30.1.13

ROAD TO JAPAN: Yojiro Takahagi

E' un nuovo anno e torna con furore lo spazio "Road To Japan", che vi consiglia i migliori talenti del panorama nipponico, magari pronti per il salto in Europa o Sud America. Oggi inauguriamo il 2013 con un giocatore mica male: fulcro dei Sanfrecce campioni nell'ultimo anno, è un trequartista a tutto campo, un giocatore moderno per il modo in cui interpreta il ruolo e per il suo tocco di palla magico. Parlo di Yojiro Takahagi, fantasista della formazione di Hiroshima.

SCHEDA
Nome e cognome: Yojiro Takahagi (高萩 洋次郎)
Data di nascita: 2 agosto 1986
Altezza: 1.83 m
Ruolo: Trequartista
Club: Sanfrecce Hiroshima (2003-?)



STORIA
Nato 26 anni fa nella città di Iwaki, localizzata nella prefettura di Fukushima, Takahagi comincia a tirare calci ad un pallone fin dalle scuole primarie. Dopo aver frequentato il liceo di Ueda, viene notato dal Sanfrecce Hiroshima, che lo inserisce nelle sue giovanili: Takahagi ripaga subito l'investimento, dato che - grazie anche alla sua classe - la rappresentativa U-18 del suo club vince il torneo di categoria. A quel punto, ci vuole poco prima che l'allora tecnico della prima squadra, Takeshi Ono, lo faccia esordire a livello professionistico: Takahagi ha solo 16 anni e mezzo quando gioca contro lo Shonan Bellmare in J-League 2. L'allenatore arriva a schierarlo anche come terzino, sebbene egli nasca come centrocampista. Il ragazzo continua a crescere nelle giovanili, mentre il Sanfrecce ritrova la massima categoria: purtroppo, il trequartista colleziona solo otto presenze in tre anni, anche a causa dei continui infortuni che lo tormentano. Così, l'unica strada è il prestito: la metà è l'Ehime F.C., dove Takahagi trova la giusta continuità e gioca ben 46 partite, segnando anche tre reti.
Tornato alla casa madre, Takahagi trova un nuovo allenatore ed il club nuovamente in difficoltà: infatti, a fine stagione, il Sanfrecce torna mestamente in J-League 2. Tuttavia, da una situazione negativa, nasce una prima svolta nella carriera del giocatore: la retrocessione costringe alla cessione di alcuni cardini della squadra e Petrovic decide di valorizzare Takahagi. Non se ne pentirà: nella nuova posizione di centrocampista avanzato, il talento di Iwaki migliora, diventando una delle colonne del Sanfrecce promosso in J-League. Da quel momento in poi, Takahagi ottiene diversi successi con il suo club: nel 2010, la squadra di Hiroshima arriva in finale di J-League Cup. Se i viola escono sconfitti, comunque Takahagi vince il premio di "miglior rivelazione" della competizione.
La seconda svolta è arrivata nel 2012: l'arrivo di Hajime Moriyasu e l'uso del 3-5-1-1 (a volte 3-4-2-1) ha permesso l'esplosione definitiva di Takahagi. In particolare, il trequarista è stato decisivo nella parte centrale della J-League, quando ha trascinato i Sanfrecce tra maggio e luglio. Il cerchio si è chiuso il 24 novembre scorso, quando Takahagi ha segnato il gol del vantaggio e ha fornito un assist contro il Cerezo Osaka, nel giorno della conquista del campionato. Parlavo di chisura del cerchio perché il giocatore ha realizzato la prima rete da professionista proprio contro la formazione di Osaka, nel lontano 2004. Oltre alla vittoria del campionato, Takahagi ha ricevuto anche un riconoscimento personale, meritando l'inclusione nella top-11 della J-League 2012.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Giocatore che ha una visione straordinaria del campo, Takahagi potrebbe essere paragonato a Marek Hamsik: a tutto campo, magari con meno fisico, ma più tecnica. Dotato di un buon destro dalla distanza, il giapponese può contare sopratutto su un "senso dell'assist" fenomenale: durante questa stagione, Takahagi ha realizzato ben 16 assist, di cui 13 in campionato. Questa dote verrà certificata anche dalla maglia numero 10 che si è finalmente scelto per la prossima annata, abbandonando così il tradizionale 15.

STATISTICHE
2003* - Sanfrecce Hiroshima: 4 presenze, 0 gol
2004 - Sanfrecce Hiroshima: 4 presenze, 1 gol
2005 - Sanfrecce Hiroshima: 0 presenze, 0 gol
2006* - Ehime F.C.: 46 presenze, 3 gol
2007 - Sanfrecce Hiroshima: 11 presenze, 0 gol
2008* - Sanfrecce Hiroshima: 43 presenze, 14 gol
2009 - Sanfrecce Hiroshima: 33 presenze, 6 gol
2010 - Sanfrecce Hiroshima: 30 presenze, 6 gol
2011 - Sanfrecce Hiroshima: 35 presenze, 2 gol
2012 - Sanfrecce Hiroshima: 43 presenze, 4 gol
* = in J-League 2

NAZIONALE
Takahagi è un talento particolare e lo è anche nel rapporto con la sua nazionale: vista la tarda esplosione, non ha mai collezionato presenze per nessuna rappresentativa giapponese, nemmeno giovanile. C'è stata qualche convocazione con varie U-16 ed U-18, ma di presenze in campo neanche una. Solitamente mi occupo di talenti che hanno accumulato qualche presenza con le varie Under, ma per Takahagi si deve fare un ragionamento specifico: esplodendo tardi, non ha avuto occasioni di mostrarsi nelle giovanili. Insomma, speriamo che Zaccheroni ci faccia un pensierino: merita di essere almeno testato.

LA SQUADRA PER LUI
Penso a Takahagi e mi viene in mente una serie di squadre che potrebbero utilizzare il suo talento per scalare le classifiche: il suo talento verrebbe apprezzato sopratutto in Italia. Anzi, di tutti i giocatori giapponesi citati in questi mesi, è forse il più pronto; avrebbe forse bisogno di un po' di lavoro muscolare, ma il trequartista è tatticamente e tecnicamente pronto per sfide più grandi. Sarebbe un perfetto vice-Hamsik oppure potrebbe servire all'Udinese di Guidolin, che spesso si disimpegna con un 3-5-1-1, lo stesso modulo con cui il Sanfrecce ha vinto il titolo. Insomma, un talento pronto per ogni evenienza.


26.1.13

Capricci da Bobby Moore.

Chissà che qualcuno non si ricordi di quella chioma bionda che vagava sul campo di "San Siro" un decennio fa: Fabricio Coloccini non è mai passato inosservato. Vuoi per i capelli voluminosi, vuoi perché sempre circondate da grandi attese (che venivano puntualmente deluse): insomma, un motivo di discussione per qualunque appassionato del calcio inglese. Eppure, l'argentino si era rifatto una verginità in questi ultimi tempi al Newcastle; purtroppo, le bizze contrattuali lo stanno portando fuori rotta. Chissà cosa avrebbe detto Bobby Moore su di lui..

Coloccini ai tempi del Milan: pochissime le presenze con la maglia rossonera.

Fabricio Coloccini, classe 1982 della città argentina di Còrdoba, è esploso giovanissimo in patria, con le maglie di Argentinos Juniors e Boca; giusto il tempo di fare un paio di partite ed il Milan si mette d'accordo con il padre del giocatore, scavalcando il club degli "xeinezes". Il trasferimento fu controverso, sopratutto per il fatto che il ragazzo aveva appena esordito e forse gli era stata data troppa fiducia. Ma il Milan, campione d'Italia uscente, si prese il rischio ugualmente, pagando in seguito una somma per il trasferimento: un azzardo da otto milioni (!) di euro. Sovrastato dall'esperienza dei suoi compagni di reparto (gente come Costacurta o Nesta, tanto per fare esempi), il difensore fu costretto a tante esperienze in prestito: l'argentino aiuta il San Lorenzo a vincere il Clausura del 2001 e lascia buoni ricordi nei tre anni di Liga, giocati fra Alaves, Atletico Madrid e Villareal. Tuttavia, anche a 22 anni, non c'è spazio per lui: due presenze in totale e la cessione al Deportivo La Coruna - per cinque milioni - chiudono i cinque anni trascorsi a Milano.
Fortunatamente per lui, la Liga si rivela un terreno proficuo per la sua maturazione: Coloccini arriva quando l'epoca del "Super-Depor" è agli sgoccioli, ma non manca di aiutare i galiziani nel mantenersi a metà classifica ben per tre stagioni. Nel 2008, anche dopo diverse esperienze con la maglia della nazionale (tra cui la medaglia d'oro ad Atene), il Newcastle decide di prenderlo per ben 13 milioni di euro: anche stavolta la somma spesa pare esagerata per un giocatore che è in nazionale argentina, ma che non è certo ai livelli dei suoi compagni nell'Albiceleste. Tuttavia, Coloccini tiene botta, sebbene ogni tanto incappi in errori madornali; il suo rendimento, però, non basta a salvare i "magpies" da una rocambolesca retrocessione in Championship. A quel punto, il difensore argentino potrebbe andar via, ma decide di rimanere ed è uno dei cardini della risalita immediata in Premier, venendo anche inserito nella top-11 di quell'anno.
Con due stagioni in Inghilterra alle spalle, Coloccini sembra poter fare il definitivo salto di qualità: il suo rendimento spinge il suo allenatore, Alan Pardew, a considerarlo un vero top-player. Il resto è storia più recente: il Newcastle lo sceglie come capitano della squadra ed i "magpies" fanno una stagione straordinaria, coronata con l'entrata nella top-11 della stagione ed il quinto posto finale.

