31.12.13

ROAD TO JAPAN: Kengo Kawamata

Buongiorno a tutti e benvenuti all'ennesimo numero di "Road To Japan", lo spazio che ci permette di capire meglio cosa succede nel calcio giapponese e quali sono i talenti più in vista del paese del Sol Levante. Oggi parliamo di un ragazzo che ci ha messo un po' a trovare l'ambiente giusto: una volta successo, però, non si è più fermato. Da due anni segna senza sosta. Che si tratti di J-League o J-League 2, poco importa: sto parlando di Kengo Kawamata, attaccante dell'Albirex di Niigata.

SCHEDA
Nome e cognome: Kengo Kawamata (川又 堅碁)
Data di nascita: 14 ottobre 1989 (età: 24 anni)
Altezza: 1.83 m
Ruolo: Prima punta
Club: Albirex Niigata (2008-?)



STORIA
Nato a Saijō, nella prefettura di Ehime, Kengo Kawamata muove i primi passi verso il calcio da liceale: quando ancora frequenta la Komatsu High School, il giovane calciatore ha la possibilità di giocare con la squadra della sua prefettura, l'Ehime F.C. Il club, militante in J-League 2, lo fece anche esordire a 17 anni: lui, dal canto suo, alla seconda gara con l'Ehime confeziona già un assist. Non male per chi non ha ancora la giusta dimestichezza con il calcio professionistico: infatti, Kawamata non vedrà più il campo per un anno e mezzo. Intanto, l'Albirex Niigata ha messo gli occhi sul ragazzo e lo prende appena diplomato, nel 2008. Purtroppo per lui, Kawamata dovrà aspettare per sfondare con la maglia arancione.
Infatti, i primi due anni sono d'ambientamento: il ragazzo esordisce in J-League, giocando una decina di minuti sul campo dell'Oita Trinita il 3 maggio 2008. Cinque presenze in due stagioni fanno capire come l'attaccante debba testarsi altrove. Arriva pure una breve esperienza in prestito a un piccolo club brasiliano, il Grêmio Catanduvense. Tuttavia Kawamata torna nuovamente in Giappone, dove colleziona tanti gol sbagliati. Diventa famoso per il numero di legni presi, tanto da esser chiamato il "postman" ("post" sta per palo in inglese). La sfortuna non sembra aiutarlo, ma il primo gol da "pro" arriva solo nel 2011, quando viola la porta dei Nagoya Grampus nei quarti di finale della Nabisco Cup. Arriva anche una doppietta nella Coppa dell'Imperatore, ma a 22 anni e dopo quattro anni in Niigata, Kawamata deve ancora trovare la prima marcatura in J-League. Insomma, la sua carriera si ritrova ad un punto dove esplodi o muori, sportivamente parlando.
Così arriva l'offerta del Fagiano Okayama, squadra della seconda divisione: un anno di prestito per capire quanto è davvero il potenziale di Kawamata. Sarà la scelta giusta: in uno degli stadi più caldi della J2, l'attaccante trova un bilancio di 18 reti in 40 partite tra campionato e coppa. Finalmente arriva la tanto sospirata esplosione e così Kawamata può tornare a Niigata con il petto gonfio di soddisfazione per quanto fatto nel 2012. Sulla falsa riga di quanto portato a termine con il Fagiano, il numero 20 arancione si riesce addirittura a superare in quest'annata: l'Albirex è reduce da una salvezza all'ultima giornata, ma la squadra di Yanagishita trova una stagione spettacolare e il timbro di Kawamata è forte. 23 reti in campionato (due le hat-trick), nonostante l'attaccante rimanga a secco nelle prime otto giornate di campionato. Una straordinaria rivelazione sopratutto per gli stessi tifosi dell'Albirex, che ora avranno un bomber su cui contare per il futuro.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Nonostante un fisico di rilevo, Kawamata è bravo a svariare su tutto il fronte d'attacco. Poi è chiaro: il ragazzo trova l'ispirazione migliore quando è ormai vicino alla porta, specie in posizione centrale. E' un vero e proprio rapace, sebbene non disdegni la conclusione da fuori e ha anzi punito molte squadre con il suo sinistro. Gli manca l'esser incisivo contro le grandi: andando a vedere il suo score del 2013, ha segnato per lo più contro squadre che in questa stagione hanno reso peggio del suo Albirex. Certo, un suo gol ha anche gettato nella disperazione uno Yokohama quasi vincitore del campionato... diciamo che verificheremo l'anno prossimo quanto saprà confermarsi e migliorare sulla cattiveria contro le grandi.

STATISTICHE 
2006 - Ehime F.C.: 2 presenze, 0 gol
2007 - Ehime F.C.: 0 presenze, 0 gol
2008 - Albirex Niigata: 3 presenze, 0 gol
2009 - Albirex Niigata: 2 presenze, 0 gol
2010 - → Grêmio Catanduvense
2010 - Albirex Niigata: 6 presenze, 0 gol
2011 - Albirex Niigata: 27 presenze, 3 gol
2012 - → Fagiano Okayama: 40 presenze, 18 gol
2013 - Albirex Niigata: 38 presenze, 23 gol

NAZIONALE
Per ora, Kawamata ha visto poco la nazionale giapponese. Anche nelle squadre giovanili, l'attaccante non ha collezionato che qualche sporadica presenza tra U-17, U-18 ed U-19. Poco o nulla, insomma. Tuttavia, con i gol fatti nelle ultime due stagioni, non è escluso che Zaccheroni lo stia osservando per la "Nippon Daihyo". Il Giappone vive un momento strano: è passato dall'essere un paese che faceva fatica a trovare il numero 9 tanto voluto ad averne diversi. Osako e Kakitani sono i titolari, Maeda e Hisato Sato l'usato sicuro, Havenaar l'incognita europea. A questi, si aggiunge Toyoda, ancora tanto a segno quest'anno. Tra di loro, s'inserisce di diritto anche Kawamata: con un grande inizio di stagione del 2014, anche lui potrebbe esser su un aereo per il Brasile. Vedremo se "Zac" lo considererà per le amichevoli dei prossimi mesi.

LA SQUADRA PER LUI
Kawamata sta rivivendo un po' lo stesso destino di Yohei Toyoda del Sagan Tosu alla fine dell'anno scorso: tanti gol in J2, ancora di più in J1 e adesso ci vorrebbe la conferma. Il 2014 sarà fondamentale per la sua carriera: dopo tanti anni senza segnare, si è sbloccato e bisognerà osservare se l'attaccante dell'Albirex sarà in grado di ripetersi. Non 23 gol, ma già i due terzi darebbero la certezza di un attaccante pronto. Sarebbe adatto per una squadra di fondo classifica, vogliosa di avere un bomber da doppia cifra. Vedremo se Kengo saprà confermarsi tra qualche mese. E poi se son rose, fioriranno. Intanto, lui si gode Niigata e l'esser protagonista nella squadra con una delle tifoserie più calde del Giappone.

28.12.13

Un uomo, una città, un popolo.

Un peccato che una favola così bella si sia conclusa così: Makoto Teguramori saluta Sendai e la sua splendida piazza dopo sei anni fantastici. I quarti di finale persi in Coppa dell'Imperatore contro l'F.C. Tokyo chiudono la sua avventura da manager del Vegalta, che con lui ha fatto passi da gigante. E (forse) poco importa che la sconfitta sia arrivata dopo esser passati in vantaggi e con due gol in extremis: lui, intanto, ha fatto la storia in quel dello Yurtec Stadium.

Makoto Teguramori, 46 anni, lascia Sendai dopo sei splendide stagioni.

Il Vegalta Sendai, piccolo club della prefettura e dell'omonimo città, non ringrazierà mai abbastanza il destino per l'incontro con l'uomo di Gonohe. Teguramori ha trasformato la storia di questa compagine e anche la sua: ex giocatore di Kashima Antlers e Montedio Yamagata (quando ancora si chiamava NEC), l'allenatore non ha avuto una chance finché non è arrivato nella realtà di Sendai. Aveva svolto il ruolo di vice in quel di Yamagata e con l'Oita Trinita rispettivamente per quattro e tre stagioni, per poi ritagliarsi questo ruolo anche al Vegalta, dove arrivò nel 2004. E' nel 2008 che finalmente arriva la grande chance: il club vorrebbe ritornare in J-League, dove ha militato per sole due stagioni, facendo molta fatica. Ai tempi, il Vegalta era ancora in seconda divisione, ma la cura Teguramori fa il suo effetto. Al primo anno, il club perde il treno giusto nello spareggio contro il Jùbilo Iwata (arrivato terzultimo in J1); nel 2009, invece, arriva una promozione strameritata, con tanto di vittoria del campionato. La cosa particolare è che tale trionfo arriva nonostante una nutrita concorrenza: la squadra di Sendai, infatti, ha la meglio sul Cerezo Osaka, che all'epoca poteva contare su un certo Shinji Kagawa e su Takashi Inui.
Tornati nella massima serie nazionale, i ragazzi di Teguramori passano un primo di anno tranquillità, nel tentativo di confermare lo status in J-League. Una salvezza sofferta quella del 2010, ottenuta solo nel finale. Tuttavia, è solo il preludio alla gloria: con grande sorpresa di tutti, il Vegalta ottiene il quarto posto nel 2011, arrivando a pari merito con una grande del calcio giapponese come lo Yokohama F. Marinos. E' il risultato migliore nella storia della compagine del Tohoku. Purtroppo, la vittoria dell'F.C. Tokyo nella Coppa dell'Imperatore di quell'anno impedì al club di Sendai di festeggiare la prima partecipazione alla Champions League asiatica. Poco male: il 2012 è riuscito ad essere, in qualche modo, un anno ancora più glorioso per il Vegalta. La squadra di Teguramori è stata in testa per la maggior campionato (nelle prime nove giornate fa 23 punti su 27 disponibili), perdendosi purtroppo nel finale. Tre pareggi e due sconfitte nelle ultime cinque fanno volare via qualunque sogno di gloria. Ciò nonostante, anche il vedere alcuni dei propri elementi nella Top-11 del 2012 è stata una bella soddisfazione.
In ogni caso, il duello con lo spettacolare Sanfrecce Hiroshima di Moriyasu è stato bello da vedere, sia per i tifosi che per i semplici osservatori della J-League. E comunque è arrivato il secondo posto, che è valso la prima partecipazione alla Champions League asiatica nella storia del club ed il miglior risultato in J-League della compagine di Teguramori. Il Vegalta non è riuscito a passare la fase a gironi, complice anche l'inesperienza di molti giocatori a livello continentale. Tuttavia, la squadra di Teguramori ha raccolto una vittoria contro l'F.C. Seoul, poi finalista nell'edizione di quest'anno. E il tecnico è stato in grado di valorizzare molti dei giocatori del club. Dal portiere Hayashi all'ala Sekiguchi (poi passato lo scorso inverno a Saitama, sponda Urawa), passando per il difensore con il vizio del gol, Sugai. Senza dimenticare gli attaccanti Akamine e Wilson (quest'ultimo con un passato in Serie A, al Genoa), i fuoriclasse come Ryang Yong-Gi o un grande vecchio come Yanagisawa.

