29.10.12

ROAD TO JAPAN: Hideto Takahashi

Rieccoci qui per un'altra puntata della nostra rubrica "Road To Japan", sempre alla scoperta dei più interessanti talenti nel panorama del calcio giapponese. Oggi metteremo sotto i riflettori un ragazzo che potrebbe viaggiare per l'Europa già nel mercato invernale: richiesto da molte squadre, è ormai nel giro della nazionale. Con la sua squadra ha già vinto un paio di trofei e ha recentemente disputato la Champions League asiatica. Stiamo parlando di Hideto Takahashi, centrocampista dell'F.C. Tokyo.

SCHEDA
Nome e cognome: Hideto Takahashi (高橋 秀人)
Data di nascita: 17 Ottobre 1987
Altezza: 1.82
Ruolo: Centrocampista difensivo, difensore centrale
Club: FC Tokyo (2010-?)



STORIA DI UNA STELLA
Hideto Takahashi nasce il 17 Ottobre del 1987 nella Prefettura di Gunma, la più centrale di tutta la geografia nipponica. Dove crescono le piante "konjac" e nascono le Subaru, si fa strada anche un ragazzo dall'interessante talento. Il ragazzo, infatti, tira i suoi primi calci nelle giovanili del Tonan SC, partecipando anche al torneo giovanile U-15 riguardante i ragazzi delle scuole, dove arriva terzo con la sua squadra. Da lì, Takahashi si iscrive prima al liceo Maebashi, poi all'Università Gakuei di Tokyo: in entrambi i casi, egli continua a giocare a calcio, con la speranza di sfondare, senza però dimenticare lo studio. Grazie alle sue prestazioni con la squadra della sua università, Hideto viene notato dalla Federazione Giapponese e riesce ad entrare nel programma speciale della J-League, grazie al quale vengono designati dei giocatori che meritano una chance nella massima divisione nazionale. Insomma, una specie di "draft" americano stile NBA, nel quale Takahashi viene selezionato nel 2008 dall'F.C. Tokyo, che lo tessera definitivamente nel 2010, nonostante l'interesse molto forte di molteplici club. A quel punto, il ragazzo - conclusi gli studi ed ottenuta la laurea - può conquistare anche la J-League.
Nel 2010 arriva l'esordio in campo nazionale: a Maggio gioca nella Nabisco Cup, a Luglio colleziona anche la prima presenza in campionato. Gioca sia da centrale difensivo che da mediano di centrocampo, ma durante la prima stagione da professionista le presenze sono solo sei presenze; chiaro che il ragazzo deve farsi le ossa.
L'occasione nasce proprio dalla pessima situazione in cui naviga l'F.C. Tokyo: dopo aver vinto la Coppa dell'Imperatore l'anno precedente, la squadra riesce in un clamoroso salto all'indietro nelle prestazioni, retrocedendo nell'ultima giornata. Così, i rossoblu della capitale retrocedono in J-League 2.
E' la svolta per Takahashi: non solo guadagna posti nelle gerarchie dei titolari, ma il suo allenatore Oyuma lo sposta a centrocampo, ritenendo di non avere giocatori adatti per il ruolo di regista. Grazie a quest'intuizione, la squadra beneficia del talento del ragazzo di Gunma e lo stesso Takahashi cresce esponenzialmente nelle proprie prestazioni. I risultati non tardano ad arrivare: il centrocampista gioca ben 38 partite, condite da cinque gol. Inoltre, grazie ad un team superiore, l'F.C. Tokyo stravince la J-League 2 e risale nella massima categoria, vincendo il campionato con otto punti di vantaggio. Non solo: la squadra della capitale trionfa anche nella prestigiosa Coppa dell'Imperatore per la prima volta nella sua storia. E' la terza squadra non appartenente alla prima categoria nazionale a vincere quest'importante trofeo, la prima dalla giovane J-League 2.
Quest'anno Takahashi ha stabilmente occupato il posto di titolare e ha giocato sia in campo nazionale che nella Champions League asiatica. Inoltre, il suo nuovo allenatore Popovic lo ha definitivamente reso un centrocampista, lasciandolo giocare poco come centrale di difesa. Recentemente Sir Alex Ferguson ha messo gli occhi su di lui e si parla già di United a Gennaio: che Takahashi possa unirsi a Kagawa in quel di Manchester?

CARATTERISTICHE TECNICHE
Evidenziamo subito una dote del ragazzo: la duttilità. Il fatto di poter giocare sia centrale di difesa che regista di centrocampo lo aiuta moltissimo. In caso d'emergenza, come sta accadendo nelle ultime settimane per l'F.C. Tokyo, spostare un ragazzo con una buona tecnica in difesa può essere d'aiuto in un doppio modo: si colma le assenze in retroguardia e si può impostare il gioco fin dai centrali difensivi. Il ragazzo è dotato anche di una buona personalità, che gli ha permesso di emergere finora e di guadagnarsi anche la chiamata di Zaccheroni nella nazionale giapponese. Il suo modello è Patrick Vieira: chissà che Takahashi non possa un giorno raggiungerlo..

STATISTICHE
2010 - FC Tokyo: 7 presenze, 0 gol
2011 - FC Tokyo: 38 presenze, 5 gol*
2012 - FC Tokyo (in corso): 37 presenze, 2 gol
*in J-League 2

NAZIONALE
Takahashi ha rappresentato il Giappone già alle Universiadi del 2009, dove era il capitano della squadra che colse il bronzo a Belgrado. Una squadra molto forte, in cui per altro c'erano anche Kensuke Nagai e Hiroki Yamada, di cui abbiamo parlato nei numeri precedenti di questa rubrica. Nel Maggio del 2012, dopo esser stato visionato molte volte, Takahashi esordisce con la maglia della nazionale maggiore in un'amichevole a Niigata contro l'Azerbaigian. A Settembre, scende nuovamente in campo per un altro match amichevole, stavolta contro gli Emirati Arabi Uniti; pochi giorni fa, invece, ha calcato per qualche minuto il prato del Saint-Denis nella partita d'esibizione contro la Francia, vinta dai nipponici per 1-0. Insomma, è nel giro della nazionale: bisogna solo vedere quando ci sarà un'occasione ufficiale per mostrare le sue capacità.

LA SQUADRA PER LUI
Come si accennava all'inizio dell'articolo, se ti cerca Sir Alex Ferguson.. beh, un buon motivo ci dev'essere. Il ragazzo ha bisogno di migliorare ancora e forse un salto di questo genere sarebbe anche troppo grande. Eppure le potenzialità ci sono e Takahashi può sicuramente ambire all'Europa: la Germania sembrerebbe la meta ideale, visto che il centrocampista ha bisogno di maturare ancora e ci vuole pazienza per aspettare i giovani. Una dote non diffusissima né in Spagna, né (sopratutto) in Italia. In Inghilterra ci vuole un certo fisico, sopratutto per un ruolo del genere, e quindi pensarlo già pronto per la Premier viene difficile; certo, la duttilità lo aiuterà ad essere appetibile per molte squadre europee. Così come il suo prezzo: un milione di euro secondo il sito transfermarket.com.



25.10.12

The Un-European Man.

Non ci deve aver dormito la notte. L'ultima serata di Champions League ha consegnato l'ennesima dramma europeo ad un uomo, un allenatore che in campo internazionale non ha riscosso grossi risultati: Roberto Mancini. Nonostante i suoi successi nei tornei nazionali (sia in Italia che in Inghilterra), il "Mancio" non riesce proprio ad avere un buon rapporto con le competizioni europee. Ogni anno è la stessa storia: si parte per vincere qualcosa o far bella figura e poi, invece, le sue squadre escono con le ossa rotte. Che sia Champions League, Europa League o la vecchia Coppa UEFA, poco importa. Basti pensare che il miglior risultato in campo europeo ottenuto da Mancini risale a 10 anni fa: un'eternità.

Qui il "Mancio" ai tempi della Samp: ne fu capitano ed uno dei più grandi giocatori.

