31.5.13

ROAD TO JAPAN: Hotaru Yamaguchi

Buongiorno amici miei e benvenuti ad un altro numero di "Road To Japan", la rubrica che vi permette di visionare in maniera più dettagliata i migliori talenti del Sol Levante. Dopo 12 spazi, equivalenti ad un anno di vita, RTJ torna con la voglia di raccontarvi un giocatore eclettico, che quest'anno sta decisamente aumentando il suo contributo a livello nazionale. E' uno dei componenti della "Golden Generation" di Londra 2012, arrivata quarta al torneo di calcio delle Olimpiadi: mi sto riferendo a Hotaru Yamaguchi, centrocampista tuttofare del Cerezo di Osaka.

SCHEDA
Nome e cognome: Hotaru Yamaguchi (山口 螢)
Data di nascita: 6 ottobre 1990 (22 anni)
Altezza: 1.75 m
Ruolo: Centrocampista centrale, esterno destro
Club: Cerezo Osaka (2009-?)



STORIA
Nato nell'ottobre del 1990 a Nabari, nella prefettura di Mie, Yamaguchi cresce a pane e pallone, sopratutto grazie al padre, che lo avvicina al mondo del calcio. Soprannominato "lucciola" per la sua «voglia di illuminare le tenebre», il giovane Hotaru dà i primi i calci alla sfera rotonda fin dalle elementari ed ottiene un provino con ben tre club di J-League: Kyoto Purple Sanga, Gamba e Cerezo, queste ultime entrambe di Osaka. Fra le tre società, la scelta cade sul Cerezo, che lo prende nella sua Under-15 fin dall'età di 13 anni. Yamaguchi, per poter seguire gli allenamenti dei giovani del Cerezo, prende ogni giorno un treno di due ore per arrivare a Osaka. Nel frattempo, le sue doti si notano e ben presto viene promosso all'Under-18, dove brilla per la crescita rapida: nella Takamado Cup U-18 del 2008, viene anche eletto MVP della competizione ed il Cerezo giovanile vince la coppa.
Ormai, Hotaru è pronto per il grande salto: il Cerezo, per altro, non se la passa bene e galleggia in seconda divisione dopo la retrocessione, avvenuta qualche anno prima. Fortunatamente, i viola-nero di Osaka tornano in J-League grazie ad un campionato straordinario, nel quale Yamaguchi trova nel finale le prime presenze da professionista: sono solo tre, ma sono un inizio. Nel 2010, qualcuno si aspetta che il ragazzo abbia più spazio e, invece, la panchina gli è pesante sotto i piedi: quattro gare giocate in tutta la stagione sono poche per Yamaguchi, che almeno trova una consolazione nella selezione universitaria nazionale.
Nella stagione successiva, il centrocampista trova maggior minutaggio, con 23 presenze e la scalata delle gerarchie che comincia: esordisce nella Champions League asiatica, veste la maglia della nazionale giovanile e realizza anche il suo primo gol da professionista contro gli Urawa Reds. La svolta vera è arrivata nell'ultima annata, quando il 2012 è stato l'anno che lo ha consacrato tra i titolari del club: 40 gettoni di presenza e ben quattro marcature, a confermare che il feeling con il gol sta nascendo.
Qui Culpi capisce l'antifona: con l'arrivo di Fabio Simplicio a Osaka e l'addio di Hiroshi Kiyotake, il tecnico brasiliano sposta Yamaguchi sulla fascia destra per qualche esperimento. Una prova che dà i suoi risultati, tanto che Hotaru sta esplodendo nella nuova posizione: nel 2013, la "lucciola" - ormai conscio del nuovo ruolo sul settore destro - ha già collezionato sei gol in tre mesi. Insomma, non potrà che andare meglio.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Viste le sua capacità di tuttofare, Yamaguchi ricorda l'andazzo di quella pubblicità di tanti anni: "Dove lo metti, sta". Tatticamente, è più adatto a giocare in mezzo, ma negli ultimi tempi ha imparato addirittura a giocare sulla fascia, dove il tecnico del Cerezo - Levir Culpi - lo sta impiegando con successo. Il suo ruolo, per ora, rimane quello del centrocampista centrale, se non addirittura quello del mediano: nelle giovanili, era una sorta di "10", mentre oggi è riuscito a combinare qualità e quantità. Tuttavia, chissà se un giorno non ne parleremo come un esterno di fascia destra consumato.

STATISTICHE
2009 - Cerezo Osaka: 3 presenze, 0 reti
2010 - Cerezo Osaka: 4 presenze, 0 reti
2011 - Cerezo Osaka: 23 presenze, 1 rete
2012 - Cerezo Osaka: 40 presenze, 4 reti
2013 - Cerezo Osaka (in corso): 19 presenze, 6 reti

NAZIONALE
Per Yamaguchi, le porte della nazionale maggiore sono ancora chiuse e diventerà ancora più difficile se continuerà a giocare nel ruolo di centrocampista destro, dove Zaccheroni è ben fornito; in ogni caso, ci sono già delle esperienze nelle rappresentative giovanili. Il centrocampista è una delle colonne della nazionale universitaria che vince gli Asian Games del 2010, così come è importantissimo nell'Under-23 che si prepara all'Olimpiade di Londra. Quando poi il C.T. Sekizuka lo porta con sé nella città del "Big Bang", Yamaguchi gioca ogni minuto di tutte le gare che portano il Giappone al quarto posto nella competizione.

LA SQUADRA PER LUI
Diciamo che un giocatore del genere potrebbe suscitare l'attenzione di molti, visto la sua duttilità e la giovane età: non è ancora una delle stelle dominanti del panorama calcistico nipponico, ma può far gola. In Italia, ad esempio, farebbe molto comodo al centrocampo del Parma, magari insieme al regista Valdes e alla mezzala Parolo, così come sarebbe utile in molti club d'Europa di metà classifica. Non è ancora il migliore su piazza nel suo ruolo, ma si può contare su di lui già dalla prossima estate.



28.5.13

«Petkovic chi?»

«Beata ignoranza»: mai detto fu più veritiero. Del resto, non sapendo certe cose, la vita è più leggera. Così come lo sono le valutazioni di tipo sportivo. Tutti ci ricodiamo di come Luis Enrique arrivò in Italia e venne incensato come l'"erede di Guardiola", senza troppi giri di parole. O di come Delneri era pronto al secondo miracolo con la Juventus, dopo aver portato la Samp in Champions. Il fenomeno contrario, invece, ha avuto luogo all'approdo di Vladimir Petkovic in Italia: un signor nessuno per il calcio italiano, così come per i suoi addetti ai lavori, velocemente bollato come destinato a fallire.

Petkovic al suo arrivo a Roma nel maggio 2012, accolto dal d.s. Tare.

C'è addirittura qualche tifoso che si dimostrava scettico, nella maniera rustica che solo i romani sanno dare: «Con tutti i nomi che circolavano, proprio questo se dovemo pijà...». Neanche Trilussa avrebbe saputo far meglio. Eppure, il tecnico aveva avuto la sua dose di fortuna non lontano da Roma, in Svizzera. Originario della Croazia, ma nato in Bosnia, Petkovic è il poliglotta per eccellenza, visto che parla otto lingue: purtroppo, in nessuna di queste sarebbe riuscito a far capire i buoni risultati ottenuti nella terra dei quattro cantoni, dalla quale ha ottenuto anche la cittadinanza alla fine della carriera da giocatore. Dopo la promozione con il Malcantone Agno in seconda divisione nel 2003, Petkovic si affaccia al massimo campionato svizzero sulla panchina del Lugano, portato in salvo senza problemi. Poi arriva l'esperienza triennale con il Bellinzona, conclusa con la risalita in massima serie del 2008 e la finale di coppa nazionale; una squadra nella quale conosce e cresce un certo Senad Lulic.
Non riconfermato dal Bellinzona, Petkovic viene contattato dallo Young Boys di Berna: sarà un altro triennio d'ottimo impatto. I gialloneri, con il 3-4-3 del tecnico croato ed i gol di Seydou Doumbia, volano: due secondi posti portano la squadra ai preliminari di Champions League, dove lo Young Boys fa passare una brutta serata persino al Tottenham di Redknapp nell'estate del 2010. Una volta eliminati, gli svizzeri fanno comunque una buona Europa League, estromettendo addirittura il Getafe nel girone. A fine anno, le strade dello Young Boys e di Petkovic si separano e la breve avventura turca del tecnico, nei ranghi dello Samsunspor, finisce con l'esonero nel gennaio 2012. Tuttavia, non basta: il Sion lo chiama a sorpresa per l'ultimo mese di campionato, con la squadra che deve salvarsi nello spareggio per la retrocessione, che il Sion vince.
A quel punto, con grande sorpresa di molti, Lotito chiama Petkovic alla Lazio per sostituire Reja: il goriziano è forse stanco dell'ambiente biancoceleste, così pressante, ed il presidente è sicuro della bontà della sua decisione. Di fronte all'indifferenza generale, molti rimangono delusi, ma non sanno che la scelta di Lotito è tanto curiosa quanto azzeccata. Il tecnico, infatti, ha tutta l'intenzione di sfruttare al meglio l'occasione nella Serie A: si presenta con un garbo sconosciuto al nostro paese. Non urla, non sbraita e non si lamenta degli arbitri; eppure trova il modo di farsi sentire e capire dai propri giocatori, nonostante durante l'estate ci siano grossi sberleffi di fronte alla sua chiamata a Roma. Se comparata poi all'arrivo - dall'altra parte del Tevere -di Zdenek Zeman, atteso dalla Roma giallorossa come il salvatore della patria, l'eccitazione svanisce. Insomma, non sembra esserci gara: di fronte ai nomi di Conte, Allegri, Mazzarri e persino del "pivello" Stramaccioni, quello di Petkovic sembra stonare. Come se il croato fosse l'invitato alla festa sbagliata.

Petkovic e Miroslav Klose, 34 anni: il binomio ha fruttato ottimi risultati.