Il biondo Coloccini in nazionale argentina: 35 presenze con l'Albiceleste.

La stagione in corso non sta regalando grandi soddisfazioni alla squadra di Pardew: dopo i fuochi d'artificio dell'anno passato, il Newcastle è vicinissimo alla zona pericolosa, con soltanto due punti di vantaggio sulla terzultima in classifica. Insomma, la retrocessione è uno spettro che aleggia al "St. James' Park", dato che non sarebbe neanche la prima volta.. tutto sommato, i motivi potrebbero stare in tanti piccoli episodi: Cissé non segna più come l'anno scorso, Demba Ba è andato via e la difesa non è più impenetrabile come nelle prime giornate della stagione passata. Purtroppo, il problema si trovare anche in Alan Pardew, che è stato "manager dell'anno" nel 2011/2012, ma che si lascia andare a commenti anche troppo entusiastici sul suo centrale. In ottobre, dopo un'ottima prestazione dell'argentino nel derby contro il Sunderland, il tecnico dichiara:
Mi è sembrato di rivedere Bobby Moore.
Non passa molto tempo e si spera che Coloccini ridimensioni il tiro. Peccato che il capitano del Newcastle lo faccia a modo suo:
Ringrazio il tecnico, ma avrei preferito il paragone con Passarella!
Insomma, una mezza follia calcistica: paragonare l'argentino ad una leggenda come Bobby Moore, capitano della nazionale inglese nell'unico mondiale vinto dai Tre Leoni, pare una bestemmia. E adesso, i guai continuano: Coloccini ha deciso di non vestire più la maglia dei "magpies" e vuole immediatamente tornare in Argentina. Una prima trattativa con il San Lorenzo - dove è già stato nel 2001 - è andata male, si lavorerà ancora; tuttavia, Pardew conta di trattenere l'argentino, nonostante si sia già cautelato con l'acquisto del capitano del Monpellier, Yanga-Mbiwa. Insomma, poco importa se non è Daniel Passarella: le reincarnazioni di Bobby Moore conviene tenersele strette, anche se fanno i capricci.

Fabricio Coloccini, 30 anni: capitano dei Magpies, sembra in partenza.

24.1.13

Thank you for fairy-telling.

Ci sono due favole possibili nel mondo del pallone. La prima ipotesi vede la presenza di una console, che - a volte - ti aiuta a sognare: prendi la tua squadra nel tuo gioco di calcio preferito, la alleni e la porti a vincere grandi traguardi. Anzi, in alcune simulazioni, ti diverti ancora di più quando compi un vero miracolo, trasformando il club in difficoltà nella matricola che tutti temono, magari vincendo campionati e coppe dopo tanti anni di gavetta. E poi, nella seconda, c'è il Bradford City: già, perché i ragazzi dello Yorkshire dell'Ovest saranno a Wembley il 24 febbraio prossimo per giocarsi la finale di Coppa di Lega inglese. Tutto ciò nonostante giochino nella quarta categoria inglese: ci vorrebbe un troll-face di proporizioni epiche per spiegare questo exploit a sceicchi o russi della palla rotonda.

David Wetherall, all'epoca 29enne, esulta: ha appena segnato
il gol che permise la permanenza del Bradford in Premier nel 2000.

Il nome del Bradford City dirà poco a molti in Italia. Per chi se lo ricordasse nei meandri della memoria, i "bantams" ebbero un paio di stagioni in Premier tra il 1999 ed il 2001: la prima si concluse con una salvezza all'ultima giornata, la seconda con la retrocessione anticipata. Purtroppo per loro, con la discesa nella serie cadetta arrivò anche il periodo di "amministrazione controllata", che ha luogo in Inghilterra quando la società ha numerosi debiti. Per il Bradford, tale eventualità si è verificata due volte, portando il club ad un triplo salto indietro in sei anni, senza possibilità di risalire dall'attuale nPower League Two, in cui la compagine si è piazzata al 18esimo posto nell'ultima annata. Così, quest'anno, si è ripartiti per sopravvivere: nella sua centesima stagione nel sistema del calcio inglese, il Bradford cerca di agguantare i play-off per il quarto posto utile alla promozione, mentre è già fuori da F.A. Cup e Football League Trophy. La League Cup non è certo "un modo per salvare la stagione", perchè quest'ultima vale già molto: i "bantams" hanno faticato nei primi turni, battendo Notts County, Watford e Burton Albion. Poi, il club ha fatto la prima impresa, eliminando il Wigan ai rigori. Ai quarti, si è dovuto affrontare l'Arsenal di Wenger: in un "Valley Parade" stracolmo, i ragazzi di Jenkinson si sono portati in vantaggio, rischiando addirittura di vincerla nei 90' regolamentari; poi, il pareggio di Vermaelen ha spinto la partita nuovamente ai rigori, dove il portiere Duke ed i legni hanno permesso il raggiungimento delle semifinali.
Si direbbe: ok, basta così. Ci sono state abbastanza sorprese. Ma il Bradford non era sazio, anche perché l'avversario era l'Aston Villa, che sta attraversando una stagione tremenda e rischia la retrocessione in Championship. Nonostante ciò, i pronostici sembravano chiari: i "villans" schiacceranno la cenerentola di turno. E invece, eccoci lì, pronti ad un'altra rivelazione: nella semifinale d'andata, il Bradford schiaccia la squadra di Birmingham per 3-1 ed è pronta a festeggiare, se tutto andrà come deve al "Villa Park". Martedì, il miracolo è giunto a conclusione: l'Aston Villa è passato in vantaggio nella gara di ritorno, ma James Hanson - centravanti dei "bantams" - è riuscito poi a pareggiare con un bel colpo di testa; l'assalto finale è servito solo al 2-1, ma non al passaggio del turno per Lambert e soci. Così, il Bradford è il primo club di quarta serie a conquistare la finale della League Cup dopo 51 anni: favola, semplicemente fantastico.

I giocatori del Bradford festeggiano la vittoria ai rigori contro l'Arsenal.

Personalmente, non è solo la favola ad impressionarmi: penso al fatto che io stesso ho fatto questa simulazione miliardi di volte in un famoso gioco della EA Sports, perché è bellissimo vedere una squadra che scala le gerarchie del calcio. Una volta, nell'edizione del 2010/2011, lo feci proprio con il Bradford: perciò, rivedere le mie esperienze alla console tramutate in realtà è un vero e proprio shock. E che dire di James Hanson, che qualche anno fa faceva il commesso in un supermercato di Bradford e che, invece, a febbraio forse guiderà l'attacco dei "bantams"? Tante sono le osservazioni che si potrebbero fare: una squadra che - con i suoi stipendi - costa "appena" 9000 euro riesce a raggiungere la finale di una competizione così importante. Ancora più pittoresco il presidente del club dello Yorkshire, Mark Lawn: "Avevo promesso che, in caso di finale a Wembley, li avrei portati a Las Vegas..". Insomma, i giocatori potranno godersi un meritato premio, che però non potrà mai superare la soddisfazione di questo traguardo. Oltretutto, bisogna anche essere cinici e lasciare le favole da parte per un attimo: il Bradford, in amministrazione controllata per tanto tempo, adesso può guardare al suo futuro in maniera serena, poiché un milione e mezzo di euro è già entrato nelle casse del club, permettendo di pagare gli stipendi di questa stagione e di impostare un avvenire sereno per l'ambiente.
Adesso la finale, che verrà giocata a fine febbraio: l'avversario sarà lo Swansea di Michael Laudrup, che sta facendo miracoli in questa stagione. Proprio come il Bradford. In ogni caso, sarà un successo, dato che ci sono 31mila biglietti da vendere per l'ultimo atto di questa splendida favola. L'Inghilterra, terra di "fairytales" straordinarie, ci regala un altro capitolo da leggere tutto d'un fiato; chissà che non finisca con i "bantams" vittoriosi e qualificati alla prossima Europa League..

