrarre più pubblico; Blatter, inoltre, è stato accusato di gestire alcuni investimenti finanziari per scopi personali tramite la FIFA. Infine, Blatter è colui che ha voluto il giallo per i giocatori che si tolgono la maglia dopo una rete, ma che ha rifiutato il replay per i gol-fantasma, nonostante il caso Lampard in Germania-Inghilterra del Mondiale sudafricano del 2010.

Il "Lusail Iconic Stadium", da 86.000 posti, candidato a ospitare la finale.

Qualcuno potrà dire: «Del resto, anche i Mondiali del 1994 e del 2002, organizzati in Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud erano a scopi di marketing», per aprire il calcio a nuovi continenti. La risposta sarebbe che non è stato proprio così: a modo loro, sia gli Stati Uniti che sopratutto le due nazioni dell'Est asiatico hanno sviluppato movimenti calcistici di tutto rispetto. Per altro, Stati Uniti e Corea del Sud avevano già partecipato ai Mondiali, mentre il Giappone ha staccato recentemente il quinto biglietto consecutivo per la rassegna internazionale. Quale movimento calcistico potrà mai nascere in Qatar, dove la nazionale ha la sua maggiore stella in un uruguaiano naturalizzato? Dove le squadre più famose ottengono successi in Asia specie per i giocatori comprati dall'Europa e non per i loro nazionali? Dove il Qatar ha, come risultato più prestigioso della sua storia, i quarti della Coppa d'Asia?
Mille domande e non solo dal punto di vista tecnico. Se gli stadi avveniristici potrebbe essere l'unico lato positivo della vicenda, la bilancia pesa di molti inconvenienti che potrebbero presentarsi all'orizzonte. Innanzitutto, il Qatar ha fatto un po' di pratica, ospitando la Coppa d'Asia del 2011: pochi hanno parlato di un incidente avvenuto fuori dallo stadio di Doha durante la finale, quando furono respinti 5000 supporters che volevano entrare nello stadio. Alcuni di questi erano muniti di biglietto, ma sono stati comunque fermati, impedendo anche a coloro all'interno dell'impianto di uscire. Inoltre, l'alcool potrà essere consumato solo in alcune parti degli stadi, così come si è presentato il problema degli omosessuali. Anche qui, Blatter ha tirato fuori un'altra perla: siccome la legge in Qatar vede l'omosessualità come illegale, il presidente della FIFA ha scherzato, dicendo che essi «dovrebbero tenere a freno qualunque attività sessuale durante il Mondiale». Se sei gay, niente pallone, almeno non in Qatar. Non per il Mondiale.
Insomma, una cosetta da niente; specie se a dirla è il presidente della maggior organizzazione internazionale riguardante il calcio. Inoltre, c'è il problema di cui si parlava all'inizio: il caldo, quest'astioso nemico, la cui esistenza è stata scoperta da Blatter solo recentemente. Siccome si possono riscaldare gli impianti, ma non il paese, l'idea è quella di rivoluzionare l'intero calendario della stagione, giocando la Coppa del Mondo d'inverno: una pensata che, per esser gentili, pare una boiata d'altri tempi. E infatti, subito ci sono state reazioni stizzite da capi di diverse federazioni calcistiche. Per non parlare di un dettaglio che sta passando inosservato: i costi. La Coppa del Mondo 2022 costerà 166 miliardi di euro, quasi sessanta volte in più rispetto alle spese sostenute per il Mondiale sudafricano del 2010; di questi, quasi 35 verranno spesi per gli impianti di condizione dell'aria, mentre 32 verranno spese per creare una città attorno al nuovo stadio di Lusail, candidato ad ospitare la partita inaugurale e la finale del torneo.
Insomma, meglio di così si muore! Attenzione, però, Blatter sta già pensando ad altre idee brillanti: l'assegnazione della Coppa del Mondo 2030 avverrà nel 2015. Non sia mai che lui non ci sia quando tutto questo verrà deciso; inoltre, per quell'assegnazione è candidata l'Indonesia. Del resto, il caldo asfissiante ed i monsoni del Sud-Est asiatico sono l'ideale per un Mondiale. Vero?

Sebastian Soria, 29 anni: qatariota naturalizzato, forse non ci sarà nel 2022.

22.7.13

La polveriera d'Italia.

Ci sono due frasi che fanno capire che aria tira nell'ambiente Roma in questo momento. La prima è stata di Rudi Garcia, autore di una seduta di rafting insieme a tutta la squadra: l'intenzione era di far capire come «siano tutti sulla stessa barca», come ha poi confermato il nuovo tecnico giallorosso. Tuttavia, forse è Kevin Strootman a far capire meglio il concetto nella sua presentazione. In una frase che sembra un'enciclica, l'olandese ha detto: «Se ce la faccio a Roma, ce la farò ovunque». Insomma, il centrocampista ha già capito in che tipo d'ambiente si verrà a trovare, nonostante sia appena arrivato.

Rudi Garcia, 49 anni, è il nuovo allenatore della Roma 2013/2014.