Per nulla turbato, l'allenatore si prepara al meglio per la stagione che verrà e la Lazio lo segue a ruota. Inoltre, Petkovic - viste le tre competizioni da giocare - non preclude nessuno dalla preparazione: tutti potranno essere utili. Persino il figliol prodigo Mauro Zarate, tornato dall'Inter, sembra in grado di trovare qualche spazio con il tecnico croato, nonostante il gran numero di attaccanti nella rosa della Lazio. L'inizio di stagione dei biancocelesti è folgorante: tre vittorie su tre nelle prime giornate, ma sopratutto l'impressione che la Lazio giochi meglio di quanto facesse sotto Reja. Poi gli impegni europei, che Petkovic non sdegna mai, dimostrando una mentalità tutt'altro italiana: se c'è un merito del "Dottore", è quello di aver insegnato al calcio italiano che l'Europa League non va snobbata, visto che la Lazio raggiunge i quarti di Europa League. E' il risultato più alto da quando la Fiorentina arrivò in semifinale nel 2008 ed i biancocelesti c'arrivano passando da primi il girone e collezionando una striscia di 12 risultati utili consecutivi a livello continentale; il titolo di capocannoniere della competizione conquistato da Libor Kozak non è che la conferma della bontà del lavoro svolto nel torneo.
Intanto, in campionato le cose vanno alla grande nel girone d'andata: la Lazio chiude a 39 punti dopo 19 giornate, vince il derby e batte le milanesi all'"Olimpico". Certo, il ritorno non è esaltante: solo 22 punti conquistati. Tuttavia, i motivi ci sono: la stanchezza delle coppe si è fatta sentire, perché la Lazio - pur con una rosa molto lunga - ha affrontato seriamente l'impegno europeo e, in più, è andata avanti in Coppa Italia. Così avanti che ha battuto anche la Juventus in semifinale, arrivando all'ultimo atto contro i cugini giallorossi: a risolverla, ieri, c'ha pensato il suo fedelissimo, quel Senad Lulic che lo segue dai tempi del Bellinzona.
Ma i meriti di Petkovic vanno oltre le vittorie: il tecnico croato è stato in grado di valorizzare molti giocatori all'interno della rosa biancoceleste. Il suo 4-1-4-1 ha concesso spazio a molti e l'allenatore ha saputo gestire quasi tutte le situazioni all'interno del suo spogliatoio; quando le cose gli erano sfuggite di mano, come nei casi di Zarate e Rocchi, le evoluzioni del mercato e l'appoggio della società lo hanno aiutato ad andare avanti.
Sopratutto, però, Petkovic è riuscito a recuperare diversi giocatori utili alla causa. Prendiamo Lorik Cana, ad esempio: l'albanese era sembrato troppo lento a centrocampo e così il tecnico lo ha spostato al centro della difesa. Sergio Floccari, che sembrava in difficoltà dopo il mancato riscatto da parte del Parma, è stato sempre presente. Libor Kozak è stato devastante in Europa, nonostante la mancanza di reti in campionato. In più, Petkovic ha trasformato Candreva in una macchina da guerra sulla fascia destra e ha valorizzato i talenti di Onazi e Cavanda, sebbene quest'ultimo sia poi finito fuori rosa. Infine, grazie alla strepitosa forma di Marchetti e Klose, ha potuto ottenere risultati prestigiosi. Insomma, sembrano lontani in tempi in cui nessuno lo conosceva, una volta arrivato a Roma: «Petkovic chi?» non sarà una frase che si sentirà più dalle parti di Formello. Anzi, il tecnico ha fatto di tutto per rendere il suo nome indelebile nella mente dei tifosi della Lazio...

Vladimir Petkovic, 49 anni, può festeggiare il suo primo trofeo in Italia.

26.5.13

Dove manca il profeta, c'è l'olandese.

Hanno rischiato anche questa volta, ma ce l'hanno fatta. Il Bayern ha temuto di perdere la terza finale nelle ultime quattro edizioni della Champions League, ma alla fine l'ha spuntata grazie ad un guizzo di Arjen Robben sul filo della sirena: l'olandese, così criticato per la sua assenza nei momenti decisivi, cancella almeno gli errori del primo tempo di ieri e si porta a casa il premio di miglior giocatore della partita. Dal canto suo, il Borussia può solo piangere sui suoi errori: Klopp, alla vigilia, aveva detto come «la mossa giusta al momento giusto» avrebbe deciso la gara. Peccato che il tecnico del BVB non si sia mosso così, proprio in una delle finali più belle degli ultimi anni, che non ha fatto altro che mostrare l'evidente superiorità del calcio tedesco in questo momento. Vedendo ieri la finale ci si chiedeva: ma come riprendiamo i tedeschi nel ranking?

Jupp Heynckes, 68 anni, batte Jürgen Klopp, 45, per la sua seconda Champions.

Per carità, va reso onore al profeta dei gialloneri: con Mario Götze infortunato, l'allenatore si è inventato un 4-4-2, modulo ben diverso dal solito 4-2-3-1 con il quale il BVB incanta solitamente la Germania e l'Europa. Dentro Grosskreutz, a bloccare le avanzate di Lahm, così come Blaszczykowski ha fatto un buon lavoro su Alaba sull'altra fascia. Accanto al temibile Lewandowski, le percussioni di Reus avrebbero dovuto mettere in difficoltà i centrali avversari, non veloci come il piccolo mago del Dortmund. Il piano ha funzionato nel primo tempo, quando il Bayern - contratto ed impaurito dal rischio della terza finale persa - non si è espresso per come ha fatto tutto l'anno: i bavaresi sono sembrati impacciati e disordinati, mentre i gialloneri sono riusciti ad impensierire un paio di volte Neuer, sempre pronto.
Poi, quando Mandzukic ha colpito la traversa con un colpo di testa, la gara si è riequilibrata e la squadra di Heycknes (all'ultima gara da allenatore del Bayern) si è rimessa in gioco, tanto da sfiorare ancora il gol nel finale della prima frazione: prima Martinez di testa ha sfiorato la porta, poi Robben ha avuto due grandi occasioni, sprecate però su Weidenfeller. Nella ripresa, quando le squadre sono rientrate in campo, il Borussia ha iniziato bene, ma non con la stessa intensità dei primi 45'; il gol di Mandzukic - su splendida iniziativa di Robben, ben innescato da Ribery - ha spezzato l'equilibrio, costringendo il BVB a scoprirsi e a cercare a tutti i costi il pareggio.
I gialloneri l'hanno trovato con Gündoğan su calcio di rigore, concesso per un'ingenuità madornale di Dante su Reus. Piccola nota: i miei complimenti vanno al tedesco d'origine turca, che è stato - a mio modo di vedere - il migliore in campo come intensità di gioco e precisione. Sempre presente, ha stravinto il duello con un timido ed arretrato Schweinsteiger, che ha sbagliato un'altra finale dopo quella dell'anno scorso.
Arrivati al 70', il Dortmund aveva l'inerzia dalla sua parte, ma era molto stanco e Klopp ha perso la partita in quel momento: l'ex tecnico del Mainz non ha fatto nessun cambio e ha tenuto in campo gli stessi 11, sebbene fosse sotto gli occhi di molti la stanchezza dei gialloneri. Il gran primo tempo disputato dai suoi ragazzi è stato pagato con la stanchezza verso la fine della partita e Klopp, stavolta, ha sbagliato. Una mossa che, forse, gli è costata la Champions. Chiaro, la panchina del Dortmund non è come quella del Bayern, poiché sono 15-16 i giocatori che si ruotano nella formazione titolare: tuttavia, l'ingresso di un Sahin o di un Felipe Santana avrebbe potuto ridare ossigeno al centrocampo del BVB, ormai in palese difficoltà.

İlkay Gündoğan, 22 anni, il migliore del Dortmund e forse tra i 22 in campo.

Alla fine, il Bayern si è scrollato la paura e ha dominato nei 20' finali, costringendo il Dortmund nella sua metà campo. Ogni pallone perso era di competenza bavarese ed è stato difficile per il BVB anche solo uscire dalla propria trequarti. Il pressing finale ha portato il Bayern a bombardare la porta di Weidenfeller: prima Alaba, poi Schweinsteiger hanno tentato di battere il portiere e capitano delle "vespe", ma il buon Roman ha risposto a tutte le conclusioni avversarie, confermando la buona prestazione fornita. C'è stato anche il miracoloso salvataggio di Subotic su Robben, che sembrava presagire come l'olandese non potesse mettere la sua firma nemmeno su questa finale.
Alla fine, però, il calcio ha voluto che il Bayern si riprendesse tutto quello che aveva perso immeritatamente l'anno scorso, nell'ultimo atto contro il Chelsea. Su un lungo rilancio di Neuer, Ribery è stato ancora una volta bravissimo, servendo la corrente Robben; un po' di fortuna sui rimpalli e l'olandese si è ritrovato per l'ennesima volta faccia a faccia con Weidenfeller, stavolta senza sbagliare. Eppure, nonostante l'importanza del momento, ciò che rimane negli occhi è la rabbia dell'ala dopo il gol segnato: urla ripetutamente "what?", con aria di sfida, ai suoi tifosi. Come a dimostrare che lui vale più di tutti gli errori compiuti in passato e nello stesso primo tempo della finale. Da lì, Klopp si ricorda dei cambi e fa entrare Schieber e Sahin, con il primo che scalda le mani di Neuer, prima che Rizzoli fischi la fine. Diciamo una cosa, a scanso di equivoci: la partita aveva visto una sostanziale parità tra le due squadre e sarebbe stato più giusto che essa andasse ai supplementari. Poi sì, forse il BVB avrebbe perso comunque, vista la stanchezza dimostrata negli ultimi 20' dei regolamentari; tuttavia, sarebbe stato più giusto.
Dal canto suo, Jupp Heycknes può salutare tutti con la seconda Champions League personale, dopo aver vinto quella del 1998 con il suo Real Madrid contro la Juventus. Per i bavaresi, è la quinta Champions, dopo due finali perse nel 2010 e nel 2012, a 12 anni dall'ultima (anche quella sofferta). E' il giusto riconoscimento al modo in cui il Bayern Monaco ha giocato nell'intera Champions, mostrando il calcio migliore, quello più efficace, e schiacciando Juventus e Barcellona senza alcun equivoco.
Il riscatto arriva anche per Robben, che ne aveva perse troppe: tra finale degli ultimi Mondiali e le finali di Champions League, più i rigori sbagliati nello scorso campionato contro il BVB e contro il Chelsea l'anno scorso a Monaco, l'asso olandese meritava una piccola rivincita. Quei treni non ripasseranno più, ma almeno potrà stare più tranquillo con questa firma sulla vittoria più importante della sua carriera. Si chiude con il grandissimo Philipp Lahm ad alzare la coppa dalle grandi orecchie. Adesso si attende Guardiola, per capire cosa potrà fare meglio di Heycknes, che comunque non ha ancora finito il suo lavoro: il 1 giugno si giocherà la coppa nazionale contro lo Stoccarda. Obiettivo "triplete", con un olandese più sgombro nella sua testa. In fondo, il profeta Klopp potrà riprovarci: questo è stato solo un antipasto.

Arjen Robben, 29 anni, batte Roman Weidenfeller, 32, per il gol decisivo.

24.5.13

Il difensore ed il poliziotto.

E' ormai tempo di verdetti nei vari campionati, i quali stanno giungendo rapidamente alla conclusione. Se nelle grandi leghe si assiste alla retrocessione della squadra che ha vinto la F.A. Cup o alla conferma dei più forti bianconeri e dei ricchi parigini, nelle leghe di "seconda mano" d'Europa si trovano storie particolari, se non addirittura fantastiche. E' questo il caso di due formazioni che, nella prossima stagione, tenteranno per la prima volta la scalata alla fase a gironi della Champions; addirittura, il Milan potrebbe incrociarle sul suo cammino. Tutto ciò nonostante Waregem e Paços de Ferreira distino 1800 km fra loro.

Mario Balotelli, 22 anni, dovrà stare attento ai rivali nei play-off di Champions.