James Hanson (primo a sinistra), 25 anni: è suo il gol che porta il Bradford a Wembley.

22.1.13

L'arquero indesiderato.

A volte, essere dei ragazzi-prodigio non basta: c'è un giocatore che lo sta imparando sulla sua pelle, nonostante fosse stato incensato da molti quando esplose due anni fa. Da "colchonero" aveva stupito il mondo, da "red devil" sta facendo ricredere parecchi; tuttavia, non si nasce fenomeni, ma lo si diventa con il tempo. Per David de Gea, portiere spagnolo del Manchester United, va applicato lo stesso principio. Eppure le voci di una sua partenza dalla squadra di Sir Alex Ferguson si rincorrono e così anche il manager scozzese sembra essere a corto di possibilità per difendere l'estremo difensore iberico, vittima di prestazioni altalenanti.

Un 19enne de Gea esplode nell'Atletico Madrid di Sanchez Flores.

David de Gea, classe 1990 e nato a Madrid, è sempre stato uno che aveva l'Atletico nel sangue. Il ragazzo cresce nella capitale spagnola e viene ingaggiato dai "colchoneros" quando ha solo 10 anni: l'Atletico è ancora in Segunda e, in squadra, si sta cominciando a far strada un certo Fernando Torres. Sembra proprio che il "Vicente Calderon" sia un palcoscenico per far esplodere certi talenti: tra questi, c'è anche lo stesso de Gea, che esordisce a 18 anni in Champions League contro il Porto. Con Sergio Asenjo in difficoltà e Roberto infortunato, il giovane portiere ha la possibilità d'esser il titolare nella squadra del cuore: "Quique" Sanchez Flores, arrivato nell'ottobre 2009, sa che de Gea ha delle potenzialità e, da gennaio, lo rende il titolare. E' forse la decisione migliore presa dal nuovo tecnico: il ragazzo cresce in fretta ed è protagonista nell'Atletico che vincerà l'Europa League. Da quel momento, de Gea non fa altro che migliorare: memorabile il rigore parato a Milito in finale di Supercoppa Europea, così come l'intera stagione successiva, giocata da titolare e senza saltare una partita in Liga. L'eco delle sue prodezze lo porta a difendere i pali dell'Under-21 spagnola, che vince l'Europeo di categoria nel 2011; de Gea entra a far parte anche dell'undici migliore della competizione. Insomma, un crescendo del genere non può essere ignorato, neanche se ti chiami Sir Alex Ferguson: il Manchester United, infatti, è alla ricerca di un successore di Edwin Van der Sar, che si è appena ritirato. I "red devils" non esitano a versare nelle casse dell'Atletico ben venti milioni di euro per il portiere, che firma quando conclude la stagione; dovrebbe essere l'inizio dell'ennesima scommessa vinta dal manager scozzese, ma le cose si riveleranno ben più complicate.
Infatti, de Gea sbaglia alla prima occasione ufficiale: in Community Shield, nel focoso derby contro il City, i rivali vanno sul 2-0 grazie a due errori madornali del portiere spagnolo. Non il migliore modo di inaugurare il soggiorno a Manchester, specie se talvolta questi errori risultano decisivi ai fini della vittoria; nonostante ciò, il ragazzo riesce anche a sfoderare salvataggi prodigiosi, ma che non servono a salvarlo da qualche panchina durante la stagione. Inoltre, nel corso dell'annata, si scopre che de Gea è ipermetrope, fatto che fa aumentare la diffidenza nei suoi confronti. Tuttavia, analizzando i dati a fine stagione, si scopre come il ragazzo abbia avuto la miglior percentuale di parate nell'intera Premier League (77.9% dei tiri stoppati). Purtroppo, l'Olimpiade di Londra non ha mostrato il miglior de Gea ed il ragazzo si è così ritrovato a combattere i soliti mugugni all'"Old Trafford".

Anche in nazionale è mancato il salto decisivo: de Gea deve ancora imporsi.

Le cose non stanno andando meglio quest'anno: nonostante goda di fiducia da parte di Ferguson e dell'allenatore dei portieri dello United (quest'ultimo ha anche imparato lo spagnolo per comunicare meglio con lui), molti non hanno più fiducia nel ragazzo. L'ultimo errore - quello di domenica sul gol di Dempsey in Tottenham-Man Utd - è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: si sperava che de Gea seguisse la parabola di Cech, arrivato anch'egli giovanissimo, ma che ha avuto bisogno di poco tempo per adattarsi al calcio inglese. Purtroppo, nonostante un apposito programma di rinforzo muscolare, il 22enne non sembra seguire le stesse orme del portiere del Chelsea e così la sua partenza appare possibile. Non per niente, in questi giorni si vocifera di come Real Madrid e Barcellona stiano seguendo la situazione di de Gea; anzi, c'è chi si spinge più in là e già parla di un possibile scambio tra i blaugrana ed i "red devils": con il giovane estremo difensore da Vilanova, Victor Valdes si trasferirebbe a Manchester, visto l'assenza da parte di quest'ultimo di voler rinnovare il contratto con la società di Rosell. Inoltre, la differenza di lingua risulta essere un ulteriore difficoltà per l'"arquero" madrileno. Insomma, c'è il rischio che - andando avanti di questo passo - il Manchester non sia soddisfatto dell'investimento fatto un anno e mezzo fa. Allo stesso tempo, de Gea potrebbe non arrivare mai a difendere i pali della nazionale, dato che è stato convocato in qualche occasione, ma non ha ancora collezionato il primo gettone di presenza con la maglia delle "furie rosse".
Rosseau scriveva: "La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce." Sicuramente, de Gea rischia di andare incontro ad un grossa delusione, se la partenza dallo United si concretizzasse; tuttavia, le doti ci sono, si tratta di trovare la continuità giusta. Perciò buona fortuna a lui, sperando di non essersi perso un prodigio per strada, ma solo di ritrovarlo tra qualche tempo.

David de Gea, 22 anni: la sua partenza da Manchester è possibile.

17.1.13

Oppure Monaco.

E chi se l'aspettava. La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, per altro anticipata in esclusiva da Gianluca Di Marzio, ma adesso è tutto fatto: Pep Guardiola è pronto a tornare in pista. Dopo anni di successi e complimenti di stampo internazionale, il tecnico catalano ricomincerà. Non da un club a caso, ma dal Bayern Monaco: ebbene sì. Sembrava impensabile fino a qualche mese fa, dato che Guardiola gravitava sopratutto in orbita Premier. Avrebbe potuto rappresentare il post-Ferguson allo United, la soluzione ai problemi del City o il "profeta" che il Chelsea ha sempre voluto da quando Mourinho se ne è andato. Niente di tutto questo: Pep se ne andrà in Baviera e sarà alle dipendenze del Bayern dalla prossima estate. Inutile dire che non vedo l'ora..

Un 28enne Guardiola capitano del Barca: ben 11 stagioni con la maglia blaugrana.

La storia di Pep Guardiola la conoscono un po' tutti, ma è giusto fare un riassunto delle puntate precedenti; specie se il protagonista ha una così grande importanza e la telenovela prosegue da diversi mesi. Nato 41 anni fa a Santpedor, paesino della Catalogna, Guardiola non è mai stato il solito personaggio del calcio: infatti, il buon Pep ha rappresentato una figura particolare in questo mondo pallonaro così attento all'apparenza. Entra nelle giovanili del Barcellona nel 1983, ma non ci vuole molto perché entri in prima squadra e diventi una colonna di quel "dream team" che portò la prima Champions League a Barcellona nel 1992. Non solo: rimane al "Camp Nou" fino al 2001, diventando il capitano e l'idolo di molti "canterani" blaugrana (tra cui anche Iniesta, Xavi e Fabregas). Il legame con la terra natia è forte, ma gli infortuni e la voglia di provare nuove esperienze lo spingono in Italia. Dopo aver detto no a Parma e Roma negli anni '90, Guardiola ha un breve, ma felice periodo a Brescia, mentre a Roma passa sottotraccia. Gli ultimi anni li trascorre tra Qatar e Messico, finché non appende gli scarpini al chiodo e passa alla panchina.
La carriera da calciatore si chiude con qualche rimpianto, sopratutto in nazionale, dove gli infortuni lo limiteranno; tuttavia, quella da tecnico sarà un'ascesa trionfale. A 36 anni, Guardiola viene chiamato alla guida del Barcellona B, la seconda squadra blaugrana: subito vittoria della Tercera Division (quarta divisione spagnola) e promozione ottenuta, con Tito Vilanova al suo fianco. A quel punto, il presidente Joan Laporta non esita a liberarsi di Frank Rijkaard, assumendo Pep come allenatore della prima squadra. Ed il novello condottiero non sbaglia niente, a cominciare dal mercato. Il Barcellona, reduce da una stagione deludente, cede Deco, Ronaldinho, Dos Santos ed Edmilson, tutti considerati fuori dal progetto di Pep; invece, Guardiola compra Dani Alves e Keita dal Siviglia, Martin Caceres dal Villareal, ma sopratutto si riprende Gerard Piqué dal Manchester United. Mai mosse furono più azzeccate: il Barcellona si ringiovanisce e crea i presupposti per un'annata storica, anche grazie al "tiki-taka" del tecnico, un gioco fatto di scambi brevi e continui, nonché di tagli che mettono in difficoltà le difese avversarie. Mettici che ad interpretarlo sono giocatori come Messi, Eto'o, Henry, Iniesta e Xavi ed il resto è fatto: il Barcellona umilia il Real in Liga, stravince la Champions e porta a casa la Coppa del Re. Un trionfo su tutta la linea. Insomma, è un team da record, dato che completa - nella stagione successiva - anche il "sextete", vincendo anche Supercoppa Europea, Supercoppa Spagnola e Coppa del Mondo per club. Da quel punto in poi, il Barca di Guardiola ingaggia dure lotte con Mourinho e vince un'altra Champions; certo, c'è anche il guaio Ibrahimovic, due eliminazioni in semifinale di Champions e la vittoria del Real nell'ultima Liga. Tuttavia, è giusto pensare al quadriennio del Pep come fantastico: a dimostrarlo, c'è la commozione nella conferenza stampa che sancì l'addio di Guardiola al Barcellona. Tutto sommato, vincere 14 trofei in quattro anni - dopo averne vinti 16 in 12 stagioni da giocatore blaugrana - non è da tutti.