La realtà di Sendai saluta Teguramori: allenerà l'U-23 nipponica.

Un'impresa resa ancor più storica da quanto avvenuto nel marzo 2011, quando un terremoto provocò lo tsunami che colpì sopratutto la costa nord-orientale del Giappone, compresa la regione in cui si trova appunto Sendai. Tante vite perse, ma anche la forza e la voglia di ricominciare, sebbene con difficoltà. In questo quadro, tutte le squadre giapponesi hanno agito per aiutare le proprie comunità, ma il Vegalta ha fatto di più: ha dato un motivo di gioia a tante persone che avevano perso molto, se non tutto. La partita-chiave, in questo senso, è certamente la seconda della stagione 2011: i gialloblu si trovano del Kawasaki Frontale. In realtà, la partita è in calendario per il settimo turno, ma c'è stata una pausa forzata a causa dello tsunami e dei disastri causati da quest'ultimo. Il Vegalta è sotto 1-0, ma nel secondo tempo tutto cambia: il gol di Yoshiaki Ota e la zuccata di Jiro Kamata rimettono i gialloblu davanti. Una vittoria a cui seguirono le lacrime dello stesso Teguramori a fine gara, intervistato dai giornalisti. Da lì in poi, il club non si è fermato più fino alla fine del 2012, continuando a sorprendere tutti.
Un ottimo documento che riassume quanto accaduto nella regione di Sendai in questo anno e mezzo magico è certamente "Football, Take Me Home" di Douglas Hurcombe e Geoff Troud, in uscita (si spera) a breve. Il titolo prende ispirazione dalla canzone che spesso risuona nei pre-partita allo Yurtec Stadium, ovvero "Take me home, country roads" di John Denver. Il messaggio del documentario, come detto, era quello di sottolineare quanto il calcio avesse unito le anime della comunità di Sendai nonostante il disastro provocato dallo tsunami. E di come questo abbia anche generato il momento che il club ha poi vissuto in quest'anno e mezzo, al di là della bravura di Teguramori. Il progetto, dopo esser partito su Kickstarter (piattaforma di crowdfunding) sembra esser ancora in sviluppo. Speriamo che possa uscire il prima possibile, visto che il trailer promette bene e sembra poter raccontare al meglio uno spaccato di vita toccante.
Ora Teguramori, dopo i miracoli con il Vegalta, ricomincerà da un incarico più alto: a ottobre già si sapeva come sarebbe stato scelto come il prossimo C.T. dell'Under 23 giapponese. L'incarico è ovvio: portare i talenti nipponici a essere un'ottima squadra in vista dell'Olimpiade del 2016 di Rio de Janeiro, dove il Giappone vorrebbe ulteriormente migliorare il risultato di Londra 2012, quando arrivò quarto. Del resto, sembra essersi specializzato in miracolo. Un uomo, Teguramori, che è stato abbracciato idealmente dal suo popolo al termine della J-League di quest'anno. Non è stata una stagione esaltante, ma la comunità di Sendai ed il club non si scorderanno certo del suo contributo, entrato di diritto nella storia del calcio nipponico. E chissà che l'allenatore non riesca a far meglio con i giovani talenti del Sol Levante.

25.12.13

CHASING HISTORY: 5 momenti che hanno segnato il 2013

Un altro anno si incammina verso la sua conclusione e questo 2013 non è stato certo esente da colpi di scena o momenti da ricordare. Sull'onda creativa che mi ha preso in questi giorni, ho deciso di fare ex-novo un'altra rubrica con cadenza annuale, che ci aiuterà a ricordare i momenti che più hanno segnato quest'anno solare nel calcio internazionale. Si chiamerà "Chasing History" ed analizzerà i cinque attimi che hanno contrassegnato questo 2013. Speriamo porti fortuna.



5. La sfiga di Jorge Jesus
E' da tutti perdere all'ultimo secondo? Beh, dai, delle volte è successo. Il 5 maggio del 2002 o la finale di Istanbul sono esempi freschi nella memoria di alcuni tifosi italiani. E di perdere tre competizioni sul finire di stagione? Anche quello, ma al "Bayer Neverkusen" era andata decisamente meglio che a Jorge Jesus, tecnico del Benfica. Nel 2002, il Leverkusen riuscì nell'impresa al contrario di perdere il campionato all'ultima giornata, la finale di Champions contro un grande Real (l'ultima CL vinta dai "blancos") e la DFB-Pokal. Diciamo che al Benfica riesce un capolavoro migliore: perderne tre all'ultimo secondo.
In Liga Sagres, il club di Lisbona è stato in testa dalla seconda alla ventinovesima giornata. Alla penultima, svoltasi il 12 maggio, c'è il match decisivo con il Porto: due risultati su tre e l'ultimo turno per chiudere i giochi. Il Benfica è andato anche in vantaggio al Dragao, ma si è fatto riprendere e poi superare nei minuti di recupero, per la gioia della squadra di Oporto. Sfiga nella sfiga, la beffa del Dragao rappresenterà anche l'unica sconfitta in campionato della compagine di Jorge Jesus. Tre giorni dopo, con le ferite ancora fresche, ecco la sconfitta nella finale di Europa League: ad Amsterdam, le aquile giocano bene, ma incassano il gol nel recupero di Ivanovic, che decreta il 2-1 finale per il Chelsea. Come se non bastasse, il 26 maggio arriva anche la terza delusione di fila: la sconfitta nella finale di coppa contro il Vitoria Guimaraes chiude una stagione che poteva esser trionfale e diventa un dramma. Finisce con Jorge Jesus infuriato con Cardozo e tanta, tanta voglia di dimenticare questo maggio 2013.



4. Tahiti-Nigeria, qui si fa la storia
La Confederations Cup viene ritenuta da alcuni una competizione inutile. Onestamente, non la penso affatto così: è un bel modo per far incontrare modi diversi, testare le nazionali che molto probabilmente vedremo al Mondiale e capire come il paese ospitante si prepara alla Coppa del Mondo. In Sudafrica, ad esempio, imparammo ad odiare le vuvuzela con largo anticipo. In Brasile, invece, abbiamo imparato ad amare una squadra che è stata protagonista. No, non sto parlando dei verdeoro di Scolari, bensì di Tahiti. Ai Mondiali non li rivedremo per due motivi. Il primo, semplice, è che non hanno passato le eliminatorie in Oceania, seppur siano campioni continentali. Il secondo, grave, è che l'OFC (la confederazione dell'Oceania) non ha un posto in automatico alla Coppa del Mondo. Tuttavia, il gol di Jonathan Tehau contro la Nigeria rimarrà nella storia: è la prima volta che una nazione al di fuori di Australia e Nuova Zelanda aveva vinto la OFC Cup. Tra bidelli e disoccupati, c'è chi ha chiesto un permesso dal lavoro per andare in Brasile. Storie fantastiche, che vorremmo vedere più spesso.



3. Il declino spagnolo: fine di un ciclo?
Sono serviti gli arrivi dei due "numeri tre" del pianeta per ravvivare le condizioni "morenti" di Barcellona e Real Madrid dopo l'ultima stagione. Neymar raggiunge Messi in Catalogna, mentre Bale ha optato per la pesante etichetta di "mister 100 milioni" del Real, che ha speso più per il gallese che per CR7 nell'estate del 2009. Due acquisti necessari a concentrare nuovamente l'attenzione sul calcio spagnolo, uscito con le ossa letteralmente fracassate da questo 2013. In Champions, le due superpotenze iberiche sono state schiacciate da Bayern Monaco e Borussia Dortmund. Inoltre, la superiorità di Barca e Real nella Liga non è più sicura: l'Atletico Madrid di Simeone sta dimostrando che si può battere la concorrenza. In Confederations Cup, la "roja" ha giocato malino, tanto da esser costretta ai rigori da un'Italia sperimentale. Passato il turno, la Spagna si è fatta travolgere dal Brasile in finale. C'è da ripensare un attimo alla baracca giallorossa, dopo che il quadriennio di successi sembra giunto al capolinea. Questa stagione sarà la conferma ultima: se la stessa situazione si ripresenterà a luglio 2014, forse sarà il momento di lasciar spazio a nuovi interpreti che possano costruire una nuova era del calcio spagnolo.



2. Heycknes e l'addio da "triplete"
Il Bayern Monaco veniva dalla maledetta finale di Champions del 2012: di fronte al pubblico di casa, il team bavarese era riuscito nella miracolosa impresa di perdere contro una delle squadre più brutte della storia, il Chelsea di Di Matteo. Non era facile ripartire da una delusione del genere: si può essere forti quanto si vuole, ma abbiamo visto come persino il Barca non ha incassato alla grande la delusione dell'anno precedente riguardante la semifinale di Champions con il Chelsea. Quella si concluse con l'eliminazione, stessa sorte capitata quest'anno ai blaugrana. E guarda caso sono stati proprio i bavaresi a far fuori la squadra di Vilanova. Senza barricate, però. Anzi, dominando: 4-0 all'andata e 3-0 al ritorno. Sette gol complessivi e zero subiti da una delle più grandi squadre della storia del calcio. Il BVB aveva fatto un buon cammino, ma Heycknes voleva chiudere alla grande e l'ha fatto con il giocatore più discusso: Robben ha segnato il gol decisivo in finale e anche lui ha trovato un po' di riscatto. Con le vittorie anche in DFB-Pokal e Bundesliga, il Bayern ha chiuso con uno straordinario triplete. E Jupp ha dato un addio a modo suo, ritirandosi nella maniera migliore possibile.



1. Il miracolato Chelsea e Lourdes
So che il Bayern dovrebbe avere la precedenza su tutto, ma analizzare il momento del Chelsea è lecito se lo si incasella nell'arco dell'ultimo biennio. Ricapitolando: i blues di Londra hanno preso Villas-Boas nell'estate del 2011, salvo poi esonerarlo dopo sette mesi e risultati non proprio incoraggianti. Di Matteo ha fatto il miracolo di vincere la Champions in una delle partite più ingiuste della storia del calcio (insieme alla semifinale d'andata proprio dei blues contro il Barcellona). Non contenti, Lampard e compagni si sono fatti eliminare nella fase a gironi della scorsa Champions, causando proprio l'esonero del tecnico italiano. Arrivato Benitez, l'allenatore spagnolo ha raccolto sopratutto astio dai tifosi del Chelsea, che mai avevano dimenticato i suoi duelli con l'amato Mourinho nei tempi in cui l'iberico gestiva il Liverpool. Ciò nonostante, ecco i successi: entrata diretta in Champions centrata e sopratutto la vittoria in Europa League nella finale di Amsterdam. Contro il Benfica, che forse meritava di più nell'ultimo atto rispetto al club di Londra, il copione ha seguito lo stile Chelsea: vantaggio firmato Torres, pareggio su rigore di Cardozo e gol all'ultimo respiro di Ivanovic. Della serie "Lourdes non ce serve". Ironia della sorte, per concludere: Di Matteo e Benitez sono riusciti dove Mourinho ha fallito con i blues. Strano, vero?

