30.6.13

ROAD TO JAPAN: Masato Kudo

Benvenuti, amici miei, ad un'altra puntata di "Road To Japan", la rubrica che vi consente di scavare nel panorama giapponese per trovarvi i migliori talenti da vedere anche nel calcio europeo. Oggi parlerò di un ragazzo che ha fatto molta strada e non sta facendo che crescere da qualche anno a questa parte; quest'anno si è messo sulle spalle la numero 9 gialla dei Reysol e non sta deludendo le attese. Sto parlando di Masato Kudo, attaccante della squadra di Kashiwa.

SCHEDA
Nome e cognome: Masato Kudo (工藤 壮人)
Data di nascita: 6 maggio 1990 (23 anni)
Altezza: 1.77 m
Ruolo: Prima punta
Club: Kashiwa Reysol (2009-?)



STORIA
Figlio di Kashiwa, Kudo è cresciuto calcisticamente sotto l'ala protettiva dei Reysol. Nato a Tokyo nel maggio 1990, fin dalla tenera età cresce nel vivaio dei gialli di Giappone: U-12, U-15 e U-18, tutte con la maglia della squadra di Chiba. L'attaccante fa parte della "generazione d'oro" dei Kashiwa a livello giovanile: con lui, crescono Hiroki Sakai, Hiroshi Ibusuki, Kosuke Taketomi ed altri, tutti sotto la guida di Tatsuma Yoshida. Una valanga di talenti che porta l'U-18 dei Reysol alla finale del torneo giovanile del 2008, dove Kudo è capocannoniere e la rappresentativa perde solo contro i pari-età dell'F.C. Tokyo. Quella "golden generation" viene poi promossa in prima squadra, dove però li attende un periodo difficile.
Se Kudo è così apprezzato dalle parti dell'"Hitachi Stadium", è proprio perché c'è sempre stato. Fin dal lontano 2009, quando i Reysol assaporano il gusto amaro della retrocessione: l'attaccante esordisce proprio contro l'F.C. Tokyo che gli aveva tolto la vittoria nel torneo giovanile. In seconda divisione, lo spazio per Kudo aumenta, tanto da realizzare undici reti stagionali e diventare il talismano del Kashiwa: quando segna, la squadra vince il 90% delle partite. Una sorta di "mito di invicibilità", che continua anche nella stagione successiva, quando il Kashiwa vince il campionato da neo-promossa (mai successo in J-League): nonostante la titolarità di Junya Tanaka e l'alternanza con la leggenda Kitajima, Kudo si ritaglia comunque il suo spazio.
Il talismano del Reysol finalmente fa il salto l'anno successivo: 18 reti stagionali, ma sopratutto 51 partite in cinque diverse competizioni per Kudo, ormai un punto di riferimento per la squadra di Nelsinho Baptista. La punta realizza la prima punta e continua a portar fortuna al suo team, che continua a non perdere quando lui realizza una rete. Arriva anche la conquista della Coppa dell'Imperatore, vinta grazie ai suoi gol sia nei quarti che nelle semifinali. La stagione in corso non sta che confermando la forma di Kudo: ereditato il numero 9 di Hideaki Kitajima (una leggenda vivente dalle parti di Kashiwa), l'attaccante sta alzando la sua media-gol, sebbene abbia perso il suo status di talismano dopo 28 partite a segno.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Kudo è una prima punta particolare, di quelle a cui non siamo abituati in Europa: il ragazzo ha avuto una maturazione simile a quella di Cavani, poiché prima giocava un po' più lontano dalla porta. Poi, invece, Nelsinho Baptista - tecnico dei Reysol - lo ha piazzato al ridosso dell'area di rigore, ma sopratutto lo ha sgravato un po' dai compiti difensivi, avendo molta fiducia in lui. I risultati si vedono: dal 2012, lo score a doppie cifre si è fatto più interessante, specie in questa stagione. Grande corridore, si sacrifica molto nella fase difensiva, pressando accuratamente i difensori avversari. Gli inserimenti in profondità, poi, ne aumentano la pericolosità vicino alla porta, insieme alla maggior cura nel tiro: nelle stagioni precedenti, sbagliava molte più occasioni. Ora, grazie alla maturità acquisita, è più freddo davanti al portiere.

STATISTICHE
2009 - Kashiwa Reysol: 5 presenze, 0 reti
2010 - Kashiwa Reysol: 29 presenze, 11 reti
2011 - Kashiwa Reysol: 33 presenze, 10 reti
2012 - Kashiwa Reysol: 51 presenze, 18 reti
2013 - Kashiwa Reysol (in corso): 24 presenze, 14 reti

NAZIONALE
Dopo qualche chiamata con l'U-16, Kudo ha fatto parte dell'U-23 che vinse gli Asian Games del 2010. Una generazione di talenti, ripristinata per l'U-23 che partecipò alle Olimpiadi di Londra della scorsa estate: stranamente, però, Kudò mancò nell'elenco stilato dal C.T. Sekizuka e gli venne preferito Sugimoto. Ora le porte della nazionale maggiore gli sono state aperte: è infatti risultato tra i convocati per le ultime partite del Giappone contro Bulgaria ed Australia. Non ha avuto modo di esordire, ma almeno ha respirato come è l'atmosfera nella "Nippon Daihyo". Con l'arrivo nel prossimo mese della EAFF Cup, è probabile che venga richiamato e testato sul serio.

LA SQUADRA PER LUI
Indubbiamente c'è carenza di attaccanti in grado di colpire in profondità come fa lui. Il fatto di esser diventato più freddo sotto porta e la giovane età (23 anni, mica un matusa) gli permettono di sognare l'Europa: già il Fortuna Dusseldorf lo visionò a gennaio, ma poi non se ne fece nulla. Certo, la Germania o anche l'Olanda - terra di fortune per Honda, Yoshida e Havenaar - potrebbe essere una buonissima soluzione per l'attaccante dei Reysol. Vedremo cosa accadrà: in Italia, farebbe comodissimo alla Samp, alla ricerca di una prima punta del genere, secondo i dettami dati dal suo tecnico, Delio Rossi.


25.6.13

From zero to hero and reverse.

Nelle girandole del calciomercato, c'è una piccola storia che sta passando inosservata. Se parlo di "Bébé", molti penseranno ad un bambino, non certo ad un calciatore: eppure, la vicenda che vi racconterò parla di un giocatore, arrivato a giocare al Manchester United qualche anno fa dopo un curioso passato. La favola è rimasta tale solo nella sua fase iniziale, visto che il giocatore non è riuscito ad imporsi con i "red devils"; una fiaba che sta per chiudere i battenti, ormai arrivata ai titoli di coda.

Bébé con la maglia del Vitória de Guimarães, dove fu notato da Sir Alex.