Guardiola e la Champions a Roma nel 2009, la prima delle due vinte con il Barca.

Il resto è storia: il tecnico catalano si prende un anno sabbatico e vaglia diverse ipotesi, finché non è arrivato l'annuncio ufficiale del Bayern, con cui Guardiola si legherà fino al 2016. Lo spagnolo prenderà il posto di Jupp Heycknes, attuale allenatore dei bavaresi che si ritirerà a fine stagione. Ci sono state tante domande sulla sua scelta: cerchiamo di sviscerarle con calma. Innanzitutto, è chiaro come i tre anni di Guardiola al Bayern sono simbolo di un progetto più ampio. Dire che il Bayern dovrà diventare come il Barcellona è sbagliato: economicamente e a livello di gestione, i bavaresi rappresentano un club migliore di quello blaugrana. Infatti, qualche dato salta all'occhio: i tedeschi si sono potuti permettere quest'accordo perché hanno un bilancio a posto, uno stadio all'avanguardia ed un tifo così caldo da esaurire gli abbonamenti per lo stadio già a luglio. Insomma, ci sono le premesse perché Pep possa fare quel che vuole in Germania.
Non solo premesse economiche, ma anche tecniche: il calcio tedesco ha fatto un notevole salto in avanti grazie alla creazione di accademie e si è notato sopratutto nell'ultimo Mondiale. Un gap tecnico che il calcio italiano, tanto per fare un esempio, sta pagando anche a livello di club: non è un caso che la Germania abbia guadagnato un posto in Champions a discapito dell'Italia. Tra le squadre che hanno investito (e continuano a farlo) nelle giovanili, c'è proprio il Bayern, che nelle sue fila ha prodotti del vivaio come Lahm, Schewinsteiger, Kroos, Muller, Alaba e Badstuber. A questi vanno aggiunti alcuni dei migliori giocatori al mondo (Neuer, Ribery, Robben) e giovani interessanti acquistati altrove (Shaqiri, Javi Martinez). Quindi il Bayern è già adesso una delle migliori squadre d'Europa; con Pep in panchina, chissà, potrebbe diventare una delle migliori compagini della storia.
La sfida tecnica è ben delineata: tornare a vincere la Champions e a dominare in Bundesliga. Se il primo obiettivo manca dal 2001, il secondo è complicato anche a causa di quel Borussia Dortmund che sta stupendo l'Europa con il suo gioco.. "stile Barcellona". E quindi la Bundesliga, oltre ad essere una lega in crescita, avrà la fortuna di ospitare - dalla prossima estate - due delle squadre più belle che il mondo potrà mai avere. Ma vi immaginate la fortuna di assistere ad uno scontro tra il Bayern Monaco di Guardiola ed il Borussia Dortmund di Jurgen Klopp? Io mi porto avanti con le lacrime.
Insomma, l'allenatore più apprezzato degli ultimi anni avrebbe potuto scegliere la Premier ed i suoi soldi (Abramovich gli avrebbe offerto 22 milioni a stagione per allenare il Chelsea!). Oppure Monaco. Pep ha optato per quest'ultima e la sua sfida è difficile, ma chissà che non ci stupisca ancora, come solo lui ha saputo fare nel quadriennio di Barcellona. Buona fortuna, seppur dalla prossima estate.

Josep Guardiola, 41 anni: da luglio, sarà il tecnico del Bayern Monaco.

15.1.13

UNDER THE SPOTLIGHT: Bruno Martins Indi

Inizia un nuovo anno e quindi ci saranno altri 12 talenti che saranno sotto la nostra attenzione nel consueto spazio "Under The Spotlight", la rubrica che ci mostra i giovani più interessanti in giro per l'Europa e per il mondo. Ad inaugurare questo spazio nel 2013 c'è un difensore olandese, che sta conquistando visibilità, grazie al suo emergere con il Feyenoord e la nazionale olandese. L'uomo che sta convincendo Van Gaal è Bruno Martins Indi, difensore olandese di origini portoghesi.

SCHEDA
Nome e cognome: Bruno Martins Indi
Data di nascita: 8 febbraio 1992
Altezza: 1.84 m
Ruolo: Difensore centrale, terzino sinistro
Club: Feyenoord (2010-?)


STORIA
Bruno Martins Indi nasce a Barreiro, Portogallo, salvo trasferirsi in Olanda quando ha appena tre mesi: in tal modo, il giovane acquista anche la cittadinanza olandese e cresce in quel di Rotterdam. Entra a far parte dell'accademia del Feyenoord nell'estate del 2010, nella quale il tecnico Mario Been lo fa anche esordire con la prima squadra in Eredivise, il 19 Agosto di quell'anno. Non è un periodo facile comunque per un giovane difensore come lui: infatti, si ritrova in campo nella più grande sconfitta nella storia del club, quando la squadra di Rotterdam perde per 10-0 in casa del PSV. E' una stagione di sali e scendi, visto che il Feyenoord ha un'età-media molto bassa ed alterna buone prestazioni a prove difficoltose.
Concluso quel campionato, Martins Indi ha collezionato 15 presenze; nell'annata successiva, il giovane difensore riesce a conquistarsi ulteriore spazio, se non addirittura i galloni da titolare. E' Ronald Koeman a lanciare definitivamente Martins Indi, garantendogli le presenze necessarie a crescere ulteriormente; non solo lui, ma anche la compagine di Rotterdam migliora, spingendosi nuovamente nelle zone alte dell'Eredivisie e concludendo il campionato al secondo posto.
Arriviamo così al 2012/2013, nel quale Martins Indi è ormai definitivamente una colonna del Feyenoord, che è in corsa per la vittoria del titolo; inoltre, il difensore di origini portoghese ha giocato tutte le gare di Eredivisie tranne una, disimpegnandosi bene sia da centrale che sulla fascia.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Martins Indi è un difensore versatile, che può giocare in due diversi ruoli: la sua principale posizione è quella di centrale, ma non disdegna l'essere impegnato come terzino sinistro. E' in possesso di una buona velocità, potenza fisica e discreta tecnica: insomma, un "difensore per tutte le stagioni", capace di conquistarsi il posto. Certo, va testato, visto che le retroguardie dell'Eredivisie tendono a fare acqua da tutte le parti: in ogni caso, il ragazzo ha delle buone basi.

STATISTICHE
2010/2011 - Feyenoord: 15 presenze, 1 gol
2011/2012 - Feyenoord: 29 presenze, 1 gol
2012/2013 (in corso) - Feyenoord: 23 presenze, 1 gol

NAZIONALE
Il rapporto tra Martins Indi e la sua nazionale è sempre stato continuo: dopo aver avuto la possibilità di scegliere tra il Portogallo e l'Olanda, egli sceglie gli arancioni. Così ha inizio un breve periodo nell'Olanda U-17, che ha il suo picco nella presenza alla Coppa del Mondo di categoria. Poco dopo, il difensore del Feyenoord arriva alla convocazione in Under-19, dove diventa uno dei titolari. Ma la sua crescita con la maglia del club di Rotterdam concentra su di lui l'attenzione della nazionale maggiore: è l'Agosto 2012 quando Louis Van Gaal, ritornato C.T. dell'Olanda da poco, lo chiama e lo fa esordire nell'amichevole di Bruxelles contro il Belgio. E' questione di tempo prima che il difensore s'imponga e divenga titolare anche dei "flying dutchmen": i due gol realizzati nelle trasferte in Ungheria e Romania lo stanno ponendo al centro del progetto degli arancioni.