21.12.13

2606 chilometri.

Il calcio russo non sta vivendo proprio un gran momento. Lo Zenit ha rischiato l'uscita dalla Champions, il CSKA non è finito neanche in Europa League, mentre l'Anzhi sta per vendere anche Lacina Traoré. Il tutto mentre molte delle squadre di Mosca - Spartak, Dinamo e Lokomotiv - arrancano. L'unica squadra che aveva qualcosa per cui sorridere era il Rubin Kazan, qualificatosi da primo nel girone di Europa League. Eppure, come un fulmine a ciel sereno, ecco l'esonero di Kurban Berdyev. Il tecnico turkmeno a Kazan da 11 anni: con la sua partenza, si chiude un'era.

Il Rubin festeggia nel 2008 la prima vittoria in campionato con Berdyev.

Sulle mappe del calcio mondiale o europeo, Kazan non esisteva 11 anni fa. All'arrivo di questo sconosciuto tecnico, il club non era neanche nella massima divisione russa. E neanche Berdyev aveva raccolto molta fortuna da giocatore, facendo la sponda tra il suo Turkmenistan, la Russia e l'Uzbekistan. In nazionale, non aveva mai giocato, visto che allora esisteva ancora l'Unione Sovietica e non c'era spazio per un giocatore dal potenziale comune come Berdyev. Anche da allenatore, il turkmeno non si era distinto particolarmente fino agli anni 2000.
Nel 2001, il Rubin lo chiama per la guida tecnica del club. I tartari hanno attraversato momenti difficili: a metà degli anni '90, erano piombati addirittura in terza divisione, rischiando la retrocessione in quarta. Poi, col tempo, erano risaliti grazie all'aiuto di Kamil Iskhakrov, patron della squadra tartara, divenuto anche sindaco della città. L'obiettivo era risalire la china in due step: prima la First Division, poi il ritorno nella massima serie nazionale. Con l'arrivo di Berdyev, il club centra la promozione nella prima categoria russa e torna dove Iskhakrov voleva portare il club. Non solo: con l'arrivo del tecnico turkmeno, cominciano una serie di risultati incredibili. Il terzo posto alla prima stagione nella Russian Premier League, le partecipazioni europee ed una squadra che riusciva a far nascere una serie di giocatori interessanti: su tutti, l'esempio adatto pare quello di Alejandro Dominguez, che si è espresso al meglio nel freddo di Kazan.
Nel biennio 2008-2009, poi, è arrivata l'apoteosi. Sotto la guida di Berdyev, sono arrivati due titoli consecutivi, i primi nella storia del club. In Champions, i russi riuscirono a violare la casa del Barcellona, il Camp Nou, che con Guardiola stava incantando l'Europa. Un 2-1 mai dimenticato dalle parti di Kazan, dove venne bloccata anche l'Inter di Mourinho. Poi, nel 2012, è arrivata anche la vittoria nella coppa nazionale e la conseguente partecipazione all'Europa League, dove il Rubin ha messo paura persino al Chelsea, poi campione finale della competizione. A queste soddisfazioni, vanno aggiunte anche due Supercoppe nazionali, che hanno ulteriormente aggiornato la bacheca della squadra (vinte nel 2010 e nel 2012).
Purtroppo, in questa stagione, non sono arrivati solamente i risultati europei, ma anche le poco convincenti performance in campionato. Il Rubin, nella Russian Premier League, staziona all'undicesimo posto, con sole cinque vittorie in 19 gare. Poche per il maggior finanziatore del club, Rustam Minnikhanov, che poi è anche il governatore del Tatarstan, il soggetto federale nel quale si trova Kazan. Con Berdyev, via anche il d.g. ed il vice-presidente: insomma, una vera rivoluzione, che dopo 12 anni lascia un po' sgomenti.

Alejandro Damian Dominguez, 32 anni, uno dei giocatori consacrati da Berdyev.

Lo sgomento è dovuto anche al fatto che Berdyev, nonostante l'essere una leggenda vivente dalle parti di Kazan, è praticamente un "anti-protagonista". Non è Mourinho, non è esuberante o provocatorio. Le vittorie non l'hanno cambiato: è sempre stato un signore introverso, molto fedele e devoto alla sua religione. Mussulmano, in più di un'occasione lo si è visto con dei braccialetti tra le mani: lo stesso Berdyev ha confessato di sentirsi a disagio senza. Un paio di volte è capitato ed il tecnico turkmeno ha spiegato come gli altri mussulmani possono di certo capirlo.
Con il suo esonero, si chiude un altro grande ciclo: non è facile esser tecnico di un club per 12 anni. Ormai i signori della panchina, con una lunga militanza all'interno della stessa squadra per lungo tempo, sono pochi. I quarantenni alla guida di una compagine, come fece Guy Roux con l'Auxerre, sono ormai lontani. Wenger è uno dei pochi a resistere, mentre Schaaf ha dovuto lasciare il Werder l'anno scorso. Insomma, non è tempo per i fedeli della panchina.
Si è conclusa una grande era per il Rubin. Era difficile, se non impossibile, chiedere di più a questo signore di 61 anni, che ha reso il club grande e lo ha fatto conoscere al mondo. Ora, accanto alle squadre di Mosca e al ricchissimo Zenit, c'è anche il Rubin Kazan. Che ha giocato in Champions. Che ha vinto campionati e coppe. E a cui mancherà moltissimo questo tecnico dall'aria introversa, riuscito in un'impresa straordinaria: quella di far sembra Ashgabat, capitale del Turkmenistan e città di nascita di Berdyev, e Kazan, situata nel nulla russo, più vicine. Cancellare 2606 chilometri di distanza non è mai facile: complimenti a lui per aver portato a termine questo compito. E vedremo se il Rubin potrà vantare gli stessi risultati con un altro uomo alla guida del club.

Kurban Berdyev, 61 anni: la sua avventura al Rubin, dopo 12 anni, è finita.

17.12.13

Quei ranking di cui ci frega poco (o no?).

Bene, bene: tre mesi di competizioni europee e l'Italia si ritrova clamorosamente con una situazione migliore in Europa League che in Champions. Mentre la Juve si mangia la qualificazione in quel di Istanbul ed il Napoli piange per l'incredibile eliminazione, Fiorentina e Lazio si sono qualificate agevolmente nella seconda competizione europea. Il Milan, invece, va avanti in Champions. Ma la domanda sorprendente è: dove sono i profeti del sorpasso di Portogallo e Francia all'Italia nel ranking UEFA per club?

Gianluigi Buffon, 35 anni: la sua Juve è uscita maldestramente dalla Champions.

Va bene esser negativi. E' comprensibile il trauma: si è passati in dieci anni dalle tre italiane su quattro semifinaliste nella Champions del 2003 al nulla delle ultime stagioni (se escludiamo il "triplete" dell'Inter e la semifinale della Fiorentina nella Coppa UEFA del 2008). Tuttavia, gli "euro-catastrofisti" profetizzavano scenari orrendi per le prossime annate. Italia superata da tutti: Portogallo, Francia, Russia e, perché no, pure Olanda ed Ucraina, se ce la fanno. Purtroppo per loro, non andrà così. Alla faccia delle previsioni azzeccate. O di quelle senza alcun criterio.
Il cammino italiano nelle coppe europee di quest'anno non è stato dei più gloriosi. Due sono le squadre su cui puntare il dito accusatorio, sebbene abbiano avuto esiti diversi: Lazio e Juventus. Lo so, qualcuno mi dirà che i capitolini si sono qualificati con un turno d'anticipo nel loro girone di Europa League. Verissimo, ma la Lazio non è stata certo brillante in coppa: in un girone da stravincere, la squadra di Petkovic è arrivata seconda, per altro non battendo mai il Trabzonspor, leader del gruppo. Non erano certo l'Apollon o il Legia Varsavia i colossi da superare. Discorso con esito diverso, ma stessa reprimenda per la Juventus. Non si può cercare un terzo scudetto consecutivo e pensare di non passare neanche il girone di Champions. Per altro, al sorteggio, pensai che il Galatasaray potesse essere un avversario duro per i bianconeri, visti i quarti di finale raggiunti dai turchi l'anno scorso. Che il Real non fosse materiale per la Juve d'adesso, lo si sapeva. Ma che Buffon e compagni non potessero battere neanche una volta tra andata e ritorno una squadra che vive di problemi, forse, non era preventivabile. Già con i sei gol presi alla prima di CL contro il Real a Istanbul, il Galatasaray aveva palesato delle difficoltà. Poi, dopo aver preso Mancini (l'uomo con uno dei record peggiori in Europa), pensavo che la Juve avesse la qualificazione in mano. Invece, tre pareggi ed appena una vittoria contro il Copenhagen non sono bastati. E c'è chi accusa la UEFA di aver fatto giocare i bianconeri sul campo impossibile di Istanbul. Chi addice queste scuse è da compatire: la Juve avrebbe potuto (e dovuto) chiudere prima il discorso qualificazione. Vincendo a Copenhangen o evitando di subire il 2-2 del Galatasaray a Torino al 93'.
Meglio è andata al Napoli: eliminato sì, ma con quale onore. Come riportava la UEFA qualche giorno fa su Twitter, i partenopei sono i primi ad essere eliminati con 12 punti fatti in un girone di CL. Un record. Gli scontri diretti e la differenza reti hanno escluso il club di De Laurentiis, che si è fatto onore. Certo, in trasferta si è palesata una certa mancanza d'esperienza: le partite all'Emirates e al Westfalen sono state approcciate malissimo. Quest'aspetto sarà da rivedere, se si vorrà arrivare fino in fondo all'Europa League, dove il Napoli adesso è tra le favorite. Al Milan è andata bene: la squadra di Allegri non è per nulla brillante, ma l'Ajax dei giovani è mancato d'esperienza e ha buttato via due match-point contro i rossoneri. All'andata, regalando il rigore del pari milanista al 94'; al ritorno, non sfruttando la superiorità numerica per 70'. E così Allegri ha potuto tirare un sospiro di sollievo. Sulla Fiorentina c'è poco da dire: è stata, insieme al Napoli, la migliore squadra italiana in Europa. Ha dominato il suo girone e lo ha fatto spesso con le seconde linee. A conferma della bontà di Montella come allenatore: il tecnico viola ha un futuro straordinario ad attenderlo.