La storia dei portoghesi del Paços de Ferreira ha segnato un record: la squadra di Paulo Fonseca ha raggiunto il miglior piazzamento nella storia del piccolo club. Una compagine che gioca in uno stadio che ospita poco più di 5mila persone e che avrà la fortuna di sentire il celebre gingle della Champions League durante la prossima stagione. Già, perché i "paçences" hanno giocato un campionato meritevole del traguardo raggiunto. Il club, fondato nel 1950, ha raggiunto la prima divisione solo negli anni '90 ed il miglior risultato mai raggiunto era il sesto posto del 2006/2007. Almeno fino ad ora: durante tutto l'anno, il club è riuscito a tenersi su livelli altissimi; visto che non si poteva lottare per lo scudetto (Porto e Benfica erano su un altro pianeta), il Paços è stato comunque in grado di impensierire lo Sporting Braga per il posto nei preliminari di Champions. Verso marzo, i "paçences" hanno messo la freccia e superato i rivali, tenendo il terzo posto fino alla fine del campionato. Anzi, nell'ultima giornata hanno avuto anche l'opportunità di rovinare la festa al Porto, ma non ci sono riusciti; tuttavia, ottenere il pass per i play-off della massima competizione europea con una giornata d'anticipo non è impresa per tutti.
Se il Paços de Ferreira è riuscito in tale obiettivo, molto lo deve al suo allenatore, Paulo Fonseca: ex difensore, nato a Mozambico nel 1973, ha avuto numerose esperienze nel campionato lusitano fino al 2005, quando si è ritirato all'età di 32 anni. Da lì, Fonseca ha subito indossato i panni dell'allenatore: dopo aver fatto esperienza con le giovanili della sua ultima squadra, l'Estrela Amadora, il tecnico ha fatto il famoso giro delle sette chiese. 1° de Dezembro (una squadra femminile), Odivelas, Pinhalnovense (con la quale raggiunse i quarti della coppa nazionale) e l'Aves (con il quale ha ripetuto il risultato di coppa). Poi arriva l'offerta del Paços de Ferreira e l'allenatore tira fuori la migliore stagione della carriera, grazie ad un gruppo unito e compatto. Lo spirito di squadra si rileva anche nelle statistiche: non c'è nessun giocatore del Paços che abbia fatto almeno dieci gol in questa stagione e solo il giovane Jousé Pesqueira ha vinto un premio individuale, come "miglior giovane del mese", nel febbraio scorso.
Ora il Milan potrebbe incrociare le armi con un avversario di gran lunga inferiore, ma capace di sorprendere alla minima disattenzione: del resto, i rossoneri hanno rischiato di perdere la Champions a Siena, non capiamo perché non dovrebbero poter rischiare anche contro il Paços de Ferreira...

I giocatori del Paços de Ferreira esultano per la qualificazione ai preliminari di Champions.

Sulla strada dei rossoneri potrebbe pararsi anche lo Zulte Waregem, nome sconosciuto ai più. La loro storia ha dell'incredibile, dato che la squadra belga non solo si è qualificata per i preliminari di Champions League, ma è anche stata in grado di giocarsi il campionato fino all'ultima partita. Tutto questo nonostante i suoi giocatori fossero sopratutto giovani. La compagine di quest'anno era infatti composta anche da giocatori in prestito dalle grandi del paese: Perdichizzi e De Jonghe dal Club Brugge, Conté dal Gent, Verboom e Godeau dall'Anderlecht. In più, la ciliegina sulla torta: l'acquisto a titolo temporaneo delle prestazioni di Thorgan Hazard, fratello del più famoso Eden, giocatore del Chelsea. Proprio Hazard jr. era arrivato a Londra insieme al fratello maggiore, ma si era capito che non si sarebbe sviluppato rimanendo alla casa madre: ecco quindi il prestito allo Zulte, che lo ha reso uno dei protagonisti più visibili della stagione.
Così come è stato un protagonista Mbaye Leye: 17 gol stagionali, l'attaccante aveva già giocato con la maglia dello Zulte, salvo poi trasferirsi al Gent. Non avendo avuto fortuna lì, passò allo Standard Liegi: vince il campionato, ma continua a segnare pochino. Così arriva la nuova proposta da Waregem ed il 30enne torna  dove tutto è iniziato. La scelta è giusta: i tanti gol di quest'anno ha permesso allo Zulte di sfiorare il titolo e a lui di vincere la "Belgian Ebony Shoe", il riconoscimento al miglior giocatore africano del campionato. Il senegalese, in particolare, è stato fondamentale nei play-off, dove si è scatenato (otto gol in dieci match).
Infine, un accenno va necessariamente fatto all'uomo dei miracoli, Francky Dury, il tecnico - anche lui di ritorno - del Waregem. Dopo una breve carriera da giocatore, smette a 24 anni e veste immediatamente i panni dell'allenatore. Dury allena lo Zsulte tra il 1990 ed il 1993 e torna a guidarlo quando ormai la squadra si è fusa con il Waregem, trasformandosi così nell'attuale denominazione. E' il 2001 e, in quella stagione, il club ottiene il primo posto nella terza divisione belga; nel 2005, lo Zulte vince anche nella seconda serie ed esordisce per la prima volta nella massima lega nazionale. Al primo tentativo, il club vince la coppa nazionale e mette piede anche in campo europeo come esordiente: il Waregem fa magie, eliminando la Lokomotiv Mosca nei preliminari di Coppa UEFA e passando il girone, prima che il Newcastle metta fine al sogno.
In questi anni con Dury, fino al 2010, lo Zulte gravita sempre in zona europea, calando solo nel 2007. Tuttavia, le strade si separano nel 2010, quando Dury passa al Gent. La fase di "regular season" è entusiasmante, con il Gent terzo; quando poi la squadra vince solo una delle dieci partite dei play-off, Dury viene lasciato andare. Forse troppo presto. Infatti, dopo aver allenato l'Under-21 belga nel 2011, viene richiamato dallo Zulte prima della fine dell'anno: la squadra, sempre a rischio dopo il suo addio, si salva grazie al suo ritorno. Quest'anno, poi, è storia: la cavalcata, il primo posto per un paio di settimane ed il gol di Lucas Biglia in Anderlecht-Zulte a spezzare i sogni dei tifosi.
Tuttavia, è un grande risultato per il "poliziotto" Dury: già, perché il tecnico dello Zulte è stato - fino al marzo 2007 - un membro della polizia a tutti gli effetti. Non male per chi concilia indagini e pallone: il Milan dovrà stare attento, sebbene i belgi partiranno dal secondo turno preliminare. Personalmente, mi auguro che possano andare avanti: sarebbe un'altra bella storia da raccontare...

Francky Dury, 57 anni, tecnico dello Zulte Waregem: qui vince 
il titolo come coach dell'anno in Belgio.

20.5.13

La prima volta non si scorda mai.

In finale di Champions League, si celebra la superiorità tedesca; in Spagna, si piange le difficoltà delle due superpotenze. In Inghilterra, invece, si vive calcio nella sua purezza più grande: dopo gli incredibili ribaltoni della giornata finale della League One ed il pazzesco finale del ritorno della semifinale dei play-off tra Watford e Leicester, arriva l'ennesima strana notizia dal mondo pallonaro di Sua Maestà. Lo Yeovil Town giocherà in Championship per la prima volta nella prossima stagione, dopo quasi 120 anni dalla sua fondazione: decisiva la vittoria nella finale dei play-off di ieri.

Gary Johnson, 57 anni, il profeta dello Yeovil: settima stagione con i "glovers".

A farne le spese è stato il Bradford, che subisce l'ennesima psicodramma stagionale: dopo aver perso il campionato e la promozione in casa contro il Doncaster al 93', è arrivata un'altra batosta per i "bees", che hanno perso la finale dei play-off. E non contro un avversario a caso, bensì a favore della cenerentola del calcio inglese: lo Yeovil Town. Per comprendere l'importanza dell'evento, bisogna fare un paio di cenni alla storia del club. E' da notare, ad esempio, come la squadra sia rimasta fuori dal calcio professionistico per ben 108 anni (!), giocando sempre dalla Football Conference (quinto livello del mondo inglese del pallone) in giù. Poi, un giorno, lo Yeovil Town ha cambiato marcia e ha cominciato a scalare le vette delle categorie nazionali: dopo aver vinto il FA Trophy (una sorta di Coppa Italia Dilettanti) nel 2002, la squadra vince la Conference National nell'anno successivo e finalmente la città del Somerset del sud è in Football League. Il tempo di ambientarsi una stagione in League Two e nel 2005 arriva un'altra promozione, stavolta in League One; al tempo stesso, però, arriva anche la separazione dall'allenatore, Gary Johnson (un personaggio importante, come vedremo in seguito). A quel punto, lo Yeovil punta alla sopravvivenza, passando questi anni con salvezze raggiunte a metà classifica, senza mai soffrire troppo. Solo nel 2007 c'è un sussulto, quando il club conclude il campionato quinto e si qualifica ai play-off: dopo aver superato il Forest in una sfida epica, lo Yeovil perde la finale a Wembley contro il Blackpool e saluta il sogno di arrivare finalmente in Championship.
Sogno ripresentatosi quest'anno, quando Gary Johnson è tornato sulla panchina dei "glovers" da sei mesi: il club è rimasto tutto l'anno in zona play-off, senza perdere mai di vista l'obiettivo. All'obiettivo ha sicuramente contribuito un acquisto passato un po' sotto silenzio, ma fondamentale: l'arrivo di Paddy Madden sembrava l'aggiunta di un elemento qualsiasi. Attaccante irlandese, Madden giocava nel Carlisle United, dove aveva segnato la bellezza di due gol in poco meno di due anni con la maglia dei "cumbrians"; tuttavia, nove gol in sedici gare con lo Yeovil hanno fatto rapidamente cambiare idea a molti. Così, il club lo ha acquistato a titolo definitivo in gennaio e Madden ha garantito altre 13 reti, che gli hanno garantito il titolo di capocannoniere e hanno portato il club ai play-off da quarta classificata. A quel punto, la bravura di Johnson e la fame dei giocatori hanno fatto il resto. I "glovers" hanno dato l'ennesima delusione allo Sheffield United, che aveva già perso la finale play-off dell'anno scorso, nonché la promozione del 2011/2012 all'ultima giornata; poi, nella finale di Wembley, sono riusciti a battere il Brentford per 2-1, con l'ennesimo gol del bomber irlandese.
Un'altra curiosità è da sottolineare: il monte ingaggi complessivo del club è sul milione di euro, circa la metà o un terzo di quanto guadagnano alcuni giocatori del QPR, squadra che lo Yeovil Town incontrerà l'anno prossimo in Championship.

L'"Huish Park" (9.565 posti) è lo casa dello Yeovil Town dal 1990.