In effetti, a posteriori, viene da rivalutare l'operato di Ranieri, capace di sfiorare lo scudetto nel 2010. Altri tempi, quando la Roma lottava per qualcosa d'importante; invece, da tre anni a questa parte, lo sfacelo sembra l'unica alternativa possibile. Il buio avvolge la sponda giallorossa della capitale ed è facile dire che ogni prossima annata andrà meglio; il difficile viene quando tale profezia non si avvera. Infatti, la Roma non ha fatto altro che sbagliare mosse negli ultimi due anni e mezzo. Tutto nasce quando viene cacciato Ranieri, complice di aver ottenuto risultati inferiori alle attese. A quel punto, i giallorossi chiamano Vincenzo Montella: l'ex attaccante potrebbe meritare un'altra chance, ma la neo-dirigenza degli americani si fa affascinare dal "tiki-taka" di Luis Enrique, senza verificare o meno se e quanto questo sia riproponibile nel panorama italiano. Intanto, Montella va a Catania prima, Firenze poi e fa faville, mentre l'ex allenatore del Barcellona B viene travolto dalle critiche e dalla fretta dei tifosi, vogliosi di vincere subito.
A quel punto, altro errore di gestione: invece di tenere Luis Enrique con un anno d'esperienza in più, si va alla caccia di un altro grande amore, ovvero Zdenek Zeman, che è appena risalito in A con il Pescara del 4-3-3 e dello spettacolo. Risultato? Non c'è pazienza per le scelte del tecnico e, in più, lui dimostra di non esser fatto per le squadre di alta classifica. Così, a febbraio, il "filosofo" è out, mentre la Roma si aggrappa alla figura di Andreazzoli, tutt'altro che carismatica. La finale di Coppa Italia, infine, ha messo il timbro a questi primi due anni fallimentari di gestione americana: una presidenza che, a giudicare da molte delle sue mosse, sembra voler giustificare le tesi dei "complottisti", coloro che affermano che gli americani siano qui per costruire lo stadio (in effetti, il progetto è già stato presentato) e fornire certi sponsor alla Roma (la partnership con la Nike a partire dalla prossima stagione ed il tour pre-stagionale in America lo confermano).
Nonostante le dimissioni di Franco Baldini, passato al Tottenham, ci sono stati passi avanti sul profilo manageriale, ma in campo? Che succede a questa Roma, che durante gli anni 2000 ha sognato e vinto molto? Un settimo ed un sesto posto sarebbero giustificabili se ci fosse una strategia dietro a questi piazzamenti; invece, la sensazione è che la barca giallorossa navighi a vista, in attesa del prossimo scossone. Si è cambiato molto in sole due stagioni, ma devono ancora arrivare risultati significativi: ad esclusione di qualche partita da ricordare (Roma-Milan e Roma-Fiorentina dell'anno scorso), si è visto poco. In tutto questo caos, Sabatini ha però centrato tre geniali mosse di mercato: Lamela e Pjanic nel 2011, Marquinhos l'estate scorsa. Peccato che il brasiliano sia stato appena venduto per 35 milioni al PSG: una mossa discutibile, specie se si vuole costruire una squadra forte. Un'altra stagione a Roma avrebbe fatto bene al difensore, che si è rivelato una sorpresa, nonostante i soli 19 anni anni d'età. E che dire dell'argentino? Deve imparare ad esser più continuo, ma si è parlato spesso di Napoli e Manchester City quest'estate, come se anche lui fosse vicino ad alzare i tacchi. Tutto questo mentre Pjanic è stato contestato dai tifosi. In questo senso, il colpo messo a segno con Kevin Strootman potrebbe rappresentare l'ennesimo faro nel buio, specie se la stagione dovesse andare male: l'olandese, ex PSV, è giocatore dal futuro assicurato, tanto da prendersi il "6". Un numero sacro a Roma, visto che l'ha vestito un certo Aldair.

Pablo Daniel Osvaldo, 27 anni, non è più gradito dai tifosi giallorossi.

Fin qui, le poche note buone. Peccato che le cattive narrino di altri problemi, per altro irrisolti. La gestione di mercato è stata fin troppo rischiosa: l'usato sicuro non è contemplato da Sabatini ed è un peccato, perché in Serie A quel tipo di colpi rappresenta una garanzia. Così come le cessioni di Bertolacci, Stoian e sopratutto Borini fanno capire che non ci sia posto per la gioventù che si ha in casa. Invece, i 38 milioni complessivi spesi per Stekelenburg, José Angel, il prestito di Kjaer, Borriello (mai protagonista nel progetto giallorosso) e la proprietà biennale di Bojan Krkic sembrano un calcio nel didietro a quella strategia che così tanta fortuna ha portato alla Fiorentina, ad esempio (caso Pizarro e G. Rodriguez, ora Marcos Alonso). 
Inoltre, ci sono casi da gestire tuttora: su tutti, quelli di De Rossi e Osvaldo sono i più spinosi. Il centrocampista, da un decennio in giallorosso, sembra sul piede di partenza, anche perché il suo rendimento non pare più quello di due-tre anni fa. Qualcuno addirittura si mangia le mani per il rinnovo da cinque milioni l'anno, firmato nell'inverno del 2012. Per l'attaccante, invece, il discorso è più complicato. Non si parla tanto di rendimento, visto che ha segnato 27 gol in due campionati; piuttosto, è l'atteggiamento che spazientisce molti tifosi. In questo caso, si fa fatica a dare torto ai supporter: il ragazzo è stato protagonista di diversi episodi, che denotano poca professionalità o, quanto meno, un eccesso di esuberanza da controllare. L'ultimo, in ordine di tempo, è quello in cui dichiara stizzito ad un tifoso d'aver fatto «200 gol», quando nella sua carriera professionistica ha realizzato poco meno di 90 reti. In tutto questo, la società non riesce a disfarsene: il Southampton aveva presentato l'offerta giusta, ma è mancata l'approvazione del centravanti. Lo Zenit di Spalletti è sempre alla finestra, in attesa di novità.
Infine, c'è il problema principe: l'allenatore. A dir la verità, non si sa quanto Rudi Garcia possa rappresentare un problema. La verità è che la Roma perse un treno, due anni fa, quando lasciò andare Montella a Catania: un treno che non passerà più. Ora tocca al francese, sperando che abbia il tempo di lavorare con il suo 4-3-3. Il curriculum è di tutto rispetto: il quinquennio a Lille ed il "double" del 2011 dimostrano come il tecnico sia capace. Tuttavia, lavorare a Roma non sarà facile: l'ambiente è caldo, ancora deluso dopo la sconfitta in finale di Coppa Italia. L'aver perso contro i cugini laziali, poi, ha reso il ritrovo più bollente del solito, con la necessità di fare bene, da subito. La Roma ha ricominciato con diverse contestazioni: bersagli facili Osvaldo, Pjanic e anche Balzaretti. Adesso, la polveriera d'Italia dovrà ricominciare da capo. Con gli americani sempre al comando, un olandese in più a centrocampo ed un allenatore che ha bisogno che tutti stiano sulla stessa barca. Possibilmente, remando dalla parte giusta.

Kevin Strootman, 23 anni: arrivato dal PSV, sarà la nuova stella della Roma?

19.7.13

Un alieno a Parigi, un torero a Firenze.

E' decisamente brutto quando un addio è annunciato: magari lo digerisci meglio a lungo andare, ma lo strappo iniziale è forte, a volte troppo, per esser sopportato. Allo stesso modo, quando incontri una novità eccitante e piacevole, all'inizio ti senti invincibile. Sono queste le sensazioni che s'incontrano sulla strada tra Napoli e Firenze, dove si consumano un addio ed un arrivo, tanto annunciati quanto attesi. Se Edinson Cavani lascia gli azzurri dopo tre anni straordinari, in Toscana sta per arrivare Mario Gomez.

Aurelio De Laurentiis, 64 anni, e Diego Della Valle, 60: affari per entrambi.