E' recente dichiarazione del portoghese, infatti, quella in cui dichiara di voler lasciare Manchester e lo United: il desiderio è quello di ritornare in patria, dove ha avuto la possibilità di farsi notare nel lontano 2010. Lo Sporting Lisbona, attualmente in crisi economica, è la destinazione preferita. Eppure, la storia di Bébé è una piccola pagina di magia che solo il calcio può regalare: figlio di immigrati da Capo Verde, il ragazzo è stato abbandonato dai genitori per poi crescere con la nonna, in un quartiere dei sobborghi di Lisbona. A 12 anni, la corte decide che sarà la chiesa a prendersi cura di lui: Tiago Manuel Dias Correia finisce così in un rifugio, dove vivrà negli anni seguenti. Il calcio gli dà motivo di gioia ed una speranza, visto che il portoghese si distingue al festival europeo dello "street football": la sua squadra - la CAIS Charity - non va avanti, ma lui realizza quattro gol in sei partite.
Intanto, la carriera decolla quando viene notato dall'Estrela Amadora, compagine della seconda divisione nazionale. A soli 19 anni e senza alcuna formazione in una famosa rappresentativa giovanile, viene riconosciuto come stella della squadra, per la quale segna quattro reti quell'anno. A causa di difficoltà finanziarie, il club cerca di offrire Bébé a più pretendenti in Europa, al modico prezzo di meno di 100mila euro, ma senza ottenere grossi risultati; così, l'attaccante si libera e firma con il Vitória de Guimarães nell'estate del 2010. La nuova squadra si cautela e piazza una clausola da tre milioni di euro, perché crede molto nel ragazzo; una clausola che si alza a nove milioni quando Bébé segna sei reti nelle cinque partite del pre-campionato, perché si fiuta che il ragazzo possa rappresentare un affare dal punto di vista economico.
Qui arriva il Manchester United e, in particolare, sir Alex Ferguson. Il campionato portoghese non è ancora iniziato e Bébé non ha giocato neanche una partita di prima divisione, ma lo United lo prende alla clausola pattuita dal Vitoria. L'incredibile è che Ferguson incontra il ragazzo solo il giorno prima del trasferimento, visto che la mossa è stata consigliata da Carlos Queiroz, suo ex assistente a Manchester. L'attaccante viene presentato in una conferenza stampa accanto a Javier Hernandez, reduce da un ottimo Mondiale sudafricano, e Chris Smalling, buon prospetto del Fulham. A dirla tutta, il portoghese pare fuori posto in quella presentazione, ma il Manchester si fida di lui e lo tiene in prima squadra, in modo che si possa ambientare con i compagni e l'Inghilterra. 
In quel 2009/2010 gioca poco, ma la sua stagione appare comunque una magia, visto che gioca nello United: davanti ha molti giocatori e racimola solo sette presenze. Tuttavia, debutta in Premier League, gioca nelle due coppe nazionali ed esordisce addirittura in Champions League; come se non bastasse, segna in Coppa di Lega contro il Wolverhampton e riesce a timbrare il cartellino anche in Europa, dove il Bursaspor vede il primo gol del ragazzo arrivato come sconosciuto e che sembra destinato ad un futuro brillante.

Bébé con la maglia dello United in Champions League nel 2010.

Sfortunatamente, nonostante le poche apparizioni positive, la storia prenderà un'altra piega. Il Besiktas lo prende in prestito per l'intero 2011/2012, con l'opzione per il riscatto a fine anno per una cifra attorno ai due milioni e mezzo di euro. Purtroppo, prima la sfortuna lo perseguita, con un infortunio al legamento durante una partita dell'U-21 portoghese, che lo mette fuori gioco per ben sei mesi; poi, una volta giocate quattro partite nel finale di stagione, Bébé rimane fuori fino a tardi e viene sospeso dalla società. Insomma, non ci sono i presupposti perché venga riscattato. Così, il portoghese torna a Manchester, dove la concorrenza diventa insuperabile. Tuttavia, l'attaccante rimane allo United e gioca qualche partita con l'U-21 del club, in modo da mantenere la forma. Poi è il turno del Rio Ave: a dicembre scorso, viene a concretizzarsi il prestito al club di Primeira Liga, che sta facendo un buon campionato. Tuttavia, alla prima partita ufficiale con la nuova maglia, Bébé segna il gol decisivo contro il Maritimo, che porta il Rio Ave alle semifinali della Coppa di Lega nazionale. Poi gioca molto in campionato - dove accumula 17 presenze, un gol e un assist - e il Rio Ave sfiora l'accesso all'Europa, arrivando sesto a fine stagione.
Una buona annata, che ha mostrato degli sprazzi di Bébé, facendo intuire il perché sir Alex Ferguson avesse visto qualcosa nel ragazzo. Nonostante questo, il portoghese è ormai deciso: andrà via dallo United e non solo per la troppa concorrenza. Negli ultimi giorni, il ragazzo ha affermato di aver trovato poco supporto in Inghilterra, sopratutto per i giovani; non piangeranno i tifosi dei "red devils", ma è una frase che ha fatto scalpore, visto come l'Inghilterra riesce a lanciare giovani anche ad altissimi livelli. Insomma, una favola finisce: un amore mai consumato, che ha avuto dei lampi, come quello nella notte di Bursa, quando il ragazzino venuto dal rifugio segnò in Champions League. Una bella storia, che però non ha avuto la possibilità di svilupparsi. Ora Bébé è pronto ad una nuova sfida: vedremo se saprà vincerla e se questo portoghese dalle leve lunghe e dal talento a sprazzi riuscirà ad accendersi definitivamente.

Bébé, 22 anni, non è riuscito a succedere neanche al Rio Ave.

20.6.13

Oliver Hutton chi?

Non avrei mai voluto farlo, ma stanotte ho deciso di prendermi questo spazio un po' per me. Di solito, vi racconto storie da ogni parte del globo riguardanti calciatori, allenatori, situazioni che potrebbero incuriosirvi. Stavolta, però, dovrò fare un'eccezione, anche a costo di non smaltire la sbornia dell'emozione. Nelle scorse giornate avevo cominciato a parlarvi di Confederations Cup, con la presentazione della rassegna ed il magico momento di Tahiti. Stasera, forse, si è scritta un'altra pagina di storia.

Alberto Zaccheroni, 60 anni, sta aiutando il Giappone nella sua crescita.

Già, perché l'appena conclusa Italia-Giappone potrebbe aver portato una svolta nel movimento calcistico. No, non in quello italiano, dove la cura di Prandelli sta portando i suoi frutti (anche se il gioco continua a latitare...); sto parlando di quello giapponese. Molti diranno: dove è la storia? Il Giappone ha preso sette gol in due gare ed è a zero punti; ergo è fuori e non c'è nulla da raccontare. Certo, i numeri sono ciò che conta, ma sono anche freddi e non possono raccontarti quel che viene dall'anima di ognuno di noi. Non ho mai fatto mistero: sono un tifoso della "Nippon Daihyo" e non me ne vergogno. E' stata simpatia a prima vista, è diventato amore da qualche anno. Il movimento calcistico del Sol Levante continua a crescere, eppure stasera, nonostante la sconfitta, il Giappone potrebbe aver cambiato la sua storia.
E lo potrebbe aver fatto lanciando un messaggio molto chiaro: «Non siamo qui per caso». Sì, la partita con il Brasile è stata a senso unico. E forse gli italiani, consci della loro forza e poco attenti, hanno preso sottogamba l'impegno, schierandosi con il solito Balotelli abbandonato dal mondo. Tuttavia, stasera, il Giappone ha messo in chiaro che le battute del tipo «Holly non c'è?» o «Benji è il portiere titolare, vero?» sono finite. Gli asiatici hanno giocato una grande partita, messo sotto i vice-campioni d'Europa ed il risultato - seppur sia l'unica cosa che conta - è bugiardo. Perché basta dare un'occhiata ai dati della partita per capire la realtà; se poi ci aggiungete i tre legni, si capisce bene come la gara non rispecchi il vero andamento del match. Tuttavia, non mi piace "rosicare" ed è normale che l'Italia sia andata avanti: l'esperienza, nel momento del bisogno, si è fatta sentire. E non è un caso che tre gol su quattro degli azzurri siano palesi ingenuità dei nipponici, ancora non abituati a certi livelli. Però il Giappone potrebbe aver preso una svolta: ha giocato alla grande, mostrando al mondo che anche fuori da Europa e Sudamerica può crescere qualcosa. L'eliminazione dalla CC è ormai cosa fatta, ma si potrà rientrare a testa alta, perché non tutti riescono ad abbinare il bel gioco ai risultati. Difatti, anche il Giappone deve migliorare sotto questo punto di vista.