Sicuramente tutti meritano il massimo dei complimenti per l'impresa, ma ci sono uomini più importanti di altri. Oltre a citare Madden ed alla squadra, una (grossa) nota di merito va data al mister, Gary Johnson: ex giocatore a livello giovanile e non professionistico, il 57enne tecnico dello Yeovil gestiva a metà degli anni '80 in Svezia un business turistico; poi, il ritorno in Inghilterra, alcune esperienze nei campi meno famosi delle serie minori e l'incarico con la Lettonia. Qui il suo occhio fa magie: fu lui a raccomandare al Southampton il talentuoso Marian Pahars, che fece grandi cose con la maglia dei "saints" nei primi anni; inoltre, consigliò ad Arsène Wenger il centrale difensivo Stepanovs, rimasto poi quattro anni all'Arsenal.
Infine, arrivò l'incontro del destino: Johnson firma nel 2001 per lo Yeovil Town, allora squadra non-professionistica. Per lui, non è un problema; per i "glovers", è l'affare della vita. Il club comincia a volare, guadagna due promozioni e vince il FA Trophy. Un uomo d'onore, che si può raccontare in un episodio. Plymouth Argyle-Yeovil Town, sfida di League Cup: nella propria squadra, gioca il figlio di Johnson, Lee. Il ragazzo segna un gol poco chiaro, con il Plymouth tutto fermo per un infortunio ad un proprio giocatore: così, il tecnico dei "glovers" dice di lasciar segnare gli avversari per evitare qualunque disputa. Un uomo di sport, oltre che un fenomeno.
Sembra amore a vita, ma le offerte fanno vacillare Johnson, che accetta quella del Bristol City: nel nuovo ambiente della Championship, l'allenatore svolge un ottimo lavoro, tanto che la squadra sfiora la promozione in Premier League nel 2008, se non fosse che l'Hull City vince la finale dei play-off. Lascia il club nel 2010, ma le avventure di Peterborough e Northampton non andranno granché; così, Johnson torna al primo amore, lo Yeovil Town, nel gennaio 2012. La scelta è più che giusta: 30 punti in 19 gare portano il club alla salvezza con due gare da giocare. Poi è arrivata la promozione: difficile, visto che sei sconfitte consecutive in autunno hanno messo a rischio l'obiettivo play-off. Tuttavia, una contro-striscia positiva ha permesso allo Yeovil di reagire ed arrivare a Wembley. In finale, il gol di Dan Burn, giovane difensore in prestito dal Fulham, è stato decisivo per la vittoria dell'ultimo atto di questa League One. Una League One che non vedrà ai nastri di partenza lo Yeovil Town di Gary Johnson, che l'anno prossimo affronterà un viaggio affascinante e pericoloso al tempo stesso: i migliori auguri a loro. Si ricordino che la prima volta non si scorda mai.

Paddy Madden, 23enne bomber dello Yeovil, arrivato a gennaio.

17.5.13

San Roberto da Balaguer.

In questi giorni, numerose vicende hanno avuto risalto nel panorama del calcio inglese: l'addio di Sir Alex Ferguson a Manchester, così come ha salutato tutti Mancini, esonerato dal City; l'arrivo di Moyes sulla panchina dello United e la dipartita vincente di Benitez dal Chelsea; infine, le numerose polemiche per la presenza di Paolo Di Canio sulla panchina del Sunderland. Tuttavia, un fatto storico è avvenuto: il Wigan ha conquistato la sua prima F.A. Cup nella storia; eppure non si sta dando abbastanza risalto al lavoro di Roberto Martinez, tecnico dei "latics". Almeno fino a domani, poi si vedrà.

Martinez con la F.A. Cup appena vinta con il Wigan a Wembley.

Quello del F.A. Cup è stato più il trionfo della semplicità del Wigan sulle sterline del City o la vittoria di Martinez sulla presunzione di Mancini? Chissà. Intanto, il Wigan è retrocesso qualche giorno fa, perdendo sul campo dell'Arsenal, e forse questo ha ridimensionato l'impresa di Martinez: non fate quest'errore. Il vero miracolo firmato dal tecnico spagnolo è quello di aver evitato questo momento così a lungo. Nel panorama della Premier, il Wigan rappresenta quel che il Chievo significa nella Serie A: una squadra senza budget enormi che festeggia la salvezza ogni anno come fosse uno scudetto. Quest'anno la retrocessione tanto preannunciata è arrivata, ma in compenso c'è la prima F.A. Cup da mettere in bacheca.
Non male per Roberto Martinez, classe 1973, ex giocatore del Real Zaragoza e del Balaguer, prima che l'Inghilterra entri di prepotenza nella sua vita: infatti, nell'estate del 1995 firma proprio per il Wigan, già allora posseduto da Dave Whelan, a sua volta ex giocatore a cavallo tra gli anni '50 e '60. Il patron dei "latics" ha acquistato la squadra da appena sei mesi ed il suo obiettivo era portare il Wigan in Premier League, sebbene la compagine militasse allora in quarta divisione. Nella sua prima stagione inglese, Martinez fa molto bene e viene votato sia come miglior giocatore dell'anno del Wigan che nominato nella top-11 della stagione.
Lo spagnolo rimarrà lì per ben sei anni, in cui vince la quarta divisione nel 1997 ed il Football League Trophy nel 1999, sebbene non possa presenziare nella finale di quest'ultimo per un infortunio. Nel 2001, Martinez lascia Wigan a causa della fine del suo contratto; dopo una stagione e mezza tra Motherwell e Walsall - in cui gioca poco - lo spagnolo giunge in Galles. Ingaggiato dallo Swansea City, il mediano ritrova la sua brillantezza con gli "swans", dove vive il periodo più bello della sua carriera da giocatore: capitano dei bianchi di Galles, lo Swansea City evita la retrocessione dalla quarta divisione, viene poi promosso in League One nel 2005 e vince un altro Football League Trophy nel 2006. Il tutto prima di concludere la sua carriera al Chester City, sebbene vada fatta una precisazione: in realtà, lo spagnolo firma un contratto di due anni con i "seals", ma lo Swansea lo chiama per tornare in Galles nel febbraio del 2007. Tuttavia non come giocatore, ma come allenatore: Martinez accetta, ma il suo arrivo dopo la finestra invernale del mercato gli impedisce di essere registrato anche come giocatore. Quando lo spagnolo capisce che non può conciliare il campo con la figura del manager, appende gli scarpini al chiodo e si dedica full-time ai problemi degli "swans".
I tifosi sono contenti di riaverlo, visti i ricordi che il mediano ha lasciato in Galles, ma Martinez dimostra di saperci fare. Lo Swansea sfiora subito i play-off (mancandoli all'ultima giornata), sebbene il tecnico non abbia alcuna esperienza precedente in panchina; il tempo di ambientarsi e l'anno dopo porta la squadra in Championship, vincendo la League One con ben dieci punti di vantaggio sul Nottingham Forest. Nella stagione successiva, Martinez si migliora ulteriormente, trascinando lo Swansea all'ottavo posto in Championship. A quel punto, il tecnico dichiara di non andare via, a meno che «non sia forzato»: tuttavia, le offerte di Wigan e Celtic lo fanno traballare. Alla fine, i tre anni di contratto offerti dai primi, insieme alla possibilità di rimanere anche in caso di retrocessione dalla Premier, lo convincono, lasciandosi malissimo con i tifosi dello Swansea (che, da quel momento in poi, lo chiameranno "El Judas", "il giuda").

Martinez con il premio di "manager del mese", incassato nell'aprile 2012.

Così Martinez arriva a Wigan tra gli applausi della critica. Il suo 4-3-3, nonostante la partenza di Valencia per Manchester, porta i "latics" alla salvezza, ma c'è ancora chi non è convinto: 36 punti sono pochi. Inoltre, il Wigan ha subito diverse sconfitte pesanti: 5-0 in casa contro lo United, 9-1 sul campo del Tottenham (la più pesante nella storia del club) e l'8-0 preso a "Stamford Bridge" nell'ultima di campionato. Nell'annata 2010/2011, la squadra ottiene lo stesso posizionamento in classifica, ma con 42 punti; un buon percorso, tanto che l'Aston Villa gli offre la panchina. Tuttavia, Martinez rifiuta e firma un nuovo contratto con il Wigan.
Del resto, il vero capolavoro deve ancora arrivare. La prima parte dell'annata 2011/2012 è un calvario per il Wigan: otto sconfitte consecutive portano la squadra in fondo alla classifica e neanche Martinez sembra poter far nulla per cambiare l'andazzo. Gli appena 20 punti ottenuti in 26 giornate non schiodano i "latics" dalla zona retrocessione, finché qualcosa non cambia: un periodo magico tra marzo e aprile, fatto di vittorie contro Liverpool, Chelsea, Newcastle e Manchester United, lancia il Wigan verso la salvezza. Un risultato così grosso che Martinez viene premiato come "manager del mese" nell'aprile del 2012.
Infine, si arriva all'estate scorsa: le partenze di Moses, Diamé e Rodallega sono troppo importanti per esser digerite a cuor leggero. Anche il passaggio al 3-4-1-2 non è recepito immediatamente dalla squadra, che soffre ed è sempre sul filo della zona pericolo, dove entra a dicembre. Ne esce per un paio di giornate, ma non riesce a tirarsene completamente fuori. Ironia della sorte, è proprio una sconfitta casalinga contro lo Swansea - la sua ex squadra - a condannare virtualmente il Wigan alla retrocessione.
Intanto, i "latics" trovano un'altra maniera per svoltare la stagione: la F.A. Cup. L'avventura parte in gennaio, contro il Bournemouth, che però costringe il Wigan al "replay": da quel momento in poi, dopo aver vinto la ripetizione della gara, la squadra di Martinez non si ferma più. Maccasfield Town, Huddersfield Town, Everton e Millwall capitolano sotto i suoi colpi, fino ad arrivare alla finale di Wembley. Non c'era persona che avrebbe scommesso un euro sul Wigan: eppure, il colpo di testa di Ben Watson al 91' ha messo fine ad una partita che ha visto i "latics" meritare di vincere l'ambita coppa. E così Martinez ha incassato una grande soddisfazione, prima di subire la retrocessione matematica: emozioni miste, ma risultati straordinario, se si guarda l'intero quadriennio dell'allenatore con questa piccola società.
Nonostante qualcuno lo sottovaluti, il tecnico spagnolo è già stato accostato al Malaga, per sostituire il partente Pellegrini. Non solo: il patron del Wigan - Dave Whelan - ha affermato come il tecnico spagnolo sia destinato a succedere a David Moyes sulla panchina dell'Everton. I "toffees" potrebbero scegliere il miglior successore possibile, mentre i "latics" dovranno probabilmente salutare Martinez, che lascerà il Wigan direttamente qualificato ai gironi di Europa League. Per la prima volta nella sua storia, il club calcherà i campi continentali. E di questo, dovranno ringraziare quel tecnico sempre sottovalutato, che a forza di miracoli si è meritato un nome che ha un che di divino: San Roberto da Balaguer.

Roberto Martinez, 39 anni, saluta gli adulanti tifosi del Wigan.

15.5.13

Le due facce della Sicilia.