"El Matador" ha fatto del suo meglio: in quanto a rendimento sul campo, non è rimproverabile da nessun punto di vista. Forse deve migliorare leggermente dal dischetto, ma non si segnano 104 gol in 138 presenze per caso. La crescita di Cavani è stata lampante ed il rapporto con il Napoli è stato proficuo. L'uruguaiano ha incontrato un giocatore che interpretava al meglio il ruolo di prima punta nel suo 3-4-2-1, permettendo a lui ed agli azzurri di ottenere grandissimi risultati; al tempo stesso, Cavani deve ringraziare il Napoli, perché la vera crescita è avvenuta all'ombra del Vesuvio e, grazie ai tre anni passati nella squadra di De Laurentiis, l'attaccante lascia il capoluogo campano con uno status di giocatore mondiale che di certo non aveva quando è arrivato, nell'estate del 2010. All'epoca, anche in nazionale, Cavani veniva sacrificato come esterno destro, mettendo da parte le sue capacità realizzative; ora, col cavolo che il C.T. uruguaiano, Tabarez, lascia l'ormai ex numero 7 azzurro a correre sulla fascia...
Insomma, un rapporto di cui entrambe le parti hanno beneficiato. Tuttavia, era chiaro dall'estate scorsa come Cavani volesse di più. Viene da dire che c'è poco di più di una squadra che è stabilmente nelle prime posizioni in Italia, ma «l'erba del vicino è sempre più verde», specie se dai fili spuntano (petrol)dollari. E qui mi sento di fare una piccola critica all'uruguaiano, sempre libero di decidere il suo destino: egli ha rifiutato il Manchester City perché i "citizens" non avevano lo storia di un Real Madrid, ad esempio. Poi, però, Cavani si è accasato al PSG, non certamente conosciuto per i trionfi del passato, bensì per il fatto di essere la squadra della capitale francese. Non proprio un figurone per il "matador", che però ha solamente ritardato di un anno l'inevitabile: del resto, senza la clausola ed il rinnovo proposti da De Laurentiis la scorsa estate, probabilmente l'uruguaiano sarebbe partito prima. E' rimasto per un contratto adeguato e per sperare di vincere lo scudetto: non è andata così, ma a Napoli possono sorridere.
Si parla tanto di "modello Udinese": gli azzurri hanno una storia diversa dai friulani, ma in un calcio povero come quello italiano, ogni tanto tocca guardare anche il bilancio. Del resto, con i 60 milioni che rimarranno dalla cessione del centravanti (cinque andranno al Palermo), il Napoli potrà finalmente costruire quella squadra da scudetto che non c'è mai stata. E le dimostrazioni già ci sono: sono arrivati Mertens, Rafael e oggi sosterrà le visite mediche Callejon. Se arrivano un vice-Maggio, Julio Cesar, un centrocampista, ma sopratutto il sostituto di Cavani ed un grande difensore, il Napoli avrà una grande squadra, con tanta pace dei gol dell'uruguaiano. Che si porta via dei bei ricordi, una Coppa Italia vinta e tante serate da fenomeno (triplette, doppiette e anche un poker in Europa League).

Edinson Cavani, 26 anni, saluta Napoli dopo tre anni e 104 reti.

Per una Serie A che perde il suo protagonista principale, ne arriva un altro che potrebbe prendere il posto dell'uruguaiano: quel Mario Gómez mai accostato al calcio italiano, ma così chiacchierato da quando la Fiorentina ha cominciato a pensare a lui. Del resto, non è la prima volta che le strade di Bayern Monaco e dei viola s'incrociano: Toni ha fatto il tragitto inverso nel 2007, diventando un idolo in Germania. Inoltre, c'è chi ancora è rimasto bruciato dagli ottavi di Champions League del 2010, quando i tedeschi fecero fuori la Fiorentina, con una gara d'andata discutibile ed un super-Robben. Ora, però, è tempo di accogliere il centravanti tanto agognato: il tedesco, di chiare origini spagnole, ha un passato importante ed è pronto a raccogliere il testimone di chi ha fatto la storia in quel di Firenze. C'è già che ripensa a Batistuta: forse è presto, ma sicuramente i 16 milioni spesi per l'ex Bayern rappresentano un investimento importante.
Guardando la carriera di Gómez, si nota come il ragazzo è sempre stato un giocatore importante: colonna della nazionale tedesca (seppur da panchinaro, ma con Klose non è facile esser titolari), fece tanti gol a Stoccarda, dove vinse anche un campionato e si fece notare. I 33 milioni spesi dal Bayern sono stati  ripagati, visto che - prima stagione a parte - il centravanti ha fatto molto bene a Monaco di Baviera, realizzando molti gol per il club campione di Germania: se ne va con un bottino 113 reti in 174 partite, tanti trofei e finalmente la Champions.
Tuttavia, nonostante il "triplete" e le 19 marcature in 32 presenze di quest'anno, Gómez ha passato il tempo sopratutto in panca: il titolare era Mandzukic, magari meno prolifico, ma decisamente più adatto per il gioco di Heycknes, vista la sua voglia di sacrificarsi. Ecco, è proprio l'unico dubbio sull'operazione Gómez: il tedesco saprà adattarsi al calcio italiano? Sarà in grado di giocare nel modulo di Montella, che ha sempre previsto un centravanti leggero (Bergessio), se non addirittura il "falso nueve" (Llajic)? E sopratutto: il tedesco saprà dimostrare come Heycknes si sbagliava su di lui? Tutti interrogativi per le quali risposte dovremo attendere la prossima stagione. Del resto, la Serie A ha perso Cavani (e anche Jovetic nelle ultime ore, oltre a Marquinhos), ma potrebbe aver guadagnato un nuovo protagonista. Di origini spagnole, che ha vinto una Champions e che è una sorta di... "matador".

Mario Gomez, 28 anni, in maglia viola: è bastato poco per diventare un idolo.

16.7.13

UNDER THE SPOTLIGHT: Jordan Veretout

Buongiorno a tutti, ragazzi: eccoci qui per un nuovo numero di "Under The Spotlight", la rubrica che prova a vederci più chiaro sui talenti del calcio europeo e sul dove possano giocare in un futuro lontano. Oggi andiamo in Francia, dove si festeggia la vittoria della nazionale U-20 nel Mondiale di categoria: si parla tanto di Paul Pogba, ma c'è un altro giocatore della mediana transalpina che merita molta attenzione ed è meno pubblicizzato dello juventino. Sto parlando di Jordan Veretout, centrocampista del Nantes.

SCHEDA
Nome e cognome: Jordan Veretout
Data di nascita: 1 marzo 1993 (20 anni)
Altezza: 1.77 m
Ruolo: centrocampista centrale, regista
Club: Nantes (2003-?)