Roberto Mancini, tecnico 47enne di Jesi, è stato un grandissimo giocatore; anzi, visti i suoi trascorsi con la maglia azzurra, forse ha raccolto anche poco dalla sua immensa classe. Con le maglie di Bologna, Sampdoria e Lazio, ha illuminato il campionato italiano con le sue magie per vent'anni; una volta appesi gli scarpini al chiodo, era chiaro che potesse fare l'allenatore. Il primo club è stato la Fiorentina, che ha portato a vincere una Coppa Italia nel 2001, ma ha anche accompagnato verso la retrocessione dell'anno successivo. Ciò nonostante, avere un'esperienza del genere a 36 anni è stato importante e ha dimostrato come Mancini avesse una grossa personalità, nonché la capacità di gestire il gruppo. Il passo successivo fu la Lazio, della quale fu tecnico dal 2002 al 2004. A Roma, il "Mancio" ottiene buoni risultati: un quarto ed un sesto posto, una partecipazione alla Champions, una semifinale di Coppa UEFA ed un'altra vittoria in Coppa Italia.
A quel punto, Massimo Moratti lo chiama all'Inter l'anno successivo. Con Mancini, i nerazzurri tornano a vincere lo scudetto dopo 17 anni, seppur esso sia stato assegnato a tavolino dopo lo scandalo di "Calciopoli". In ogni caso, nelle due stagioni successive, l'Inter conquista il campionato per altre due edizioni: nella prima vince dominando, nella seconda soffre fino all'ultima giornata contro la Roma di Spalletti. A questi trofei vanno aggiunte altre due Coppe Italia ottenute dal tecnico marchigiano, specialista in questa competizione: ne ha infatti vinte dieci in totale, quattro da allenatore e sei da giocatore. In entrambi i campi, detiene il record di Coppe Italia conquistate.
Nonostante i successi, Mancini viene allontanato dalll'Inter a causa delle dichiarazioni dopo Inter-Liverpool, partita che sancì l'ennesima eliminazione europea dei nerazzurri. La società decise di dare spazio a Mourinho e all'era del "Triplete", mentre Mancini rimase a piedi per poco più di un anno, finché non si comincia a parlare della possibilità di andare in Premier League. La possibile meta è il Manchester City: gli sceicchi vorrebbero infatti andare in Champions League, ma l'allenatore Mark Hughes non sta ottenendo i risultati previsti. Così, Mancini viene chiamato alla guida dei Citizens nel Dicembre 2009, risolvendo il suo contratto con l'Inter; purtroppo, neanche il tecnico di Jesi riuscì a centrare l'obiettivo, perdendo nella sfida decisiva contro il Tottenham e finendo quinto in classifica. Una posizione comunque utile per prender parte all'Europa League dell'anno successivo.
Nell'estate 2010, Mancini mette in piedi una rivoluzione, acquistando Balotelli, Yaya Touré, David Silva e facendo tornare Joe Hart alla base; inoltre, vengono messi da parte molti giocatori della gestione Hughes. In questo modo, il City fa un buon cammino in campionato, mentre in Europa esce ben presto dall'Europa League. A Maggio, però, i tifosi tornano a festeggiare un successo dopo 35 anni, ovvero la vittoria in F.A. Cup. A questo traguardo, si deve aggiungere la qualificazione diretta in Champions League per la prima volta nella storia, ottenuta grazie al terzo posto in campionato.
Le cose non fanno che migliorare l'estate successiva, quando il City acquista anche Sergio Aguero e Samir Nasri, spendendo 75 milioni di euro. Sono due giocatori che aumentano il potenziale dei Citizens, consentendogli di realizzare una stagione straordinaria. Nonostante un altro fallimento europeo, i ragazzi di Mancini si riscattano. Difatti conquistano la Premier League dopo 44 anni, in un finale assurdo nella partita contro il QPR del 13 Maggio 2012: sotto 2-1 all'inizio del 90', il City rimonta e vince con il gol decisivo del "Kun" Aguero, finendo davanti agli odiati cugini dello United. A questi trofei, va aggiunta la Charity Shield conquistata in Agosto contro il Chelsea.
La morale della favola qual'è, quindi? Ci troviamo di fronte ad un tecnico capace di vincere ben 12 trofei nazionali con quattro diverse squadre in 11 anni di carriera. Buon risultato, se non fosse che ci sono i sogni europei a tenere sveglio il "Mancio". Non a caso, egli dichiarò - all'inizio di questa stagione - che l'obiettivo a lungo termine del City era vincere la Champions; adesso, dalle parti dell'Etihad Stadium, non ne sono più tanto sicuri.

Mancini e la Coppa Italia, un legame speciale: 10 vittorie per lui in questa competizione.

Sconfitta al Bernabeu contro il Real, pareggio fortunoso in casa contro il Borussia e sconfitta all'Amsterdam Arena contro l'Ajax. Un punto in tre partite: questo è il bilancio europeo del City nella Champions di quest'anno. Per carità, non è tutto perduto, ma compromesso sì. Del resto, il problema principale del tecnico italiano è stato sempre l'Europa, nonostante una forte ambizione anche in campo internazionale. Come direbbe qualcuno usando un tormentone di Internet, "mai una gioia".
L'esordio di Mancini in Europa avviene con la Fiorentina nel 2001: con la conquista della Coppa Italia, i viola hanno diritto a giocare in Coppa UEFA. Sarà un'avventura breve: al terzo turno, i gigliati vengono eliminati dal Lilla, già giustiziere del Parma nei preliminari di Champions. Va meglio con la Lazio, dove Mancini arriva fino alla semifinale di Coppa UEFA nel 2003, prima di cedere ai futuri campioni del Porto, allenati da un certo José Mourinho. La Champions attende i biancocelesti nella stagione successiva, ma l'esperienza si conclude nella fase a gironi, dove la Lazio termina all'ultimo posto.
Poco importa: all'Inter lo aspettano quattro partecipazioni consecutive alla Champions, in modo da poter dimostrare di essere capace anche in campo europeo. Purtroppo, non sarà esattamente questo lo scenario degli anni interisti: due quarti di finale i massimi risultati ottenuti da Mancini in Europa con i nerazzurri. A questi, vanno aggiunti altri due ottavi di finale. Insomma, poco o niente per la potenza tecnica ed economica che l'Inter sprigiona. Ed è proprio l'ultimo fallimento di Champions, targato Liverpool, ad incrinare definitivamente i rapporti tra la dirigenza e Mancini, tanto che quest'ultimo verrà allontanato a fine stagione.
Una volta poi giunto a Manchester, si pensa che Mancini abbia l'occasione d'oro per riscattarsi in Europa; i soldi degli sceicchi e gli investimenti pesanti gli permettono di avere una signora squadra. Ciò nonostante, già nel 2010/2011 - in Europa League - le cose non vanno per il verso giusto ed il City viene incredibilmente eliminato negli ottavi di finale dalla Dinamo Kiev. Nella stagione successiva, arriva il tanto atteso esordio in Champions in un girone di ferro: Bayern Monaco, Napoli e Villareal. Ma i Citizens paiono avere le carte in regola almeno per passare il turno; invece, il Napoli di Mazzarri sorprende i ragazzi di Mancini, che finiscono terzi e ripescati in Europa League. Dove le cose, come al solito, non vanno meglio. Sebbene il City abbia una squadra in grado di vincere la competizione a mani basse, la squadra di Manchester esce ancora, sempre negli ottavi di finale, contro lo Sporting di Lisbona. 
Insomma, l'Europa è una maledizione per Mancini. E serve a poco avere la faccia tosta di dire che non hai una Ferrari su cui sederti, perché gli sceicchi hanno speso ancora quest'estate: stavolta sono arrivati Nastasic, Javi Garcia e Rodwell. Cosa c'è da migliorare in una squadra del genere, se si vuole vincere in Europa? Forse una sola cosa: l'allenatore. Già, perché il calcio difensivo di Mancini può sicuramente andar bene per l'Inghilterra e l'Italia, patrie del "football" poco propositivo, ma non in Europa. Dove il Real ti prende a pallonate al Bernabeu dal primo all'ultimo minuto; dove il Borussia di Klopp domina a Manchester, ma non vince per pura sfortuna; dove l'Ajax dei giovani non sarà forte come altri anni, ma ha più voglia dei tuoi giocatori. Dove, insomma, ci vuole ben altro approccio: un Di Matteo che vince la Champions capita una volta ogni vent'anni. E Mancini sicuramente non può vincere la coppa dalle "grandi orecchie" in questa maniera. Anche perché i numeri parlano chiaro: la percentuale media di vittorie, escludendo il periodo a Firenze, è più alta in campo nazionale che internazionale. Ed il distacco fra queste due cifre è aumentato nelle esperienze con l'Inter e con il City. Continua così la maledizione europea per il tecnico marchigiano; a questo punto, tanto varrebbe rinominarlo "The Un-European Man".

Un Mancini abbattuto all'Amsterdam Arena: l'Europa è una maledizione per lui.

22.10.12

Never back down.

"Non arrendersi mai": è questo il titolo di uno dei film che ha catturato l'attenzione un paio d'anni fa. Al di là della trama prevedibile e poco congegnata (un ragazzo con una vita difficile e con una gran voglia di riscatto), l'intitolazione di questa pellicola cinematografica potrebbe tornare utile anche per la descrizione di uno degli ultimi leoni che ancora calcano i campi di calcio. Sto parlando di Edgar Davids, ex mediano della nazionale olandese e della Juventus. Già, perché l'uomo dagli occhiali da sole e dalle treccine indomabili sta nuovamente correndo chilometri nella sua nuova avventura inglese. Non è servito avere ormai 39 anni e due di inattività alle spalle: il suo rapporto con il calcio è qualcosa di viscerale.