Uchida anticipa Balotelli: autogol per il momentaneo 2-2.

Insomma, è stata una gran partita, forse la migliore che vedremo in questa CC, visto che il Brasile - Neymar a parte - stenta, l'Italia deve trovare ancora la sua strada e la Spagna fa ormai normale amministrazione con il suo "tiki-taka". Da tifoso, è stato bello vedere che il Giappone abbia dominato gli azzurri per larghi tratti della partita; da osservatore obiettivo, certe ingenuità rischiano di rovinare questi capolavori. Sono bastati 10 minuti per rigirare tutta la frittata: un segno, se mai ce ne fosse bisogno, che l'impianto psicologico è quello più da rinforzare per i nipponici.
Un plauso va fatto anche a Zaccheroni: non aveva mai fatto il C.T. e deve ancora migliorare sotto alcuni punti di vista (evitare l'integralismo su alcuni giocatori sarebbe cosa buona e giusta). Tuttavia, il Giappone ora ha anche un gioco; con Okada, ha avuto risultati straordinari, ma di questo gioco non c'era ombra. Anzi, il motto era: primo, non prenderle. Il suo 4-3-2-1, con Honda centravanti e imbottito da centrocampisti, parlava chiarissimo. Ora, invece, gli asiatici hanno un futuro fatto di giocatori promettenti, ma sopratutto di uno schema di gioco - il 4-2-3-1 - che interpreta benissimo e che ha trovato negli Honda, nei Kagawa, ma sopratutto negli Okazaki qualcosa di straordinario. Insomma, se si lavorerà bene in quest'anno e si troverà un centravanti degno di questo nome, qualcosa potrebbe accadere nella prossima Coppa del Mondo, per la quale il Giappone è già qualificato da due settimane.
Mentre chiudo questo post, chiedo ancora scusa per l'uso personalistico del mezzo di comunicazione che uso per parlare con voi di calcio, ma me lo sono sentita così. E' uno spunto interessante, oltre che concitato per quanto mi riguarda. Stasera si è visto qualcosa di straordinario e, da tifoso-osservatore, ho voluto sottolinearlo. Chissà, magari, al prossimo incrocio con l'Italia, non ci saranno più battute del tipo: «Ma Julian Ross si è ritirato?» o «Mark Lenders mò gliela piazza con il tiro della tigre». Anzi, Zac e compagni hanno fatto in modo che i tifosi italiani si ricordino bene i nomi e le facce dei nipponici, visto che stasera gli han fatto girare la testa. A modo loro.

Keisuke Honda, 26 anni, a segno stasera: MVP del Giappone.

18.6.13

This is football.

«Questi li batto persino io» oppure «Sono così scarsi che potrei giocare anch'io»: questo il tenore dei commenti che c'è quando si ha a che fare con squadre che non ci sembrano adeguate a determinate competizioni. In ambito europeo, l'esempio più facile sembra quello di San Marino o di Andorra, nazionali che prendono caterve di gol e raramente riescono a segnare. Ma, alla Confederations Cup di quest'anno, quando ha segnato Jonathan Tehau, ci siamo ritrovati un po' tutti più piccoli, più vicini, più puri.

I giocatori di Tahiti durante l'inno nazionale: un grande momento per loro.

Del resto, Tahiti era attesa a questa competizione come una sorta di cenerentola. Sono sempre molto contento di essere stato uno dei primi a citare la loro presenza alla CC come una sorta di evento, nell'estate scorsa, perché già il fatto di aver vinto la OFC Cup era un fatto di per sé storico. Ma tanti sono stati i dettagli che si sono aggiunti in seguito: la FIFA ha dovuto prestare a Tahiti il massaggiatore ed il medico, perché la squadra ne era sprovvista. Inoltre, l'organizzazione del calcio mondiale ha dovuto anche aiutare Tahiti per il viaggio, così come la federazione tahitiana ha pagato le ferie dei giocatori. Già, perché a Tahiti il calcio non è uno sport professionistico, perciò non ci si allena, ma si lavora per vivere: il calcio è un hobby, nulla più. Alcune aziende avevano addirittura negato il permesso ad alcuni di loro, ma alla fine tutti sono potuti partire per quella che è una favola. Non ricapiterà a molti, se non a nessuno di loro, di incontrare Xavi e Iniesta, Suarez e Cavani, così come non ricapiterà di stare in Brasile, al di fuori della propria realtà di tutti i giorni, che prevede ben altro.
Insomma, l'esserci a questa CC è già la favola nel suo essere. Eppure, ieri, quando Tahiti ha messo piede in campo, c'è stato un brivido, se non almeno un sentimento di simpatia nei loro confronti. Le loro collanine, tipiche del piccolo stato della Polinesia, sono state un omaggio che ripeteranno a chiunque incontreranno in questa CC. Poi è chiaro: il divario tecnico è abnorme. Si è notato persino con una Nigeria che non è quella che ha vinto la Coppa d'Africa, visto che mancano giocatori come Moses ed Emenike. Tuttavia, è bastato: 6-1 il risultato finale, con gli africani che si sono mangiati altrettanti gol, forse perché poco concentrati, forse perché impietositi. Tahiti, per altro, non se l'è cavata neanche male, calcolando che parliamo di semi-professionisti: se la difesa è il tallone d'achille, davanti ha creato diversi pericoli. Quando poi, su un corner di Varihua (l'unico pro della squadra), Jonathan Tehau ha incornato l'1-3 provvisorio, ci siamo sentiti tutti un po' più vicini a loro. Perché chi non è attratto dal fascino dell'"underdog", dello sfavorito a tutti i costi, di colui che è destinato a soccombere? Se essere in Brasile è già una vittoria, segnare ha reso i contorni di questa favola ancora più gioiosi. Anche perché alcuni di loro - come Chong Hue o Bourebare - sono sembrati interessanti, seppur un po' sprovvisti dei fondamentali. E poco importa se poi la Nigeria ha segnato altri gol e lo stesso Tehau ha realizzato un autorete: la partita è probabilmente finita là per i romantici del calcio.

Jonathan Tehau, 25 anni, a segno contro la Nigeria per un gol storico.

Quando ieri ho visto Tahiti in campo, è stato facile relazionarsi. Alcuni di loro fanno il camionista, l'artigiano, il contadino, il professore di educazione fisica. Anzi, altri sono addirittura disoccupati e lo stesso C.T., Etaeta, si è lasciato andare ad una rivelazione: «La nostra vittoria non è vincere una gara qui, ma trovare un lavoro una volta che torneremo a Paapete». Come si fa a non relazionarsi a qualcosa del genere? Potevamo essere il portiere che fa un errore sul 2-0 di Oduamadi, il centrocampista che imposta o l'attaccante che tira verso la porta avversaria. Ognuno di loro poteva rappresentare ognuno di noi.
Nessuno vuole ignorare la realtà: Tahiti è messa male. Adesso la attenderanno la Spagna e l'Uruguay, che la faranno probabilmente a pezzi. E, del resto, le qualificazioni al Mondiale sono andate malissimo per Tahiti: una vittoria e cinque sconfitte in sei partite, ben lontani dal rendimento della OFC Cup dell'anno prima. Tuttavia, qui s'inserisce il discorso della CC: c'è chi dice che Tahiti non si doveva presentare per manifesta inferiorità. C'è anche chi dice che è normale che l'Oceania abbia "mezzo posto" per la Coppa del Mondo e debba sempre disputare lo spareggio. Il motivo? Sono troppo scarsi, tranne forse la Nuova Zelanda. Ebbene, mi ritengo stupito di tale argomentazione: come faranno a migliorare, ad evitare goleade, se non si misurano mai con queste sfide? 
Perciò, ben venga Tahiti alla CC e al Mondiale, non solo per l'elemento tecnico. Ci sono favole, immagini, momenti che valgono più di mille parole. Quello del gol di Jonathan Tehau è stato uno di quelli: in fondo, quella palla l'abbiamo spinta dentro un po' tutti noi, amanti del calcio, romantici della favola, in quel che ricorda un "mismatch" della F.A. Cup. Questo è il calcio ed è il motivo per cui mi sono innamorato fin da piccolo di questo sport. This is football, nothing else.