STORIA
Nato ad Ancenis, a trenta chilometri da Nantes, Veretout è un classe 1993. La vicinanza a Nantes non è un caso: infatti, Ancenis è uno snodo chiave nella via per la città francese, così come lo sarà per la carriera calcistica del giovane Veretout. Infatti, a soli dieci anni, il ragazzo entra nelle giovanili gialloverdi: il Nantes è reduce da una vittoria in Ligue 1 nel 2001 e ha appena giocato in Champions League. Insomma, il futuro del club sembra luminoso, ma esso farà fatica negli anni successivi: infatti, il Nantes retrocede due volte mentre Veretout si avvicina sempre più alla prima squadra.
Quando il giovane esordisce con il Nantes, il club naviga nelle torbide acque della Ligue 2 già da un paio d'anni: il 13 maggio del 2011, scendendo in campo contro il Sedan nei minuti finali, Veretout colleziona la sua prima presenza da professionista. Nella stagione successiva, dopo un campionato deludente, il Nantes alza un pochino le sue prestazioni, riuscendo a concludere almeno con una salvezza tranquilla il 2011/2012. Semmai, la vera novità è la continua presenza in campo di Veretout, che - a 19 anni - riesce ad imporsi come titolare: le 40 presenze stagionali testimoniano la fiducia dell'ambiente nelle sue capacità.
Quest'anno, poi, c'è stata l'apoteosi. Non tanto personale, visto che Veretout ha giocato quasi le stesse partite della passata stagione, ma con meno reti; piuttosto, il Nantes ha finalmente tirato fuori il campionato della vita e ha concluso al terzo posto della Ligue 2, ottenendo la promozione. Così, l'anno prossimo, Veretout si prepara ad esordire nella massima serie francese, dove potrebbe stupire tutti; intanto, il ragazzo si è preso una bella soddisfazione con la nazionale U-20, vincendo il Mondiale di categoria.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Veretout nasce come trequartista, ma negli ultimi anni è stato capace di adattarsi: smessi i panni del numero 10 classico, il ragazzo è diventato una mezzala, se non addirittura un regista in casi di emergenza. Insomma, a Veretout succede quello che è accaduto ai grandi trequartisti giovanili del passato: un esempio può essere Andrea Pirlo. Non convincendo a pieno da trequartista, lo hanno trasformato in un regista. Per il giovane giocatore gialloverde, sta accadendo lo stesso processo: tutto sommato, Veretout si sta adattando bene al ruolo e ha imparato - in emergenza - a giocare anche sulla fascia. La sua visione di gioco ed un piede molto educato gli permetteranno di fare strada anche da regista.

STATISTICHE
2010/2011 - Nantes: 1 presenza, 0 reti
2011/2012 - Nantes: 40 presenze, 6 reti
2012/2013 - Nantes: 33 presenze, 1 rete

NAZIONALE
Per ora, il ragazzo promette bene: Veretout si è fatto tutta la trafila della giovanili transalpine, tra U-18, U-19 e l'U-20. In quest'ultima, si è ritagliato un ruolo importante: accanto a Paul Pogba, il ragazzo ha costituito la spina dorsale della squadra a centrocampo e lo si è visto sopratutto nell'ultimo Mondiale di categoria. Veretout ha giocato tutte le sette partite che hanno portato la Francia alla vittoria della competizione; inoltre, il giocatore del Nantes ha realizzato un gol negli ottavi contro la Turchia e ha segnato uno dei quattro rigori nella lotteria dei penalties che ha visto trionfare i francesi in finale. Insomma, se continuerà a crescere, di certo potrà solo che esser preso in considerazione. Intanto, il parcheggio in U-21 pare l'ideale.

LA SQUADRA PER LUI
La verità è che, sul ragazzo, potrebbero andarci in tanti. A differenza dei suoi compagni di centrocampo in nazionale U-20 - Pogba (Juve) e Kondogbia (Siviglia) - il giocatore gialloverde non è molto pubblicizzato: in Francia, ad esempio, solo il Lorient si è buttato seriamente su di lui. Chiaro, dopo questo Mondiale U-20 e l'arrivo in Ligue 1, la valutazione potrebbe alzarsi ancora; per questo, è meglio buttarcisi sopra subito, in modo da arrivare prima delle potenze del calcio transalpino. Attualmente, Veretout vale tre milioni di euro: non sarebbe male puntarci sopra, per costruire un centrocampo con un cervello come quello dell'attuale numero 25 del Nantes. Le italiane ci pensino: è un'occasione che non si ripeterà, visto che il contratto scadrà nel 2015.

12.7.13

Jack, quel ragazzo venuto da lontano (e che andrà lontano)

La domanda spesso sorgeva spontanea: «Ma che ci fa quello lì in nazionale? Ma è uno scherzo? Possibile che non ci sia nessun altro di meglio da convocare?». "Quello lì" è Emanuele Giaccherini: uno che, se lo vedi in campo, ti dici che non c'entri nulla con il grande calcio, la nazionale, la Champions League e i Mondiali. Eppure - tranne l'ultima - il "Giak" ha potuto già far parte di tutte quelle cose, grazie all'esperienza con la Juve. Un'avventura ai titoli di coda, visto che il ragazzo sta per esser ceduto al Sunderland di Paolo Di Canio per otto milioni di euro. Alla faccia di quello che non c'entra nulla con il grande calcio.

Giaccherini in quel di Cesena, dove il ragazzo è esploso qualche anno fa.