Nato il 13 Marzo del 1973 in quel di Paramaribo, Edgar Davids è originario quindi del Suriname, piccolo stato del Sudamerica. Il piccolo bambino nato con i "dreadlocks" (le treccine che lo hanno reso famoso) nasce in un allora colonia dell'Impero Olandese (almeno fino al 1975) e così ottiene subito la possibilità di giocare per gli Orange, così come hanno potuto farlo altri calciatori olandesi originari dello stato sudamericano; fra i tanti, Clarence Seedorf, Aron Winter e Jimmy Floyd Hasselbaink. 
La carriera di Davids comincia, come quella di tanti talenti olandesi, nel vivaio dell'Ajax; il club di Amsterdam lo cresce e lo fa conoscere al mondo come "il Pitbull", per quello stile di gioco che il suo allenatore Louis Van Gaal trova fondamentale per i successi della sua squadra. Sono cinque anni fantastici, in cui Davids vince diversi titoli nazionali, una Coppa UEFA, una Champions League, una Supercoppa Europea ed una Coppa Intercontinentale. Tra l'altro, nelle due finali di Champions che disputa con la maglia dei "lancieri", il mediano olandese incontrerà le sue due future squadre: Milan e Juventus.
I rossoneri approfittano della sentenza Bosman (che apriva l'era dei parametri zero) e lo tesserano nel 1996. L'anno e mezzo trascorso da Davids con la maglia del Milan non è particolarmente positivo: solo 31 presenze ed un infortunio che lo costringe ad un lungo stop. Per altro, quel Milan non è più quello vincente dell'era degli olandesi e così il mediano decide di trasferirsi alla Juventus sul finire del 1997: nove miliardi di lire per il suo passaggio in bianconero. Sarà tutta un'altra storia.
Nonostante l'operazione per un glaucoma, che lo costringerà a portare degli occhiali protettivi, gli anni di Davids alla Juve sono un successo senza precedenti. Con la squadra di Torino vince tre scudetti e due Supercoppe Italiane, dimostrando di essere un elemento valido sia per Ancelotti che per Lippi. Davids verrà anche squalificato dalla FIFA per nandrolone nel 2001, ma la vicenda non si fece sentire sul suo rendimento in campo. Chiusi i sei anni a Torino (a causa di disguidi con Lippi), l'olandese passa sei mesi in prestito a Barcellona nel 2004, dove fornisce un grande contributo. Si spera nel suo riscatto, ma il club blaugrana non compra Davids e così il mediano torna alla Juve.
Ormai fuori dai progetti anche del neo-allenatore Capello, Edgar chiuderà il suo "giro d'Italia" andando all'Inter, dove tornerà quello ammirato nell'anno e mezzo al Milan: spento ed inconcludente. Insomma, neanche lontamente parente del Pitbull visto con la Vecchia Signora. La reazione naturale della dirigenza nerazzurra è quella di rescindere il contratto di tre anni firmato l'estate precedente.

Edgar Davids e la Juventus: un legame di cui entrambe le parti hanno beneficiato.

Finita l'avventura italiana, Davids - ormai 32enne - trova un ingaggio al Tottenham, in Inghilterra. L'olandese migliora le sue prestazioni e sembra ripetere quello che aveva fatto vedere a Barcellona, diventando un idolo dei tifosi; la squadra finisce quinta in entrambe le stagioni, ma Davids decide di tornare a casa. L'Ajax lo aspetta per fargli concludere una gloriosa carriera ed il giocatore non si smentisce, dando il massimo per la causa del club di Amsterdam. Con l'Ajax, Davids vince un'altra coppa nazionale, segnando per altro il rigore decisivo. La stagione successiva inizia con la rottura della tibia in un'amichevole e così quella che sembra l'ultima annata calcistica di Davids si chiude con poche presenze e l'intenzione di non rinnovare il contratto con l'Ajax. Tutto questo dopo aver già chiuso la carriera in nazionale due anni prima, dopo aver disputato 74 partite con la maglia degli Orange. Le presenze a tre fasi finali degli Europei e ad una dei Mondiali impreziosiscono il suo curriculum; avrebbe potuto farcela anche per i Mondiali del 2006 (per i quali era stato nominato capitano dal C.T. Van Basten), se solo avesse giocato di più con l'Inter e con il Tottenham.
Ma Edgar Davids non si arrende mai. Lui è fatto così, sempre agguerrito e mai con i peli sulla lingua. Una volta, durante gli Europei del 1996, fece delle dichiarazioni irrispettose nei confronti del suo C.T. Hiddink e venne spedito immediatamente a casa. Allo stesso modo, Davids interpreta il suo legame con il pallone come quello con il campo: se sul terreno di gioco era un mastino, fuori non molla mai. E così il "Pitbull", dopo non aver trovato l'accordo con il Vitesse e con il Leicester, torna nel 2010 dopo due anni di inattività, firmando per il Crystal Palace, allora militante nella seconda divisione inglese. E' un contratto "pay-as-you-play", cioè verrà pagato in proporzione alle presenze che collezionerà. Le presenze saranno otto, finché Davids non rescinde il contratto, pur descrivendo il periodo al Palace come "una delle esperienze più gratificanti della mia vita".
Dopo altri due anni di stop, l'olandese riparte nuovamente. Sempre dall'Inghilterra, sebbene sia sceso di due categorie: Davids ha infatti firmato questo mese con il Barnet, squadra che staziona all'ultimo posto della Football League Two (quarta serie inglese). Il suo compito sarà quello dell'allenatore-giocatore, come fece Gianluca Vialli qualche anno addietro nella sua avventura al Chelsea. Affiancando il manager Mark Robson, Davids cercherà di dare il suo contributo, come ha sempre fatto ovunque abbia militato come calciatore. Del resto, ha già fatto vedere di cosa è capace nell'ultimo turno di campionato, quando è tornato in campo e ha guidato la squadra nella vittoria per 4-0 sul Northampton. Da capitano. Insomma, un leone indomabile che non si arrende mai. O come direbbero gli inglesi, "a lion who never backs down". 

Edgar Davids, 39 anni, riparte dal Barnet: capitano, allenatore, giocatore.

18.10.12

In continua sfida con il passato.

Non è una novità che Lionel Messi sia uno dei giocatori più forti al mondo, se non il migliore al momento. E quando un concetto del genere si solidifica nella mente degli appassionati, la sfida con chi ti sta intorno sul campo da gioco non vale più; perciò, si porta questa sfida ad un livello più alto. Sono anni che ci si chiede se sia possibile paragonare Messi con i grandi del calcio. E adesso la sfida si sposta su un altro campo, quello del tempo: può Messi essere considerato ai livelli di Maradona e Pelé, se non addirittura migliore di loro? Sembrerebbe che le recenti imprese con la nazionale argentina lo stiano elevando su questo piano..

Un 18enne Messi segna il suo primo gol ai Mondiali del 2006 contro la Serbia.

Lionel Messi, nato a Rosario nel 1987, è ormai conosciuto anche da chi non segue il calcio. Uno dei migliori prodotti degli ultimi anni calcistici, è una superstar nel Barcellona, con il quale ha vinto numerosi trofei, ma gli è sempre mancata la consacrazione con l'Albiceleste. Nonostante già due Mondiali disputati alle spalle, Messi non ha lasciato ancora nessun segno indelebile nella storia della nazionale argentina. Il suo rapporto con i tifosi dell'Argentina è sempre stato segnato da un paragone difficile da reggere: Diego Armando Maradona. Una comparazione che ha già fatto fuori parecchi talenti degli ultimi vent'anni (Aimar e D'Alessandro, tanto per fare un paio d'esempi) e che rischiava di schiacciare anche Lionel. In effetti, guardando i grandi appuntamenti internazionali a cui il Pallone d'Oro ha partecipato, ci sono state più ombre che luci.
I risultati di squadra sono sempre mancati e Messi non è mai stato in grado di fare veramente la differenza nel momento decisivo. Nel 2006 era poco più che un ragazzino ed il gol alla Serbia lo fece conoscere al mondo, ma tutto sommato non giocò neanche la partita decisiva per l'Albiceleste, quella dei quarti di finale in cui venne eliminata dalla Germania. Purtroppo, nel Mondiale successivo, il fenomeno del Barca ha mostrato poco del suo potenziale, risultando impalpabile nel momento dell'eliminazione: il 4-0 subito dalla Germania fu senza storia e neanche la classe dell'argentino riuscì a ribaltare le sorti di quella partita. Una mazzata che mise in ginocchio anche il suo C.T., Diego Armando Maradona, che - guarda caso - è il punto di paragone per stabilire se Messi è davvero il più grande della storia del calcio mondiale.
Raschiando nel passato e spostando il nostro sguardo su altre competizioni, come la Copa America, il bilancio personale non migliora. Nella prima competizione continentale disputata dal genio di Rosario, Messi mise a segno due reti nella Copa America del 2007: una nei quarti di finale contro il Perù e l'altra nelle semifinali contro il Messico. Due trionfi che portarono l'Argentina alla finale di Maracaibo, dove la nazionale di Basile le prese sonoramente dal Brasile di Dunga: un 3-0 senza se e senza ma, che consegnò la Copa America ai verdeoro. Quattro anni dopo, il fatto che l'Argentina ospitasse la manifestazione non è bastato a Messi per alzare le sue prestazioni; anzi, semmai è stato un deterrente, vista la pressione che si era manifestata riguardo le prestazioni del fuoriclasse del Barcellona. Un girone balbettante fu solo il preludio all'eliminazione nei quarti di finale, avvenuta per mano dell'Uruguay ai calci di rigore; anche in questo caso, nessun segno evidente della grandezza calcistica di Messi, ancora una volta mancato nel momento cruciale.
Insomma, se escludiamo le Olimpiadi di Pechino del 2008 (concluse con la medaglia d'oro vinta dall'Argentina) e la Coppa del Mondo Under-20 del 2005 (vinta da miglior giocatore del torneo, con sei gol realizzati), il rapporto tra l'Argentina e Messi è stato sempre tribolato. Fino agli ultimi mesi, nei quali l'argentino si sta mettendo in evidenza, trascinando (da capitano) la nazionale.