LA SQUADRA PER LUI
In un panorama povero di giovani difensori che possano emergere, Martins Indi è sicuramente uno dei nomi sulla bocca di tutti, dato che è sulla cresta dell'onda. Ancor più dopo l'aver conquistato un vecchio volpone del calcio come Louis Van Gaal. Cercando in Italia, il ragazzo sarebbe perfetto per il Milan: sotto i 26 anni, con un prezzo (per ora) accessibile e dal profilo futuro molto interessante. Certo, se poi si cercano questi giovani quando sono ormai troppo famosi, li si pagherà troppo.


12.1.13

Occasioni e sorprese.

E' passato solo un anno, ma l'eco dell'impresa dello Zambia è ancora presente nei nostri occhi: il rigore decisivo di Sunzu, la corsa folle del biondo C.T. Hervé Renard e l'omaggio alla nazionale degli anni '90, scomparsa in un tragico incidente aereo nel 1993. Tuttavia, lo Zambia non potrà giocare la Confederations Cup, perché la Coppa d'Africa sta per cambiare registro: difatti, la competizione veniva giocata negli anni pari, ma adesso verrà trasferita a quelli dispari, come già successo per la Coppa d'Asia qualche tempo fa.
E così si riparte dallo Zambia campione, che si è qualificato a fatica, battendo solo ai rigori l'Uganda - per la fase finale in Sudafrica. Già, proprio coloro che avevano ospitato l'ultimo mondiale, il primo organizzato da una nazione africana. Le partecipanti sono molteplici, ma le favorite sembrano essere le solite: il Ghana dei calciatori stellari e, sopratutto, la Costa d'Avorio di Didier Drogba, con quest'ultimo ancora alla caccia della prima Coppa d'Africa da conquistare.

Zambia campione nel 2012: quanto andrà avanti la squadra di Renard?

PREVISIONI
La Coppa d'Africa 2013 non vede grossissime novità: nove formazioni su sedici c'erano già l'anno scorso. Egitto e Camerun mancheranno clamorosamente: se Eto'o ha dovuto cedere all'ultimo turno contro Capo Verde, gli egiziani (i più presenti di sempre, 22 partecipazioni) hanno mancato l'accesso subito, eliminati al primo turno dalla Repubblica Centrafricana. Non ci saranno neanche il Gabon (padrone di casa l'anno scorso) ed il talentuoso Senegal, che ha beccato la Costa d'Avorio nelle eliminatorie e non è riuscito ad avere la meglio: un peccato per una squadra che ha un grande attacco e che ha fatto benissimo alle Olimpiadi di Londra. Le novità ci sono: tornano la Nigeria, il Togo, l'Algeria ed il Sudafrica. Sopratutto, due sono le rivelazioni: l'Etiopia ritorna a partecipare dopo ben trent'anni, mentre Capo Verde fa il suo esordio assoluto.
Osservando i gironi, si può tentare qualche previsione. Nel gruppo A, paradossalmente, ci potrebbero essere le maggiori sorprese: il Sudafrica non si qualifica alla competizione continentale dal 2008 e, senza l'organizzazione del mondiale, manca ad una fase finale della Coppa del Mondo dal 1998. Insomma, il panorama non è dei migliori, sebbene i giocatori buoni ci siano. Il Marocco pare favorito per il passaggio del turno, nonostante l'assenza di Taarabt, rimasto in Inghilterra. A completare il raggurppamento ci sono l'Angola e Capo Verde: se i primi hanno qualche chance di qualificazione, i secondi accumuleranno esperienza internazionale.
Nel gruppo B, il Ghana è stra-favorito: le "Black Stars" non vincono la Coppa d'Africa da 31 anni ed ogni volta sembra quella buona. La squadra è buona come al solito, ma nonostante due mondiali disputati ottimamente, il Ghana ha collezionato - nelle ultime tre edizioni - un secondo, un terzo ed un quarto posto: che sia ora di arrivare primi? Il Mali, invece, è arrivato terzo nell'ultima manifestazione e punta a ripetersi: il passaggio del turno non dovrebbe essere un problema. Del resto, Niger e Repubblica Democratica del Congo non paiono capaci di impensierire queste due squadre, sebbene i secondi abbiano come attaccante Mbokani, che così bene ha fatto in Champions con l'Anderlecht.

Katlego Mphela, 28 anni: il bomber del Sudafrica sorprenderà ancora?

Nel gruppo C, anche qui pochi dubbi: la favorita è la Nigeria, che torna in Coppa d'Africa dopo l'assenza nell'ultima rassegna. Le "Aquile Verdi" si ripresentano con il giusto mix tra esperienza (Yobo, Enyeama, Mikel, Uche) e possibili rivelazioni (Musa, Echiéjilé, Ogude, Moses, Emenike), chissà che non facciano un ritorno col botto. Accanto a loro, ci sono i campioni uscenti dello Zambia, che però hanno anche rischiato di non qualificarsi: passeranno il turno o il Burkina Faso potrebbe avere la meglio? A chiudere il girone c'è la cenerentola Etiopia, che riabbraccia la manifestazione dopo trentuno anni.
Nel gruppo D, la Costa d'Avorio dovrebbe ammazzare il raggruppamento, vista la potenza di questo gruppo: c'è stato il cambio di C.T., ma i nomi sono sempre gli stessi (sebbene Bony e Lacina Traoré siano novità gradite). Tuttavia, sono anni che gli "Elefanti" sfiorano la Coppa d'Africa, senza però vincerla: secondi nel 2006 e l'anno scorso, quarti nel 2008. Nell'ultima edizione, poi, i rimpianti sono stati enormi: lo Zambia non sembrava in grado di fronteggiare la Costa d'Avorio, ma Drogba ha sbagliato il rigore decisivo nel quarto d'ora finale, dopo averne sbagliato un altro nell'ultimo atto del 2006. Insomma, gli arancioni ci riprovano, ma non è detto che riescano: per altro, per alcuni potrebbe essere l'ultima chance. Insieme a loro, ci saranno la Tunisia, l'Algeria ed il Togo: le "Aquile di Cartagine" paiono la compagine più interessante. Il Togo attira interesse per Adebayor e per il ritorno dopo l'assalto subito nel 2010, che costò due anni di squalifica da parte della CAF.
Sintetizzando, possiamo provare a schematizzare le previsioni fatte sopra (in grassetto chi passa il turno):
Gruppo A: Marocco, Sudafrica, Angola, Capo Verde
Gruppo B: Ghana, Mali, Congo DR, Niger
Gruppo C: Nigeria, Zambia, Burkina Faso, Etiopia
Gruppo D: Costa d'Avorio, Tunisia, Togo, Algeria
Quarti di finale: Marocco-Mali, Costa d'Avorio-Zambia, Tunisia-Nigeria, Sudafrica-Ghana
Semifinali: Mali-Costa d'Avorio, Nigeria-Ghana
Finale: Costa d'Avorio-Ghana

Christian Atsu, 20 anni: il suo Ghana conquisterà l'ambito alloro?

PLAYERS TO WATCH
Katlego Mphela (28 anni, attaccante, Sudafrica) - Nella Confederations Cup del 2009, Mphela costrinse la Spagna a sudare sette camicie per conquistare il terzo posto; nel Mondiale casalingo del 2010, ha segnato il secondo gol nella vittoria contro la Francia. Insomma, il ragazzo pare l'unico degno di nota tra i padroni di casa: che possa sorprendere ancora? A 28 anni, forse c'è l'ultimo treno per l'Europa che lo aspetta.
Younès Belhanda (22 anni, centrocampista, Marocco) - Non c'è Taarabt? Poco male, Belhanda è più forte ha contribuito alla vittoria del Montpellier in Ligue 1. In Champions si è fatto valere, nonostante i francesi siano usciti al primo turno: il ragazzo è veramente interessante, presto andrà in una grande d'Europa.
Christian Atsu (20 anni, ala, Ghana) - Comprato dal Porto a 17 anni, è il solito prospetto che solo i "Dragoni" potevano trovare. Portato in prima squadra da André Villas-Boas, adesso sta facendo bene, dopo un ottimo anno in prestito al Rio Ave. E' giunto il momento di conquistarsi anche il posto in nazionale.
Emmanuel Emenike (25 anni, attaccante, Nigeria) - Dei tanti prospetti che la Nigeria porterà a questa manifestazione, il giocatore dello Spartak Mosca è il più interessante: in Champions ha già fatto vedere qualcosa.
Christopher Katongo (30 anni, attaccante, Zambia) - Il capitano dello Zambia, giramondo di professione, punta alla conferma. Gioca in Cina, ha militato anche in Sudafrica, Grecia, Danimarca e Germania; dopo aver vinto il premio della BBC come miglior calciatore africano ed esser stato eletto miglior giocatore dell'ultima Coppa d'Africa, Katongo vuole replicare con la sua nazionale.
Youssouf Mulumbu (25 anni, mediano, Congo DR) - Prodotto del vivaio del Paris Saint-Germain, a Parigi non c'hanno creduto abbastanza; se è per questo, neanche in nazionale, dato che ha giocato con le giovanili transalpine, ma adesso stupisce con il Congo DR. Il mediano del WBA farà la differenza?
Lacina Traoré (22 anni, centravanti, Costa d'Avorio) - Messosi in luce con il Cluj ed esploso definitivamente con il Kuban, adesso Traorè è sulla bocca di tutti: nell'Anzhi forma la coppia delle meraviglie con Eto'o. E chissà che il post-Drogba non sia assicurato con questo spilungone di 203 cm, ma che ha comunque una tecnica mica male..
Youssef Msakni (22 anni, trequartista, Tunisia) - All'ultima rassegna, questo fantasista aveva stupito tutti con dei gran gol, che avevano portato la Tunisia avanti. Ora, trasferitosi in Qatar, ci riprova: un altro talento che mi piacerebbe tanto in Europa.