La formazione di Tahiti contro la Nigeria: resterà nella memoria.

15.6.13

UNDER THE SPOTLIGHT: Manuel Lanzini

Buongiorno, cari amici, e benvenuti ad un'altra puntata di "Under The Spotlight", la rubrica che ci consente di visionare i migliori talenti del calcio in giro per il mondo. Oggi voglio fare un azzardo: mi sposto in Sudamerica, per parlare di un ragazzo che sta crescendo velocemente, nella tradizione dei grandi nomi che lo hanno preceduto. Se i suoi predecessori sono stati Aimar, Ortega, Gallardo, D'Alessandro, Buonanotte e l'ultimo Lamela, sto parlando di River Plate; al "Monumental", si sta distinguendo la stella di Manuel Lanzini, fantasista dei "millionarios".

SCHEDA
Nome e cognome: Manuel Lanzini
Data di nascita: 15 febbraio 1993 (20 anni)
Altezza: 1.69 m
Ruolo: Trequartista, esterno sinistro
Club: River Plate (2010-?)



STORIA
Rinominato "la joya" (il gioiello), Lanzini nasce nel febbraio 1993 a Ituzaingó, nella grande area metropolitana di Buenos Aires. In una famiglia che comprendeva già ex calciatori (suo padre e suo fratello), il giovane Manuel cresce nel club 4 de Mayo, dove conosce Ramon Maddoni: un uomo che, tra gli altri, aveva scoperto Riequelme, Cambiasso e Tevez. Fiutando il talento di Lanzini, Maddoni vorrebbe portarlo ad un provino per il Boca Juniors, ma il ragazzino rifiuta: egli vuole giocare nella squadra per la quale tifa sin da piccolo, il River Plate. Un sogno che si avvera dal 2002, quando Manuel viene preso nelle giovanili dei "millionarios" alla tenera età di nove anni: inizia come trequartista, ma viene presto convertito al ruolo di centrocampista sinistro.
Il tecnico del River Plate nel 2010 è il vecchio Ángel Cappa: egli non ha dubbi nel far esordire Lanzini, che subentra ad un pezzo di storia del River come Ariel Ortega durante le amichevoli pre-campionato del 2010. L'impressione è ottima e l'allenatore non ha più dubbi sul promuoverlo in prima squadra: colleziona la prima presenza nei professionisti l'8 agosto di quell'anno, entrando durante una partita contro il Tigre.
Ci sono sprazzi di pura classe - come nella partita contro l'Indipendiente - ma Lanzini ha bisogno di crescere: il River lo comprende e presta il talento al Fluminense, con la possibilità per i brasiliani di acquisire l'intero cartellino a 15 milioni di euro. Il presidente del club verdeoro non si spaventa nel chiamarlo il "nuovo Neymar"; nonostante un paragone così pesante, Lanzini offre un rendimento altalenante nel "Flu". Segna i primi gol tra i professionisti (il primo contro il San Paolo in trasferta) e vince il "double" (Campionato Carioca e Taça Guanabara), ma la dirigenza non è convinta fino in fondo e l'argentino non si conquista il posto da titolare. I tifosi si affezionano al ragazzo, che diventa uno degli idoli della "torcida"; tuttavia, quando si tratterà di riscattarlo, il "Flu" non andrà fino in fondo e Lanzini torna al River, dopo 42 presenze e cinque gol.
Poco male: l'argentino non è certo scontento di ritornare al "Monumental", visto che giocherà nel club che ama e si prende anche la maglia numero 10. Inizialmente schierato come centrocampista sinistro, si è poi trovato nel suo ruolo naturale, quello del trequartista: da aprile in poi, il ragazzo sta volando, con cinque reti e due assist. Deve ancora crescere, ma Lanzini ha le stimmate del grande giocatore: se trova la continuità giusta, maturerà in fretta.

CARATTERISTICHE TECNICHE
In alcune specifiche, ricorda vagamente Erik Lamela, seppur opposto: se il romanista parte da destra per punire gli avversari con il sinistro, Lanzini può essere impiegato a sinistra per rendersi pericoloso con il suo destro. Non avendo un gran fisico, la qualità è il suo tratto distintivo, specie nel piede educato; a questo, il trequartista accompagna una buona arguzia tattica, vista la sua innata capacità nel giocare tra le linee quando si presenta nel ruolo di "10" classico. Insomma, un ottimo palleggiatore, assistito da una visione del gioco e da un piede non da poco.

STATISTICHE
2010/11 - River Plate: 22 presenze, 0 reti
2011/12 - → Fluminense: 42 presenze, 5 reti
2012/13 - River Plate (in corso): 24 presenze, 8 reti

NAZIONALE
Per lui, ancora niente nazionale maggiore: presto, anche se il movimento calcistico argentino non ha mai avuto paura di far esordire i giovani. Qualche presenza nelle rappresentative giovanili dell'Albiceleste, invece, c'è, visto che il ragazzo era al Sub-20 sudamericano di quest'inverno. L'Argentina ha fatto una pessima figura, uscendo subito; il ragazzo ha alternato cose buone a momenti di vuoto assoluto, a conferma che dovrà maturare prima di arrivare a certi livelli. Tuttavia, credo che Lanzini avrà diverse possibilità, visto che è anche eleggibile per l'U-23 e sarà in età per le Olimpiadi di Rio 2016.

LA SQUADRA PER LUI
Questo ragazzo si potrebbe consigliare a molte squadre, con una precisazione però: l'ideale sarebbe comprarlo e lasciarlo un anno in Argentina, dove potrebbe continuare il suo processo di maturazione. Nell'ultimo periodo si è ripreso e sta trovando continuità, ma Lanzini ha bisogno di giocare molto per crescere ancora. E non è detto che chi lo acquisti lo faccia giocare. Tuttavia, una bella avventura in Spagna o in Italia potrebbe essere affascinante.


13.6.13

Prove generali.

Molti la ritengono una competizione inutile, ma voglio cercare di essere fuori dal coro: mi piace molto la Confederations Cup. Chiaro, non vale quasi nulla in una bacheca come quella del Brasile o dell'Italia, ma qui bisogna vedere il contesto generale: c'è chi farà la storia solo per il fatto di esserci arrivati. C'è chi ritorna dopo tanto tempo. E c'è chi, nonostante il dominio di questi anni, vede la CC come l'occasione per fare l'en plein: dopo Argentina e Francia, Uruguay, Italia e Spagna potrebbero centrare tutti i maggiori trofei FIFA (Mondiale, CC e medaglia d'oro alle Olimpiadi) se risultassero vincitrici.