Mondiali del 2010: Messi finisce fuori ai quarti di finale, senza neanche una marcatura.

E adesso riparte il paragone. Grazie agli ultimi gol segnati nella qualificazione ai Mondiali del 2014, Messi ha definitivamente conquistato i tifosi dell'Albiceleste. Sul 3-0 all'Uruguay di venerdì scorso, c'è la firma indelebile della  "Pulce", così come sul 2-1 esterno al Cile: tre gol ed un assist. 12 dei suoi 31 gol in nazionale sono arrivati sono quest'anno, distribuiti in otto partite. Insomma, finalmente Messi pare sulla strada giusta e sembra poter diventare decisivo per le sorti della sua nazionale. Il problema è che la domanda è sempre la stessa: riuscirà ad esserlo nei momenti più importanti, come in un Mondiale? Attenzione, non è che il suo avversario di sempre Cristiano Ronaldo sia messo meglio, dato che anche l'asso del Madrid ha fatto progressi in questo campo solo negli ultimi Europei..
Ma più sei in alto, più devi dimostrare che non ci sei capitato per caso. E più ti dicono che sei il miglior giocatore che il calcio abbia visto negli ultimi anni, più devi meritartelo. E forse è questa la più grande differenza tra gli assi del calcio mondiale d'oggi con quelli di ieri. Ronaldo - quello vero, come piace dire a molti - ha vinto un Mondiale (quasi) da solo; Zidane ha conquistato la Coppa del Mondo e l'Europeo in una Francia fortissima, ma nella quale era leader indiscusso. Cosa hanno conquistato Messi e Cristiano Ronaldo ad oggi in campo internazionale con le proprie nazionali? Nulla. Magari è questo il problema: sono giocatori eccezionali, ma che devono dimostrare di valere da soli  una vittoria così importante, come può essere quella di un Mondiale, di un Europeo o di una Copa America.
E' questo il problema per Messi: l'essere in continua sfida con il passato. Che si chiami Maradona o Ronaldo, poco importa.

Con tre gol, Messi ha deciso le ultime due gare: il paragone con Maradona è ancora valido?

14.10.12

UNDER THE SPOTLIGHT: Markus Henriksen

Bentornati ad un nuovo episodio di "Under The Spotlight", la rubrica nella quale metto in luce i nuovi talenti che si affacciano sul panorama del calcio europeo. Oggi parlerò di un ragazzo norvegese, proveniente dal più glorioso club della nazione, che adesso si sta facendo largo in un campionato di più alto livello come l'Eredivisie olandese. Il suo nome è Markus Henriksen.

SCHEDA
Nome e cognome: Markus Henriksen
Data di nascita: 25 Luglio 1992
Altezza: 1.87 m
Ruolo: Centrocampista centrale, trequartista.
Club: AZ Alkmaar (2012-?)


STORIA
Nato a Trondheim, Henriksen cresce nel Trond IL, ma viene ben presto ingaggiato proprio dal club della sua città, che risulta essere anche il più glorioso di tutta la storia del calcio norvegese: il Rosenborg. Con i bianconeri, non passa molto tempo prima che ci si accorga delle sue qualità. Dotato di buona intelligenza calcistica e di una resistenza straordinaria, il giovane centrocampista timbra la sua prima presenza nella Tippeligaen (il campionato norvegese) il 20 Settembre del 2009, a soli 17 anni. Come se non bastasse, si pensi che aveva esordito quattro mesi prima con la maglia del Rosenborg, ancora 16enne, nella coppa nazionale.
Figlio di uno degli assistenti dello staff tecnico della squadra, Henriksen non ha bisogno di favoritismi per emergere: il suo modo di intendere il calcio si vede poco in Norvegia, anzi.. forse non si è mai visto del tutto. Se il campionato dell'anno d'esordio è vinto per "partecipazione", il centrocampista mette la firma su quello del 2010, giocando 46 partite stagionali tra Tippeligaen, coppa nazionale e match europei. Inoltre, il ragazzo comincia anche a segnare un discreto numero di gol - ben 14 al suo primo anno da titolare in tutte le competizioni.
Nell'ultimo anno e mezzo, Henriksen non ha fatto altro che confermarsi su certi livelli: 64 presenze e 9 reti, che non hanno portato titoli in quel di Trondheim, ma hanno permesso al ragazzo di farsi un nome e concentrare su di lui le attenzioni di diversi club europei. Inoltre, il ragazzo - nato trequartista - viene arretrato a mediano, lasciando spazio ad un altro potenziale talento del Rosenborg, Per Ciljan Skjelbred. La mossa ha funzionato e non c'è dubbio che anche lo stesso Henriksen ne abbia beneficiato.
Dopo aver rinnovato il contratto fino al 2013 ed esser stato oggetto della visita degli scout di Werder Brema, Aston Villa e Napoli, il centrocampista del Rosenborg sembra pronto a lasciare Trondheim nel Gennaio del 2012, destinazione Club Brugge. La cifra modica di due milioni di euro fa gridare all'affare, che però salta all'ultimo; il Rosenborg cita "ragioni finanziarie" per giustificare l'impossibilità di concludere il trasferimento del ragazzo.
Ma passano sei mesi e, alla fine, si fa avanti l'AZ di Alkmaar; la squadra olandese preleva Henriksen per due milioni di euro. Ora vedremo se il norvegese sarà in grado di imporsi anche nell'Eredivisie.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Come già sottolineato all'inizio dell'articolo, il ragazzo ha mostrato un'ottima "stamina" ed una capacità di stare in campo fuori dal comune. Chiaro, si è visto nel campionato norvegese e va testato ad un livello più alto, ma tutto sommato vi sono caratteristiche che si possono notare al di là del campionato in cui si gioca. Un esempio può essere il tiro di cui è dotato Henriksen: esso ha la potenza per fare male da fuori area e la precisione, dovuta al fatto che il centrocampista è in grado di tirare bene con entrambi i piedi. Una dote che, nel calcio d'oggi, viene sempre più a mancare.
Inoltre, la sensazione che il norvegese dà è che giochi accanto allo schermo davanti alla difesa non perché non è capace di giocare più avanti, ma perché vi si trova meglio. Insomma, il ragazzo potrebbe avere un futuro anche da mediano, se aiutato e preparato in tal senso; intanto, può giocare anche dietro le punte.
Questo talento, unito ad un'immensa personalità, potrebbero fare di Henriksen una delle star del futuro.

STATISTICHE
2009 - Rosenborg: 5 presenze, 0 gol
2010 - Rosenborg: 46 presenze, 14 gol
2011 - Rosenborg: 38 presenze, 5 gol
2012 (Gen.-Lug.) - Rosenborg: 26 presenze, 4 gol
2012/2013 - AZ Alkmaar (in corso): 4 presenze, 0 gol

NAZIONALE
Completata la trafila con l'U-17 e l'U-19, Henriksen viene chiamato ad appena 18 anni per l'Under-21, con la quale debutta nell'Agosto 2010. Due mesi dopo, anche il C.T. della nazionale maggiore, Egil Olsen, si accorge di lui e lo convoca per un'amichevole a Spalato contro la Croazia, nella quale esordisce con la Norvegia. Dopo essersi conquistato i galloni da titolare, Henriksen ha spiegato - sul finire del 2011 - i traguardi che vuole raggiungere con la sua nazionale, dichiarando che vuole essere fondamentale sia per il club in cui gioca, sia per la nazionale. Il centrocampista vorrebbe risultare importante non solo a livello di gioco, ma anche nello spogliatoio, al di là dell'età sulla carta d'identità.
Per ora, il curriculum di Henriksen con la nazionale norvegese parla di 13 presenze e di un gol, realizzato contro la Slovenia il mese scorso, in una partita valida per le qualificazioni al Mondiale del 2014.

LA SQUADRA PER LUI
Non nego che mi sia stupito quando il Milan, orfano di Pirlo e Van Bommel, non si è buttato su di lui per cercare un sostituto a centrocampo. Di certo, il norvegese avrebbe fornito quel mix di quantità e qualità che manca così tanto alla squadra di Allegri nel reparto nevralgico del campo. Ed è proprio dal centrocampo che stanno emergendo i problemi più grandi per i rossoneri.. peccato. Intanto, l'AZ se lo godrà, cercando di farlo crescere; poi la Premier League sarebbe - insieme alla Serie A - il campionato più adatto ad accogliere questo grande talento.



11.10.12

Magie e cadute.

E' un simulatore, un pagliaccio, un razzista. Sono solo alcune delle critiche che sono state rivolte a Luis Suarez, talentuoso e contraddittorio attaccante del Liverpool e della nazionale uruguaiana. La sua reputazione calcistica è ottima, visto il suo enorme bagaglio tecnico; ma la sua carriera, macchiata già da alcuni episodi, ha aggiunto un nuovo capitolo negativo alla lista. Nel match dell'ultimo turno di Premier tra i Reds e lo Stoke City, Suarez ha avuto l'ennesima caduta di stile (e non solo). Minuto 73 della partita incriminata: Suarez passa un avversario in area di rigore, converge verso il centro e poi simula clamorosamente una caduta forzata. Dopo aver subito quello che sembra una spinta d'aria, l'attaccante rimane per terra, in attesa di un fischio che non arriva. Qualche fischio in effetti è arrivato: i tifosi dello Stoke, come molti in Inghilterra, lo hanno poi preso di mira; Tony Pulis, tecnico della squadra ospite, ne ha richiesto la squalifica, in aggiunta ad una forte multa. Insomma, la vita per Suarez - dal punto di vista degli episodi simbolici - è dura in quel di Liverpool. Ma il profilo del giocatore avrebbe dovuto far riflettere, dato che non sarà né il primo, né l'ultimo episodio.