Emanuele Giaccherini non è un carneade qualsiasi: il ragazzo che veniva da Talla ha fatto la sua onesta gavetta, giocando per anni nei campi della Lega Pro e girando in prestito, alla ricerca della definitiva consacrazione. "Giak" è di proprietà del Cesena, che lo ha prelevato nel lontano 2002, ma nei suoi giri in prestito, il ragazzo non è riuscito a convincere tra Forlì e Bellaria: un infortunio, poi, per poco non lo convince a lasciare il calcio a 22 anni, per andare a fare l'operaio. Fortunatamente, arriva l'esperienza di Pavia, dove Giaccherini lascia il segno e permette ai lombardi di salvarsi, grazie alle sue dieci reti. E' lì che si intravedono i primi sprazzi del talentino che il Cesena aspettava da anni; con l'arrivo di Pierpaolo Bisoli sulla panchina dei bianconeri, infine, c'è stata la definitiva consacrazione. Il 4-3-3 dell'allenatore cesenate vedeva Giaccherini sulla fascia sinistra, pronto a svariare, servire i compagni e concludere a rete.
Così, arriva la promozione in B ed il Cesena è pronto ad un altro campionato di sofferenza; invece, grazie all'organizzazione della squadra e ad un Giaccherini in grande spolvero, i romagnoli ottengono anche la risalita in Serie A, dove l'esterno si farà notare. Gol contro il Milan, rete a "San Siro", doppietta al "Ferraris" ai blucerchiati e le marcature della salvezza contro Brescia, Palermo e Bologna. Insomma, il ragazzo fa di tutto per mettersi in luce, tanto che alcune squadre cominciano ad interessarsi a lui: non ci vuole molto prima che la Juve, pronta al 4-2-4 di Conte, prenda l'esterno del Cesena. Comproprietà per tre milioni e la promessa di rivedersi a fine anno.
In teoria, con Milos Krasic, l'ala dovrebbe essere il punto di riferimento degli esterni bianconeri: ahimé, il modulo troppo spregiudicato, unito a compiti pesanti di supporto al centrocampo, non consentono al ragazzo di esprimersi al meglio. Conte lo comprende e mette Giaccherini da parte, passando intanto ad un più efficace 3-5-2; la scelta del nuovo schieramento è efficace, ma l'allenatore della Juventus si chiede a quel punto quale ruolo spetterebbe all'ex Cesena. Così, arriva la trasformazione: da agile esterno di fascia a tenace interno di centrocampo. Chiunque avrebbe esitato: "Giak" no, invece, perché lui ha rischiato di concluderla la carriera e, per una chance nella Juve, è pronto a tutto. Si sacrifica, qualche volta, anche come esterno nel 3-5-2, ruolo per cui non è palesemente tagliato (ce ne accorgeremo anche in nazionale). Intanto, però, la Juve lo riscatta dopo la vittoria del primo scudetto e Prandelli lo chiama per l'Europeo, convinto che la duttilità del ragazzo sia fondamentale in uno scenario così complicato. L'esordio, addirittura, avviene contro i campioni del mondo e d'Europa della Spagna, sebbene in un ruolo non suo. Se in bianconero non gioca molto (27 presenze il primo anno, 25 nel secondo), il C.T. lo ritiene, invece, una pedina fondamentale: Prandelli non se ne è mai separato ed è stato ripagato dalla splendida Confederations Cup disputata da "Giaccherinho", come lo chiama scherzosamente qualche tifoso bianconero. Due pali, un gol, un autogol provocato ed un assist: mica male.

La nazionale e Giaccherini, un rapporto più meritato di quanto sembra.

A giudicare dalle reazioni della rete, pochi piangono l'eventuale trasferimento di Giaccherini e questo è normale. La Juventus, in Italia, ha il centrocampo più forte: non tutti hanno la fortuna di avere in squadra Marchisio, Pirlo, Vidal e Pogba. Perciò, in questo senso, la partenza di Giaccherini è relativamente importante per la Juve, sebbene ai bianconeri e a Conte mancherà la sua duttilità e la sua capacità di sacrificarsi. Ma la domanda vera è: tutto normale? Giaccherini che va al Sunderland a otto milioni di euro è un'operazione pensabile, in un calciomercato che vede Villa passare all'Atletico Madrid per appena cinque? La risposta potrebbe essere "sì" e "no". "Sì", perché la Juventus lo ha pagato sette ed il ragazzo è stato uno dei migliori giocatori in assoluto della Confederations Cup, con l'apoteosi del gol al "Maracanà" contro il Brasile. "No", perché - come centrocampista - non vale tutti quei soldi, forse ne vale poco più della metà.
Allora il problema dov'è? Ecco, il dilemma sta nel fatto che Giaccherini sta forse buttando via una carriera. No, non andando a giocare allo "Stadium of Light", che anzi potrebbe essere la sua salvezza. Qui il problema è che Conte lo ha trasformato - giustamente, per il suo modulo - in una mezz'ala senza arte, né parte, ma solamente con un gran cuore e tanta voglia di correre. Trasformare Giaccherini in Gattuso è stato un po' come prendere Marc Overmars e metterlo a giocare - nell'Arsenal di fine anni '90 - al posto di Ray Parlour. Mossa bislacca, che rischia di metter da parte le migliori capacità del giocatore. Molti dicono: «Che ci fa Giaccherini in nazionale? Non è tra i centrocampisti più forti». Può essere: in effetti, ci sono interpreti italiani del ruolo che potevano stare all'ultima CC. Però, se Giaccherini tornasse a giocare come ala, mostrerebbe tutte le sue grandi capacità e allora sì che la nazionale non gli starebbe più stretta. Proprio per questo motivo, la mossa di trasferirsi alla corte di Paolo Di Canio potrebbe essere vincente: tornerà a fare l'esterno (d'attacco o di centrocampo, si vedrà) e "Giak" sarà decisivo. Anche perché il calcio di Di Canio è molto propositivo e chissà che il ragazzo di Talla non tornerà quello visto a Cesena, quando la Serie A sembrava stargli larga e, alla fine, risultò adatta alle sue capacità.
Insomma, "Jack" è stato criticato, sottovalutato e spesso messo da parte. Chissà che il Sunderland non sia la dimostrazione che il ragazzo ha fatto molta strada, venendo da lontano. E andrà ancora più lontano.

Emanuele Giaccherini, 28 anni, è pronto a trasferirsi al Sunderland.

9.7.13

Il futuro dei blancos.

Domanda per gli appassionati più anziani: vi ricordate quando il Real Madrid era "galactico"? Zidane, Figo, Ronaldo, Owen, Beckham: ogni estate, a Madrid arrivava un giocatore straordinario, che doveva essere l'ennesima aggiunta allo squadrone di Del Bosque. Quel Del Bosque che oggi guida la Spagna e che ha ottenuto risultati straordinari. Tuttavia, una volta, i "blancos" avevano anche qualche prodotto della "cantera" in prima squadra e gli esempi non erano pochi.

Raul e Guti, 36 anni per entrambi: un pezzo di storia del Real Madrid.