Lucio, 35 anni, alza la CC del 2009: il Brasile è stato l'ultimo vincitore.

Analizzando i due gironi e le diverse partecipanti, c'è poco da dire: il meglio di ogni continente si è presentato a questa coppa, tranne forse nella confederazione oceanica. Parlando del gruppo A, il favorito numero uno è il Brasile, già vincitore della CC per ben tre volte nella competizione: i verdeoro arrivano alla competizione un po' in difficoltà. Cacciato Menezes sul finire del 2012 - l'uomo che doveva fare la rivoluzione - nella federazione hanno puntato su Felipe Scolari, l'uomo che vinse l'ultimo Mondiale nel 2002. Insomma, più che una rivoluzione, si respirano tempi di restaurazione in casa brasiliana; tuttavia, un buon misto di giovani ed esperti dovrebbe garantire un buon torneo. Sulla strada del Brasile ritorna l'Italia, anch'essa favorita per il passaggio del turno: la squadra di Prandelli sarà alla CC solo perché la Spagna ha vinto sia il Mondiale che l'Europeo, ma questo non vuol dire che il C.T. azzurro non possa fare qualche esperimento. Non per nulla, si è portato gente come El Shaarawy e De Sciglio proprio per provare qualcosa di nuovo.
Tuttavia, le due nazionali dovranno far attenzione ai loro rivali nel raggruppamento, che per altro avevo già segnalato nel settembre scorso. Da una parte c'è il temibile Messico di José Manuel de la Torre e dei "ragazzini scalmanati": già, proprio quelli che negli ultimi anni stanno sconvolgendo il calcio mondiale a livello giovanile. Dopo le vittorie dei Mondiali U-17 (nel 2005 e nel 2011), il terzo posto del Mondiale U-20 di due anni fa e la vittoria nell'Olimpiade dell'estate scorsa, i centroamericani sono pronti a sconvolgere il mondo; se Torrado e Salcido faranno bene il loro lavoro di chiocce, Hernandez ed i suoi giovani compagni metteranno paura a chiunque gli capiterà a tiro. Oltre ai verdi, c'è il Giappone di Alberto Zaccheroni, già qualificato al prossimo Mondiale: vinta la Coppa d'Asia nel 2011 con una squadra ringiovanita, "Zac-san" è pronto a mostrare che i suoi talenti possono affermarsi anche ad un livello più alto. Certo, la compagine nipponica avrebbe bisogno di un ricambio generazionale in alcuni ruoli, ma non è detto che non facciano una sorpresina già dalla partita d'apertura contro i padroni di casa a Brasilia.
Ben diversa è la situazione del gruppo B, dove ci sarà poco da sorprendersi: la Spagna parte per "ammazzare" il raggruppamento, con poche facce nuove (dentro Azpilicueta, Soldado e Nacho Monreal) e tanta voglia di vincere l'unico trofeo che le manca. A fronteggiare Torres e compagni, ci sarà sostanzialmente l'Uruguay di Cavani e Suarez: i ragazzi di Tabarez sembrano essere alla fine del ciclo che li ha portati a raggiungere le semifinali dell'ultimo Mondiale e vincere la Copa America due anni fa, ma tenteranno di dare il meglio. Alle loro spalle, in netto ritardo, c'è la Nigeria di Stephen Keshi: le "aquile" hanno fatto una buona Coppa d'Africa, ma sono sembrate poco fantasiose e mancano ancora d'esperienza. Senza Emenike e Moses, poi, non sarà certo facile: gli africani non creeranno gli stessi problemi di una Costa d'Avorio o di un Ghana; per concludere, c'è la favola di Tahiti, vincitrice della OFC Cup nella scorsa estate. Le qualificazioni al Mondiale sono andate malissimo (una vittoria e cinque sconfitte...) e la squadra ha appena incassato un 7-0 dal Cile... U-20! Perciò, la sola partecipazione sarà già un evento storico, degno d'esser raccontato ai propri nipoti: qui si fa la storia, signori.

Mario Balotelli, 22 anni: espulso venerdì, la CC sarà un banco di prova per lui.

Sembra scontato e facile prevedere l'esito del torneo: Brasile e Italia passeranno il gruppo A, Spagna ed Uruguay il gruppo B. Semifinali con Spagna e Brasile vincitrici rispettivamente su Italia ed Uruguay e finalona imprevedibile (anche se le "furie rosse" appaiono più collaudate). Insomma, lo spazio per sorprese non sembra esserci; tuttavia, io vi consiglio di guardare bene il girone A, dove Messico e Giappone potrebbero creare qualche grattacapo. Anche perché le squadre dell'intero raggruppamento arrivano in condizioni non ottimali: il Giappone ha perso in amichevole con la Bulgaria e ha agguantato un pareggio all'ultimo minuto contro l'Australia; l'Italia è apparsa in calo in quel di Praga, con Balotelli fuori dalle righe; il Brasile gioca solo amichevoli e potrebbe risentire del ritmo della gara vera, in cui ci si gioca qualcosa; infine, il Messico sta faticando un pochino nel proprio girone di qualificazione.
Insomma, la CC sarà tutta da guardare e gustare, magari anche per trovare qualche nuovo talento o per consacrare definitivamente giocatori che stanno già facendo bene. Tra tutti, terrei d'occhio tre profili in particolare. Il primo è quello del golden-boy pronto ad elevarsi ad un livello d'attenzione mondiale: parlo di Javier "Chicharito" Hernandez, attaccante del Manchester United. Ferguson non l'ha mai considerato titolare con Rooney e Van Persie davanti. Tuttavia, il messicano non si è scoraggiato e ha realizzato 18 gol in 36 partite stagionali: la CC potrebbe essere il trampolino di lancio che attendeva. Il secondo è quello di Bernard, giovane trequartista brasiliano: convocato per la prima volta in una competizione internazionale, il fantasista dell'Atletico Mineiro è uno di quei talenti che il Brasile metterà in mostra in questa rassegna, senza però l'alone di lucentezza mediatica che accompagna i suoi connazionali Neymar o Lucas. Lo Spartak Mosca lo voleva in gennaio, ma l'operazione non è andata a buon fine: che qualcuno lo punti dopo la CC? Il terzo profilo, invece, è quello di Roberto Soldado. Il bomber del Valencia è già abbastanza conosciuto in Europa, ma i tanti gol realizzati non gli hanno mai portato la giusta attenzione a livello di nazionale: la fama di Torres lo procede, ma anche Llorente e Negredo gli sono stati preferiti. La speranza è che questa CC, per lui, non sia solo un riconoscimento al suo straordinario fiuto del gol, bensì l'occasione per diventare protagonista del proprio paese.
A dir la verità, c'è un altro profilo da menzionare: il nome di Steevy Chong Hue sarà sconosciuto ai più. In realtà, il ragazzo fa parte della squadra che Tahiti schiererà nella prossima CC. E' stato proprio lui a realizzare il gol decisivo per la vittoria continentale dello scorso anno, nella finale vinta per 1-0 contro la Nuova Caledonia; lui, come i suoi compagni, si è dovuto prendere un permesso dal lavoro, perché a Tahiti il calcio non basta per vivere. Non ci sono contratti milionari o sponsorizzazioni che ti cambiano la vita: il calcio è una passione. E' sempre bene tenerlo a mente, perché qualcuno - lungo la strada - lo dimentica: di questo, possiamo solo ringraziare la Confederations Cup, che sarà una prova generale anche per gli impianti e l'organizzazione di questo Brasile sempre in crescita. Del resto, come dimostra questa rassegna, passare da Neymar a Chong Hue è un passo breve.