Palermo e Trapani: città diverse, seppur distanti appena un centinaio di chilometri fra loro. In comune avevano la marca tecnica (Puma) e l'appartenenza alla stessa terra, la Sicilia. Nonostante la distanza, ora hanno un motivo di condivisione: entrambe le società calcistiche saranno nella Serie Bwin della prossima stagione. Un miracolo o una catastrofe (dipende dai punti di vista), se si pensa che - due anni e mezzo fa - i rosanero giocavano in Europa League ed i granata in Lega Pro-Seconda Divisione. Il tutto per la gioia dei tifosi del Catania, amici dei trapanesi ed acerrimi rivali dei palermitani. Tuttavia, questo non è certo accaduto per caso.

12 maggio 2013: il Palermo retrocede ed i tifosi non ci stanno.

Il Palermo è stato bravo ad affidarsi a Maurizio Zamparini, imprenditore già passato in Serie A con il suo Venezia, che rimembra i tempi di Novellino, Recoba e delle due stagioni nella massima serie nel biennio 1998-2000. Una presidenza che ha riportato il Palermo in A nel 2004, grazie alla guida di Guidolin e ad un vittoria trionfale in B; poi tre quinti posti, quattro partecipazioni all'Europa League ed una finale di Coppa Italia persa contro l'Inter nel 2011. In quel momento, qualcosa si spacca: Zamparini perde Delio Rossi, il miglior allenatore passato per il capoluogo siciliano insieme a Guidolin, e comincia a sbagliare tutto.
Il successore è Stefano Pioli, reduce da un buon campionato sulla panchina del Chievo; il d.s. è Sean Sogliano, autore del miracolo Varese con Sannino. Peccato che Zamparini siluri Pioli appena qualche ora prima del calciomercato, sostituendolo con il tecnico della primavera rosanero, Devis Mangia, arrivato con Sogliano da Varese. L'esordio è col botto: 4-3 all'Inter e la sensazione che la squadra prometta bene, nonostante la perdita nel calciomercato estivo di diversi pezzi da 90, come Pastore, Nocerino e Sirigu. Poi la cacciata anche del d.s. a novembre e l'esonero anche di Mangia prima di Natale, dopo che il Catania vince il derby. Il rendimento in trasferta è fatale per il tecnico, che viene sostituito da Bortolo Mutti; purtroppo, l'andazzo è sempre lo stesso: fenomeni in casa, spaesati in trasferta. Nonostante la gran forma di Miccoli, il campionato dei rosanero termina con un misero 16° posto finale ed una salvezza tirata per i capelli.
Nella stagione successiva, le cose vanno anche peggio: nonostante il rinnovamento, tramite l'arrivo di Perinetti come d.g. (carica mai esistita nel Palermo di Zamparini) e di Sannino come allenatore, i siciliani non decollano. Forse anche la perdita dei senatori Balzaretti e Migliaccio, più quella di Silvestre, accelerano la discesa. Bastano tre partite a far perdere la pazienza al presidente, che caccia prematuramente l'ex tecnico del Siena; intanto, arriva anche Lo Monaco come a.d., mossa che causa l'abbandono di Perinetti. I dieci arrivi nel mercato invernale non cambiano il rendimento del Palermo, così Zamparini caccia anche Gasperini, sostituito a sua volta da Malesani. Tuttavia, bastano venti giorni perché torni l'ex tecnico del Genoa e che anche Perinetti ritorni come d.g.; purtroppo, "Gasperson" dura appena altre tre settimane, prima che Zamperini - ormai disperato - richiami Sannino. I 13 punti conquistati in nove partite non salvano il Palermo dalla B, ma danno la sensazione che Sannino avrebbe potuto fare di più, se presente per tutto il campionato.
Insomma, quattro cambi d'allenatore e due di d.g.: la sensazione è che a Palermo manchi la stabilità, dato che nessuno ha la possibilità di avere abbastanza tempo per mettere a punto un qualche cosa di continuo. E anche quando l'allenatore dura qualche mese di più (vedi caso Mutti), comunque la squadra viene stravolta nel mercato invernale, non dando la possibilità di formare un nucleo valido e forte di giocatori a cui aggrapparsi. Solo osservando le operazioni di mercato del Palermo c'è da rabbrividire: 213 operazioni negli ultimi quattro calciomercati sono una marea! Figurarsi poi se ben 15 milioni di euro vanno via per giocatori come Milanovic, Della Rocca (per la metà...), Lores Varela, Vazquez e Arevalo Rios. Più i 5 spesi su Dybala, che aspettano sorte migliore di quella della stagione quasi finita. Tuttavia, se Zamparini la finirà con le sue intemperanze, c'è il materiale tecnico per ripartire, confermando Sannino e guardando anche ai giovani (i rosanero sono reduci da un bis di vittorie in campionato nei Giovanissimi nazionali).

Fabrizio Miccoli, 33 anni, non ha potuto evitare la retrocessione dei rosanero.

Ben diversa è la storia del Trapani, che narra di una favola miracolosa, persino per le piccole realtà che hanno fatto il doppio salto in questi anni. Nel 2007, la squadra lottava per evitare la retrocessione dall'Eccellenza, tanto per far capire: dalla prossima estate, invece, si ritroverà a giocare in stadi come il "Barbera" di Palermo o il "San Nicola" di Bari. Nel 2010, mentre il Palermo sfiorava la Champions League e si godeva gli ultimi gol di Cavani, il Trapani veniva ripescata nella Seconda Divisione della Lega Pro; una volta acquistata la nuova denominazione - Trapani Calcio s.r.l. - la squadra conquista un'altra promozione, vendicandosi sull'Avellino e conquistando la Prima Divisione dopo qualche anno di purgatorio. A sorpresa, la compagine granata si ritrova prima a metà dello scorso campionato: dopo sette vittorie consecutive nel girone di ritorno, sembra fatta, visto il vantaggio di dieci punti sullo Spezia. Eppure, il Trapani spreca il vantaggio accumulato, facendo solo 11 punti nelle dieci partite rimaste; i liguri vincono il campionato ed i siciliani sono costretti ai play-off, dove subiscono la beffa in finale per mano della Virtus Lanciano.
Quest'anno, nonostante la grande delusione e la presenza del Lecce nel proprio girone, il Trapani non ha mollato. L'ultima giornata vedeva i granata ed i giallorossi con gli stessi punti, ma con una differenza reti favorevole ai primi. Se la sconfitta dei pugliesi a Bergamo ha fatto sperare i mille tifosi giunti a Cremona, il gol del 4-3 di Mancosu al 90' di Cremonese-Trapani ha fatto esplodere la festa.
Il 2013/2014 vedrà il primo campionato di serie cadetta per i siciliani ed il merito va ascritto a varie persone. Anzitutto al presidente, Vittorio Morace, capace di rilevare la società in crisi finanziaria e supportarla nella sua risalita dall'Eccellenza; ai giocatori, in una squadra formata per 16/25 da siciliani, tra cui Salvatore Gambino. Una storia che merita d'esser citata: Gambino è cresciuto nelle giovanili del Borussia Dortmund ed è anche accreditato della vittoria in Bundesliga del 2002. Esordisce in prima squadra, finché non subisce un grave infortunio, che lo porta a lasciare il BVB. Poi Colonia, il Colbenza e la rescissione del contratto nel giugno 2009. Un anno e mezzo fermo scoraggerebbe chiunque, ma non lui, che trova l'accordo con il Trapani nel dicembre del 2010: da lì, vive le vittorie dei granata ed il prossimo anno esordirà in Serie Bwin, nonostante abbia giocato già in Bundesliga e in Coppa UEFA.
E poi ci sono Giacomo Tedesco, Juan Ignacio Castillo, il 37enne capitano Filippi, gli attaccanti Mancosu e Abate, ma c'è sopratutto l'allenatore: Roberto Boscaglia ha 45 anni ed è di Gela, un paese in provincia di Caltanissetta. Ha iniziato nel 2004, con l'Akragas, e non ha smesso di vincere, dall'Eccellenza fino alla Lega Pro per tutto il triangolo del Sud: il "Sicilian One" riesce a mettere insieme gioco offensivo e vittorie. Roba che neanche lo Zeman dei bei tempi, nonostante lui sembra più assomigliare ai manager inglesi per la gestione del gruppo. E ora li attende il derby con il Palermo: le due facce della Sicilia, così diverse, ma a confronto nella prossima Serie Bwin.

Matteo Mancosu, 28 anni, decide Cremonese-Trapani 3-4 al 90': è Serie B.

13.5.13

UNDER THE SPOTLIGHT: Tom Ince

Benvenuti ancora una volta per l'ultima dell'anno di "Under The Spotlight", la rubrica che ci porta sui talenti più interessanti del panorama europeo. Oggi andiamo con un "figlio d'arte" e che erede! Suo padre è stato all'Inter, al Manchester United e ora allena la squadra in cui gioca, sebbene non si sa quanto rimarrà ancora con gli arancioni. Lui, invece, è cresciuto ad "Anfield", salvo poi esplodere altro: sto parlando di Thomas "Tom" Ince, ala promettente del Blackpool.

SCHEDA
Nome e cognome: Thomas "Tom" Ince
Data di nascita: 30 gennaio 1992 (21 anni)
Altezza: 1.78 m
Ruolo: ala, trequartista
Club: Blackpool (2011-?)



STORIA
Nato in quel di Stockport nel 1992, Thomas "Tom" Ince è un prodotto delle giovanili del Liverpool, dove il padre Paul giocò per un paio di stagioni alla fine degli anni '90: quello con il padre è un legame da tenere a mente, visto che s'intreccerà diverse volte nella folgorante, ma breve, carriera del giocatore inglese. Cresciuto con i "reds", Ince riesce ad esordire con il Liverpool, in una gara di League Cup contro il Northampton nel settembre 2010. Viste le buone potenzialità, il club lo manda a giocare al Notts County, tramite una forma di trasferimento sconosciuta in Italia e tipica dell'Inghilterra: il prestito "breve". Si chiama così perché il giocatore viene concesso ad un'altra squadra in prestito, ma per un periodo di due mesi: una sorta di rimpiazzo temporaneo o "toppa". Il ragazzo fa bene al Notts County, dove il tecnico è... il padre Paul: un paio di marcature in otto presenze fanno intravedere qualcosa. Quel qualcosa viene notato da Ian Holloway, tecnico del Blackpool: i "tangerines" sono appena retrocessi dalla Premier League e vogliono ricominciare da nuovi interpreti per il 4-3-3 del tecnico. Ince viene prelevato dal Liverpool, con un contratto di due anni (più opzione per il terzo) per una cifra intorno ai 75mila: adesso vale dieci volte tanto.
Già, perché i consigli di Holloway fanno maturare in fretta il ragazzo: il Blackpool disputa un ottimo campionato, raggiungendo i play-off ed Ince esplode nel finale di stagione. Nelle ultime 16 gare giocate dai "seasiders", il ragazzo realizza cinque gol e sei assist; anzi, per poco non porta la finale dei play-off ai supplementari, quando pareggia la rete del West Ham in quel di Wembley. Il Blackpool fallisce il ritorno in Premier League, ma l'anno d'apprendistato è stato ottimo per Ince, che viene anche avvicinato dall'offerta di qualche club. Lo rivela lo stesso Holloway nello scorso agosto, salvo poi confermare il ragazzo al Blackpool: infatti, pare che la chiaccherata del giocatore con il padre abbia convinto il giovane Thomas a restare. La sua grande forma è comprovata nell'arco della stagione: nonostante il cambio di tre allenatori (Holloway, Appleton e lo stesso Paul Ince), il numero 11 arancione è stato a tratti devastante, sopratutto nei primi mesi di campionato. Non per nulla, 18 gol in 44 partite sono un grande risultato, che lo porta alla vittoria nel premio come "miglior giovane giocatore dell'anno" per quanto riguarda le serie inferiori. Un buon attestato di stima, in vista del possibile salto di qualità nella prossima stagione.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Cresciuto nella palestra di Ian Holloway, Ince è bravissimo nel tagliare la difesa con i suoi inserimenti, grazie al gioco del Blackpool. Di suo, il giocatore ha un'ottima capacità di dribbling e di assist, unito ad un buon tiro negli ultimi 20 metri: quest'ultimo gli ha consentito di diventare anche un tiratore da calcio piazzato. Difficile da marcare nelle giornate buone, il ragazzo sembra avere una maturità tecnica superiore ai suoi coetanei. Inoltre, il suo mancino gli consente di giostrarsi alla grande nei dintorni dell'area di rigore: rafforzare anche l'altro piede lo aiuterebbe ad essere maggiormente imprevedibile nei terreni ardui della Premier League.