Gonzalo Higuain, 26 anni: il suo Napoli esce a testa alta dalla Champions.

E ora ci saranno i sorteggi. Ma si può fare già un primo bilancio su ciò che il ranking italiano può dare quest'anno. Specie se si guarda agli avversari: ora l'Italia ha una seria chance di riprendersi quanto perso in Europa. Gli obiettivi? Germania ed Inghilterra. Meglio non guardare la Spagna, che perde un club in Champions ma li porta tutti avanti in Europa League. I club delle nazioni sopracitate hanno fatto fatica non tanto in Champions, dove i quattro club tedeschi ed inglesi sono andati avanti, ma in Europa League. Già, perché nella seconda competizione continentale, c'è stata una strage. Prendiamo la Germania, rappresentata all'inizio della rassegna da Eintracht Francoforte, Friburgo e Stoccarda. Quest'ultimo è uscito addirittura ai play-off, contro il poco glorioso Rijeka. Il Friburgo si è fatto eliminare dallo Slovan Liberec, mentre l'Eintracht è l'unica squadra ancora in gioco e ha beccato un sorteggio difficile (prima il Porto, poi eventualmente il Napoli). Tuttavia, con il campionato tremendo che stanno facendo, è possibile che la squadra di Veh non punti più sull'Europa. Andamento simile per i club d'Inghilterra: il Wigan, autore di un miracolo nella F.A. Cup dell'anno scorso, è stato buttato fuori dal Maribor. Lo Swansea, dopo un inizio brillante, è passato solo grazie all'impegno del Valencia, che ha fermato il Kuban. E ora attende il Napoli, avvelenato dopo l'eliminazione in Champions. Solo il Tottenham è decisamente andato bene: 18 punti in sei gare. E' la squadra favorita per la vittoria finale, nonostante la cacciata di Villas-Boas (notizia di oggi).
Gli "euro-catastrofisti", poi, temevano il sorpasso di Portogallo e Francia nel ranking. O perché no, l'avvicinamento della Russia. Beh, profezia sbagliata. I club transalpini hanno fatto la parte del "pollo" in Europa. L'Olympique Lione è uscito dal preliminare di Champions per poi concludere primo nel suo girone d'Europa League. L'Olympique Marsiglia è uscito con zero punti e tante ossa rotte dal girone del Napoli in CL. Nizza e St. Etienne non sono neanche arrivate ai gironi di Europa League, dove invece il Bordeaux si è classificato ultimo. Insomma, PSG a parte, la Francia non ha fatto stravedere. Così come il Portogallo, sempre bravi negli ultimi anni in questa competizione. Porto e Benfica out dalla Champions tenteranno di salvare il salvabile in Europa League. Anche perché il Pacos de Ferreira, il Vitoria Guimaraes e l'Estoril sono state eliminate nei gironi, per non parlare dello Sporting Braga, che non ci è neanche arrivato.
Se vogliamo, si possono citare anche i dati di Olanda e Russia. I club "arancioni" possono contare solo sull'Ajax e sull'AZ, mentre PSV, Vitesse, Utrecht e Feyenoord hanno anzitempo salutato la compagnia. Gli ex sovietici vedono l'avanzata di Zenit, Anzhi e Rubin Kazan, ma con quali prospettive? Insomma, c'è una grande occasione per i club italiani: quella di prendersi la rivincita. Non tanto in Champions, dove il Milan incontra l'Atletico in un incrocio (quasi) segnato. Piuttosto in Europa League, dopo Napoli, Juve e Fiorentina possono arrivare in fondo: peccato che queste due si scontreranno agli ottavi, se dovessero passare i sedicesimi. Così magari sarà la volta buona che quel ranking, di cui frega poco, venga migliorato. Oppure no?

Roberto Soldado, 28 anni: il Tottenham è l'insidia più grande dell'Europa League.

15.12.13

UNDER THE SPOTLIGHT: Andrea Belotti

Buongiorno a tutti e benvenuti ad un nuovo numero di "Under The Spotlight", la rubrica di Golden Goal: The Blog che vuole mettere in luce tutti quei talenti che potrebbero sfondare da qui a breve. Oggi ci spostiamo, con mia somma sorpresa, per la prima volta in Italia, dove analizzo un ragazzo che in questi anni è cresciuto. Un giovanotto di belle speranze, che ha tirato i primi calci vicino a Bergamo, con una delle squadre simpatia di questi anni: sto parlando di Andrea Belotti, centravanti del Palermo in prestito dall'Albinoleffe.

SCHEDA
Nome e cognome: Andrea Belotti
Data di nascita: 20 dicembre 1993 (età: 19 anni)
Altezza: 1.81 m
Ruolo: Seconda punta, centravanti
Club: Palermo (2013-?)




STORIA
Andrea cresce nelle giovanili bergamasche, ma non quelle dell'Atalanta: sì, lui è un prodotto dell'Albinoleffe, squadra per ora ricordata più per la simpatia che per l'aver sfornato grossi talenti. Eppure, proprio Belotti andò a segnò a poco più di 18 anni compiuti, quando esordì tra i professionisti in Serie B. Qualche settimana prima, in Primavera, aveva giustiziato i coetanei del Milan con una doppietta. Inoltre, grazie anche al suo aiuto, i giovani dell'Albinoleffe arrivarono alla fase finale del Campionato Primavera. Così, Salvioni lo fa esordire a Livorno: tempo venti minuti e l'attaccante trova immediatamente la prima rete da professionista. Segnerà anche contro la Juve Stabia qualche giornata dopo, ma non servirà ad interrompere la discesa dell'Albinoleffe, destinato alla Lega Pro dopo nove anni di cadetteria.
Il potenziale c'è, ma Belotti preferisce affinarlo in casa, dove è cresciuto. La squadra bergamasca, pesantemente colpita dall'inchiesta sul calcio-scommesse, subisce una penalizzazione di sei punti. Un fardello pesante, ma non con Belotti in campo: il giovane attaccante, classe '93, trascina i suoi compagni e segna 12 reti nella sua prima stagione in Lega Pro. Senza tale penalizzazione, i lombardi sarebbero arrivati terzi; invece, devono "accontentarsi" del ? posto finale. Il tecnico, Alessio Pala, non manca d'incoraggiare il ragazzo. Del resto, lui e l'attaccante hanno già lavorato insieme nelle giovanili del club.
Quest'estate si parla di lui a più riprese: Belotti viene accostato a diverse squadre, che sembrano monitorarlo durante tutto il mercato. Su tutte, è la Samp quella più prestigiosa. Tuttavia, nessuno si fa veramente avanti: infatti, Belotti inizia la stagione con l'Albinoleffe, giocando anche la gara di Coppa Italia. Poi è il Palermo a fare il colpaccio: prestito con diritto di riscatto a fine anno della metà del cartellino. Il ragazzo arriva nonostante in attacco ci siano già Dybala, Hernandez e Lafferty. Gattuso non lo vede molto, ma in un quarto d'ora con il Bari - alla prima in B con i rosanero - fa l'assist per l'1-2 dei siciliani. Esonerato Gattuso, arriva Iachini, che non esita a puntare su di lui. Risultato: sei gol in nove gare ed un repertorio che si allarga sempre più. Chissà che non sia lui l'uomo giusto per riportare i siciliani in Serie A.


CARATTERISTICHE TECNICHE
C'è chi lo ha definito il nuovo Vieri. O chi, ricordando il primo Vialli, fa paragoni. A dir la verità, Belotti ha una maggior completezza dal punto di vista tattico: a Palermo lo si vede spesso al fianco di Lafferty, il vero ariete dei siciliani. La sua capacità di sacrificio lo rende adatto a giocare anche da seconda punta, oltre che da centravanti vero e proprio. Il fisico, nonostante la giovane età, è buono e lo aiuta parecchio: ad esso si abbinano un ottimo senso della posizione ed un tempismo eccezionale. Se affinerà anche la botta da lontano, rischia di diventare letale da qualsiasi posizione.

STATISTICHE 
2011/2012 - Albinoleffe: 8 presenze, 2 gol
2012/2013 - Albinoleffe: 32 presenze, 12 gol
2013/2014 - Albinoleffe: 1 presenza, 0 gol
2013/2014 - Palermo (in corso): 9 presenze, 6 gol

NAZIONALE
Chiaramente, parlare di nazionale maggiore per un ragazzo di 19 anni che gioca in B è fuori luogo. Tuttavia, la trafila nelle rappresentative giovanili italiane c'è: U-18, U-19 e ora Under 21, con il C.T. Di Biagio che l'ha chiamato prima che andasse al Palermo. Due gol sinora tra la Slovacchia e l'Irlanda del Nord. In un paio d'anni, magari lo chiamerà qualcuno più in alto.

LA SQUADRA PER LUI
In questo momento, bisogna lasciarlo tranquillo. "Under The Spotlight" è una rubrica che sente di segnalare questo ragazzo, perché molto bravo, ma è chiaro come un '93 debba avere la necessaria tranquillità per crescere. Palermo, con la promozione possibile, è la piazza giusta per fare due-tre grandi anni, prima che qualcuno - inevitabilmente - arrivi a prelevare il ragazzo a suon di milioni. Belotti ha un grande potenziale e l'anno di Lega Pro è stato utile per la sua formazione. Ora è pronto per la B; chissà se l'anno prossimo sarà pronto pure per la massima serie nazionale. Da parte mia, credo che sarà un attaccante da nazionale italiana: a quel punto, vedremo se le grandi italiane si faranno avanti.



12.12.13

WITNESSING TO CHAMPIONS: 2013 Edition

Un altro anno di calcio è passato e quante stelle abbiamo visto. Tuttavia, troppe volte ci si ferma su quelle più luminose e poche, invece, si guarda a coloro che hanno già fatto la storia del calcio e che stanno per lasciare. In tal proposito, come l'anno passato, "Witnessing to Champions" si preoccupa di ricordare la storia di cinque giocatori che hanno scritto, a modo loro, pagine di storia. E' stato difficile sceglierne cinque. Si potrebbe citare la straordinaria carriera con la maglia del Liverpool di Jamie Carragher, la parabola vincente di Dejan Stankovic a tinte italiane e l'indistruttibilità di Paul Scholes, tornato dopo un primo e parziale ritiro. Purtroppo, il mio sguardo si circoscriverà a soli cinque casi e quindi ho scelto quelli che mi sembravano ancora più significativi.