La Spagna al completo: ancora una volta, i favoriti sono loro.

8.6.13

Tempi di verifiche.

Se ne è parlato tanto, ma alla fine è arrivata l'ufficialità: il sogno di Neymar («Voglio giocare con Messi») non sarà più soltanto un desiderio. Il brasiliano è sbarcato a Barcellona qualche giorno fa, forte dell'accordo ormai raggiunto dai catalani con il Santos: 58 milioni di euro il suo costo, con un ingaggio di sette milioni l'anno per il giocatore. La clausola rescissoria è di 190 milioni: come a dire, rimane qui a vita. Tuttavia, c'è una domanda che tutti si pongono: il brasiliano si ambienterà in Spagna? Non soffrirà il tatticismo europeo, seppur minimo in terra iberica? Se passasse questo test, Neymar sarà finalmente al livello di Messi e CR7?

Lionel Messi, 25 anni, con Neymar, che ha sempre voluto giocare con l'argentino.

Il nono trasferimento della storia - per costo dell'operazione - ha portato l'asso del Santos a Barcellona: se ne era parlato molto, se non troppo. Perché Neymar appare destinato alla grandezza, stando a sentire parecchi addetti ai lavori. Come dargli torto? Per essere un ragazzo di soli 21 anni, il brasiliano ha ottenuto già molto dalla sua carriera calcistica. Nato nel febbraio 1992, Neymar è cresciuto nel vivaio del Santos, capace fin da subito di intuire del grande talento del giovane: non per nulla, il Real vuole il 14enne nel 2006, ma i brasiliani pagano di tasca loro per tenerselo stretto. Neymar esordisce nel 2009 nel calcio professionistico, quando ha solo 17 anni: un predestinato. Vagner Mancini, l'allora tecnico del club, capisce che è il momento giusto per farlo giocare, nonostante la giovane età: il Santos viene ripagato con 14 gol in 48 presenze del minorenne più famoso del calcio. Da allora, la fama di Neymar sale vertiginosamente: i suoi video su YouTube sono all'ordine del giorno ed è solo una piccola misura del successo che accumula.
Il 2010 è l'anno della consacrazione ed il Santos centra il "double": le vittorie nel Campionato Paulista e nella coppa nazionale portano Neymar al centro dell'attenzione mondiale. Anche perché le sue prestazioni vengono paragonate ai grandi del passato del club, come Pelé o Robinho: del resto, non tutti fanno 42 reti in una stagione da 60 partite. West Ham e Chelsea fanno alcune offerte, ma il giocatore pare concentrato solo al crescere in Brasile, in modo da diventare il miglior giocatore del mondo. Un'attitudine confermata nell'anno successivo, che vede l'asso del Santos segnare i gol decisivi per il bis nel Paulista e trionfare nella Copa Libertadores, dove realizza una rete in finale. Un trionfo, quello continentale, che il "peixe" attendeva da 48 anni e sul quale Neymar mette una firma indelebile. Proprio per questo, il Santos ed il giocatore si mettono d'accordo: l'attaccante partirà solo dopo il Mondiale casalingo del 2014.
Intanto, arriva il primo incrocio con l'idolo di sempre, ovvero Lionel Messi. L'occasione è la FIFA World Cup per club, dove il Barcellona ed il Santos si sfidano in finale: i blaugrana distruggono i sudamericani, ma Neymar ha la soddisfazione di giocare contro l'argentino. Uno scambio di battute, un abbraccio ed un cinque suggellano una sorta di patto non-scritto: forse in quel momento, il giovane attaccante ha già deciso che Barcellona sarà la sua prossima meta. Così, le sue convinzioni sul rimanere in Brasile («Non me ne vado dal Santos») cominciano a vacillare; anche perché, nel frattempo, il Santos continua a vincere e gli stimoli diventano sempre meno per Neymar. Dopo aver vinto il premio di miglior giocatore sudamericano per due edizioni consecutive e raggiunto il traguardo dei 100 gol da professionista a vent'anni (!), rimane veramente poco da fare: le 43 marcature stagionali non fanno più notizia. Così come non stupisce il fatto che i gol di Neymar portino il club al tris nel Paulista. Anzi, c'è chi lo provoca: non manca chi - tra gli addetti ai lavori - affermi come le difese brasiliane non sono il test migliore per uno come Neymar. Insomma, finché non verrà a giocare in Europa, non si potrà parlare di lui al livello di Messi o Cristiano Ronaldo, con tanta pace dei giudizi di Pelé: una mosca che ronza parecchio nell'orecchio dell'asso del "peixe".

Neymar con la maglia della nazionale brasiliana: è la star dei prossimi anni.

Considerazioni che fanno ancora più rumore, se si pensa che la parabola con la nazionale brasiliana non sta andando bene come quella con il Santos. Le sue prestazioni con l'U-17 e l'U-19 spingono Pelé e Romario a consigliarlo a Dunga, allora C.T. della prima squadra, per i Mondiali sudafricani del 2010; nonostante questo, il tecnico del Brasile va avanti per la sua strada ed esclude Neymar. Il fallimento di quella spedizione e l'arrivo di Menezes come nuovo allenatore dei verdeoro portano l'asso del Santos ad esser subito convocato; nella prima gara con la nazionale, arriva anche il gol contro gli Stati Uniti. Con l'aumento della sua fama, ci si aspetta molto da lui; a maggior ragione, viene accolto da salvatore in una nazionale che sembra aver perso lo status di leader nel mondo del calcio. Non va benissimo in Copa America, dove segna due gol decisivi per il passaggio del girone, ma scompare nei quarti di finale contro il Paraguay; va persino peggio alle Olimpiadi, dove il Brasile arriva solo per vincere la medaglia d'oro. Neymar, come molti suoi compagni, è di un livello superiore agli altri, ma non basta: le sue prestazioni sono decenti, ma non decisive. In finale, i verdeoro perdono contro il Messico la terza occasione per vincere l'unico alloro mancante. E così, Neymar è ripartito in questa stagione, segnando 11 gol con la nazionale.
Qui, però, si torna alla domanda iniziale: quali sono i dubbi su Neymar? Beh, proprio le statistiche in nazionale possono aiutarci a rispondere, specie se analizziamo quelle dell'ultimo anno. Il problema dell'attaccante è che tutti questi gol sono stati realizzati in amichevole; per carità, non è colpa sua se il Brasile è già qualificato ai Mondiale, in quanto paese ospitante. Tuttavia, fa riflettere come il ragazzo debba ancora essere decisivo in nazionale; quando si è dovuto misurare nelle Olimpiadi o Coppa America, contro avversari diversi da quelli dello scenario sudamericano (dove invece ha dominato in lungo ed in largo), Neymar non ha fatto benissimo. La mia considerazione può risultare fallace, ma solo il tempo saprà dirci se questa piccola considerazione può avere qualche seguito.
Del resto, è lo stesso Neymar ad avere il suo destino in mano: sarebbe stato più stimolante vederlo in una compagine meno competitiva, a sgomitare per trascinare la sua squadra alla gloria. Tuttavia, pochi si possono permettere questo prodigio ed il Barcellona lo osservava da tempo. C'è già chi parla di problemi di convivenza tattica tra Messi e Neymar. Non credo che si presenterà tale difficoltà: Messi ormai è la prima punta del 4-3-3 barcelonista, mentre il brasiliano potrebbe accomodarsi sul versante sinistro, magari con Iniesta a bilanciare il trio. Semmai, bisognerà vedere quanto la sua classe potrà risultare decisiva in uno scenario europeo: la Champions League potrebbe essere il suo vero banco di prova.