Luis Suarez è uno dei calciatori più interessanti dell'intero panorama calcistico mondiale. Nato a Salto (dove nasce anche Cavani) il 24 Gennaio 1987, l'uruguaiano cresce nel Nacional, mostrando le sue doti già a 19 anni, con 12 gol. I talent-scout del Groningen erano in Uruguay per visionare un altro giocatore, ma alla fine prendono Suarez, a soli 800mila euro. L'acquisto avviene nonostante "El Pistolero" abbia la fama di piantagrane, con alcuni episodi già avvenuti al Nacional. Uno su tutti: una testata all'arbitro durante una partita delle giovanili.
Arrivato a Groningen, Suarez ha delle difficoltà durante i primi tempi in Olanda, a causa della nuova lingua e del nuovo tipo di calcio che deve affrontare. Ma quando l'uruguaiano si adatta, egli riesce a trovare più spazio in squadra e conclude la stagione alla grande: esordio in Europa e 17 gol in 35 presenze. Non male per essere al primo anno. L'Ajax nota il suo potenziale e così decide di offrire 3,5 mln. di euro; il club biancoverde rifiuta e Suarez porta il caso alla Federazione olandese per facilitare l'accordo con i lancieri. La causa gli si ritorce contro, ma il club di Amsterdam viene incontro al Groningen, alzando l'offerta e comprando Suarez per 7,5 mln. di euro. Insieme alla maglia dell'Ajax, arriva anche la nazionale, della quale Luisito diventa un titolare.
Nei primi due anni ad Amsterdam, il club non vince il campionato, ma Suarez dimostra di avere il potenziale per arrivare più in alto. A confermarlo vi sono i 50 gol ed i 20 assist in questi due campionati. Quando arriva Martin Jol all'Ajax, Suarez diventa capitano e replica le 50 reti segnate.. ma in una sola stagione, in tutte le competizioni disputate nel 2009/2010; inoltre, il capitano dei "lancieri" viene nominato miglior calciatore dell'Eredivisie. La consacrazione definitiva arriva nel Mondiale di quell'anno, dove l'Uruguay giunge quarto e l'attaccante segna tre gol; ma anche in quest'occasione, Suarez si fa riconoscere. Il numero 9, infatti, salva con le mani il gol-sconfitta nei supplementari del quarto di finale contro il Ghana; quando poi Gyan Asamoah sbaglia il rigore che porterebbe gli africani alle semifinali, l'attaccante si auto-definisce un "eroe". Insomma, certi episodi capitano ovunque vada.

Suarez con la maglia dell'Ajax: capitano e più di 100 gol con i "lancieri".

Dopo aver raggiunto i 100 gol con la maglia dell'Ajax nella fine del 2010, Suarez si rende protagonista di un altra bravata: durante una partita contro il PSV nel Novembre di quell'anno, "El Pistolero" morde Bakkal sulla spalla. E' l'ultimo capriccio con la maglia della squadra di Amsterdam, dato che viene squalificato sette giornate e, nel frattempo, il Liverpool lo acquista nel mercato invernale per 26 milioni di euro.
Nei primi sei mesi, le cose vanno bene: Suarez prende il numero 7, leggendario dalle parti di Anfield (lo hanno vestito giocatori come Dalglish e Keegan), ma l'uruguaiano non sente la pressione. Anzi, sotto la guida dello stesso Kenny Dalglish, aiuta il Liverpool, che recupera dal 12° posto di Gennaio al 6° finale. Per continuare uno splendido 2011, Suarez vince anche la Copa America quell'estate con la sua nazionale e giungerà quinto nella classifica di fine anno del Pallone d'Oro.
Ma la stagione successiva sarà forse la peggiore degli ultimi anni della sua breve, ma già fulgida carriera; per carità, 17 gol in 39 partite sono una buona media, ma sono gli episodi extra-calcistici a rovinargli definitivamente la reputazione. Il 15 Ottobre 2011, nel match casalingo contro i rivali del Manchester United,   Suarez insulta in maniera razzista il suo collega ed avversario Patrice Evra, terzino dei Red Devils. Dopo tante chiacchere, le smentite di rito ed un'indagine approfondita della Football Association, l'attaccante del Liverpool viene squalificato per otto turni e multato per quasi 50mila euro. E nonostante il club lo supporti, in realtà il Liverpool deciderà di non fare ricorso. Sarà una condanna: ogni tifoso inglese, non abituato a questi episodi e vedendo il proprio calcio infangato da questo caso, fischierà sonoramente Suarez ad ogni visita lontana da Anfield.
La vicenda è comunque lontana dalla fine: l'11 Febbraio 2012 c'è la sfida di ritorno fra le due squadre, stavolta a Manchester. Sotto gli occhi di un Old Trafford incredulo, Suarez rifiuta di stringere la mano ad Evra, causando un altro incidente diplomatico. Ci vuole poco perché anche Dalglish finisca nella bufera, affermando di non aver visto nulla di anomalo nell'episodio; il club e lo sponsor tecnico, in seguito, costringeranno i due a delle scuse pubbliche, vista la reazione inferocita dei media inglesi.

Patrice Evra, 31 anni, contro Suarez. un caso che ha attirato molta attenzione.

E adesso, si ricomincia. E' bastata una caduta in area a scatenare il putiferio intorno all'uruguaiano. Che, comunque, se la vive benissimo, dichiarando che - testuali parole - "li lascerà parlare" e che ognuno dovrebbe pensare alla propria squadra. Insomma, il ragazzo di Salto non sembra possa cambiare, neanche dopo tutti gli episodi che sono accaduti; non vi sono squalifiche, multe o minacce che lo faranno rinsavire.
Suarez fa parte di quella categoria di giocatori che sono contraddittori e, a volte, anche fastidiosi, ma che sul campo ti fanno sognare; insomma, o li ami o li odi. Cassano e Balotelli sono due ottimi rappresentanti italiani di questa categoria. L'attaccante del Liverpool sarà una stella e lo rimarrà, ma non sarà mai un vero campione, se non impara a moderarsi: le sue magie potrebbero essere offuscate dalle sue cadute. Sopratutto se queste saranno di stile.

Anche gioie sportive per Luisito: qui con la Copa America, conquistata l'anno scorso.

8.10.12

Werder-mann.

Il concetto di "bandiera" è molto relativo. Se si parla poi del mondo del calcio, appare difficile trovare qualcuno veramente legato al proprio club d'appartenenza. In Italia, le eccezioni si contano sulle dita di una mano: Javier Zanetti, Francesco Totti e pochi altri. Guardando nel resto del mondo, però, si può trovare un uomo che ha dedicato la sua intera carriera calcistica ad un'unica squadra. E lo ha fatto anche quando ha appeso gli scarpini al chiodo: un'avventura paragonabile a quella di Guy Roux a Auxerre. In quel di Brema, vi sarà facile trovare un signore che ha dedicato molta della sua vita al Werder. Quel signore corrisponde al nome di Thomas Schaaf, quest'anno alla sua quarantesima (!) stagione all'interno della squadra biancoverde.



Quarant'anni sono tanti. Sono così tanti da rischiare di perdersi nei ricordi; ma Thomas Schaaf non è così. Lui è sempre al lavoro, al servizio del Werder, con cui ha passato 40 dei suoi 51 anni di vita. Controllando la lista dei "one men-club" (i giocatori fedeli ad una squadra per tutta la loro carriera), non se ne trova neanche uno come l'attuale allenatore del Werder Brema. Nessuno è stato in grado di giocare nelle giovanili, nella prima squadra e poi allenare nello stesso ambiente. Eppure, Schaaf è il classico esempio di come la riconoscenza, unita a delle buoni doti, possa dare i risultati sperati.
Nato a Mannheim il 30 Aprile 1961, l'allora 11enne entrò nelle giovanili del Werder Brema, per poi diventare professionista nel 1978. Difensore arcigno, Schaaf collezionò poche presenze nei primi quattro anni di attività, salvo  entrare - dal 1982 - in pianta stabile fra gli undici titolari. La cosa incredibile è che quando il giovane Thomas entra in prima squadra, i "Green-Whites" cominciano una grande epopea di successi; anzi, la maggior parte delle vittorie ottenute dalla squadra di Brema nella sua storia coincidono con la presenza di Schaaf all'interno del club, al di là del ruolo che effettivamente ricoprisse.
Come giocatore, il centrale difensivo vince una 2. Bundesliga nel 1981, due Bundesliga (1988 e 1993), tre supercoppe nazionali, due coppe tedesche e - sopratutto - coglie la prima vittoria europea del Werder, con il trionfo nella Coppa delle Coppe del 1992, ottenuto a Lisbona per 2-0 ai danni del Monaco. Quando Schaaf si ritira, all'età di 33 anni, egli può vantare 358 presenze e 18 gol con la maglia degli anseatici. Sembra la fine dell'amore con Brema, ma Schaaf si sta preparando per una nuova avventura già da tempo.
Durante i suoi ultimi anni da giocatore al Werder, già dimostra di voler tentare la carriera da allenatore: quando vince la prima Bundesliga, chiede ed ottiene di essere l'allenatore dell'U-19 della squadra di Brema, mentre dal 1993 diventa assistente nello staff tecnico della prima squadra. Insomma, Schaaf dimostra di saper coniugare il calcio giocato al sogno di diventare allenatore. Comunque, non dovrà attendere molto prima di avere un'occasione..