  • Anderson Luís de Souza, detto "Deco" (trequartista, Fluminense | São Bernardo do Campo, 27 agosto 1977 | Corinthians, Alverca, Salgueiras, Porto, Barcellona, Chelsea, Fluminense)

Un concentrato di classe ed eleganza: questo è stato "Deco". L'uomo che doveva essere il nuovo che avanza nel Benfica e che, invece, fu improvvidamente venduto al Porto di José Mourinho, il tecnico che lo ha fatto conoscere al mondo. Spesso si pensa a quella squadra, che vinse Coppa UEFA e Champions tra il 2002 ed il 2004, e si crede che la stella fosse proprio lo Special One. No, la stella era proprio il brasiliano: lui fu l'MVP della finale a Gelsenkirchen nel 2004. Sembrava tutto fatto perché Mou se lo portasse al Chelsea, nel quale arriverà con quattro anni di ritardo. Lui, invece, preferì il Barcellona, che per altro lo strappò al Porto con un accordo molto conveniente: 20 milioni di euro più l'allora talento Ricardo Quaresma. Il brasiliano fece anche bene in blaugrana: vinse un'altra Champions nel 2006. Con il Portogallo, Deco è stato uno dei casi brasiliani che preferiva i lusitani al verdeoro: la finale dell'Europeo casalingo del 2004 è stato il massimo risultato con la nazionale per il fantasista. Chiusura proprio sul 2004: in quell'anno, il Pallone d'Oro - per come è stato assegnato negli anni - sarebbe dovuto andare a lui, vincitore della Champions da protagonista e finalista all'Europeo. Invece, andò a Shevchenko: nessuno mette in dubbio le capacità dell'ucraino, ma quelle dei giudicanti sì. Nel 2010, è tornato in Brasile a giocare per la Fluminense: anche qui tante vittorie e la sensazione che il suo talento sia stato addirittura sottostimato. Si è ritirato per usura: i continui infortuni muscolari hanno rischiato di rovinargli più delle carriera e così Deco ha detto basta. Ci mancherà la sua classe, non c'è dubbio. Il Portogallo di oggi avrebbe ancora bisogno della sua inventiva.




  • David Beckham (esterno destro, Paris Saint-Germain | Leytonstone, 2 maggio 1975 | Manchester United, Preston North End, Real Madrid, Los Angeles Galaxy, Milan, Paris Saint-Germain)

Sul piano del curriculum vitae, c'è poco da dire: Beckham s'è più che divertito. Non tutti hanno giocato con alcune delle maggiori squadre di quattro campionati diversi, tra i più importanti in Europa. Tuttavia, il dubbio rimarrà sempre: grande giocatore o icona mediatica? Se qualcuno ricorda i tempi di un decennio fa, quando prima passò al Real e poi li lasciò per i Galaxy, la domanda è più che lecita. La sua bacheca è piena di trofei nazionali, ma di una sola Champions. L'impressione è che il meglio l'abbia dato proprio a Manchester, sotto la guida di Alex Ferguson. A Madrid, non è spuntato per meriti tra i mille "galacticos" di Ramon Calderon. I prestiti al Milan sono stati un'occasione per ricordarlo al mondo. Tuttavia, la macchia sulle avventure con la nazionale inglese rimangono: neanche lui, l'icona pop del calcio dell'inizio degli anni 2000, è riuscito a fare molto con la nazionale dei Tre Leoni. Inoltre, per lui rimarrà il rimpianto di non aver giocato il Mondiale sudafricano, che sarebbe stato il quarto della sua carriera. Se sul campo avrebbe potuto far di più, nulla da dire sulla sua persona. Lui stesso ha detto dopo la sua ultima gara nel maggio 2013: "Mi piacerebbe essere ricordato come un duro lavoratore, come qualcuno che ha dato il massimo ogni volta che è sceso sul campo da gioco. Probabile che sia così, ma chissà quanto avrebbe potuto fare con quel destro magico.




  • Alessandro Nesta (difensore centrale, Montreal Impact | Roma, 19 marzo 1976 | Lazio, Milan, Montreal Impact)

Beh, qui il discorso è simile a quello di Becks, ma radicalmente diverso. Nesta è stato uno dei più grandi giocatori del calcio italiano ed uno dei migliori difensori europei degli ultimi anni. Gli infortuni lo hanno pesantemente penalizzato, spesso nei momenti più importanti della sua carriera. E' raro trovare un giocatore che abbia disputato tre Mondiali e sia riuscito ad infortunarsi in ognuno di essi: Nesta conserva questo sfortunato record. Certo, nel 2006 questo si trasformò in un vantaggio per l'Italia, con Materazzi protagonista, ma poco importa. La storia di Nesta parla di tante vittorie, sia con la società che lo ha fatot conoscere (la Lazio, un sodalizio durato dal 1985 al 2002) che con il club con cui è stato per un decennio (il Milan). I problemi finanziari della squadra biancoceleste lo costrinsero a lasciare il club nell'estate del 2002, sebbene Nesta non volesse affatto andarsene da Roma. Capitano ed idolo della Curva Nord, Nesta salutò la capitale per trasferirsi a Milano, sponda rossonera. Grazie a lui, il club di via Turati ha vinto molto e forse avrebbe potuto vincere anche di più, se gli infortuni alla schiena degli ultimi anni non l'avessero perseguitato. Poi è arrivata la chiamata dal Canada e la voglia di fare un'esperienza a Montreal con i suoi compagni italiani (Di Vaio, Corradi e Ferrari). L'MLS lo ha celebrato a chiusura di una straordinaria carriera e Nesta ora vorrebbe cominciarne un'altra: quella da allenatore. Vedremo se sarà bravo come in quella da esperto difensore sul campo da gioco.




  • Michael Owen (attaccante, Stoke City | Chester, 14 dicembre 1979 | Liverpool, Real Madrid, Newcastle United, Manchester United, Stoke City)

Se pensi a Owen, il primo flash che hai inevitabilmente è quello del gol all'Argentina negli ottavi di finale del Mondiale francese del 1998. In quella calda serata di giugno, tutti si accorsero che stava nascendo un fenomeno, capace magari di oscurare anche quelli dell'epoca. Per un certo periodo di tempo, il "Golden Boy" inglese c'è anche riuscito: nel quadriennio tra quel Mondiale e quello successivo, Owen ha rappresentato il meglio del calcio ad alti livelli. L'attaccante era il Messi di ieri: era capace di vincere alcune partite da solo. Non per nulla, Owen vinse il Pallone d'Oro del 2001, dopo aver aiutato il Liverpool a vincere cinque trofei in quell'anno. Così come per Beckham, la rovina è arrivata paradossalmente nel momento in cui sembrava che la sua carriera dovesse continuare in gloria. Il passaggio al Real Madrid lo ha messo da parte e non è stato più in grado di raggiungere certi apici. Tornato in Inghilterra, al Newcastle United, è stato importante ma non decisivo, tanto che i "magpies" sono retrocessi in Championship nonostante la sua presenza in squadra. Rovinato da molti infortuni, Sir Alex Ferguson lo prese comunque sotto la sua ala e lo fece stare a Manchester per tre anni, con qualche lampo di vita da parte dell'attaccante. Infine, l'ultimo anno allo Stoke City: nel match finale della sua carriera, ha ricevuto applausi da tutto lo stadio. Anche su questa carriera, c'è l'incognita nazionale: nonostante tanta classe, Owen non è riuscito nell'impresa di far vincere qualcosa alla sua Inghilterra. Ripenso sopratutto all'Europeo del 2004: era l'occasione migliore per Owen e compagni, specie perché lui formava la coppia d'attacco con un giovanissimo Wayne Rooney. La rottura del crociato anteriore al Mondiale del 2006 rimarrà la sua croce. Che dire: sarà per un'altra volta.




  • Stiliyan Petrov (centrocampista, Aston Villa | Montana, 5 luglio 1979 | CSKA Sofia, Celtic, Aston Villa)

La vita è stata dura con il centrocampista bulgaro: Stiliyan Petrov, qualche tempo fa, scopre di avere la leucemia. Quando viene a sapere della notizia è il marzo 2012: Petrov è il capitano dell'Aston Villa, squadra da cui milita da sei anni, dopo tre stagioni al CSKA Sofia ed altre sette splendide con la maglia del Celtic di Glasgow. Qualcuno paventa la possibilità che si ritiri, ma in realtà il bulgaro non molla: lotta per la propria vita e vince questa battaglia, quando nell'agosto dello stesso anno si scopre che il bulgaro si sta riprendendo. Durante tutta la scorsa stagione, Petrov è stato visto al Villa Park per seguire la sua squadra: ora, con la vita di nuovo nelle sue mani, il bulgaro è diventato il coach dell'Under 21 del club. Così potrà proseguire il suo incredibile legame con questo sport. In fondo, la battaglia più importante l'ha già vinta. E il bulgaro ha avuto modo anche di chiudere la carriera in un modo incredibile: non tutti hanno l'onore di vedersi cantare dal Celtic Park "You'll never walk alone". I migliori auguri gli vanno da parte mia per il proseguo della sua carriera, speriamo da allenatore.

8.12.13

Più fuoriclasse che genero.

Nel panorama del calcio mondiale, c'è una figura che sta finalmente spiccando il volo verso le vette più alto. E' ormai al livello di Bale e Falcao; se continua così, prima o poi prenderà anche Messi e Cristiano Ronaldo. Finora era più conosciuto per essere il genero di Maradona piuttosto che per il fatto di essere uno dei migliori del pianeta con un pallone al piede; tuttavia, l'arrivo di Pellegrini al Manchester City lo sta rendendo un fenomeno. Sergio Agüero, probabilmente, lo è e basta.

Agüero con l'Independiente: sono passati sette anni dal suo arrivo in Europa.