Neymar, 21 anni, saluta la folla "barcelonista": è un giocatore blaugrana.

5.6.13

Nel ricordo del Moro.

Devo dire che sono stato poco scaramantico: la promozione del Livorno era così sicura ai miei occhi che quest'articolo era pronto già prima che iniziassero i play-off. Molti pensavano che i toscani sarebbero riusciti ad arrivare tra le prime due o, quanto meno, ad accumulare i dieci punti di vantaggio che servivano per evitare la roulette dei play-off: invece, Spinelli ed i tifosi hanno dovuto soffrire più del previsto, trascinandosi fino all'appendice finale di questo campionato di Serie Bwin. Tuttavia, alla fine, ce l'hanno fatta.

Paulinho, 27 anni, bomber del Livorno: 23 le sue marcature stagionali.

E chi l'avrebbe mai detto che l'epilogo sarebbe stato questo. Specie ricordando dov'era il Livorno un anno fa di questi tempi: era passato poco dalla morte di Piermario Morosini, centrocampista classe 1986, morto il 14 aprile per un'infiammazione cardiaca all'"Adriatico" di Pescara. Una scomparsa che sciocca il mondo del calcio, ma che sopratutto scuote Livorno, così affezionata al ragazzo nonostante fosse arrivato da poco. E forse è bello pensare che quel dolore sia stata anche una sorta di scintilla per le prestazioni di quest'anno.
Già, perché gli amaranto non se la sono passata benissimo l'anno scorso neanche dal punto di vista tecnico: il presidente Spinelli cambiò tre allenatori (Novellino, Madonna e Perotti) durante la stagione per ottenere un misero 17° posto, con la salvezza strappata all'ultima giornata. Per far capire meglio, i granata giungono appena un punto sopra la zona play-out.
Molto è cambiato durante la scorsa estate. In panchina, è arrivato Davide Nicola: ex giocatore di Genoa e Ternana, il tecnico era reduce da due anni positivi in quel di Lumezzane (un sesto ed un ottavo posto in Lega Pro Prima Divisione) e così Spinelli tenta la scommessa. Oltre a questo, cambia anche parte della squadra, con operazioni che rappresentano una svolta. Basti pensare ad Emerson, il centrale difensivo: il brasiliano era stato prima compagno, poi giocatore del mister Nicola, che non si dimentica di lui; dopo un anno ottimo alla Reggina, il Livorno lo acquista ed il suo piede è fondamentale nell'impostazione dell'azione fin dalla difesa.
Gli arrivi di Gentsoglou a centrocampo e Fiorillo in porta (entrambi in prestito dalla Samp) consentono di rimpinguare la rosa dei "titolarissimi"; in più, Gemiti copre la fascia sinistra e si rivela un buon innesto per la  difesa. Quando poi c'è stato bisogno di una spintarella a gennaio, Spinelli ha portato anche Duncan a Livorno, seppur in prestito: le prestazioni del giovane di casa Inter sono state ottime, tanto da far sperare il patron labronico nella conferma del ragazzo per l'anno prossimo.
A questi ragazzi, va aggiunto il gruppo storico: i vari Schiattarella, Bernardini, Dionisi, Paulinho, Siligardi e capitan Luci giocano insieme già da uno, se non due stagioni. Tutti nati tra il 1985 ed il 1988, essi sono giocatori esperti per la B e rappresentano un gruppo unito. Un vantaggio non da poco, specie nella serie cadetta, dove le squadre vengono spesso formate con prestiti e non sempre i giocatori rimangono per più stagioni. Invece, Spinelli ha avuto il merito di comporre un vero gruppo dopo la retrocessione del 2010, che è giunta a maturazione in questa stagione. Il "3-4 e fantasia" di Nicola, poi, ha fatto il resto.

Davide Nicola, 40 anni, tecnico dei labronici: ha fatto una grande stagione.

Partito a fari spenti, il Livorno ha iniziato fortissimo e ha costituito la coppia di testa della serie cadetta con il Sassuolo, sin dalle prime giornate. Nonostante l'utilizzo del 4-3-3, i labronici sono rimasti davanti per molto tempo, senza però scalfire il primato dei neroverdi d'Emilia. La squadra di Nicola mette in fila 14 risultati utili consecutivi tra ottobre e febbraio, tanto che si parla già di promozione ipotecata da parte dei toscani; invece, tre sconfitte in quattro turni (contro Empoli, Modena e Crotone) rimettono tutto in discussione ed il gruppo livornese soffre la vicinanza del traguardo. Tanto che i granata mettono insieme solo nove punti in otto partite, che fanno seriamente vacillare la squadra di Nicola; quando la marcia riprende, la sconfitta a Novara e l'incredibile pari di Terni mettono fuori gioco il Livorno per la promozione diretta. Perché se il Sassuolo passa le stesse difficoltà, il Verona corre parecchio. Così, all'ultima giornata, c'è lo showdown: Verona-Empoli e Sassuolo-Livorno. I granata dovrebbero vincere per essere promossi direttamente, ma la partita è nervosissima ed il gol di Missiroli al 95' porta gli emiliani in A e spedisce Luci e compagni ai play-off.
E' chiaro come il Livorno sia arrivato al finale di stagione in debito d'ossigeno. Lo si è visto anche nell'appendice finale di Serie Bwin: i toscani, per passare contro il Brescia (sesto in stagione regolare), hanno strappato due pareggi e non sono sembrati al massimo della forma, visto che solo il posizionamento migliore in campionato ha permesso al Livorno di passare il turno. Un risultato di 1-1 che si è ripetuto anche nella finale d'andata contro l'Empoli, prima che Paulinho decidesse il ritorno con una delle sue giocate.
Proprio il brasiliano è stato probabilmente il migliore di quest'annata: al di là dei 23 gol segnati in stagione, l'impressione è che si sia meritato l'occasione della vita in A: se sarà con la maglia del Livorno o con un'altra, questo è da vedere. Certo che l'ex Sorrento segna parecchio da almeno tre anni e la sua maturazione non è un caso. Così come i labronici potrebbero avere una buona chance di confermarsi nella massima categoria l'anno prosismo: tuttavia, bisognerà evitare l'errore delle neo-promosse, che spesso cambiano il telaio vincente per nomi che poi non si rivelano adeguati alla nuova realtà. Invece, Spinelli dovrà cercare di tenere più pezzi possibile, perché il gruppo è il segreto dei granata e, se questo si sfaldasse, salvarsi diventerebbe un'impresa molto difficile.
Intanto, a Livorno, si festeggia: non si è mancato di ricordare Morosini. Lo stesso patron labronico ha detto: «La dedica è per Piermario, ci ha guidati da lassù». Sarà semplicistico, ma francamente l'ho pensato anch'io sin da quando il Livorno ha cominciato a macinare punti durante tutto questo campionato: è bello immaginarsela così. Una promozione nel ricordo del "Moro": non male come chiusura di stagione.

Una maglia celebrativa di Piermario Morosini, ricordato spesso durante la festa promozione.

2.6.13

Strama-zzati.

Era prevedibile. Molto, se non quasi sicuro. Eppure, le moine del calciomercato c'hanno permesso di tenerlo sulla panchina dell'Inter finché è stato possibile; poi, le parole di Moratti lo hanno fatto fuori definitivamente. Andrea Stramaccioni è stato lasciato andare dai nerazzurri da circa una settimana, nonostante un contratto siglato l'estate scorsa, valido fino al 2015. Il tecnico doveva essere il nuovo Mourinho, ma ha fatto la fine di un Orrico qualsiasi... intanto, Mazzarri si è preso il suo posto e Moratti sembra pronto a vendere. Che succede in casa Inter?