STATISTICHE
2010/2011 - Liverpool: 1 presenza, 0 gol
2010/2011 - → Notts County: 8 presenze, 2 gol
2011/2012 - Blackpool: 41 presenze, 8 gol
2012/2013 - Blackpool: 47 presenze, 18 gol

NAZIONALE
Di nazionale maggiore non si parla, però la famosa gavetta sinora non è mancata: Under-17, Under-19 e ora Under-21, dove probabilmente giocherà l'Europeo di categoria in Israele a giugno. Chiamato per la prima volta nell'agosto 2012, è stato una parte fondamentale della squadra che ha battuto la Serbia nei play-off e ha realizzato una doppietta in un'amichevole contro i parigrado della Svezia in febbraio. Nella manifestazione continentale, sfiderà proprio l'Italia nel girone di qualificazione, insieme alla Norvegia ed ai padroni di casa: vedremo cosa combinerà, il palcoscenico sembra quello giusto per fare il salto di qualità e farsi conoscere al mondo.

LA SQUADRA PER LUI
Si dice che il Tottenham lo segua e che lo stesso Liverpool possa tentare di riportare il talento all'ovile: personalmente, se il ragazzo dovesse rimanere in Inghilterra, non saprei augurargli due destinazioni migliori. Il calcio di Villas-Boas e, forse, ancor più quello di Rodgers si adatterebbero benissimo al suo stile di gioco: vi immaginate due fasce "spurs" con Bale e Ince? O un terzetto d'attacco dei "reds" con lui, Suarez e Sturridge? Outstanding, come direbbero in Inghilterra. Tuttavia, il costo è di sette milioni di euro (non certo proibitivo), visto che il suo contratto scade nel giugno 2014; per tutelarsi, il Blackpool sta cercando di allungarglielo almeno di un anno, evitando così di perderlo a zero se non si dovesse trasferire in quest'estate. Chissà se qualche italiana aguzzerà l'ingegno ed avrà l'occhio più lungo del previsto.


11.5.13

Agli ordini del piccolo schermo.

In un finale di campionato che ha da dire poco (la zona salvezza è l'unica che sembra poter riservare qualche sorpresa), la Serie A trova comunque il modo di far arrabbiare i tifosi più sani, i più puri, quelli che vorrebbero che la giornata di campionato tornasse tutta in contemporanea alle 15, senza anticipi o posticipi. La notizia dello spostamento di Juventus-Cagliari dalle pomeriggio domenicale alle 18 di sabato sarà passata inosservata a molti, ma è un segnale molto chiaro: le tv mandano avanti la baracca. E si fa quello che decidono loro, almeno a livello logistico.

All'"Adriatico" di Pescara, uno dei tanti slogan contro la tv del calcio moderno.

Attenzione, non scopro certo l'acqua calda: striscioni come «Il calcio fa SKYfo» non si trovano più negli stadi solo perché il concetto è stato ampiamente ribadito. Tuttavia, come non meravigliarsi di fronte alle logiche del mondo pallonaro italiano: Juventus-Cagliari si giocherà alle 18 di sabato in modo da «allungare la festa bianconera». In questo modo, Lazio-Sampdoria - originariamente il match delle 18 di sabato - sarà giocato di domenica pomeriggio. E perché mai dovremmo vederla tutti? La televisione ed i suoi network hanno sempre impostato anticipi e posticipi in base all'importanza del match. A quanto pare non sarà così in quest'occasione, visto che ci sono un Fiorentina-Palermo e le sfide salvezza che hanno molto di più da dire, ma che verranno comunque piazzate alle 12:30 per far spazio alle bandiere bianconere. Più che un criterio d'attenzione, pare una mossa di favore. Oltretutto, una mossa scriteriata - nella logica televisiva - è quel Catania-Pescara alle 20:45 di sabato, che non ha nulla da dire sul campionato di entrambe le squadre. Insomma, mosse inconcepibili, sia per i puri del calcio che per coloro che lavorano nel marketing del pallone.
E che dire della polemica scatenatasi dopo il turno infrasettimanale? Il Palermo subisce lo spostamento alle 12:30 della prossimo impegno, al "Franchi" di Firenze; così, Genoa e Torino potrebbero essere già salve e restare sospette. Del resto, come ha detto il dirigente rosanero Perinetti, «l'arrivo del Giro d'Italia a Firenze non si sa dall'altro ieri, ma da molto prima». Va dato atto del fatto che la colpa dell'intera vicenda ricade stavolta sulla Lega, incapace di capire questo piccolo dettaglio; poi, la Lega si è salvato in corner, garantendo la contemporaneità solo l'altro ieri. Tuttavia, la contemporaneità non è più un criterio fondamentale a causa della forza delle tv e della debolezza della Lega nei loro confronti, incapaci di comprendere che giocare le ultime giornate, specialmente nei suoi scontri per salvezza o zona europea, alla stessa ora è un sacrosanto diritto. Senza balletti o ripensamenti.
Piccolo dettaglio: vi ricordate la trasformazione degli ultimi anni? Ad oggi, solo l'ultima giornata viene giocata in contemporanea. Anzi, dall'anno scorso, neanche quella: se rimembrate, l'ultimo atto del campionato 2011/2012 venne separato. Alle 18, le partite che non dovevano dire più nulla al campionato; alle 20:45, quelle che vedevano ancora in gioco qualcosa per l'Europa. Eppure, non più di qualche anno fa, c'era la regola fissa di giocare le ultime quattro giornate in contemporanea, in modo da evitare qualunque sospetto: norma scomparsa per le logiche televisive.

Il duello televisivo: Sky vs. Mediaset Premium si battagliano sulla Serie A.

Chiaro, non si può demonizzare tutto: la fede dei tifosi è il valore più importante di questo sport, ma la pay-tv non è il male assoluto, sebbene abbia contribuito a modo suo al calo di presenze. La piattaforma parabolica ha i suoi meriti: potrei fare il mio esempio, tifoso sampdoriano di Roma. Per la crisi, non mi posso certo permettere di andare ogni domenica a Genova a guardare quei magici colori, perciò avere un abbonamento alla pay-tv mi permette di accorciare le distanze e sentirmi più vicino alla mia squadra, ogni domenica. Poi questi meriti sono stati ridimensionati negli ultimi anni, grazie alla magia dello streaming, che permette di guardare le partite anche se non trasmesse dalla pay-tv (vero, Mediaset Premium?), magari connettendosi a network esteri che trasmettono la partita della squadra del cuore.
La verità è che c'è stato un calo degli spettatori, ma la comparsa delle pay-tv non pare una delle cause principali. Infatti, basta analizzare le date di nascita dei giganti nel campo per raccapezzarsi: Tele+ appare in Italia nel 1991, Stream nel 1997, mentre Sky (unione di queste due, voluta da Rupert Murdoch) nasce nel 2003. Facendo un rapido controllo della media-spettatori della Serie dal 1993 ad oggi, si nota come c'è stato effettivamente un calo: si è passati dai circa 30mila di vent'anni fa ai 23mila della passata stagione. La perdita di 7mila spettatori di media può essere anche colpa delle pay-tv, ma la crisi e la poca attrattiva e sicurezza degli impianti hanno fatto il lavoro pesante nell'allontanare i tifosi dagli stadi. Non per nulla, l'improvviso abbattimento delle presenze arriva nella stagione 2001/2002, dove si perdono di colpo ben 5mila spettatori, arrivando a 25mila di media. Un dato mantenuto nel corso degli anni fino ad oggi, che oscilla tra i 23mila ed i 25mila nell'ultimo decennio, ad eccezione della stagione 2006/2007 (solo 19mila di media: la presenza di molte piccole piazze può aver condizionato questo risultato finale).
Insomma, le pay-tv hanno le maggiori colpe nella loro ingerenza sulla Lega: non per nulla, anticipi e posticipi sono decisi non solo in base agli impegni europei del club, ma anche in base all'audience che una determinata partita potrebbe fare. Intanto, una giusta ripartizione dei soldi dei diritti televisivi è ancora in esame e il prossimo contratto Sky-Lega sarà al ribasso. Tutt'altra situazione in Inghilterra, mondo calcistico usato come esempio quando ci pare: grazie al regime economico ed alla ripartizione più equa dei diritti tv, il Sunderland (avessi detto il Real Madrid...) si è potuto permettere un'offerta a Edinson Cavani. Sembra uno scherzo, ma non lo è: i "black cats" di Paolo Di Canio hanno presentato una proposta di quasi 60 milioni di euro per l'uruguaiano. Chiaramente, il "matador" ha rifiutato per il poco blasone del club. Tuttavia, ciò fa inquadrare il diverso scenario a cui si punta: una squadra di media-bassa classifica, seppur posseduta da un multimiliardario, può fare un'offerta del genere grazie agli sponsor che la Premier League attira e anche grazie ad una ripartizione equa dei diritti tv. Un altro mondo, vero?

L'"Olimpico" di Torino vuoto: una scena ormai usuale nel calcio d'oggi.

8.5.13

One of a kind: Fergus-one.

Quasi quarant'anni: dall'East Stirlingshire F.C. al Manchester United. Dal rischio di non avere neanche un portiere in squadra al giocarsi trofei con un undici straordinario ai suoi ordini; dalla seconda divisione scozzese alla più affascinante lega dell'intero universo calcistico. Un percorso lungo, disseminato di vittorie e tante soddisfazioni. Un percorso che finisce oggi, 8 maggio 2013, attraverso queste parole rilasciate sul sito dei "red devils": «La decisione di ritirarmi è stata ponderata nel tempo e mi ci è voluto molto per decidere; tuttavia, ritengo che sia il momento giusto per lasciare». A parlare è Sir Alex Ferguson, il manager per eccellenza.