1992: Schaaf festeggia la vittoria del Werder nella Coppa delle Coppe di quell'anno.

Dopo quattro anni come coach delle riserve, Schaaf viene chiamato per dirigere la prima squadra durante il 1998/1999. Siamo ormai a Maggio ed il Werder naviga in pessime acque: la dirigenza ha appena licenziato Felix Magath ed il club di Brema naviga sul fondo-classifica, rischiando addirittura la retrocessione. All'ex giocatore viene chiesto sostanzialmente un miracolo; per Schaaf, tuttavia, non è un problema. Conosce l'ambiente, i giocatori e come uscirne fuori. E ci riesce, dato che il Werder si salva nelle ultime giornate, grazie a sei punti nelle ultime tre gare della stagione. Non solo: il nuovo manager degli anseatici porta a casa anche la DFB-Pokal, dopo la vittoria ottenuta ai calci di rigore contro il Bayern Monaco.
Insomma, chi ben comincia è a metà dell'opera. Schaaf, infatti, regalerà altre gioie ai suoi tifosi, anche grazie alla partnership con Klaus Allofs, ex giocatore della squadra di Brema; quest'ultimo è general manager dal 1999, poi nel 2009 ha assunto anche la carica di amministratore delegato. Intanto, il Werder viaggia tra la nona e sesta posizione tra il 1999 ed il 2003 ed arriva nuovamente in finale di DFB-Pokal nel 2000, continuando a scalare le gerarchie del calcio tedesco.
Il ritorno all'antica gloria è vicino: nel 2004, Schaaf mette in piedi un capolavoro e realizza il "Double" campionato-coppa. Il cammino del Werder è memorabile; la squadra è così forte da ottenere la vittoria del campionato in casa del Bayern, con un 2-0 nel decisivo scontro diretto. Le firme di Micoud e del capocannoniere Ailton mettono il sigillo sulla conquista della Bundesliga, dopo 11 anni di attesa. Più facile il cammino nella coppa nazionale, dove il Werder piega la rivelazione Alemannia Aachen in finale per 3-2.
Da quel momento in poi, la squadra di Brema si stabilisce nell'elite del calcio tedesco, raggiungendo per cinque volte consecutive l'accesso diretto alla fase finale della Champions League. Anche in Europa, il calcio del Werder porta buoni risultati; magari minori alle gioie nazionali, ma sempre memorabili. Il miglior risultato dell'era Schaaf nella massima competizione europea saranno gli ottavi di finale, raggiunti tra il 2005 ed il 2006.
Andrà meglio in Coppa UEFA, dove il Werder raggiunge le semifinali nel 2007; il club tedesco raggiungerà poi la finale nel 2009, dopo aver eliminato - tra le altre - Milan ed Udinese. Nello scenario di Istanbul, Schaaf non riesce a ripetere quanto aveva fatto da giocatore: gli anseatici perdono la finale contro gli ucraini dello Shaktar per 2-1, dopo i tempi supplementari. Un parziale riscatto avrà luogo qualche giorno dopo, quando il Werder vince l'ennesima DFB-Pokal, battendo per 1-0 il Bayer Leverkusen.

2004: Schaaf festeggia la vittoria in Bundesliga. Vincerà anche la DFB-Pokal.

Nelle sue tredici stagioni da allenatore del Werder, Schaaf non è mai andato al di sotto della 13° posizione in campionato, mancando la top-ten solo in una stagione. E' un ottimo risultato, se si pensa che è normale che ci possa essere un calo di prestazioni con un tecnico presente per tante stagioni sulla stessa panchina. Inoltre, grazie alla funzionale e perfetta intesa con Allofs, la squadra di Brema ha potuto ammirare diversi grandi giocatori: da Ailton a Klose, da Micoud a Diego, passando per i fedelissimi Borowski, Frings e Pizarro.
Brema è una piazza di uomini leali all'ambiente. Chi vi è stato, di solito, tende a ritornarci; chi vi milita da molto tempo, decide di rimanerci. Insomma, un ottimo posto per fare calcio, con un pubblico sempre vicino alla squadra. Sarà per questo che Schaaf ha rinnovato ancora, firmando un contratto che scadrà nel Giugno 2014. Nei suoi quarant'anni al Werder, è anche difficile trovare un errore compiuto dall'uomo di Mannheim. Che ha fatto del suo meglio, ogni volta, per la causa degli anseatici. La storia è stata scritta e vi sono 14 trofei (nove da giocatore, cinque da manager) a confermarla. Comunque vada a finire, "Werder-mann" rimarrà nella memoria di tante generazioni di tifosi biancoverdi.


6.10.12

Bad Boy.

Non è strano vedere una squadra ancora in cerca di giocatori in Ottobre. Il mercato è ormai chiuso in molte parti del mondo, ma comunque gli svincolati rappresentano un'occasione d'oro per chi vuole ingaggiare dei buoni giocatori adoperandosi solo per l'ingaggio di questi ultimi. Tra gli innumerevoli "free-agent" che si trovano in giro per il mondo, ve ne è uno che attira particolarmente l'attenzione degli appassionati di calcio. Ha 25 anni, età in cui si dovrebbe trovare una squadra senza problemi; invece, Royston Drenthe è ancora - come si dice in gergo - "a piedi". Nonostante il suo passato calcistico avesse fatto gridare alla nascita di un grande del calcio olandese.

Drenthe con la maglia del Feyenoord, club con il quale è esploso.

Royston Rickie Drenthe nasce l'8 Aprile 1987 a Rotterdam, in Olanda. Per lui, fin da piccolo, si aprono le porte di uno degli storici club del calcio arancione, il Feyenoord. Nella squadra della sua città, Drenthe gioca fin da quando ha 13 anni. Già da ragazzino, purtroppo, mostra dei lati del suo carattere che gli creeranno molti problemi nella sua futura carriera. Durante un viaggio in Svizzera con la squadra B di Rotterdam, Drenthe crea notevoli problemi disciplinari, tanto da far decidere al suo tecnico di non volerlo più in squadra; l'intervento del d.t. Rob Baan salva il tutto e la controversia si risolve nel trasferimento in prestito di Drenthe nel 2003. L'ala, infatti, va per due anni nelle giovanili dell'Excelsior, squadra associata al Feyenoord; i suoi trascorsi nel piccolo club sono buoni e così Drenthe ottiene la possibilità di giocare nuovamente ?
Dopo una tripletta all'Ajax durante un torneo giovanile, il 18enne viene aggregato alla prima squadra. Tre presenze nel 2005/2006 sono solo l'inizio. Nella stagione successiva, arriva il vero exploit del ragazzo: 28 presenze stagionali ed un'ottima annata, nonostante il settimo posto ottenuto dal Feyenoord.
Ma il vero successo deve ancora arrivare. Nell'estate del  2007 ci sono i campionati europei Under-21, che vengono giocati in Olanda. E dalla squadra di casa, qualificata come ospitante, ci si aspetta molto. I ragazzi del C.T. de Haan non deludono le attese: l'Olanda gioca un Europeo spettacolare. I giovani tulipani prima vincono il girone, poi sbaragliano la concorrenza nella fase ad eliminazione diretta, supportati da un pubblico sempre presente. 13-12 dopo i rigori in semifinale contro l'Inghilterra, 4-1 in finale contro la Serbia. Vittoria meritata, di cui Drenthe è il simbolo, dato che l'ala del Feyenoord viene votata come miglior giocatore del torneo.
Passa poco tempo prima che i maggiori club europei lo notino. Ad approfittarne è il Real Madrid di Bernd Schuster, che lo paga 14 milioni di euro e gli offre cinque anni di contratto; Drenthe vuole così tanto il trasferimento da minacciare il Feyenoord con il tribunale, se il suo volere non sarà accontentato. Purtroppo per lui, il trasferimento ai "blancos" è forse l'inizio del declino.