Guardiamo alla formazione di dieci stagioni fa: quel Real era appena uscito da una stagione vincente, con la nona (e ultima) Champions League, conquistata a Glasgow contro il Bayer Leverkusen. Bene, quella squadra vedeva nelle sue file diversi protagonisti usciti dalla "cantera": Iker Casillas, Raul, Guti, ma anche Portillo, Raul Bravo e Pavon. Insomma, c'era comunque qualche elemento di spicco delle giovanili del Real. A dieci anni di distanza, il paragone pare improbabile: nel Madrid che ha concluso la stagione 2012/2013, dei sopracitati è rimasto solo Casillas e di giovani titolari non ce n'è l'ombra. In rosa, per altro, gli unici provenienti dal settore giovanile che fanno effettivamente parte della prima squadra erano il portiere Adán (ora in prestito all'Elche, neopromosso in Liga), Arbeloa (che però si è affermato a Liverpool), Callejòn (che però è esploso all'Espanyol e, adesso, è anche andato al Napoli) e Diego Lopez. Solo quest'ultimo è stato considerato importante da Mourinho, ma anche lui si è affermato altrove.
Insomma, il Real non sembra più puntare sui giovani della sua "cantera", a differenza di quello che fa il Barcellona, con i blaugrana formati per lo più da giovani cresciuti alla Masia. Eppure, questa potrebbe essere la strada giusta per spendere di meno ed ottenere di più, anche in termini di attaccamento alla maglia. Se uno come CR7 vuole un rinnovo con aumento, nonostante un contratto milionario, si capisce che qualcosa nella gestione dei giocatori è andato storto. La cosa strana, poi, è che il Real ha avuto le sue occasioni per valorizzare i suoi giovani. Ad esempio, il Madrid ha cresciuto Roberto Soldado, ora capitano e bomber del Valencia: nonostante ciò, i "blancos" non hanno mai creduto abbastanza nel giocatore e così lui si è affermato da un'altra parte. Al Real è cresciuto anche Juan Francisco Torres, detto "Juanfran": un buon terzino destro, che ora fa le fortune dell'altra parte della città, ovvero dell'Atletico. E che dire di Javi García? Il mediano del Manchester City è cresciuto all'ombra del "Bernabeu", ma al Real preferirono giocatori di sostanza come Diarra, salvo poi pentirsene in seguito. Così come si può citare Borja Valero, che ora fa le fortune della Fiorentina, ma che sarebbe stato utile nella rotazione della mediana madrilista. Ci sono stati anche casi molto sfortunati, come quello di Ruben de La Red: mediano promettente, a segno anche negli Europei vinti dalla Spagna nel 2008, il centrocampista era reduce da una grande stagione al Getafe, ma i problemi di cuore interruppero la sua carriera a soli 25 anni, nel 2010. Il caso più clamoroso, però, rimane quello di Juan Mata: cresciuto nel Real, venne dato via senza troppi pensieri al Valencia. E così, come con Soldado, il Valencia beneficiò di uno "scarto" del Madrid, che poi è diventato il giocatore che tutti noi abbiamo apprezzato nel Chelsea e con la nazionale spagnola.

Juan Mata, 25 anni, cresciuto nel Real e lasciato andar via, direzione Valencia.

Bene, gli errori si possono commettere: l'importante è imparare a non ripeterli. E il Real Madrid ha una buona occasione quest'anno, perché presenta due prospetti di talento straordinario, che si sono distinti in diverse competizioni. Anche perché c'è una domanda da farsi: a quale pro crescere questi straordinari talenti, se poi nessuno di loro viene fatto giocare con la "camiseta blanca", per far spazio magari ad acquisti costosissimi? Non era meglio Borja Valero di Gravesen o Mahmadou Diarra? Non sarebbe stato più saggio riprendersi Mata, invece di comprarsi Drenthe? Tutte considerazioni a posteriori, vero, ma qui si parla di fatti e statistiche. Intanto, il Madrid ha la possibilità di riscattarsi, avendo dalla sua due talenti purissimi.
Il primo è Alvaro Morata, bomber della nazionale spagnola U-21, appena uscito vincitore dalla competizione continentale di categoria, della quale è stato anche capocannoniere. Un bel prospetto, un classe 1992 che ha già collezionato qualche presenza con la prima squadra: Mou gli ha dato fiducia persino in un "clásico", roba da far tremare i polsi. Eppure, il ragazzo va in doppia cifra da tre anni con la Castilla del Real, tra Segunda Division e Segunda Division B. Inoltre, ha realizzato anche due gol in Liga. Il vero merito di Morata, però, va trovato in nazionale: in una Spagna che non vive con il numero 9 classico davanti, Morata è l'unica eccezione. Ha vinto un Europeo U-19 ed uno U-21, lo ha fatto da capocannoniere in entrambi i casi: mica male per chi, come tipo di giocatore, dovrebbe essere lontano da una squadra come la Spagna. Non per nulla, il ragazzo viene paragonato a Fernando Morientes, un altro che ha fatto la storia del Real. In una squadra che perderà Higuain, sarebbe il caso di dare una chance al giovane centravanti.
Ben diverso è il caso di Jesé Rodríguez, classe 1993: l'ala è un concentrato di fantasia e velocità, l'impersonificazione del calcio spagnolo, solo a velocità maggiore. C'è chi dice che assomigli a CR7, ma la verità è che sembra ricordare molto il primo James Rodriguez, quello arrivato al Porto di Villas-Boas. E proprio Villas-Boas lo vorrebbe al Tottenham, visto che al Real non sembra esserci molto spazio in prima squadra: nonostante i 22 gol ed i 12 assist della stagione appena conclusa con la Castilla del Real (con i quali Jesé ha battuto un precedente record di Emilio Butragueño), i dirigenti "blancos" non stanno dando segnali per i quali il ragazzo avrebbe un posto assicurato con il nuovo tecnico, Carlo Ancelotti. Per provare a convincere il Real, Jesé ha tirato fuori un gran Mondiale U-20, dove ha segnato cinque gol e trascinato la Spagna ai quarti di finale. Onestamente, fare di più - per un ventenne - è difficile: il Real rischia di commettere lo stesso errore fatto in passato con Juan Mata e potrebbe pentirsene amaramente. Anche perché proprio CR7 non pare sicurissimo di rimanere e giocare per una soluzione fatta in casa sarebbe la cosa migliore. Eppure, Jesé è pronto a partire, forte anche di un contratto che scadrà la prossima estate. Insomma, si dovrà vedere quanto il Real crede in questi ragazzi. Se questa fiducia non sarà così forte, il Madrid potrebbe aver fatto l'ennesimo errore.

Alvaro Morata e Jesé Rodríguez, entrambi 20 anni, nuove stelle del Real.

7.7.13

Coppa d'Oro o Coppa "loro"?

La Confederations Cup è appena finita, ma il calcio ufficiale non si ferma. E così, oltre oceano, ci si prepara all'evento continentale del Nord e Centro America, ovvero la CONCACAF Gold Cup. Il Messico appena uscito dalla Confederations Cup non appare in formissima, eppure la competizione potrebbe sembrare non proprio una "coppa d'oro", bensì una "coppa loro", nel senso che le favorite della vigilia sono sempre le solite: sarà l'ennesima sfida Messico-USA?

Marco Fabian, 23 anni, una delle stelle del Messico alla Gold Cup.