1986: Ferguson arriva a Manchester dopo i grandi successi con l'Aberdeen.

E' un cambiamento epocale: il tecnico scozzese lascia Manchester dopo quasi 27 anni, quando arrivò nel novembre 1986 sulla panchina dei "red devils". Era un'altra epoca: lui era reduce dall'incarico di C.T. della Scozia ai Mondiali di quell'anno e dall'incredibile successo avuto con l'Aberdeen. Molti non capiscono che la grandezza di "Fergie" deriva da un periodo spesso dimenticato: otto titoli con il "dons", tra cui la Coppa delle Coppe e la Superccopa Europea del 1983. Questi successi fecero dell'Aberdeen l'ultima squadra scozzese a vincere una competizione continentale, nonché l'ultima a trionfare in un campionato nazionale al di fuori del dominio Rangers-Celtic. Intanto, il Man Utd non se la passava benissimo, visto che non vinceva il titolo dal 1967 (l'epoca di Best, Bobby Charlton e del manager, Matt Busby) ed era addirittura retrocesso nel 1974, salvo risalire immediatamente.
L'arrivo di Ferguson cambia la storia del club: lo scozzese rimette in piedi i "red devils" in un paio di stagioni, grazie al secondo posto ottenuto nel 1988. Quando poi lo United vince la F.A. Cup del 1990, è l'inizio dell'era Ferguson: un'era fatta di successi e vittorie a gettito continuo, con la consegna al calcio di alcuni dei più grandi talenti che il mondo calcistico abbia mai visto. Fare un riassunto di tutti i suoi successi è complicato, ma posso solo citare come il Manchester United abbia vinto 38 dei suoi 63 trofei sotto la guida del tecnico di  Glasgow. E non solo: lo United ha centrato il "treble" e diversi "double" unicamente grazie al contributo di Ferguson, visto che nessun allenatore precedentemente seduto sulla panchina dei "red devils" c'era riuscito. L'ultima Premier League, vinta con diverse giornate d'anticipo, è solo il sigillo su una storia che non può essere contestata.
Anche questi sono fatti, che consegnano lo scozzese alla gloria del calcio; inoltre, il suo contributo non si è esaurito nei successi, ma anche nella creazione di una figura - quella del "manager", che si occupa a 360 gradi del campo e del mercato - molto ricercata in Italia, ma che ancora non è stata del tutto adattata. Con i risultati ottenuti sotto la sua gestione, "Fergie" ha dimostrato come sia possibile coniugare le due figure del tecnico e del direttore sportivo: un successo che qualunque allenatore, nel suo piccolo, vorrebbe eguagliare. Del resto, Sir Alex ha il merito di aver portato allo United fior fior di giocatori, anche con intuizioni geniali. Il manager riprese Mark Hughes dopo stagioni mediocri tra Monaco di Baviera e Barcellona ed il gallese risultò decisivo negli anni successivi, per iniziare a costruire l'era Ferguson. Ha saputo gestire il "red devil" più amato della storia, Eric Cantona, con tutta la sua classe e le sue pazzie; ha fregato il "mago gallese", Ryan Giggs, alla concorrenza degli odiati cugini del City; scoprì due pezzi fondamentali dello United in Scandinavia, rispondenti ai nomi di Schmeichel e Solskjaer. Inoltre, Ha formato i "calipso boys", Dwight Yorke e Andy Cole, che segnarono i gol che portarono la terza Champions a Manchester; ha rivitalizzato la carriera di Edwin van der Sar, che sembrava finito in disgrazia dopo il periodo juventino; infine, ha consegnato alla storia Cristiano Ronaldo e Wayne Rooney.
Oltre a tutto questo, Ferguson è riuscito anche a creare uno spirito tipico del Manchester United e rappresentato da uomini come Roy Keane, i fratelli Neville, Dennis Irwin, Steve Bruce, Nicky Butt, Paul Scholes, Patrice Evra e Darren Fletcher. Non è stato facile fare tutto questo, sebbene in così tanto tempo.

1999: Ferguson festeggia le vittorie in F.A. Cup, Premier e Champions League.

Probabilmente si è talmente abituati alla grandezza di Ferguson che, a volte, ci si dimentica di quanto immenso sia stato il suo successo. Il tifoso medio è conscio di come il Manchester sarà sempre al top in Inghilterra o in Europa, pur non vincendo; ebbene, chiunque lo sostituirà, dimostrerà come sarà tutto diverso senza Ferguson. Come tutti i grandi personaggi della storia, ci sono state controversie sulla sua figura: gli alterchi con Beckham, prima che il numero 7 partisse per Madrid. O il suo settennale boicottaggio nei confronti della BBC, dopo la trasmissione di un documentario che metteva in cattiva luce suo figlio Jason, agente accusato di sfruttare la fama del padre per forzare l'organizzazione di alcuni eventi. Infine, i famosi "mind games" che hanno caratterizzato sopratutto le sue sfide contro l'Arsenal di Arsène Wenger o il Liverpool di Rafa Benitez. Certo, troppo poco per intaccare la sua infinita grandezza.
C'è anche qualcun'altro che subiva questi giochi mentali, ma riusciva a gestirli meglio di altri: José Mourinho. Non è un mistero che i due abbiano rivaleggiato, ma sempre in maniera amicale, visto che si stimano a vicenda. Anzi, proprio il portoghese - ormai in partenza da Madrid - potrebbe essere l'erede di Sir Alex, visto che è stato accostato alla panchina dello United in diverse occasioni. Il suo rivale principale per la successione di Ferguson sembra essere David Moyes, attuale tecnico dell'Everton. Parere personale: toccasse a me, la scelta ricadrebbe sull'allenatore dei "toffees", da sempre bravo a fare tanto con poco. Anche quest'anno, l'Everton sfiorerà la zona europea, nonostante la partenza dell'esperto Tim Cahill, più del giovane Rodwell per ripianare qualche buco; insomma, il miglior successore di "Fergie" sarebbe proprio il suo connazionale.
Adesso è il tempo dei saluti: 27 anni di storia vanno in soffitta e saranno ricordati da chi li ha vissuti, da tifoso del Man Utd, ma anche da appassionati ed avversari. Bisogna rendere omaggio a questo signore del calcio, a cui vanno tutti i miei omaggi, nonostante non sia mai rientrato nelle mie simpatie personali; tuttavia, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Sir Alex è uno di quelli che nasce ogni cinquant'anni e chissà se molti saranno così fortunati da dire: «Io l'ho visto allenare, era uno spettacolo». Chiunque arriverà dopo di lui, non sarà Ferguson. Lo scozzese è - come dicono in Inghilterra - «one of a kind»: un "unicum", un inarrivabile, un capolavoro irripetibile. Godiamocelo queste ultime partite, poi farà parte della dirigenza dello United; forse un tributo insufficiente per tutto quello che ha dato al calcio.

2013: Alex Ferguson, 71 anni, si ritirerà a fine stagione dal calcio.

5.5.13

Doppio salto (all'indietro).

Il doppio salto all'indietro, specialità quasi sconosciuta nel bel paese: no, non sto parlando di nuoto, magari aggiungendoci un bel carpiato. Parlo di quella pratica che vede una squadra collezionare una doppia retrocessione in due stagioni calcistiche. In Italia, si ricorda il caso del Como di Preziosi, arrivato fino in Serie A nel 2002 e poi retrocesso due volte, finendo dalla massima serie nell'allora Serie C1. Se nello stivale è difficile vedere questo tipo di epilogo, molto più comune è nei campionati minori esteri e per questo voliamo in Inghilterra. Case in point: Wolverhampton e Portsmouth, due compagini i cui nomi non saranno sconosciuti ai veri appassionati di pallone.

17 maggio 2008: il Portsmouth, a sorpresa, vince la F.A. Cup.

La retrocessione del Portsmouth, in verità, ha ben poco di sorprendente: campioni nazionali negli anni '50 e recentemente autori di buone annate con Harry Redknapp (con tanto di vittoria in F.A. Cup), il Portsmouth ha cominciato ad avere problemi nel lontano 2008, quando si cominciò a sentire la mancanza di fondi. Nonostante diverse trattative, la società faceva fatica a pagare gli stipendi, costringendo così la Football Association a mandare i "pompeys" in amministrazione controllata, una forma che gioverebbe molto anche in Italia: se la tua società è piena di debiti, l'amministrazione controllata consente di rimettere a posto tali "buchi", portando però anche una penalizzazione in classifica. I 160 milioni di euro di debiti contratti dalla società corrisposero ad una detrazione di nove punti e la retrocessione certa dalla Premier League; ciò nonostante, il nuovo proprietario - Balram Chainrai - aiutò il club nell'uscire dall'amministrazione controllata.
La prima stagione di Championship portò la salvezza ed un altro cambio di proprietà, con l'acquisto del club da parte del russo Vladimir Antonov, giovane multimilionario. Purtroppo per i fans, le cose non si mettono bene: mentre sul campo si fatica, Antonov viene arrestato nel novembre 2011, nell'ambito di un'indagine su una banca in cui il russo è azionista di maggioranza, caduta in disgrazia. Così, la sua compagnia - la Convers Sports Initiatives - vede bloccati tutti i suoi beni ed il Portsmouth viene portato in tribunale a causa di quasi due milioni di euro di tasse non pagate. I "pompeys" subiscono la seconda amministrazione controllata in due anni e vedono una sottrazione di 10 punti alla propria classifica: con il debito ammontante a 70 milioni di euro, il Portsmouth subisce la prima retrocessione in terza divisione dopo ben trent'anni.
La stagione successiva parte già marcata, con la partenza di tutti i giocatori (!) in estate, per offerte altrui o per contratti terminati, e con l'ennesima penalizzazione (10 punti) a segnare la nuova avventura in League One. Prestiti, parametri zero e settore giovanile compensano la mancanza di giocatori, ma fanno capire come sarà un'altra stagione di sofferenza; inoltre, il coach Michael Appleton firma per il Blackpool a novembre, lasciando il Portsmouth in zona di sicurezza. Purtroppo, il proseguo dell'annata non è così soddisfacente ed una striscia di 20 partite senza vittorie porta il club all'ultimo posto; la retrocessione arriva con diverse giornate d'anticipo e anche i 10 punti detratti per l'amministrazione controllata non sarebbero serviti alla salvezza del club.
Una buona notizia, però, c'è: qualche giorno fa, il "Pompey Supporters' Trust" (PST) - un consorzio creato interamente dai tifosi - ha acquisito la proprietà del club, oltre che dello stadio, e così adesso il Portsmouth rappresenta la più famosa compagine inglese posseduta dai supporters, sul modello più grande delle squadre spagnole e tedesche. Un'ottima notizia, sperando che la squadra dell'isola di Portsea possa essere più forte la prossima stagione ed evitare il triplo salto all'indietro sul campo: sarebbe onestamente troppo, anche per una società con grossi guai finanziari.