Youssef Msakni, 22 anni: ci si attende che ripeta le magie dell'anno scorso.

IL CASO
Beh, l'attenzione di quest'anno è rivolta unicamente ad un uomo su tutti: Didier Drogba. Non per essere duri, ma se non è l'ultima occasione, poco ci manca: a quasi 35 anni, si appresta a disputare la sua quinta Coppa d'Africa e non credo ci sarà un'altra opportunità, dato che la prossima si terrebbe nel 2015 e dubito ci sarà un Drogba ancora tale da garantire chance di vittoria. Il più grande calciatore africano dopo George Weah ci riproverà, tenterà ancora di centrare l'unico alloro che gli manca, proprio la Coppa d'Africa. Ci è andato vicino: nel 2006 sbagliò in finale, proprio nella lotteria dei rigori contro l'Egitto; l'anno scorso, invece, ha mancato il colpo del K.O. contro lo Zambia durante i tempi regolamentari. Insomma, il leone di Abidjan vuole togliersi questa soddisfazione; anzi, per quello che rappresenta per il paese intero, la Coppa d'Africa sarebbe un "accomplishment" maggiore rispetto alla Champions League vinta a Monaco. Perché sì, ha vinto la coppa "dalle grandi orecchie" da protagonista, ma gli è sempre mancato il riconoscimento continentale.
Votato dai tifosi del Chelsea come miglior giocatore nella storia del club londinese, Drogba ha ottime possibilità anche quest'anno: apparte il Ghana, non mi sembra di vedere altre squadre allo stesso livello della Costa d'Avorio. Tuttavia, in competizioni come queste, la partita secca si può sbagliare e proprio il centravanti dello Shanghai Shenhua lo sa benissimo. E' l'ultimo treno e Drogba vuole prenderlo; stavolta, però, bisognerà essere perfetti al 100%. Giusto per non avere rimpianti alla fine della carriera.

Didier Drogba, 34 anni: per lui, forse, è l'ultimo treno per vincere.

8.1.13

Tutti scontenti.

Quando si assegna un premio, di solito c'è sempre un secondo ed un terzo, quindi i primi dei normali. E' chiaro che si possa essere scontenti per un piazzamento, ottenuto al posto del premio in sé, ma le facce lunghe viste ieri a Zurigo sono state strane per una cerimonia del calibro del Pallone d'Oro. Il prestigioso riconoscimento, da tre anni assegnato congiuntamente da FIFA e France Football, ha lasciato l'amaro in bocca a molti: quarto premio consecutivo per Lionel Messi, che diventa così il giocatore ad averne vinti di più nella storia del trofeo. Se non si discute il suo primato come calciatore più forte del mondo, molti hanno avuto da ridire sull'assegnazione in sé: bastano 91 gol, invece dei trofei di squadra, a consentire questo record?

Lionel Messi, 25 anni: quarto Pallone d'Oro per lui, è record.

Il Pallone d'Oro (o Ballon d'Or, come lo si voglia chiamare) nasce dalla rivista calcistica "France Football" nel 1956 e non ha fatto mancare discussioni in ogni edizione. Prima si criticava il fatto che non potesse essere assegnato a giocatori non-europei, lasciando vuote le bacheche di assi come Pelé e Maradona; un vuoto colmato dal 1995, quando a vincerlo fu George Weah, l'attaccante liberiano del Milan. Inoltre, non era nemmeno previsto che il premio potesse essere assegnato a giocatori che non militassero in Europa: anche questa regola è stata cambiata dal 2007, anno in cui si è potuto votare - per la prima volta - i candidati che non giocavano nel Vecchio Continente. Fino al 2009, la votazione per il premio era riservata unicamente ai giornalisti; tuttavia, i capitani ed i C.T. delle nazionali affiliate alla FIFA potevano dire la loro su un altro riconoscimento, il "FIFA World Player of the Year", istituito dal 1991 e che ha avuto spesso (ben sette volte) esiti diversi da quello del Pallone d'Oro.
Poi è arrivata l'illuminazione di Blatter: unire i due premi e creare così il "FIFA Ballon d'Or". Dopo tre anni si può dire serenamente una cosa: mai errore fu più grande. Se una volta si tentava (e non sempre ci si riusciva) di premiare chi otteneva il miglior risultato individuale e di squadra in base alle proprie possibilità, oggi il premio si è trasformato in un'assegnazione al giocatore più forte del mondo. Chiaro, a quel punto, assegnarlo ogni stagione a Messi, ma un riconoscimento di tale importanza non dovrebbe essere assegnato così. Diciamocela tutta: pur essendo io stesso un grandissimo ammiratore del "diez" blaugrana, per i 91 gol bastava una Scarpa d'Oro o un premio onorario a parte. Anzi, lo stesso Messi ha ammesso che non è stata la sua stagione migliore, dato che le sue gesta non sono bastate a vincere quanto ci si aspettasse dal Barcellona, che ha conquistato "solo" la coppa nazionale. Tutto questo mentre Cristiano Ronaldo vinceva la Liga dopo un duello infinito, segnando il gol decisivo al "Camp Nou", oppure Iniesta vinceva l'Europeo da miglior giocatore della manifestazione. O, tanto per mettere carne al fuoco, mentre Falcao dimostrava di non essere da meno dei due fenomeni del calcio mondiale, umiliando il Chelsea in Supercoppa Europea dopo aver trascinato l'Atletico Madrid alla vittoria dell'Europa League.
Insomma, di facce lunghe ce ne erano tante ieri: quella di Ronaldo alla premiazione di Messi, quella (mancante) di Mourinho di fronte alla vittoria meritata di Del Bosque, ma sopratutto quelle di molti che da casa guardavano un'assurda Top XI della FIFA. Protagonisti solo giocatori provenienti dalla Liga: cinque del Real Madrid, cinque del Barcellona ed il solo Falcao a distinguersi. Tutto questo nonostante né Real, né Barcellona fossero presenti a Monaco, dove la Champions la vinceva il fortunato Chelsea sul Bayern Monaco.

Joseph "Sepp" Blatter, 76 anni, presidente della FIFA dal 1998.

Tuttavia, ieri, una cosa positiva c'è stata e potrebbe essere un esempio per come questo premio andrebbe rimodernato. L'esito del "FIFA Puskas Award", che stabilisce il miglior gol dell'anno, è stato dettato dalla scelta dei tifosi in tutto il mondo ed i nominati erano tre: una fantastica sforbiciata di Radamel Falcao, la solita cavalcata senza avversari di Neymar ed un destro mirabolante di Miroslav Stoch, fantastista del Fenerbahce. Beh, a sorpresa, lo slovacco ha stravinto: ben 84 milioni di voti da chi ha partecipato al sondaggio on-line. Mancava il super-gol di Zlatan Ibrahimovic in Svezia-Inghilterra, ma la vittoria di Stoch dimostra che - giusto o sbagliato che sia - i tifosi vedono il calcio con un altro occhio rispetto ai giornalisti o agli stessi calciatori ed allenatori. E forse, allora, la soluzione potrebbe stare nell'assecondare queste differenti visioni della palla rotonda.
Del resto, la sfilata di premi vista a Zurigo sarebbe in piedi anche se il Pallone d'Oro venisse smembrato. Già, l'ho detto: smembrato. Sarebbe più giusto dividere questo premio per evitare discussioni o continue facce lunghe. Innanzitutto, la cosa più giusta sarebbe restaurare l'antica divisione tra Pallone d'Oro e FIFA Player Award: il primo votato dai giornalisti, il secondo da capitani e C.T. delle nazionali affiliate alla grande organizzazione del calcio mondiale. Poi, sarebbe bello aggiungere un riconoscimento assegnato dai tifosi nel mondo: se lo si è fatto con il gol più bello dell'anno, perché non si potrebbe fare altrettanto con il giocatore più forte? Ci sarebbero tre premi diversi, ma tutti sarebbero più contenti. E, a quel punto, se Messi vincesse tutti e tre, non ci sarebbe nulla da dire. Perché due coincidenze fanno un indizio, ma tre farebbero una prova: allora, poco importerebbe se tutti fossero scontenti..