Come al solito, saranno gli Stati Uniti ad ospitare la competizione continentale, vista la possibilità di avere incredibili stadi a disposizione. Del resto, è sempre stato così: sin dalla sua creazione ufficiale (nel 1993), la CONCACAF Gold Cup è stata sempre ospitata dagli Stati Uniti; al massimo, in un paio d'occasioni, è stata co-ospitata insieme al Messico. Si arriva alla kermesse con 12 squadre, divise in tre gironi da quattro a giocarsi la coppa. In verità, qualche sorpresa c'è stata già dalla qualificazione: la Giamaica, in ripresa negli ultimi anni, è stata eliminata nella Coppa Caraibica, impedendogli di fatto l'accesso alla Gold Cup di quest'anno. Storica, invece, la qualificazione del Belize, che giocherà per la prima volta in questa competizione. Una competizione che soffrirà la mancanza di molti giocatori: purtroppo, con la concomitanza della Confederations Cup, si è dovuto disputare la Gold Cup più tardi e molti club europei non hanno rilasciato alcune stelle. Basti pensare che Javier Hernandez e Bryan Ruiz, due fenomeni a queste latitudini, non ci saranno.
Guardando i gironi, è possibile anche fare qualche previsione. Nel gruppo A, il Messico campione uscente - grazie al 4-2 di due anni fa in finale sugli Stati Uniti - gode dei favori del pronostico, nonostante la formazione sia fatta esclusivamente da giocatori provenienti dal campionato nazionale. Purtroppo per gli altri, alcuni di questi sono già conosciuti e hanno fatto esperienza internazionale: nessuno supera le 11 presenze in nazionale maggiore, ma sette componenti della squadra hanno vinto le Olimpiadi di Londra nella scorsa estate e due erano all'ultima Confederations Cup. Insomma, il giusto mix di esperienza e gioventù che potrebbe garantire qualche altro chiodo sulla panchina di José Manuel de La Torre, ancora in bilico dopo una Confederations Cup non proprio brillante. Tuttavia, gli avversari non sono di quelli da far tremare i polsi: Panama è sicuramente il più pericoloso, specie vista la recente crescita della squadra di Julio Dely Valdes. Arrivati all'ultimo stage delle qualificazioni al Mondiale del 2014, Panama è ancora in corsa ed il bomber Blas Perez è la stella della squadra. Ci sono buone probabilità di un secondo posto nel girone, anche perché il Canada, nel frattempo, non se la passa bene: esonerato Stephan Hart dopo le pessime prove degli ultimi tempi, l'allenatore ad interim Colin Miller dovrà traghettare i nordamericani al turno successivo, senza però gli esperti De Rosario e McKenna. Inoltre, una colonna della nazionale come Julian De Guzman è senza contratto, così come Simeon Jackson, uno dei pochi che potrebbe aggiungere qualcosa al tasso tecnico della squadra, insieme a Johnson e De Jong. Infine, a completare il gruppo, c'è Martinica: possibilità di qualificazione quasi pari allo zero, ma c'è una speranza guardando al roster. Sono stati chiamati diversi giocatori militanti in Europa e di nazionalità francese, come Arnolin, Babin, Thomert o Arquin. Su tutti, c'è Frederic Piquionne, che qualcuno ricorderà in Europa: nato in Nuova Caledonia, il centravanti ha militato nell'Olympique Lione, nel Portsmouth e ultimamente anche nel West Ham. In realtà, Piquionne scelse di giocare già per Martinica nella Gold Cup del 2003; poi fu chiamato comunque dalla Francia, dato che Martinica non è affiliata alla FIFA e quindi l'attaccante poté giocare con entrambe le squadre. Adesso, Piquionne è pronto a guidare Martinica, dopo averla trascinata alla qualificazione nella Coppa Caraibica.

Landon Donovan, 31 anni, simbolo e capitano della nazionale statunitense.

Nel gruppo B, c'è l'incertezza maggiore, ma la presenza di una squadra come il Honduras dovrebbe comunque decidere le sorti del girone. I centroamericani sono in buona posizione nelle qualificazioni per il prossimo Mondiale e dovrebbero agilmente condurre il raggruppamento, nonostante le defezioni di Izaguirre, Figueroa, Palacios, Espinoza e quel Bengtson che così bene ha fatto in quest'ultimo anno. Subito dopo, piena bagarre per il secondo posto: Trinidad & Tobago ha perso i protagonisti storici che la portarono al Mondiale 2006 (solo cinque i giocatori rimasti da quella squadra) e non ha fatto bene nelle qualificazioni alla prossima Coppa del Mondo; El Salvador è una mezza incognita; infine, Haiti ha fatto una bella figura contro le riserve sia dell'Italia che della Spagna, ma bisogna vedere come se la cava contro i suoi pari. Meno tirato il gruppo C, dove ci sono i padroni di casa, allenati adesso da Jurgen Klinsmann: gli Stati Uniti riabbracciano il suo idolo, Landon Donovan, rientrato in nazionale dopo un periodo di stop dall'USNT. Il mix di esperti (Beasley, Onyewu, Gomez, Goodson) dovrebbe essere compensato dai giovani (Bruin, Hamid, Gatt) e ci sarà tempo per gli esperimenti, viste le rinunce forzate a giocatori come Dempsey, Howard, Bradley e Altidore. L'altra favorita del girone è il Costa Rica, a cui mancherà un asso come Bryan Ruiz, ma che è comunque un ottimo collettivo: a dimostrarlo, c'è il secondo posto nel girone nordamericano di qualificazione al Mondiale 2014. Celso Borges sarà uno dei giocatori più attesi, così come Alvaro Saborio, che con la sua esperienza ed i suoi gol dovrebbe aiutare i costaricensi ad avanzare al turno successivo. Infine, due squadre che potrebbero non passare: da una parte c'è Cuba, con la sua compagine formata interamente da giocatori del campionato nazionale; dall'altra, la favola di Belize, arrivata per la prima volta alla fase finale della Gold Cup.
Sui tre giocatori da segnalare, il gioco è presto fatto: il primo è sicuramente Marco Fabian. Chi l'ha visto alle scorse Olimpiadi, sa di cosa parlo e sa come il trequartista del Guadalajara potrebbe dominare questa competizione da solo, specie vista l'assenza di molte star. Il secondo è Mario Martinez, trequartista dell'Honduras: lui di Olimpiadi ne ha fatte due, quelle del 2008 e sopratutto quelle dell'anno scorso, dove i centroamericani fecero fuori addirittura la Spagna e giocarono alla pari contro il Brasile. Di quella squadra, Martinez era una colonna portante. Il terzo giocatore è una curiosità: Dean McCaulay. Questo 25enne attaccante del Belize è, in realtà, l'attuale capocannoniere delle intere qualificazioni al Mondiale: 11 reti nelle fasi preliminari, sebbene il suo Belize non sia andato molto lontano.
Insomma, dopo quest'analisi, si potrebbe tentare un pronostico. Si potrebbe pensare a quarti di finale così composti: Panama-Haiti (A2-B2), Messico-Trinidad & Tobago (A1-B3), Honduras-Costa Rica (B1-C2), Stati Uniti-Canada (C1-A3). Da qui, uscirebbero le semifinali Panama-Messico e Costa Rica-Stati Uniti. Qui mi fermo, perché - visto il livello abbassato della competizione - le sorprese sono dietro l'angolo. Tanto per capire se sarà ancora una volta "coppa loro" o, per una volta, l'oro sarà di qualcun'altro.