Anche ieri, di fronte al Southampton rivelazione di quest'inizio di Premier League, il "Kun" è andato nuovamente a segno. Cifre spaventose quelle della sua stagione: 18 gol in 19 gare stagionali e siamo solo ad inizio dicembre. Viene da chiedersi se tutto questo fosse preventivabile quando questo piccolo talento venne dall'Argentina nel 2006 per giocare con la maglia dell'Atletico Madrid. All'Indipendiente fece bene, ma non era facile affrontare l'Europa a soli 18 anni: fortunatamente per il mondo del calcio, Agüero è un talento dalla classe pura e cristallina. Con l'Indipendiente ha giocato per un decennio, dalle giovanili sino alla prima squadra, per cui ha esordito a soli 15 anni. Un predestinato, che tra l'altro non ha mai dimenticato le sue radici: in un'intervista rilasciata al "The Sun", l'attaccante ha confermato come sarebbe anche tornato all'Indipendiente. Il motivo è facile: il club, retrocesso in seconda divisione, è sempre stata la squadra del cuore dell'argentino e lui avrebbe voluto aiutarla a risalire. Probabilmente ci tornerà a fine carriera, quando i fasti migliori saranno andati.
Bisogna comunque ricordare che l'Atletico Madrid pagò ben 23 milioni di euro per convincere Agüero a lasciare l'Argentina: una cifra che, a posteriori, si può considerare come ben spesa. All'argentino bastò una sola stagione d'ambientamento prima di cominciare ad essere decisivo: con la maglia dei "colchoneros", Agüero ha realizzato - in cinque anni - ben 101 reti in 234 partite a Madrid. Certo, l'addio con i tifosi non è stato dei migliori (alcuni di loro si auguravano la morte di Agüero in uno striscione), però tutti hanno vinto qualcosa. Agüero ha realizzato il desiderio di cambiare ambiente dopo cinque stagioni in Spagna, mentre l'Atletico ha vinto tantissimo grazie al talento dell'argentino. Tanto per fare un mezzo riepilogo: una finale di Coppa del Re, alcuni piazzamenti in Champions, ma sopratutto il "double" europeo tra Europa League e Supercoppa Europea vinte nel 2010.
Mancini, suo tecnico al City per due stagioni, l'ha paragonato una volta a Romario: in realtà, seppur i due giocatori si somiglino, l'argentino è il famoso "one of a kind". Qualcuno, un giorno, dirà che un giovane rampante assomiglia a quello che Agüero sta facendo vedere in questi anni. Difficile trovare un cruccio nel carriera dell'attaccante. A livello personale, le soddisfazioni sono state tante e basta consultare qualche numero per confermarlo: Agüero va in doppia cifra stagionale dal lontano 2007-2008 e non ha mai segnato meno di 17 reti da quella stagione. Oltre ai trofei portati a casa con l'Atletico Madrid e con la nazionale a livello giovanile, c'è anche quel magico titolo del 2012 vinto con la maglia del Manchester City. E non è detto che quest'anno l'argentino non possa ulteriormente arricchire la sua bacheca, magari con qualcosa che sia di respiro più europeo che inglese...

Agüero e l'Argentina: vedremo se l'attaccante farà grandi cose anche al Mondiale.

Il trasferimento al City ed il conseguente ambientamento all'Inghilterra non era automatico. La Premier è ben diversa dal calcio giocato per anni nella Liga e con l'Atletico. Eppure, l'argentino è stato bravo ad ambientarsi e, comunque vada, rimarrà nella storia per il gol decisivo per la conquista del titolo nel 2012. Quel pomeriggio di maggio, con la conclusione che batté Paddy Kenny del QPR, l'attaccante regalò la Premier League in un Etihad Stadium infuocato. Una rimonta come poche, concretizzato da uno dei migliori giocatori del City. Per altro, quell'anno fece 23 gol in campionato, per cui un buon pezzo di quel titolo è suo a pieno merito. Ora, le cose sono un po' cambiate: Pellegrini non lo ritiene solo importante, ma fondamentale. E come potrebbe essere altrimenti? Nel 4-3-3 del tecnico cileno, Agüero ci calza a perfezione. Inoltre, la partnership con Negredo si sta rivelando più buona del previsto.
Con la forma che sta dimostrando al Manchester, è inevitabile pensare anche alla nazionale. La sua Argentina, come ad ogni Mondiale che si rispetti, è tra le favorite per la vittoria finale. Sarebbe strano non pensarlo: non tutti hanno in squadra Messi, Agüero, Di Maria, Higuain, Tevez e compagnia bella. Del resto, qualche soddisfazione in nazionale manca. A livello giovanile, Agüero ha vinto parecchio: due Mondiali U-20 (il secondo, quello del 2007, da protagonista) e la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Tuttavia, nei momenti più importanti, è mancato qualcosa: non solo da parte di Agüero, ma di tutta la squadra "albiceleste". La Copa America è andata male due anni fa, mentre al Mondiale sudafricano una super Germania detronizzò l'Argentina, allora guidata da Maradona. Ora si fa sul serio: Agüero ha segnato cinque gol nelle qualificazioni e se l'Argentina troverà un certo equilibrio in difesa, forse è la volta buona che i sudamericani possano andare in fondo. O, quanto meno, far meglio delle precedenti edizioni.
Insomma, è un periodo magico per Sergio Agüero. Un fenomeno che ormai può elevarsi a vette più alte di quelle passate. Oggi è al livello di Bale e Falcao, ma se continuasse così, chi metterebbe la mano sul fuoco per dire che sia peggio di Messi o Cristiano Ronaldo? Siamo troppo abituati a questa dicotomia ed è bello che ci sia qualcuno che possa anche lontanamente spezzarla. Il Pallone d'Oro vede Ribery pronto a fermare il duo che lo monopolizza da sei anni, ma chissà che non sia il "Kun" ad alzare l'ambito trofeo per il 2014. Del resto, anche la Coppa del Mondo è fatta d'oro: stessa sostanza, stessa gioia. E Agüero, di gioia, ne vuole provare tanta. Anche per dimostrare al più grande giocatore argentino della storia, Maradona, che non era solo un marito inadeguato per sua figlia, ma uno dei più grandi calciatori che l'Argentina abbia mai avuto.

Sergio Agüero, 25 anni, sempre più star del Manchester City.

6.12.13

L'uomo della discordia.

Che Romelu Lukaku fosse forte non lo scopro certo io. Che fosse appetibile per il suo profilo di giovane goleador, neanche. Ma ora si parla di Barcellona: a quanto pare, i blaugrana starebbero pensando al belga per l'attacco. E allora viene da chiedersi: come mai questo ragazzo non è nella sua squadra di club, il Chelsea, bensì in prestito per il secondo anno consecutivo? All'Everton se lo godono, ma Mourinho ha avuto di che dire sul ragazzone belga.

Lukaku all'arrivo al Chelsea dall'Anderlecht: è l'estate del 2011.

Eppure, il Chelsea c'aveva puntato. Per alcuni versi, la sua storia ricorda da vicino quella di Courtois, attualmente all'Atletico Madrid per il terzo anno in prestito. Lukaku, appena 18enne, arrivò a Londra con la fama del predestinato. Basti ripensare alle stagioni con l'Anderlecht, la powerhouse dove l'attaccante è cresciuto: con la maglia del club belga, Lukaku divenne capocannoniere della Belgian Pro League ad appena diciassettenne, dopo aver esordito l'anno prima nel giorno del suo compleanno, il 16 maggio 2009. Insomma, uno con le stimmate del fuoriclasse, comunque la si voglia mettere: il club di Abramovich spese ben dieci milioni più bonus per averlo immediatamente. Un ragazzo responsabile: non andò via dal Belgio prima di aver finito gli studi e parla ben cinque lingue. Non proprio il primo sbarbatello che prende l'ingaggio della vita. Inoltre, il suo idolo è Didier Drogba: da ciò si capisce la volontà di raggiungere Londra ed il Chelsea.
Tuttavia, la sua prima annata con la maglia dei "blues" è stata d'apprendimento, giocando sopratutto nel campionato riserve. Sette i gol segnati in nove gare con il Chelsea dei giovani, ma non è bastato per farsi notare né da André Villas-Boas, né da Roberto Di Matteo. Alla fine dell'anno, le presenze del belga furono solo 12 in quattro competizioni diverse. Una delusione per il centravanti, che però mise ulteriormente in mostra la sua personalità. Infatti, nonostante la vittoria del Chelsea in Champions League a Monaco di Baviera, il belga non volle alzare il trofeo: disse che non lo sentiva suo, non avendo mai giocato in quella competizione. E si chiedeva se al club inglese piacesse buttare soldi in giocatori inutilizzati. Nessuna gioia, ma tanta voglia di dimostrare che qualcuno aveva fatto le scelte sbagliate.
E così, Lukaku è partito alla volta di West Bromwich nell'estate del 2012, per giocare nel WBA di Steve Clarke, ex assistente di Mourinho e Grant al Chelsea. I "baggies" sono stati la rivelazione dell'inizio dello scorso campionato, quando addirittura stazionavano in zona Champions League; poi la forma è peggiorata, ma Lukaku ha continuato a segnare come un dannato, provando come la Premier League non era affatto difficile per lui. Del resto, le esperienze maturate in nazionale belga - dove, invece, Wilmots l'ha sempre ritenuto importante - hanno aiutato a farlo crescere. L'ottavo posto finale del WBA è stato il miglior piazzamento nel club da molto tempo a questa parte ed i 17 gol di Lukaku hanno sicuramente giocato un ruolo decisivo in questo risultato. Tra questi, si segnala la tripletta al Manchester United all'ultima giornata. Dopo score come questi, forse il belga si aspettava di tornare in pompa magna al Chelsea, complice anche l'addio di Didier Drogba nel 2012. Una volta che il suo idolo se ne fosse andato, forse proprio il centravanti ex Anderlecht poteva essere la soluzione ai problemi del Chelsea.

Il belga ha fatto una grande stagione con il WBA l'anno scorso: 17 gol.

Nonostante la stagione al West Bromwich Albion, Mourinho l'ha tenuto solo per il ritiro estivo. Giusto il tempo di girare l'America e di sbagliare il rigore decisivo nella lotteria dei penalties in Supercoppa Europea. Del resto, il tecnico portoghese ha reso piuttosto chiaro che non aveva bisogno del centravanti: con Torres e Demba Ba già in rosa sarebbe stato complicato. Ma quando l'Happy One ha comprato Eto'o dall'Anzhi e Willian dallo Shakhtar, si è capito che non c'era spazio per l'attaccante. Che così, all'ultimo giorno di mercato, è partito nuovamente in prestito, stavolta direzione Liverpool. All'Everton di Roberto Martinez, Lukaku sta facendo un signor campionato, ancor meglio di quello precedente. Otto gol in undici gare è il ruolino di marcia del belga, destinato a far bene al Goodison Park, con l'Everton quinto e a pochi punti dal secondo posto. Con il Mondiale alle porte, non è detto che Lukaku non possa far meglio di quanto già sta facendo.
Intanto, però, chi se l'è presa è José Mourinho: vedere che Torres e Ba non fanno insieme gli stessi gol del belga deve avergli fatto male. Così, nelle ultime conferenze stampa, il centravanti dell'Everton ed il tecnico del Chelsea si sono beccati a distanza, con siparietti che non favoriscono certo il ritorno del belga a Stamford Bridge. Possibile che il Chelsea continui a fare sempre lo stesso errore, ovvero quello di comprare talenti straordinari, per poi parcheggiarli altrove per anni? Passato qualche anno, potrebbero finire per cambiare idea sul ritorno in pompa magna allo Stamford Bridge. Lo sta facendo Lukaku e chissà che non lo faccia anche Courtois, un altro caso eccellente. Inoltre, il suo contratto scade nel 2016 e non è detto che il belga sia così disposto a proseguire il rapporto con i "blues" di Abramovich. Specie se si considera che il suo procuratore è Mino Raiola, una sanguisuga in forma umana. L'uomo della discordia ha il Barcellona alla sua porta: se aprirà, che nessuno se la prenda dalle parti di Londra.

Romelu Lukaku, 20 anni, stella dell'Everton e della nazionale belga.

2.12.13

L'isola dei giocattoli difettosi.