Miroslav Stoch, 23 anni: il premio per il miglior gol dell'anno è suo.

5.1.13

Il ritorno di Pepito.

Firenze, terra piena d'arte e di sogni da sempre, sta volando alto in questi giorni. In agosto avevo già ipotizzato come i viola potessero sorprendere non solo in Italia, ma anche a livello europeo; cinque mesi dopo, la Fiorentina è terza, ad un solo punto dal secondo posto, insieme ad Inter, Napoli, Lazio e Roma. Insomma, tutto come previsto. Ma i fratelli Della Valle non hanno voglia di fermarsi qui e hanno così piazzato il colpo del mercato invernale: a partire dalle prossime ore, Giuseppe Rossi diventerà un giocatore della Fiorentina. Mica male per chi, di questi tempi nella passata stagione, stava affrontando un periodo difficile e rischiava la Serie B..

Un 19enne Rossi salvò il Parma dalla B: il suo talento non si discute.

Giuseppe Rossi, nato nel New Jersey ormai 25 anni fa, è una delle possibili star del calcio italiano. Nessun dubbio sulle sue doti, che il ragazzo ha sempre messo in mostra fin dai tempi delle giovanili del Manchester United: se un certo Sir Alex Ferguson si fida di te, è certo che qualcosa vali. Preso del Parma, l'italo-americano cresce con la maglia dei Red Devils, esordendo con essa a soli 17 anni. Nei due anni trascorsi in Inghilterra, il ragazzo conosce anche la Champions e la Premier League, andando a segno contro il Sunderland in quest'ultima competizione. A quel punto, un breve periodo al Newcastle serve a farlo crescere, ma non a dargli il minutaggio che vorrebbe.
Così, Sir Alex decide di rimandarlo a casa, sempre in prestito: Parma lo abbraccia come si fa con i grandi campioni ed il ragazzo del New Jersey non delude le attese. I gialloblu, a rischio Serie B, risalgono la china anche grazie all'estro di Rossi, arrivando 12esimi alla fine della Serie A 2006/2007; i gol del talento ducale sono decisivi per questo risultato e, a quel punto, Parma è troppo stretta per un ragazzo così bravo.
Tornato all'Old Trafford, è Manuel Pellegrini a vincere la corsa a Giuseppe Rossi; il Villareal, che gioca da diversi anni in Europa, lo prende dal Manchester United per 11 milioni di euro, dimostrando come all'epoca il calcio italiano non credesse abbastanza nei giovani. In Spagna, il ragazzo può crescere in un ambiente tranquillo, ma al tempo stesso ambizioso come quello del "sottomarino giallo". Ogni anno, la squadra disputa le competizioni europee e Rossi trova la maniera di imporsi anche nella massima serie spagnola; inoltre, l'attaccante non scende mai sotto la doppia cifra di reti stagionali. Anzi, nel 2010/2011 stupisce tutti e diventa un bomber implacabile: ben 32 le marcature in quell'annata, in cui il Villareal - ormai allenato da Juan Carlos Garrido - arriva quarto in Liga e sfiora la finale di Europa League, in cui Rossi realizza 11 gol.
Insomma, la consacrazione è definitiva e ciò comporta anche una maggiore attenzione da parte della nazionale italiana, per cui Rossi ha sempre voluto giocare. Dopo la trafila nell'Under-21 di Casiraghi, "Pepito" esordisce con la squadra maggiore nel 2008 sotto il secondo mandato di Marcello Lippi. Se il tecnico viareggino lo porterà con sé nella Confederations Cup dell'anno successivo, egli non farà altrettanto per il Mondiale sudafricano del 2010, quando Rossi viene inserito nella lista dei pre-convocati, salvo poi non essere incluso nei 23 finali. Da lì, nonostante l'avvicendamento con Prandelli, Rossi è stato sempre considerato nel biennio del nuovo allenatore della nazionale. Ma la sfortuna era in agguato..


Già, perché più arrivi in alto, più la caduta può far male. Rossi, dopo un'estate in cui viene accostato alla Juventus, rimane al Villareal e s'infortuna nell'ottobre 2011, rompendosi il crociato al "Bernabeu" di Madrid: i tempi di recupero vengono stimati intorno a sei mesi. Prandelli tira un sospiro di sollievo, sapendo che potrà riavere il giocatore per gli Europei. Ma se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo: così, l'attaccante si fa nuovamente male quando è ormai prossimo al recupero, infortunandosi ancora al crociato già operato. Uno stop di quattro mesi, a cui va aggiunto il tempo di recupero dopo l'operazione, fermando quindi Rossi per ben dieci mesi. Aggiunti ai sei precedenti, è un infortunio che lo ha tenuto ai box per un anno e mezzo. Infatti, il giocatore sarà disponibile solo a marzo 2013. E tutto questo non ha certo aiutato il Villareal, che ha disputato una stagione tremenda ed è incredibilmente retrocesso nel maggio scorso.
L'ultimo gol di Giuseppe Rossi è datato 1 ottobre 2011, quando trasformò un tiro dal dischetto contro il Zaragoza. Adesso, molto probabilmente, il ragazzo ripartirà da Firenze, dove lo attende una squadra ben collaudata ed un gioco adatto al talento del ragazzo. Chiaro, bisognerà verificare come l'italo-americano reagirà al rientro sul campo: 18 mesi senza mettere piede sul terreno di gioco non sono facili per nessuno. Tuttavia, Rossi ha sempre lottato per conquistare quanto ha ottenuto nella sua carriera e ci si attendono grandissime prestazioni da parte sua. Anche solo a pensare ad una coppia formata da lui e Jovetic, i tifosi viola avranno i brividi di gioia..
I maligni dicono che in realtà l'operazione è stata portata a termine per avere già in casa un sostituto di Jovetic, visto che il montenegrino potrebbe salutare Firenze in estate: non è un'ipotesi da escludere. Del resto, in un calcio in crisi economica, una super-offerta va sempre valutata. Tuttavia, non si può non ringraziare la Fiorentina per aver riportato a casa un giocatore del genere: nessuno aveva creduto in lui a diciannove anni, ma dopo tanti gol e l'aver lasciato un ricordo importante a Villareal, mi sarei stupito se qualcuno non c'avesse puntato. Lo ha fatto la Viola, grazie ad un accordo da dieci milioni, più sei di bonus, al Villareal; al giocatore, invece, andranno due milioni e mezzo di euro a stagione. Giuseppe Rossi adesso riparte. Sinceramente, spero che l'attaccante possa tornare più forte di prima, perché negli ultimi anni non ho visto giocatori talentuosi come lui in Italia. Vamos "Pepito", it's your time to shine.

Giuseppe Rossi, 25 anni, con la maglia del Villareal: Firenze lo attende.

2.1.13

J-LEAGUE RESUME 2012: 20 anni di sorprese.

E' il 2013, ma è tempo di guardare al 2012 trascorso nell'universo del calcio giapponese e, in particolare, del suo campionato. La 20esima stagione della J-League è stato un anno pieno di sorprese, a cominciare dai vincitori del campionato, i Sanfrecce di Hiroshima, che hanno trovato i giusti equilibri; oppure la retrocessione del Gamba Osaka e del Vissel Kobe, a sorpresa dirottati nella prossima J-League 2. La risalita immediata del Ventforet Kofu, insieme ai giovani dello Shonan Bellmare ed alla favola dell'Oita Trinita, nuovamente in J-League e con i conti a posto. La prima retrocessione dalla J2 del Machida Zelvia e la promozione del V-Varen Nagasaki. Un anno pieno di avvenimenti, aspettandone un altro ancora più emozionante e ricco di eventi.

Team dell'anno
Sanfrecce Hiroshima
Perso Mihailo Petrovic, l'uomo della retrocessione, della risalita e della qualificazione alla Champions League asiatica, il Sanfrecce è ripartito da una delle sue colonne negli anni '90, Hajime Moriyasu. Il tecnico, alla prima esperienza in assoluto, ha sconvolto il banco delle pretendenti alla J-League 2012: in un campionato già strano di suo, i viola di Hiroshima si sono ritrovati in un duello contro il Vegalta Sendai, vinto alle ultime curve. Un sistema di gioco perfetto (3-4-2-1), coronato da interpreti straordinari, ha permesso di conquistare il primo titolo della storia. E Hisato Sato ha tirato fuori una delle sue migliori stagioni in carriera.