Celso Borges, 25 anni, sarà il pilastro del Costa Rica, possibile sorpresa.

3.7.13

License to dive.

La Confederations Cup si è appena conclusa ed è stata una buona manifestazione: partite abbastanza tirate (su tutte un Italia-Giappone da paura), colpi di classe, favole (Tahiti docet), ma sopratutto ha brillato il Brasile, capace di ribaltare il pronostico che avevo fatto prima della CC. Avevo detto come Spagna-Brasile sarebbe stata la finale, ma non mi sarei mai aspettato un tracollo delle "furie rosse". Eppure, Neymar e compagni sono stati capaci di mandare a gambe all'aria la squadra di Del Bosque. Già, quel Neymar che fa discutere non solo per i gol.

Neymar dopo il 2-0 alla Spagna: è l'MVP della Confederations Cup.

E' di qualche settimana fa una mia considerazione sul passaggio di Neymar al Barcellona, squisitamente dal punto di vista tecnico. Avevo riflettuto su come il ragazzo avrebbe potuto pagare il passaggio dalle difese brasiliane a quelle europee, seppur spagnole; del resto, la sua performance in questa CC è stata ottima, ma non mi fa cambiare idea su ciò che avevo affermato. Piuttosto, oltre alla disamina tecnica, si aggiunge anche il dilemma morale: si può essere campioni nel modo in cui intende Neymar? Difficile rispondere, anche se le sue bizze in campo hanno fatto discutere. Il brasiliano non è nuovo a certi atteggiamenti eccentrici in campo: le continue esultanze nuove, l'esuberanza. Insomma, non è solo un asso del pallone, è pure un personaggio, che ad alcuni piacerà, ad altri meno.
Il problema è che "gli altri a cui piace meno" paiono un partito in aumento di iscrizioni dopo la CC: la sua specialità, oltre ai numeri di classe, è stata il "diving". In inglese, il "dive" rappresenta il tuffo, ovvero una sorta di simulazione. Non che sia un problemone: abbiamo avuto Luis Suarez in Inghilterra, che ha combinato di tutto con il Liverpool, anche oltre i tuffi, e Bayern e Real lo cercano ugualmente senza problemi. Tuttavia, è possibile pensare ad un campione con una macchia del genere? Qui rientriamo nel dilemma che molti hanno avuto anche ripensando alla carriera di Maradona: nell'eterna diatriba con Pelé, l'argentino partiva svantaggiato per quel profilo di giocatore fenomenale, ma scorretto. Tanto per dire, il gol di mano in Argentina-Inghilterra del Mondiale 1986 se la ricordano in pochi solo perché dopo realizzò una delle reti più belle della storia del calcio. Su Neymar, tocca fare la stessa riflessione: possibile abbinare giocate di classe e furbate o, peggio ancora, pure provocazioni? Dal mio punto di vista, è difficile avallare una visione del calcio di questo genere.
Come previsto, è stato tartassato dagli avversari, che non mancano mai di fare fallo su chi è il miglior giocatore della squadra avversaria. Tuttavia, Neymar non manca di marciare su questa cosa: non è stato raro, in questa CC, vederlo a terra rotolarsi dal dolore con fare scenico e rialzarsi in un nano secondo, pronto a giocare di nuovo. Questo tipo di sceneggiate hanno stancato e stancano ancor di più quando a farle è un ragazzo che ha le doti per fare così bene. Essere un personaggio non ti aiuta, se poi a questo profilo ci aggiungi simulazioni degne di un attore hollywoodiano.


Del resto, non ci si può dire neanche sorpresi: chi segue il calcio sudamericano sa di che pasta è fatto Neymar. Sa che ha la tendenza a simulare. E sa anche che Rogerio Ceni, portiere-goleador del San Paolo, aveva messo in guardia tutti già due anni fa: «Seppur sia il miglior giocatore brasiliano in circolazione, il 50% dei falli che Neymar subisce sono tuffi», disse candidamente il 40enne estremo difensore. Un avvertimento passato inosservato, viste le reazioni di stupore di fronte alle simulazioni dell'asso brasiliano durante questa CC. Anzi, c'è chi ha detto che Neymar abbia fatto bene ad andare al Barcellona, associando qualche simulazione di qualche blaugrana (Busquets in Barca-Inter del 2010 su tutte) con quelle dell'ormai ex Santos.
Neymar ha dato il bianco, in questo senso, nella gara contro l'Uruguay: prima si è scontrato con Alvaro Gonzalez, che stava uscendo per infortunio. Il centrocampista della Lazio gli ha detto qualcosa e Neymar, con l'ingenuità di chi è ancora un ragazzino, gli ha mandato un paio di baci, quasi a sfotterlo. Poi il capolavoro finale di questa manifestazione: contrasto vicino all'area uruguaiana, lui contro Gargano. Il mediano dell'Inter difende il pallone come fa di solito, spalle al contendente e gomiti larghi. Tuttavia, l'uruguaiano non colpisce Neymar, che trova però il modo di volare via. La rete non gliel'ha perdonata, tanto che Internet si è sbizzarrita tra meme, fotomontaggi e video. In ogni caso, l'asso brasiliano non si è fatto mancare una bella simulazione neanche nella finale contro la Spagna, stravinta dal Brasile per 3-0 e con l'ex Santos in gol.
Ora Neymar, da miglior giocatore della CC, è pronto alla nuova avventura di Barcellona. Tuttavia, i dubbi permangono: è possibile essere campioni nonostante queste palesi mancanze di fair-play? Del resto, mi stupisco che Scolari non abbia detto nulla al ragazzo: eppure, lo stesso C.T. brasiliano ha già avuto a che fare con episodi di questo genere da parte dei suoi giocatori. Qualcuno si è forse scordato del mitico Rivaldo e di quello che fece nei Mondiali del 2002, vinti dai verdeoro? Ricordiamo un attimo: Brasile-Turchia, 2-1 per i sudamericani e mancano pochi minuti alla fine. Rivaldo si appresta a battere un calcio d'angolo, pronto a perdere tempo per portare il Brasile alla vittoria; Hakan Unsal, stanco e frustato, gli tira una pallonata di lieve entità. L'allora asso del Barcellona (coincidenza?) viene centrato sulla coscia e riesce a simulare una botta alla testa: una vergogna planetare, con tanto di espulsione per doppia ammonizione al giocatore turco.
Ecco, viene quasi da dire che la simulazione sia un'arte. E Neymar rischia di essere il nuovo profeta.

Uno dei tanti "meme" che gira sulle capacità di tuffo del brasiliano.