Un'altra vittoria, la sesta in campionato, ed il Bastia non sembra più essere al tavolo delle contendenti per non retrocedere. La Ligue 1 può dire, a dicembre appena iniziato, di aver scoperto una realtà non nuova alla massima divisione francese, ma che riporta a galla pezzi di passato. I corsi, infatti, hanno una squadra fatta da tanti giocatori; tra questi, ci sono anche campioni passati, promesse non mantenute e tanti giramondo. E poi dicono che l'esperienza non serva a certi livelli...

Mickaël Landreau, 34 anni: un veterano della Ligue 1, ora portiere del Bastia.

In realtà, il Bastia è tornato da poco in Ligue 1. Nel 2012, il club vinse la seconda divisione e riuscì ad agguantare la promozione: un ritorno nella massima categoria nazionale dopo sette anni di purgatorio, per altro parecchio sofferti. Infatti, il Bastia ha subito l'umiliazione di finire persino nella terza serie francese, grazie agli scarsi risultati ottenuti sul campo. L'estate del 2010 è stata parecchio ardua, visto che il Bastia ha rischiato la scomparsa ed il fallimento a causa di un debito di un milione e 200mila euro: a quel punto, le autorità locali sono intervenute e hanno salvato la società dalla quasi bancarotta. Sarebbe stato un peccato per un club che, volente o nolente, era sempre stato presente per i 45 anni precedenti nelle prime due divisioni del calcio francese. Un club nel quale erano sbocciati i talenti di giocatori come Michael Essien ed Alex Song: i centrocampisti africani sono esplosi con la maglia dei "Turchini", come vengono ribattezzati i componenti della squadra corsa.
La risalita è stata possibile non solo con questo salvataggio economico, ma anche grazie alla figura decisa di Frédéric Hantz, tecnico che prende la guida della squadra dall'estate del 2010. Dopo il quasi fallimento, l'arrivo dell'ex allenatore di Le Mans e Le Havre ha rimesso in carreggiata il Bastia, capace di vincere e dominare il campionato e riguadagnarsi immediatamente la Ligue 2. Con una buona campagna acquisti, il club ha potuto puntare fin da subito alla promozione in Ligue 1: nell'estate 2011, arrivarono sopratutto Florian Thauvin, oggi stella dell'Olympique Marsiglia, e anche un certo Jérôme Rothen. Grazie a questi innesti, il Bastia è rimasto imbattuto nelle partite casalinghe e non ha solo ottenuto la risalita nella massima serie francese, ma ha vinto il campionato e Hantz è stato giustamente celebrato. Del resto, il tecnico del Bastia ha fatto benissimo anche l'anno scorso, quando il club corso si è salvato molto bene, con il 12° posto finale nella Ligue 1 dell'ultima stagione.
Proprio l'ex Monaco e nazionale francese rappresenta, con la sua storia, il giusto riassunto di quanto l'ambiente di Bastia e della Corsica possa far bene per la rigenerazione di un patrimonio calcistico. L'ala era esplosa, con la sua chioma bionda, nel Monaco che raggiunse la finale di Champions League nel 2004: Rothen era uno degli assi portanti di quella squadra. Poi, arrivò l'offerta del PSG e l'esterno mancino rimase a Parigi sei anni, senza vincere nulla e salvando la squadra di cui era tifoso da bambino diverse volte. Poi, andato via Le Guen, il nuovo tecnico parigino lo mise fuori squadra. E allora via in prestito: sei mesi ai Rangers di Glasgow, altri sei in Turchia e la fine del contratto nel 2010. Rothen è stato un anno senza giocare, nonostante la carriera che aveva alle spalle: a quel punto, il Bastia ha tentato il colpaccio e lo ha rimesso in gioco. E' stata la scelta giusta per entrambi: Rothen ha ricominciato a giocare a calcio come sa, allungandosi la carriera; il club corso ha avuto per due anni in squadra un ottimo talento del panorama francese, capace di vincere anche il premio di MVP della Ligue 2 nel 2012. 

Frédéric Hantz, 47 anni, è il tecnico del club corso da quattro stagioni.

Ora, il Bastia sta facendo un'altra buona stagione, tra il lavoro di Hantz e la capacità di dare una seconda chance a praticamente chiunque. Anche quest'anno, in Corsica, molti potrebbero rilanciare la propria carriera o concluderla degnamente. E tra i giocatori che formano la squadra, è d'obbligo citare qualche nome, che spunta rispetto agli altri per storia personale e carriera avuta. Ad esempio, François Modesto, già passato in Italia con la maglia del Cagliari. O Romaric, il mediano ivoriano che doveva sfondare a Siviglia e invece è finito a Bastia dopo tanti delusioni iberiche. Oppure Ryan Boudebouz, talento algerino ex Sochaux che doveva arrivare in chissà quali lidi. Alla fine, è stato preso dal club corso per la modica cifra di un milione di euro, in modo da garantirgli continuità e crescita (ha soli 23 anni).
Tre però sono gli esempi principi, seppur diversi, nella realtà della Corsica. Il primo è quello di Sébastien Squillaci: il difensore, dopo l'esperienza al Monaco, sembrava aver toccato il cielo con un dito quando l'Arsenal lo ha prelevato dal Siviglia. Dopo tre anni, l'esperienza inglese si è rivelata un enorme delusione ed il centrale è ripartito dalla Corsica, dove ha già ritrovato una buona forma: ora l'ex nazionale francese spera di continuare così. Il secondo esempio è quello di Mickaël Landreau: chiunque abbia giocato a Football Manager all'inizio degli anni Duemila (allora si chiamava Scudetto) non poteva lasciarsi scampare il forte portiere francese. Così forte da diventare capitano del Nantes già a 19 anni. Agli onori delle cronache per la Ligue 1 vinta con il club nel 2001, Landreau è un veterano e ha cavalcato tante onde. Nantes, Parigi, Lille, senza però mai lasciare la terra madre: dal gennaio scorso al Bastia, sta dando una mano con la sua esperienza.
L'ultimo caso è certamente quello più clamoroso: parlo di un ragazzo che doveva sfondare il mondo alla Juventus e che, invece, si è ritrovato rovinato da quella esperienza. Sto citando naturalmente la storia di Miloš Krasić. L'ala, dopo sei anni magici con il CSKA Mosca ed il Mondiale sudafricano del 2010, arrivò a Torino con la nomea del possibile erede di Nedved, nonché top-player. Un'etichetta pesante da reggere. Ciò nonostante, il serbo fece bene nei primi sei mesi: del resto, il 4-4-2 di Delneri sembrava calzare a pennello per le sue scorribande offensive. Invece, qualcosa si spezzò lungo il cammino: l'anno della Juventus fu tremendo, chiuso con un altro settimo posto senza Europa. Con l'arrivo di Conte, Krasić fu praticamente "segato" dal nuovo tecnico bianconero. Nonostante questo, riuscì comunque a vincere lo scudetto, avendo fatto qualche presenza. Dopo un anno al Fenerbahce, che ha speso sette milioni nell'estate del 2012 e gli ha dato 2,3 milioni di euro d'ingaggio per poi lasciarlo andare, il serbo è ripartito da Bastia. In Corsica, Krasić ha già segnato due reti ed è apparso più in forma delle ultime stagioni. E' come nel film "Moneyball", in cui Peter Brand/Jonah Hill cerca di raccogliere i giocatori che le altre squadre ritengono inefficaci: «E' come un'isola dei giocattoli difettosi: loro ce li possiamo permettere». Sul fatto che la Corsica sia un'isola non ci sono dubbi; sul fatto che questa compagnia sia difettosa, la classifica della Ligue 1 lo dirà a fine campionato. Per ora, dalle parti di Bastia, va tutto alla grande.

Miloš Krasić, 29 anni, è ripartito da Bastia per rilanciarsi.

29.11.13

ROAD TO JAPAN: Toshihiro Aoyama

Benvenuti ad un altro numero di "Road To Japan", la rubrica del mio blog che prova a darvi uno sguardo sui nuovi talenti che stanno crescendo nella terra del Sol Levante. Nell'undicesimo numero di quest'anno, ci spostiamo a centrocampo per parlare di un ragazzo che sta facendo molta strada negli ultimi anni. E che, forse, ne potrà fare ancora in quelli a venire: sto parlando di Toshihiro Aoyama, regista dei Sanfrecce Hiroshima.

SCHEDA
Nome e cognome: Toshihiro Aoyama (青山 敏弘)
Data di nascita: 22 febbraio 1986 (27 anni)
Altezza: 1.72 m
Ruolo: Regista, centrocampista centrale
Club: Sanfrecce Hiroshima (2003-?)



STORIA
Nato a Kurashiki, nella prefettura di Okayama, Toshihiro Aoyama è legato indissolubilmente al Sanfrecce Hiroshima. In una squadra che fa della fedeltà un marchio di fabbrica, lui rappresenta uno dei soldati più meritevoli. Sulle rive del Takahashi, Aoyama sembra indirizzarsi verso il pattinaggio. Invece, poi, prende la strada del calcio ed appende le scarpette al chiodo. Il ragazzo cresce nel liceo Sakuyō, prima di ritrovarsi cercato da molti club di J-League. La sua non è la favola del predestinato, ma di colui che ha lavorato duro per raggiungere il livello palesato negli ultimi anni. Rientrato nei giocatori speciali designati dalla J-League, il ragazzo si trasferisce al Sanfrecce Hiroshima. E' il 2003: a gennaio 2004 è ufficialmente un giocatore del club, ma passeranno tre anni prima che possa giocare la sua prima gara da professionista.
Viene provato anche come terzino destro, ma la rottura del legamento crociato anteriore nel marzo del 2005 lo mette fuori gioco per molto tempo. La vera svolta arriva nell'estate del 2006: una volta recuperato, a guidare il Sanfrecce c'è Mihailo Petrović, tecnico serbo. Quest'ultimo mette Aoyama al centro del suo progetto tecnico e lo fa maturare negli anni. Un infortunio - stavolta alla falange di un dito del piede - l ofa mancare per molto tempo dal campo ed il club scende in J2. Nonostante la retrocessione del 2007, Aoyama rimane e anche il suo allenatore lo tiene in mezzo al campo, con tanto di promozione immediata.
Al ritorno in J-League, il Sanfrecce ha tenuto un buon livello: il quinquiennio Petrović ha portato il club in Champions League asiatica e a giocare un ottimo calcio, nonché esportare alcuni giocatori in Europa (vedi Tadanari Lee e Tomoaki Makino, seppur con esperienze sfortunate). Non Aoyama, invece, che è rimasto alla corte di Hiroshima quando sulla panchina viola è giunto Hajime Moriyasu. Il tecnico, ex giocatore del club, ha capito che Aoyama era fondamentale per il suo 3-5-1-1, folto di centrocampisti e di tanti movimenti. Su questi, i lanci del numero 6 viola erano la chiave per il gioco spettacolare che si è visto in quest'ultimo biennio. Non solo: con Moriyasu, Aoyama è stato importante per la vittoria della J-League nel 2012, per altro segnando contro il Cerezo Osaka, nel giorno della vittoria decisiva per il titolo. Inoltre, ha vinto anche la Supercoppa nipponica qualche mese fa (già ottenuta dai Sanfrecce nel 2008). La bacheca si è arricchita ed il regista è stato inserito nella Top 11 della J-League dell'anno passato. In questa stagione, invece, i sogni di titolo sono già finiti (o quasi); tuttavia, le soddisfazioni per Aoyama non sono mancate, specie in nazionale.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Per Aoyama, forse la definizione migliore è arrivata da chi lo ha allenato per diversi anni e lo ha fatto conoscere un po' d più al calcio giapponese. Mihailo Petrović, suo tecnico per molte stagioni, lo ha definito come «il motore» della squadra. E ha ragione a dirlo: Aoyama ha iniziato la sua carriera da "volante", come lo definirebbero in Inghilterra. Ossia un centrocampista a tutto campo, capace di correre ovunque; poi, il numero 6 dei Sanfrecce ha raffinato la sua tecnica ed è stato capace di giocare anche da regista. In tal modo, la sua visione di gioco poteva esprimersi al meglio. C'è chi ha detto che Gaku Shibasaki sia l'erede di Yasuhito Endo in nazionale (lo stesso Yatto lo ha confermato). E se invece fosse il turno di Aoyama? Del resto, il centrocampista si è costruito anche una reputazione in fatto di gol spettacolari: basti pensare alla rete nella FIFA World Cup per club contro l'Auckland City o l'incredibile marcatura contro gli Yokohama F. Marinos nel maggio 2012.