Sagan Tosu
Il Sagan era uno dei dieci team che formarono in origine la J-League 2 nel 1999. Da allora, la squadra era sempre rimasta in quella categoria, fino alla promozione dell'anno scorso. Si pensava che quest'ultima fosse arrivata sopratutto grazie ai gol di Yohei Toyoda, ma la compagine di Tosu si è saputa ripetere e ha disputato un campionato fantastico: la quinta posizione finale nel suo primo anno in J1 è stata merito dell'allenatore coreano Yoon Jung-Hwan, che a Tosu ha concluso la sua carriera da giocatore ed è da sei anni in città. Dopo la promozione, ci si aspettava una salvezza tranquilla; invece, per poco non è arrivata la partecipazione alla Champions League..

Oita Trinita
Quando penso all'Oita, mi vengono sempre in mente i grandi talenti che questa squadra del sud ha saputo proporre: Kiyotake, Higashi, Nishikawa, Kanazaki e tanti altri provengono dal "Big Eye", il bellissimo stadio che ospita le partite di questa compagine. Nel 2008 vinsero la J-League Cup ed arrivarono quarti; purtroppo, nell'anno successivo retrocedettero ed ebbero numerosi problemi finanziari. Si pensava fosse la fine di una bellissima favola, la prima squadra del Kyushu a vincere un titolo nazionale; invece, dopo qualche stagione in J2, l'Oita ha vinto i play-off di quest'anno, tornando finalmente in J1. Non posso che esserne felice, anche perché il loro impianto è uno dei più belli al mondo.

I Sanfrecce Hiroshima alzano al cielo il primo titolo nella loro storia in J-League.

Flop dell'anno
Gamba Osaka
Che dire, è stato un terremoto. Nel 2011, la squadra di Osaka era arrivata terza; poi gli addii di vari senatori, ma sopratutto di Akira Nishino, colui che aveva conquistato a casa ben sette trofei in dieci stagioni da tecnico del Gamba, tra cui una Champions League asiatica ed il primo campionato. Le tre vittorie nell'intero girone d'andata sono state una condanna, nonostante una buona seconda parte di stagione. E così il Gamba saluta la J-League dopo 17 anni, sebbene sia stato nel 2012 il team più prolifico dell'intera lega (67 gol realizzati). Non è bastata la finale di Coppa dell'Imperatore a salvare questa stagione..

Vissel Kobe
Fece scalpore la sensazione d'inizio anno in quel di Kobe: sembrò, per la prima volta, che si sarebbe speso qualcosa anche per il calcio e non solo per il baseball, sport più prestigioso nel paese. Così sono arrivati Nozawa, Tashiro ed altri, per migliorare il nono posto ottenuto nel 2011. Invece, niente da fare: la squadra ha cominciato male fin dall'inizio. Delle volte è stata anche sfortunata (Vissel-F.C. Tokyo è il manifesto di questa condizione), ma il team non si è rialzato neanche con Nishino. E così la retrocessione è arrivata come un mannaia: vedremo chi rimarrà per tentare la risalita in J1.

Kyoto Sanga F.C.
Difficile crederlo, ma in J-League 2 l'anno prossimo giocherà anche il Kyoto Sanga: eppure non sembrava un'ipotesi possibile, visto la squadra densa di talento che si ritrovava quest'anno. Tuttavia, esso non è bastato a far risalire nella massima serie i ragazzi di Oki, colpevoli di troppe occasioni mancate. Il pareggio contro un Ventforet già campione all'ultima di campionato non gli ha permesso di agguantare la promozione diretta; ai play-off, poi, il Kyoto ha subito il Morishima-show ed il poker dell'attaccante dell'Oita gli ha chiuso le porte della risalita. Ci proverà l'anno prossimo: le squadre dell'area del Keihanshin saranno le favorite.

Non sono bastati i gol di Leandro, 27 anni, e Akihiro Sato, 26, a salvare il Gamba.

MVP
Hisato Sato
22 gol in campionato non sarebbero una novità, se non fosse che stavolta sono valsi un trofeo. Da sette anni è a Hiroshima, ha riportato la squadra in J-League dopo la retrocessione del 2007, insomma è un simbolo: si meritava questo riconoscimento e ha vinto la J1 dopo aver vinto il titolo di seconda categoria sempre con il Sanfrecce. Sono 29 le reti segnate in tutta la stagione, lo ha anche cercato la Dinamo Kiev, nonostante i suoi trent'anni d'età: insomma, una leggenda. Peccato per la poca fortuna con la maglia della nazionale.

Yohei Toyoda
Se Sato era una sicurezza, su Toyoda si aveva qualche dubbio: i suoi gol in J2 sono stati frutto di un'annata fortunosa oppure è veramente un fattore che cambia il gioco? Come disse il Quelo di Guzzanti, "la seconda che hai detto": dopo le 23 marcature nella seconda categoria, quest'anno ne sono arrivate altre 19. A questo punto, si attende per vedere se Zac penserà a lui: in fondo, a questo Giappone manca dannatamente un numero 9.

Davi
Il Ventforet Kofu era appena retrocesso dalla J1 ed aveva perso Havenaar, andato al Vitesse. Così, in quel di Kofu hanno visto Davi e hanno pensato che potesse andare bene come sostituto. Mai scelta fu più saggia: arrivato in prestito dai qatarioti dell'Umm-Salam, il brasiliano ha realizzato 32 gol, andando a segno in ben 25  dei 38 match giocati. Una macchina da guerra che non si è mai fermata e che adesso potrebbe portare la squadra di Kofu ancora più in alto.

Davi, 28 anni, ha realizzato 32 gol in 38 partite con il Ventforet Kofu.

Rivelazione
Yojiro Takahagi
Il numero 15 del Sanfrecce è sempre stato un giocatore dotato di talento, ma gli mancava quel "quid" per spiccare nella lega: ora l'ha trovato. Il suo 2012 è stato importante ed il trequartista ha contribuito pesantemente al primo titolo nella storia della squadra di Hiroshima: 17 assist in stagione! Inoltre, Takahagi segnò nello scontro diretto contro il Vegalta Sendai, i principali rivali al titolo. Insomma, se trova la continuità di cui ha bisogno, ne sentiremo parlare; tutto ciò nonostante abbia già 26 anni.

Toshihiro Aoyama
Ammetto che il suo rendimento non mi aveva stupito fino a quest'anno. Ma Aoyama si è superato: in questa stagione, oltre a segnare uno dei gol migliori della J-League 2012, si è presentato come perno di centrocampo nel modulo di Moriyasu. Lo ha fatto con una personalità tale da sembrarmi pronto come possibile ricambio di Endo in nazionale. Insomma, da provare. E anche al Mondiale per club ha fatto bene, aprendo le marcature contro l'Auckland City.

Wataru Endo
In J2, sopratutto ad inizio campionato, capitava spesso di trovare questo giocatore nel tabellino dei marcatori. Nonostante faccia il difensore centrale di professione, Endo ha ben guidato la retroguardia dello Shonan Bellmare, risultato fondamentale per la promozione dei verdi. Molto giovane (19 anni), Endo può disimpegnarsi anche da centrocampista difensivo e calcia persino i rigori: chissà che Zac non lo noti in futuro.

Yojiro Takahagi, 26 anni: è nel "Best 11" della J-League di quest'anno.

Il ritiro
Masashi "Gon" Nakayama
Peccato dire addio ad un giocatore che ha così tanto significato per il Giappone. Masashi Nakayama dice basta nel dicembre 2012, all'età di 45 anni, dopo aver giocato il suo ultimo match con la maglia dei Consadole Sapporo. Perlomeno, egli ha avuto la fortuna di concludere la sua carriera in una partita di J-League 1, dove ha speso la maggior parte del suo tempo giocato. "Gon", così come è stato soprannominato dai tifosi durante gli anni, ha segnato la bellezza di 258 gol in carriera tra nazionale e campionato; i tempi migliori sono stati al Jùbilo Iwata, la squadra della sua vita, con cui ha vinto nove titoli. Inoltre, Nakayama verrà ricordato come il primo giocatore giapponese a segnare in una fase finale dei Mondiali: insomma, una leggenda al livello di Kazu Miura. Ora dice addio a causa dei troppi infortuni, una delle cause per cui ha giocato poco negli ultimi anni (17 partite dal 2009): è stato bello, "Gon". Grazie di tutto.

Masashi Nakayama, 45 anni, chiude la sua carriera nel dicembre 2012.