11.5.13

Agli ordini del piccolo schermo.

In un finale di campionato che ha da dire poco (la zona salvezza è l'unica che sembra poter riservare qualche sorpresa), la Serie A trova comunque il modo di far arrabbiare i tifosi più sani, i più puri, quelli che vorrebbero che la giornata di campionato tornasse tutta in contemporanea alle 15, senza anticipi o posticipi. La notizia dello spostamento di Juventus-Cagliari dalle pomeriggio domenicale alle 18 di sabato sarà passata inosservata a molti, ma è un segnale molto chiaro: le tv mandano avanti la baracca. E si fa quello che decidono loro, almeno a livello logistico.

All'"Adriatico" di Pescara, uno dei tanti slogan contro la tv del calcio moderno.

Attenzione, non scopro certo l'acqua calda: striscioni come «Il calcio fa SKYfo» non si trovano più negli stadi solo perché il concetto è stato ampiamente ribadito. Tuttavia, come non meravigliarsi di fronte alle logiche del mondo pallonaro italiano: Juventus-Cagliari si giocherà alle 18 di sabato in modo da «allungare la festa bianconera». In questo modo, Lazio-Sampdoria - originariamente il match delle 18 di sabato - sarà giocato di domenica pomeriggio. E perché mai dovremmo vederla tutti? La televisione ed i suoi network hanno sempre impostato anticipi e posticipi in base all'importanza del match. A quanto pare non sarà così in quest'occasione, visto che ci sono un Fiorentina-Palermo e le sfide salvezza che hanno molto di più da dire, ma che verranno comunque piazzate alle 12:30 per far spazio alle bandiere bianconere. Più che un criterio d'attenzione, pare una mossa di favore. Oltretutto, una mossa scriteriata - nella logica televisiva - è quel Catania-Pescara alle 20:45 di sabato, che non ha nulla da dire sul campionato di entrambe le squadre. Insomma, mosse inconcepibili, sia per i puri del calcio che per coloro che lavorano nel marketing del pallone.
E che dire della polemica scatenatasi dopo il turno infrasettimanale? Il Palermo subisce lo spostamento alle 12:30 della prossimo impegno, al "Franchi" di Firenze; così, Genoa e Torino potrebbero essere già salve e restare sospette. Del resto, come ha detto il dirigente rosanero Perinetti, «l'arrivo del Giro d'Italia a Firenze non si sa dall'altro ieri, ma da molto prima». Va dato atto del fatto che la colpa dell'intera vicenda ricade stavolta sulla Lega, incapace di capire questo piccolo dettaglio; poi, la Lega si è salvato in corner, garantendo la contemporaneità solo l'altro ieri. Tuttavia, la contemporaneità non è più un criterio fondamentale a causa della forza delle tv e della debolezza della Lega nei loro confronti, incapaci di comprendere che giocare le ultime giornate, specialmente nei suoi scontri per salvezza o zona europea, alla stessa ora è un sacrosanto diritto. Senza balletti o ripensamenti.
Piccolo dettaglio: vi ricordate la trasformazione degli ultimi anni? Ad oggi, solo l'ultima giornata viene giocata in contemporanea. Anzi, dall'anno scorso, neanche quella: se rimembrate, l'ultimo atto del campionato 2011/2012 venne separato. Alle 18, le partite che non dovevano dire più nulla al campionato; alle 20:45, quelle che vedevano ancora in gioco qualcosa per l'Europa. Eppure, non più di qualche anno fa, c'era la regola fissa di giocare le ultime quattro giornate in contemporanea, in modo da evitare qualunque sospetto: norma scomparsa per le logiche televisive.

Il duello televisivo: Sky vs. Mediaset Premium si battagliano sulla Serie A.

Chiaro, non si può demonizzare tutto: la fede dei tifosi è il valore più importante di questo sport, ma la pay-tv non è il male assoluto, sebbene abbia contribuito a modo suo al calo di presenze. La piattaforma parabolica ha i suoi meriti: potrei fare il mio esempio, tifoso sampdoriano di Roma. Per la crisi, non mi posso certo permettere di andare ogni domenica a Genova a guardare quei magici colori, perciò avere un abbonamento alla pay-tv mi permette di accorciare le distanze e sentirmi più vicino alla mia squadra, ogni domenica. Poi questi meriti sono stati ridimensionati negli ultimi anni, grazie alla magia dello streaming, che permette di guardare le partite anche se non trasmesse dalla pay-tv (vero, Mediaset Premium?), magari connettendosi a network esteri che trasmettono la partita della squadra del cuore.
La verità è che c'è stato un calo degli spettatori, ma la comparsa delle pay-tv non pare una delle cause principali. Infatti, basta analizzare le date di nascita dei giganti nel campo per raccapezzarsi: Tele+ appare in Italia nel 1991, Stream nel 1997, mentre Sky (unione di queste due, voluta da Rupert Murdoch) nasce nel 2003. Facendo un rapido controllo della media-spettatori della Serie dal 1993 ad oggi, si nota come c'è stato effettivamente un calo: si è passati dai circa 30mila di vent'anni fa ai 23mila della passata stagione. La perdita di 7mila spettatori di media può essere anche colpa delle pay-tv, ma la crisi e la poca attrattiva e sicurezza degli impianti hanno fatto il lavoro pesante nell'allontanare i tifosi dagli stadi. Non per nulla, l'improvviso abbattimento delle presenze arriva nella stagione 2001/2002, dove si perdono di colpo ben 5mila spettatori, arrivando a 25mila di media. Un dato mantenuto nel corso degli anni fino ad oggi, che oscilla tra i 23mila ed i 25mila nell'ultimo decennio, ad eccezione della stagione 2006/2007 (solo 19mila di media: la presenza di molte piccole piazze può aver condizionato questo risultato finale).
Insomma, le pay-tv hanno le maggiori colpe nella loro ingerenza sulla Lega: non per nulla, anticipi e posticipi sono decisi non solo in base agli impegni europei del club, ma anche in base all'audience che una determinata partita potrebbe fare. Intanto, una giusta ripartizione dei soldi dei diritti televisivi è ancora in esame e il prossimo contratto Sky-Lega sarà al ribasso. Tutt'altra situazione in Inghilterra, mondo calcistico usato come esempio quando ci pare: grazie al regime economico ed alla ripartizione più equa dei diritti tv, il Sunderland (avessi detto il Real Madrid...) si è potuto permettere un'offerta a Edinson Cavani. Sembra uno scherzo, ma non lo è: i "black cats" di Paolo Di Canio hanno presentato una proposta di quasi 60 milioni di euro per l'uruguaiano. Chiaramente, il "matador" ha rifiutato per il poco blasone del club. Tuttavia, ciò fa inquadrare il diverso scenario a cui si punta: una squadra di media-bassa classifica, seppur posseduta da un multimiliardario, può fare un'offerta del genere grazie agli sponsor che la Premier League attira e anche grazie ad una ripartizione equa dei diritti tv. Un altro mondo, vero?

L'"Olimpico" di Torino vuoto: una scena ormai usuale nel calcio d'oggi.

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