Walter Mazzarri, 51 anni, sarà il nuovo allenatore dell'Inter dopo 4 anni di Napoli.

Si potrebbe parlare finalmente di "anno zero" in casa nerazzurra, visto il ripulisti in corso; tuttavia, la cacciata del tecnico fa parte di un processo di rigetto che l'Inter non ha ancora digerito, quello del "post-triplete". Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri e Stramaccioni: tranne il brasiliano, forse nessuno di questi ha trasmesso la tranquillità e la continuità necessaria ad iniziare un ciclo che fosse anche lontanamente accostabile a quello avuto con il tecnico portoghese. Inoltre, eguagliare i risultati dello "Special One" sarebbe stato quasi impossibile anche per la stessa squadra che portò a casa - nel 2010 - scudetto, Coppa Italia e Champions League. Tuttavia, ci sono delle motivazioni del perché l'Inter faccia così fatica: dopo esser stati vice-campioni d'Italia nel 2011, l'anno scorso è arrivato un sesto posto e quest'anno, complici molti infortuni ed una preparazione iniziata presto, la squadra è giunta solo nona in Serie A.
Un posizionamento che complicherà ulteriormente la ripartenza nella prossima annata, visto che così si entrerà in Coppa Italia sin dall'estate. E pensare che l'annata era iniziata in tutt'altro modo, con l'entusiasmo di Stramaccioni, conscio dell'avere la chance della vita, nonostante la giovane età (classe 1976). Del resto, il suo curriculum a livello giovanile era molto incoraggiante. Nonostante qualche sconfitta in casa, la stagione interista arriva all'apice a novembre, quando l'Inter sbanca lo "Juventus Stadium": grazie ai gol di Milito e Palacio, la squadra registra una striscia di dieci vittorie consecutive, portandosi porta a meno tre dai bianconeri in classifica. Poi, un punto nelle sette successive partite in trasferta comincia a far vacillare lo status di "anti-Juve". Quando il mercato invernale è ormai passato, l'Inter non si riprende più: la grana infortuni è già iniziata ed il tecnico non sa opporre resistenza dal punto di vista tattico a chiunque gli capiti a tiro; in Europa League, la squadra mette a segno una quasi-impresa contro il Tottenham, rimontando il 3-0 subito a "White Hart Lane". Purtroppo per i tifosi nerazzurri, il gol di Adebayor chiude la porta a qualsiasi passaggio del turno. L'Inter - nelle ultime dieci giornate - vince due sole gare, contro Samp e Parma, e chiude il campionato malamente, lontano dall'Europa.
In tutto questo, c'è da chiedersi dove siano le colpe di Stramaccioni. A livello di gioco, il nuovo Mou è stato portato sul palmo di una mano. Indubbiamente ha fatto bene sia con i giovani della Roma che con la Primavera dell'Inter, con la quale ha vinto la Champions League di categoria; tuttavia, il suo gioco è sembrato fatto di sola concretezza: un po' poco per chi vorrebbe puntare a traguardi più alti del nono posto. La butto lì: il gioco di Stramaccioni ha fatto sembrare interessante l'Inter di Cupér. E ho detto tutto. Tuttavia, dare la croce solo al tecnico sembra esagerato: gli infortuni - sopratutto di tipo muscolare - hanno travolto la squadra nel momento più delicato della stagione e hanno condizionato parzialmente il risultato finale. Inoltre, è sembrata mancare la società: dichiarazioni di conferma a parte, il mercato non ha portato quei giocatori che Stramaccioni sperava di avere. Se ti partono Sneijder (un caso, gestito malissimo dall'allenatore) e Coutinho (che a Liverpool incanta nello stesso ruolo in cui all'Inter non aveva convinto), non può arrivare solo Kovacic, che per altro non è un fantasista. Insomma, si è sentita l'assenza del cosiddetto "uomo forte", il braccio armato del presidente Moratti.

Marco Branca, 48 anni, direttore tecnico nerazzurro: molte sue operazioni sono sotto accusa.

Quel braccio armato sul campo che, nel 2010, era rappresentato da Gabriele Oriali, allora responsabile di mercato e dei rapporti con la prima squadra; poi l'addio con polemiche al veleno e le dichiarazioni astiose contro Marco Branca, attuale direttore tecnico nerazzurro. Nonostante gli appelli dei tifosi, però, Branca rimane al suo posto, mentre Oriali ha raccontato come sia stato lo stesso d.t. a convincere Moratti a cacciarlo nell'estate del 2010. Insomma, si è depurato dalla parte sbagliata. E qui arrivano anche le perplessità su Massimo Moratti, presidente-tifoso: quant'è la sua voglia di continuare, dopo vent'anni di reggenza sul timone della nave? Nessuno nega che il Fair-Play Finanziario (visti i casi Malaga e Monaco, per ora, una leggenda) sia importante e che ci sia bisogno di abbassare gli ingaggi, ma bisogna farlo con parsimonia ed attenzione: se uno non vende Maicon il giorno dopo la finale di Champions al Real, non può poi svenderlo al City l'estate scorsa, pur di diminuire il suo ingaggio. Si può fare come si è fatto con Eto'o, ma non sempre passa il magnate russo di turno.
O forse sì, a giudicare dalle voci di questi giorni: si mormora, infatti, che il milionario indonesiano Erick Thohir voglia acquisire il 100% dell'Inter, mentre Moratti vorrebbe disimpegnarsi gradualmente, concedendo una quota importanta a Thohir, ma rimanendo presidente della società nerazzurra. Tuttavia, l'offerta di 300 milioni di euro da parte dell'attuale proprietario del D.C. United sta facendo vacillare Moratti: dopo i cinesi, sono arrivati gli indonesiani. Insomma, sembra che l'Inter sia destinata a passare dalle parti del sud-est asiatico, magari aprendosi a quel mercato con tanto di tournée estiva. Staremo a vedere.
Intanto, con la cacciata di Stramaccioni, è arrivato Walter Mazzarri: personalmente, avevo previsto questa mossa sin da quando l'allenatore toscano ha comunicato che non sarebbe più stato a Napoli. Stanco dopo tre anni e mezzo di grandi emozioni, ma anche di stress dovuto ad una piazza non facile, l'Inter è la sfida giusta per lui. Fateci caso, ma Mazzarri non rimane più di due-tre stagioni nella stessa città: una a Livorno, tre a Reggio Calabria, due a Genova e tre e mezzo a Napoli. Sarà così all'Inter, dove arriva per ricostruire e, chissà, magari vincere il suo primo scudetto, dopo aver rimesso a posto i pezzi del puzzle. Del resto, Mazzarri è fatto così: se riesce a far arrivare Aronica e Cannavaro in Champions League, è perché il tecnico di San Vincenzo basa molto del suo lavoro sulle motivazioni, oltre che sul 3-5-2 di ferro. Per questo, a Napoli non poteva più restare: non poteva dare più di così all'ombra del Vesuvio.
Ora riparte con una nuova avventura e non escludo che possa centrare la zona Champions League l'anno prossimo, visto la mancanza dell'impegno europeo, che l'Inter non affronterà dopo ben 14 anni. In questo modo, i nerazzurri dell'era Mazzarri avranno la possibilità di prepararsi al meglio alla stagione del riscatto. Per non finire un'altra volta strama-zzati al suolo.

Andrea Stramaccioni, 37 anni: la sua avventura si è conclusa con un 9° posto.