I tifosi del Portsmouth tengono viva la squadra, persino con messaggi molto chiari.

Ben diverso è il caso del Wolverhampton, che torna in terza divisione dopo lungo tempo. Strano, se si pensa che la squadra era retrocessa l'anno scorso dopo due stagioni di salvezze raggiunte all'ultimo: del resto, il destino dei "wolves" era stato questo negli ultimi anni. E' vero, non è una situazione nuova per i tifosi, visto che il Wolverhampton ha sofferto già una tripla retrocessione in tre stagioni consecutive negli anni '80, quando c'erano molte difficoltà finanziarie. Nessuno, però, avrebbe mai pensato ad una doppia retrocessione, visto che non c'era alcuna crisi economica. Anzi, gli investimenti fatti ed il cambio tecnico avrebbero dovuto portare i "wolves" almeno ad una salvezza tranquilla: ceduti Jarvis e Fletcher per un totale di quasi trenta milioni di euro, poco più di otto vengono reinvestiti negli acquisti di Sigurdarson, Doumbia e sopratutto Bakary Sako, promettente ala del Saint-Etienne. Il nuovo tecnico è Stale Solbakken, norvegese che portò il Copenhagen agli ottavi di Champions League; l'allenatore è in cerca di riscatto dopo il disastro di Colonia, in cui è arrivata un'inattesa retrocessione dalla Bundesliga. Perciò, l'opportunità degli "arancioni" è buona per ripartire ed i "wolves" hanno bisogno di un coach affamato e giovane.
Si riparte dopo il bellissimo episodio degli applausi post-retrocessione nell'aprile 2012, con la fiducia di poter puntare ad un campionato tranquillo in Championship. Purtroppo, non sarà così. E pensare che l'inizio è positivo, con il club che rimane in zona play-off per due mesi e mezzo, salvo scivolare al 18° posto per la fine dell'anno. La sconfitta in F.A. Cup contro i non-professionisti del Luton Town chiude l'avventura (poco felice) di Solbakken come guida del Wolverhampton; al suo posto, viene chiamato il tecnico Dean Saunders, allenatore gallese che stava conducendo il Doncaster alla promozione in Championship. Ahimè, il suo arrivo non cambia l'andazzo negativo in cui ormai è finito il club, che finisce ufficialmente in zona retrocessione. Da lì in poi, è uno psicodramma: la squadra entra ed esce nella zona di pericolo, nonostante i 15 punti collezionati in sette partite tra marzo ed aprile. Una clamorosa vittoria contro l'Hull City, secondo in classifica, sembra tirare fuori dai guai il Wolverhampton, che però si complica la vita nel turno successivo, quando perde sul campo dell'ormai salvo Charlton. La reazione non arriva, mentre si sommano altre due sconfitte che portano il Wolverhampton dritto in League One: la doppietta di Lua-Lua del Brighton, nella giornata di ieri, ha sancito il ritorno dei "wolves" nella terza serie inglese dopo ben 24 anni. Tra l'altro, va dato atto ai tifosi di avere un grosso senso dell'umorismo, visto che ieri cantavano: «Que sera, sera; whatever will be, will be; we're going to Shrewsbury...».
Ora il futuro è un punto interrogativo: inevitabile un ridimensionamento tecnico per evitare un default economico, perdendo giocatori come Sako, O'Hara, Doyle ed il cannoniere Ebanks-Blake, un vecchio leone da 15 reti stagionali. Saunders dice che vuole rimanere, ma chissà se verrà lasciato al suo posto, viste le sole cinque vittorie in venti partite da tecnico del Wolverhampton. Il club è il primo a fare il doppio salto all'indietro dalla Premier League: del resto, anche questa è storia.

La palese rabbia dei tifosi dei Wolves: doppia retrocessione in due stagioni.

2.5.13

Fine di un'era.

Sarà Bayern Monaco-Borussia Dortmund la finale di Champions League 2012/2013: la prima finale tutta tedesca, dopo che ce ne sono già state una a tinte spagnole (Real-Valencia del 2000), italiane (Juve-Milan del 2003) ed inglesi (Manchester United-Chelsea del 2008). Guardando il cammino delle due squadre, la finale più giusta, poiché le due compagini teutoniche hanno fatto del loro meglio per annichilire gli avversari. E mentre la Germania esulta, in Spagna ci si chiede se è finita un'era.

Jurgen Klopp, 45 anni: il suo BVB è in finale di Champions dopo 16 anni.

Gennaio 2013: alla premiazione del Pallone d'Oro, nella top-11 dell'anno sono presenti unicamente giocatori provenienti dalla Liga. Cinque sono del Barcellona, cinque del Real Madrid ed il superstite è lo straripante Radamel Falcao. Tutti stupiti, ma non troppo: se si vanno a consultare i migliori 11 degli anni precedenti, si scopre come, nelle ultime quattro edizioni, i rappresentanti della Liga siano stati sempre in maggioranza: sei nel 2009, sette nel 2010, nove nel 2011 e la tombola del 2012. Insomma, non era solo favoritismo: era il segnale di come questo campionato ed il movimento calcistico spagnolo fossero in grado di produrre un grandissimo serbatoio di campioni, oltre che ad importarlo dall'estero (gli acquisti di CR7 e Falcao vertono in questo senso). Un riconoscimento meritato, poiché la Spagna ha dominato nel quadriennio 2008-2012: due Champions League, due UEFA Europa League, quattro su quattro in Supercoppa Europea e due Coppe del Mondo per club portate a casa. In più, con la nazionale, sono arrivati due europei e, in mezzo, il primo mondiale conquistato nella storia delle "furie rosse". Un dominio così chiaro da risultare inattaccabile.
Invece, quest'anno è successo di tutto: la Liga è sembrata sfilacciata fin dall'inizio, con il Barca a dominare ed il Real capace a malapena di riprendere l'Atletico al secondo posto. Nelle competizioni di club, Barca e Real sono arrivate in semifinale, ma soffrendo: sopratutto i blaugrana hanno palesato una difficoltà nel giocare senza Messi, rischiando di uscire sia contro il Milan che contro il PSG. Una volta giunte in semifinale, le due superpotenze iberiche sono state ammazzate nella culla: passivo record all'andata (8-1 il totale delle due partite a favore dei club tedeschi) e rimonte quasi impossibili. Se il Real stava per farcela, sarebbe stato possibile solo grazie all'inesperienza del Borussia Dortmund: gruppo giovane, forte, ma inesperto a questi livelli, tanto che nessuno di loro aveva giocato una semifinale di Champions League. Invece, il Bayern ha ribadito la superiorità dell'andata, schiacciando il Barca anche al "Camp Nou". Se permettete un parallelo, il Bayern 2012/2013 ha ricordato il Barcellona 2008/2009, quello del primo anno di Guardiola: non per nulla, il "tiki-taka" di Pep schiacciò 4-0 nei quarti di quella Champions il Bayern di Klinsmann. Ora, il mondo è stupito di fronte alla grandezza dei bavaresi e chissà questa squadra cosa regalerà al calcio nel futuro prossimo. Ci si chiede se ci sarà un altro quadriennio di dominio, stavolta a tinte tedesche. Un successo che deriva anche dal modulo, quel 4-2-3-1 usato da entrambe le compagini e anche dalla nazionale. Per altro, il primo ad usare uno schieramento del genere fu Giovanni Trapattoni, allora C.T. dell'Italia: indovinate in quale partita? Germania-Italia, 20 agosto 2003 a Stoccarda: allora, con Camoranesi, Totti e Del Piero dietro l'unica punta Vieri, vinsero gli azzurri per 1-0. Viene da chiedersi se i tedeschi non abbiano preso appunti all'epoca. Aggiungo poi come, nella top-11 della FIFA sopracitata (creata nel 2005), non è mai entrato nessun giocatore proveniente da un club tedesco: un'abitudine da spezzare quanto prima.

Cristiano Ronaldo, 28 anni: sconsolato, è alla quarta semifinale persa in CL.

E mentre ci si chiede questo, si analizza quella che potrebbe essere la fine di un'era: la Spagna ha concluso il suo ciclo vincente? E' presto per dirlo. Indubbiamente, però, la scoppola presa da Real e Barca fa riflettere, con conseguenze diverse. Il botto è sicuramente più forte per i blaugrana: si sperava che Vilanova non facesse rimpiangere Guardiola, ma - a livello europeo - non è stato così. Si potrebbe parlare di giocatori scarichi dopo quattro anni di vittorie, ma non basta: la "Messi-dipendenza" è sembrata troppo forte, confermata anche dal bisogno di schierare il 10 argentino nel ritorno contro il PSG per cercare il passaggio del turno. Ieri, con un 4-0 da rimontare, Vilanova ha preferito non rischiarlo e tenerselo per chiudere la Liga (mancano ancora cinque punti per vincerla matematicamente). Tuttavia, se Barcellona piange, Madrid non ride: il Real può vincere due titoli in questa stagione, visto che c'è la finale di Copa del Rey contro i cugini dell'Atletico, dopo aver vinto la Supercoppa spagnola in agosto. In ogni caso, non si può non notare la mancanza di efficacia che il calcio di Mourinho ha avuto in questa stagione. Ad inizio anno, avevo pronosticato il Real vincitore di questa Champions e non ci sono andato lontano; tuttavia, i "blancos" hanno giocato in maniera molto concreta e non hanno mai dato spettacolo. Nulla di grave, visto che le squadre dello Special One giocano così; forse, però, i media spagnoli - dopo tre anni - si aspettavano qualcosa in più dal tecnico portoghese, che probabilmente lascerà senza aver portato a termine la sua missione: vincere la decima Champions con il Madrid e la terza personale in tre club diversi. Ci riproverà, probabilmente al Chelsea, dove i fans adoranti lo aspettano e la coppa dalle grandi orecchie gli è sempre sfuggita. Va detto che questa è la semifinale in cui il Real è sembrato più in difficoltà: nel 2011, Messi vinse da solo quel turno; nel 2012, il Bayern fu più forte dal punto di vista mentale. In questa semifinale, invece, il Dortmund ha massacrato i "blancos" all'andata e solo nel finale di gara il Real è sembrato vivo. Tra l'altro, non è andata meglio ai club spagnoli in Europa League: l'Athletic Bilbao, finalista nel 2012, è uscito addirittura nel girone; l'Atletico Madrid, vincitore l'anno passato, è stato eliminato dal Rubin Kazan nei sedicesimi di finale. La migliore esponente spagnola è stata il Levante, fermatasi agli ottavi nella sua prima partecipazione europea.
Insomma, il calcio spagnolo si pone degli interrogativi: dopo quattro stagioni, la Spagna non avrà nessuna finalista in alcuna competizione europea. Il dominio è forse finito, ma per dirlo bisognerà aspettare la prossima stagione o la Confederations Cup di quest'estate: se anche la nazionale desse segni di cedimento, sarebbe la conferma di un possibile ridimensionamento degli iberici.

I giocatori del Bayern esultano al "Camp Nou": superiorità schiacciante.