STATISTICHE
2004 - Sanfrecce Hiroshima: 0 presenze, 0 reti
2005 - Sanfrecce Hiroshima: 0 presenze, 0 reti
2006 - Sanfrecce Hiroshima: 21 presenze, 2 reti
2007 - Sanfrecce Hiroshima: 35 presenze, 1 rete
2008 - Sanfrecce Hiroshima: 41 presenze, 5 reti
2009 - Sanfrecce Hiroshima: 34 presenze, 4 reti
2010 - Sanfrecce Hiroshima: 29 presenze, 0 reti
2011 - Sanfrecce Hiroshima: 30 presenze, 2 reti
2012 - Sanfrecce Hiroshima: 41 presenze, 3 reti
2013 - Sanfrecce Hiroshima (in corso): 38 presenze, 2 reti

NAZIONALE
Con qualche anno in meno, Aoyama fece qualche presenza per l'Under 23 nipponica: durante le qualificazioni alle Olimpiadi di Pechino del 2008, il centrocampista fece un'ottima impressione. Poi l'infortunio al piede rovinò il suo sogno olimpico e così Aoyama ha dovuto attendere molto prima di vestire nuovamente la maglia della nazionale. Quest'estate, però, si è messo addosso quella della "Nippon Daihyo". Per la Coppa dell'Asia Orientale, Zaccheroni ha voluto sperimentare alcuni nuovi giocatori e anche il metodista del Sanfrecce ha avuto la sua occasione. 65' contro la Cina, 90' contro la Corea del Sud: non è stato convincente, ma chissà che non abbia un'altra chance. Tre posti su quattro della mediana nipponica sembrano ormai prenotati per il Brasile (Hasebe, Endo e Yamaguchi): diciamo che lui e Hosogai si giocano il quarto, salvo sorprese.

LA SQUADRA PER LUI
Indubbiamente, il ragazzo è all'apice della sua carriera. Da un anno e mezzo gioca alla grande, dopo aver militato più che dignitosamente in J-League per molto tempo. A 27 anni, potrebbe spiccare il volo verso lidi più luminosi: tuttavia, ipotizzare un trasferimento è veramente complicato, perché Aoyama - come spiegato in quest'articolo - è legato a doppio filo alla realtà di Hiroshima. Per prenderlo, ci vorrebbe un progetto davvero convincente: del resto, il suo valore si attesta intorno al milione di euro. Altrimenti, sarà difficile che il centrocampista lasci il Sanfrecce ed un posto da protagonista, dopo dieci anni di militanza con il club. Comunque, non c'è dubbio che uno con i suoi piedi e la sua visione di gioco farebbe comodo a chiunque.

25.11.13

Il goleador fascinoso.

Chiunque mastichi un po' di calcio internazionale conosce bene Olivier Giroud. Bomber di razza, si è recentemente trasferito all'Arsenal, dopo buone stagioni a Montpellier. Eppure, nessuno gli ha mai dato troppo credito. Ora, l'attaccante francese si sta prendendo qualche rivincita: l'Arsenal va alla grande e lui è uno dei pezzi fondamentali di questa squadra. La sua doppietta al Southampton ha confermato il primo posto dei "Gunners" in Premier League ed il francese non sembra volersi fermare.

Giroud ed il Montpellier: con loro, l'attaccante vinse la Ligue 1 nel 2012.

Nato a Chambéry, nella regione tra il Rodano e le Alpi, Giroud può finalmente dire di aver scalato un'altra montagna. A 27 anni, si ritrova in nazionale francese - recentemente qualificatasi ai Mondiali di giugno 2014 - e di aver un ruolo importante nel suo club. E non un club qualsiasi, ma uno dei top-team della più importante lega professionista del mondo. E' tanta la strada percorsa da quando era in ragazzo in quel di Grenoble, il primo club che gli diede una qualche opportunità. Tuttavia, fu ad Istres che il giovane Giroud cominciò a farsi notare, nel terzo livello del calcio francese. Poi ci fu il biennio a Tours: sopratutto la seconda stagione con il club (24 gol) lo portò all'attenzione del Montpellier, che non lo esitò a comprare con sei mesi d'anticipo ed una parcella da due milioni di euro.
A ben vedere, l'intuizione del Montpellier si è rivelata poi vincente. Giroud, al primo approccio con la massima divisione nazionale, non si è tirato indietro e ha contribuito alla cresciuta della squadra. Il primo anno, il club è riuscito a raggiungere la finale della Coupe de la Ligue, sconfitto solo dall'Olympique Marsiglia; Giroud, intanto, ha realizzato 14 reti tra Ligue 1, coppe nazionali ed Europa League. Ben di meglio fece l'anno successivo, quando il Montpellier iniziò una leggendaria cavalcata in una stagione che probabilmente rimane unica nella storia del club. Di fronte alla squadra di René Girard, si parò il ricchissimo Paris Saint-Germain, acquistato quell'estate dagli emiri qatarioti e reso ricchissimo da molti acquisti durante l'anno. In più, alla guida della squadra ci fu l'arrivo di Carlo Ancelotti. Insomma, per il Montpellier sembrava un'impresa impossibile. Non però con l'aiuto di Giroud: 25 gol stagionali, nove assist e titolo di capocannoniere della Ligue 1 certificano la definitiva cresciuta del ragazzo che veniva da Grenoble.
A fine anno, allo "Stade de la Mosson" si festeggia il primo titolo della storia, con tre punti di vantaggio sul ricco PSG: un miracolo, un vero miracolo sportivo. A quel punto, la squadra verrà smembrata: su tutti, il "goleador fascinoso" - come lo ribattezzò "Le Parisien" dopo una doppietta al Brest - è il primo indiziato a lasciare la Francia. Il presidente del Montpellier, l'eccentrico Moullin, a gennaio 2012 non lo lascia partire per meno di 50-60 milioni di euro; sei mesi dopo, dovrà accontentarsi di qualcosa di meno. Infatti, l'Arsenal punta l'attaccante del club campione della Ligue 1 per rinforzare la colonia francese dei "Gunners" e lo prende per 12 milioni di euro. Una responsabilità importante anche per lo stesso Giroud, che dovrà poi sostituire in una qualche maniera i gol di Robin van Persie, che nella stessa estate partirà per Manchester, direzione United, lasciando l'Arsenal dopo quasi dieci anni.

Giroud con la maglia della Francia: cinque gol con la maglia "bleu" finora.

Arrivato a Londra, sembrava che l'arrivo di Giroud fosse stato messo un po' in sordina, quasi come un acquisto qualsiasi. Nessuna esperienza fuori dalla Francia, per carità, però il ragazzo avrebbe meritato un pochino più d'attenzione. Si vedeva che era in crescita e che, alla lunga, potesse rivelarsi un investimento giusto. Del resto, il centravanti ha ricevuto anche l'attenzione della sua nazionale: l'allora C.T. Blanc non esitò a chiamarlo sul finire del 2011, quando Giroud stupiva il paese transalpino con il suo Montpellier. Lui stesso non ci ha messo poi molto a confermarsi, segnando un gol contro la Germania in amichevole: questo lo ha portato ad essere nel team "bleu" che partecipò ad Euro 2012. Da lì, Giroud ha avuto modo anche di dare una piccola speranza alla Francia di evitare i play-off per i Mondiali, con il gol del pareggio al "Vicente Calderon" contro la Spagna. Insomma, il centravanti è uno che colpisce vittime eccellenti e chissà se, con il Mondiale brasiliano alle porte, forse Giroud non possa trovare il modo di stupire ancora.
Per quanto riguarda la sua forma all'Arsenal, la prima stagione è stata d'ambientamento. Dopo un inizio difficile, il francese ha cominciato a segnare: alla fine dell'anno, il risultato è stato soddisfacente. Doppia cifra raggiunta sia in stagione che in Premier League (17 gol totali) e buon contributo nelle coppe nazionali. Inoltre, Giroud ha confermato la capacità di giocare per la squadra: gli undici assist non sono stati affatto casuali, ma frutto del suo mettersi al servizio dei compagni. I tifosi hanno imparato ad apprezzarlo, tanto da parodiare la famosa "Hey, Jude" dei Beatles: «Na, na, na-na-na, na-na-na, Giroud», cantano spesso i tifosi all'"Emirates Stadium". La nuova stagione sta andando decisamente meglio: la fase di ambientamento è ormai conclusa e Giroud è parte integrante della squadra. Anche nei momenti più bui, come dopo la sconfitta nella giornata inaugurale di Premier per mano dell'Aston Villa, il francese si è distinto, segnando il più possibile. Come detto in apertura, sabato ha realizzato una doppietta contro il Southampton, confermando il primo posto dell'Arsenal in campionato. Dopo tre mesi dall'inizio della stagione, ha già deciso il derby contro il Tottenham e segnato contro squadre del calibro di Napoli e BVB. La conta totale dei gol stagionali è a dieci in 19 gare. E il meglio, per il "goleador fascinoso", forse deve ancora venire.

Olivier Giroud, 27 anni, si sta finalmente affermando anche all'Arsenal.