Dopo essere stato presentato a metà Agosto con Wesley Sneijder, Drenthe esordisce nel ritorno della Supercoppa di Spagna contro il Siviglia. Il ragazzo si presenta bene: gol da 40 metri con una staffilata incredibile. Pare l'inizio di un amore senza fine, visto che l'olandese accumula presenze come terzino o ala sinistra. Purtroppo per lui, lo sviluppo di Marcelo ed una sceneggiata dopo aver scoperto di esser stato lasciato fuori dal match con il Valencia gli costano il posto da titolare. Comunque, nella prima stagione vi sono 25 presenze e tre gol, più la vittoria della Liga. Non va male neanche al secondo anno, dove Juande Ramos (subentrato a Schuster) inizialmente lo schiera come titolare in 15 dei primi 18 match della Liga 2008/2009. Poi i "bu" subiti in un match contro il Deportivo La Coruna gli fanno sviluppare problemi di ansia ed il ragazzo chiede di non essere incluso nelle partite successive, nonostante il suo tecnico gli offra pubblicamente aiuto. La seconda stagione si chiude con 25 presenze stagionali, esattamente come la prima. Ma quando arriva Pellegrini, per Drenthe il tempo è scaduto: appena 11 presenze ed un gol europeo (contro il Milan) in tutto il 2009/2010. Così, l'olandese capisce che è ora di partire.
La prima tappa è Hercules. La squadra è neo-promossa e può avere bisogno della classe e dell'esperienza di Drenthe, così l'ala si trasferisce in prestito ai biancoblu. L'inizio della stagione è molto positivo e l'olandese fa finalmente intravedere ciò che non si era visto al Real Madrid. Addirittura, il C.T. Van Marwijk lo chiama nella nazionale, facendolo esordire con la maglia degli Orange. Ma anche qui cominciano i guai: quando la stampa spagnola lo esalta per le sue prestazioni, Drenthe rientra una settimana dopo la fine della pausa invernale. All'inizio la protesta sembra legata agli stipendi pagati con ritardo; invece, l'ex Feyenoord rivela di aver perso fiducia nei dirigenti della squadra. Passa poco tempo e così l'olandese non vede più campo. A fine anno, l'Hercules retrocede di nuovo in Segunda, mentre l'ala torna al Real, dopo 19 presenze e 4 gol stagionali.
Nell'ultimo anno di contratto e con Mourinho non intenzionato a metterlo in squadra, Drenthe riparte. Per sempre. Direzione Liverpool, sponda Everton: una mossa dell'ultimo minuto, concretizzata nelle fasi finali del calciomercato inglese. Anche qui la storia non cambia: l'inizio sembra buono, con Drenthe entra bene nei meccanismi di gioco della squadra di David Moyes, accumulando presenze e conquistando i tifosi. Poi, in Marzo, dopo un infortunio alla caviglia, l'olandese riceve un permesso per motivi umanitari e segnala tardi il suo ritorno in Inghilterra. L'allenatore Moyes, inflessibile, non lo include nella squadra per la semifinale di F.A. Cup e gli intima di andarsene dal club.
Così un'altra esperienza se ne va, con le solite cifre semi-incoraggianti (27 presenze, 4 gol e 7 assist), ma con la stessa incrollabile sensazione che di Drenthe non ti puoi fidare. Perché è una mina vagante, in grado di regalarti un qualcosa di più tecnicamente, ma anche di scardinarti lo spogliatoio.

L'Everton è stata l'ultima esperienza dell'olandese; ora è svincolato.

Il 30 Giugno del 2012, il contratto dell'olandese con il Real è scaduto e così si è svincolato. Numerose sono state le voci di interessamenti da parte di vari club: Besiktas, PAOK, Amburgo ed altri. L'ultima suggestione è stata lanciata da Ronald Koeman, attuale tecnico del Feyenoord: l'ex giocatore del Barcellona ha infatti affermato di aver tentato un approccio con l'ex Real, in modo da riportarlo dove tutto è iniziato. Non sappiamo se l'affare andrà in porto, ma chissà se rivedremo questo "Bad Boy" ai vertici del calcio europeo. Un peccato se così non fosse, sapendo quale talento è andato sprecato.

Drenthe con la maglia del Real: probabilmente l'apice della sua carriera.

4.10.12

Un altro Apoel?

Dopo l'ultima Champions, pensavamo di averne viste di tutti i colori. Una squadra cipriota - l'Apoel Nicosia - che riesce ad eliminare Porto e Shaktar Donetsk nella fase a gironi e procede verso gli ottavi. Non solo: i campioni di Cipro fanno fuori anche l'Olympique Lione ai rigori negli ottavi di finale e così affrontano il grande Real Madrid. Certo, la squadra di Mourinho li buca poi come un coltello nel burro, ma intanto la favola c'è, si può raccontare. Tanto da creare un precedente e far sperare in un altro miracolo calcistico da poter vedere. E se il buongiorno si vede dal mattino, la nuova Champions potrebbe portare un'altra sorpresa. Una rivelazione chiamata BATE Borisov.

La festa dei giocatori del club bielorusso dopo la vittoria con il Bayern.

Già, perché la squadra dei campioni di Bielorussia - non certo conosciuta per grandi risultati nel calcio - sta stupendo tutti in questo scorcio iniziale di Champions League. I bielorussi sono ormai degli habitué delle coppe europee, grazie alla nuova riforma Platini, che consente anche ai club di paesi calcisticamente più deboli di arrivare alle fasi finali dei due tornei continentali. Ed il BATE ne ha approfittato, con la quinta partecipazione consecutiva negli ultimi cinque anni ad una tra Champions ed Europa League. Non solo: la compagine dell'est sta dimostrando anche di poterci stare a certi livelli.
Tutto ciò non è frutto del caso. Non si battono squadre (per 3-1!) come Lille e Bayern Monaco solamente perché sei in forma; la costruzione di questo BATE parte da lontano. Più lontano di quanto si pensi.
Alla fine degli anni '90, il club di Borisov vince il suo primo campionato bielorusso. Nel 1999, dopo un doppio salto dalla terza divisione bielorussa tra il 1996 ed il 1998, il BATE diventa campione. Quello è il primo passo per diventare grandi, poiché la squadra guadagna l'accesso ad una competizione europea per la prima volta. Così, il BATE fa le sue prime esperienze continentali, facendo l'ascensore tra la vecchia Coppa UEFA e la Champions, senza però riuscire ad andare molto avanti in queste competizioni. Una seconda svolta avviene tra il 2001 ed il 2002. Prima il BATE affronta il Milan nella Coppa UEFA 2001/2002: sono i rossoneri a spuntarla nettamente, ma intanto il club di via Turati decide di comprare proprio un giocatore avversario. Il suo nome è Vitaly Kutuzov. La sua carriera è stata di alti e bassi, ma il ricordo lasciato da Kutuzov nelle squadre in cui ha giocato (sopratutto tra Avellino, Sampdoria e Pisa) è perlopiù positivo. Poi, la squadra bielorussa deve registrare il ritiro di un suo difensore, per altro molto giovane: Viktor Goncharenko, all'epoca 25enne, smette di giocare nel 2002, a causa di ripetuti infortuni che lo tengono fuori dal campo di gioco. Tenete a mente questo nome, tornerà utile più avanti nella storia..
Intanto, dal 2006, il BATE comincia una serie di vittorie tutt'ora in corso: la "Belarussian Premier League" è ad esclusivo appannaggio del club di Borisov e non c'è nessun rivale in grado di fronteggiarlo. Tutto questo inizia sotto  il tecnico Krushenko, che però ha un assistente, nel suo staff, già visto da qualche parte.. Goncharenko, infatti, una volta ritiratosi, ha cominciato ad allenare ed è entrato nello staff tecnico della squadra dove ha giocato per la sua breve, ma intera carriera. Prima ha fatto da tecnico alle riserve del BATE, poi nel 2007 diventa l'assistente dell'allenatore in carica. Purtroppo per il club, la compagine di Borisov non riesce a fare grossi passi in avanti in Europa, dove viene regolarmente eliminato nei primi turni delle due principali competizioni.
La vera svolta per il BATE arriva alla fine del 2007. La dirigenza prende una decisione importante e dà l'incarico di allenatore della prima squadra a Viktor Goncharenko: è l'inizio della consacrazione per la squadra bielorussa.

Alexander Hleb, 31 anni: cresciuto nel BATE, ora è tornato per aiutarlo in Champions.

Difatti, l'ex giocatore del BATE riesce a dare un nuovo assetto alla squadra, più offensivo, in grado di giocarsela anche contro compagini molto più forti. Non è un caso se il club di Borisov comincia a fare bene in Europa proprio quando Goncharenko ne diventa il condottiero. Seppur giovanissimo (ha trent'anni quando viene chiamato alla guida della squadra), il tecnico bielorusso sa il fatto suo. Dopo aver conquistato il suo primo campionato nazionale, Goncharenko guida il BATE in un'incredibile avventura in Champions League. Per la prima volta nella sua intera storia nazionale, una squadra bielorussa raggiunge la fase a gironi della Champions League; la compagine di Borisov vi riesce grazie alle vittorie nei preliminari contro Anderlecht e Levski Sofia. Il girone è di ferro, con Zenit, Real Madrid e Juventus; ciò nonostante, il BATE strappa due pareggi ai bianconeri ed un punto alla squadra vincitrice della Coppa UEFA e della Supercoppa Europea. Inoltre, Goncharenko diventa il più giovane allenatore ad aver mai condotto una squadra in Champions League.
Nelle due stagioni successive (2009-2011), i bielorussi falliscono l'accesso alla Champions League; tuttavia, riescono ad entrare nella fase a gironi della neonata Europa League. Nel primo anno, il BATE viene eliminato per appena due punti dall'Everton, nonostante una vittoria sul campo degli inglesi. Durante la seconda partecipazione, Goncharenko mette insieme un'altra impresa: il girone è proibitivo, con Dinamo Kiev e AZ Alkmaar, due formazioni più attrezzate dei bielorussi. Ma non basta neanche questo a fermare il BATE, che passa il girone con un turno d'anticipo e lo fa ai danni degli olandesi, battuti per 4-1 a Minsk. Purtroppo per i bielorussi, nei 32esimi di finale, il BATE esce contro il Paris Saint-Germain per la regola dei gol in trasferta.
Ma è un altro straordinario risultato. E quando il BATE raggiunge nuovamente la fase a gironi della Champions League nella stagione successiva, non è più una sorpresa. Il gruppo è praticamente impossibile da passare ed la squadra di Borisov rimedia appena due pareggi contro Viktoria Plzen e Milan, ma è un altro mattone nella storia del club. Ora è successo l'incredibile: il BATE è stato sorteggiato con i vice-campioni d'Europa del Bayern Monaco, il Valencia ed il Lille. Possibilità di passare il gruppo apprentemente nulle, eppure i bielorussi hanno già stupito tutti con due vittorie incredibili. Il bello è che sono state entrambe meritate, il BATE ha veramente messo sotto gli ex campioni di Francia ed i bavaresi. Ora si sogna l'impossibile, come un posto in Europa League o addirittura la qualificazione nel girone. Possibilità che diventa reale anche grazie al ritorno di Alexander Hleb a Borisov, che ha alzato il tasso tecnico della formazione di Goncharenko. E così il tecnico bielorusso, che ammira Wenger, Ferguson e Capello, rischia di trovarsi al loro stesso livello tra qualche anno. Sopratutto se il BATE continuerà a coltivare questa favola. Così come ha fatto l'Apeol Nicosia l'anno scorso.

Viktor Goncharenko, 35 anni, allenatore del BATE dei miracoli europei.

1.10.12

Il famoso "top-player".

La ricerca è stata lunga quanto infruttuosa. La Juventus si è adoperata tutta l'estate per cercare un giocatore che potesse dare un "plus" alla squadra: il famoso "top-player" che era sulla bocca di tutti. Dzeko, Van Persie, Tevez: vari i nomi che si sono susseguiti. Fino ad arrivare ad un nome che evocava di tutto, tranne che grande prestigio: Nicklas Bendtner, onesto mestierante della Premier League. Francamente, non sembra un giocatore in grado di solleticare i palati juventini. Che, nonostante questo, si stanno godendo una squadra fantastica, in grado di mettere paura a chiunque. Un'orchestra che suona una melodia traboccante di vittorie. E chissà, magari il top-player c'è già: solo che non ha i crismi del goleador o del fantasista.

Festante dopo un gol: Marchisio ha segnato nove volte nell'ultima stagione.

Claudio Marchisio ha fatti parecchi gol nella sua carriera. E siamo sicuri che continuerà a dimostrare una buona precisione sotto rete. Ma, al di là dei giocatori già famosi (Pirlo, Buffon, Chiellini), viene da farsi una domanda: che sia lui il vero "top-player" di questa Juventus? Attenzione quando si pone questa domanda. I top-player di questa Serie A mediocre non sono più i Batistuta, i Vieri, gli Inzaghi o i Totti. Oggi troviamo la risposta a questa definizione calcistica nei nomi di Cavani, Jovetic o Hernanes. Fra tutti questi, però, Marchisio sembra uno di quelli che non avrebbe sfigurato affatto neanche nell'epoca delle "sette sorelle", quando l'Italia dei club vinceva moltissimo.
Classe 1986, nato a Torino, Marchisio è un bianconero dentro. Perché è nato sotto la Mole, all'interno di una famiglia juventina fino al midollo ed è cresciuto interamente nei settori giovanili della Juventus. Ha solo sette anni quando conosce per la prima volta cosa rappresenta questo club, mentre Lippi sta per iniziare l'era gloriosa e controversa delle vittorie e della Triade. Il giovane centrocampista non si separa mai dal suo club e cresce molto bene, arrivando ad essere convocato da Capello nella stagione 2005/2006. Non scende mai in campo, ma è un inizio. Se con Capello conosce il Delle Alpi, con Deschamps - in Serie B - diventa un protagonista dell'Olimpico di Torino: colleziona 25 presenze nel suo primo anno da professionista e contribuisce al ritorno in Serie A della "vecchia signora" del calcio italiano.
La Juventus, per non pregiudicarne la crescita, lo presta all'Empoli insieme a Giovinco: la sua stagione è positiva e, nonostante la retrocessione dei toscani, Marchisio accumula ulteriore esperienza. Così, il Principino torna alla Juve, per non uscirne mai più. Gioca con personalità e comincia a farsi strada il paragone con Marco Tardelli, indimenticato idolo bianconero. La verità è che Marchisio sembra poter diventare ancora più forte. La prima stagione di Serie A con la squadra di Torino è positiva e, nell'estate del 2009, arriva la prima ricompensa: Lippi, allora C.T., lo chiama in nazionale per l'amichevole contro la Svizzera. Come successo nella Juve, Marchisio entra nel giro dell'Italia maggiore per non lasciarla mai.
Il suo gol contro l'Inter nel derby d'Italia del Dicembre 2009 è probabilmente la prima svolta della sua carriera. Non solo una rete decisiva, ma bellissima, che rimane nella mente dei tifosi e che fa pensare a molti che Marchisio non possa essere considerato unicamente un ottimo giocatore, ma un vero e proprio idolo della curva bianconera, una prosecuzione di una grande dinastia di giocatori che hanno scritto la storia della Juventus.



La seconda stagione di Marchisio con la maglia della Juve si trasforma in un trionfo quando Lippi, in vista dei Mondiali del 2010, decide di portarlo in Sudafrica. Il numero 8 bianconero gioca due partite nella debacle che porta all'eliminazione dell'Italia al primo turno, ma è una spedizione che lo porta ad accumulare ulteriore esperienza nel suo bagaglio tecnico e tattico. A Torino cambia ancora una volta l'allenatore, ma Marchisio è sempre lì in campo; i risultati di squadra sono pessimi (settimo posto per il secondo anno consecutivo), ma il numero 8 combatte come suo solito. Il suo gol all'Udinese è uno dei più belli del campionato e, a fine anno, lui è uno dei pochi salvarsi dalla feroce contestazione dei tifosi. Inoltre, la società punta su di lui, rinnovandogli il contratto fino al 2016 ed portando il suo ingaggio ad un livello più alto. Il resto è storia più recente. Conte è il nuovo allenatore della Juve e Marchisio alza il suo rendimento, diventando non solo importante, ma decisivo. Nel giro di un mese, prima firma con una doppietta la vittoria sui rivali del Milan, poi segna anche il gol-vittoria a San Siro contro l'Inter. Le marcature del Principino saranno nove a fine campionato, segnalando il suo buon apporto in zona realizzativa. Marchisio contribuisce in maniera tangibile alla conquista del 28° scudetto bianconero, titolo che torna a Torino dopo nove anni. Intanto, Prandelli lo ha reso una delle colonne della rifondazione azzurra, che ha portato il centrocampista bianconero ad essere una delle colonne della nazionale.
Il C.T. se lo porta all'Europeo, dove Marchisio è brillante e dimostra di essere uno dei migliori giocatori nella zona intermedia del campo; un vero e proprio "top-player", capace di reggere il confronto anche con mostri sacri come Xavi, Iniesta e Gerrard. Ed il ragazzo non si sta smentendo neanche nell'inizio di questa nuova stagione. A 26 anni, Marchisio sta dimostrando di aver raggiunto una maturità impressionante, risultando fondamentale per la sua squadra ogni volta che mette piede in campo. La prestazione fornita con la Roma è solo il manifesto di quanto lui (e la stessa Juve) abbia compiuto un percorso di maturazione importante.

Marchisio con la maglia della nazionale durante gli ultimi Europei.

Una cosa è sicura. Alla Juve, a causa di risultati altalenanti, si sono succeduti ben sei allenatori in sei anni. E nonostante questo, Marchisio è stato una delle certezze della Juventus. Andando a scorrere la colonna "presenze" con la maglia bianconera, non c'è una stagione in cui il centrocampista vada sotto le 26 presenze. Se poi guardiamo le sue stagioni in Serie A, non andiamo sotto le 32 nelle quattro stagioni con la Vecchia Signora. Inoltre, Marchisio ha garantito almeno un bottino di tre gol ogni anno. Oltre a sottolineare l'importanza del 26enne nello scacchiere bianconero, questi dati denotano l'ottima forma di un giocatore che subisce qualche stop ogni tanto, ma che - tutto sommato - è sempre a disposizione. Per questo, giunge spontaneo fare un paragone che possa rendere l'idea dell'importanza di Marchisio per il calcio italiano: sembra che lui sia la giusta sintesi tra Javier Zanetti e Steven Gerrard. Resistente, pericoloso in zona gol e duttile. Insomma, un giocatore moderno.
Del resto, lo stesso numero 8 bianconero ha confermato l'ammirazione per il capitano del Liverpool, sperando per lui in un futuro simile a quello del centrocampista inglese. Fedele al club per sempre e capace di portarlo a vincere numerosi trofei. Questo è Claudio Marchisio, il Principino. Anche se forse sarebbe meglio chiamarlo il "top-player".

Marchisio capitano: che possa essere il degno erede della tradizione juventina?