28.9.12

ROAD TO JAPAN: Keigo Higashi

Eccoci nuovamente insieme per un altro appuntamento con la speciale rubrica "Road To Japan". Nell'articolo di oggi metterò in luce uno dei talenti più interessanti che il Sol Levante ha recentemente prodotto e che si è fatto ben valere anche durante l'ultimo torneo olimpico di calcio. Con il Giappone guidato da Sekizuka, il ragazzo è riuscito ad imporsi come trequartista in 4-2-3-1. In quell'occasione aveva la maglia numero 10 ed il suo nome è Keigo Higashi.

SCHEDA
Nome e cognome: Keigo Higashi
Data di nascita: 20 Luglio 1990
Altezza: 1.79
Ruolo: Trequartista, centrocampista centrale
Club: Omiya Ardija (2011-?)



STORIA DI UNA STELLA
Keigo Higashi nasce a Kitakyushu, città della prefettura di Fukuoka, il 21 Luglio del 1990. La stessa terra che ha dato i natali a molti buoni giocatori giapponesi, del presente e del passato. Da Sota Hirayama all'immenso Masashi Motoyama, ancora adesso bandiera dei Kashima Antlers.
Nel Sud del Giappone, Higashi trova ben presto la consacrazione, facendosi così notare dall'Oita Trinita, squadra che militava allora in J-League. Gli osservatori non si lasciano sfuggire il ragazzo e lo prendono, inserendolo nelle giovanili della squadra di Oita. In quegli anni, Higashi continua nei suoi progressi e viene inserito in un club sulla cresta dell'onda. Difatti, l'Oita vince la J-League Cup nel 2008, piazzandosi anche al quarto posto in campionato. E' il miglior piazzamento nella storia del club ed è la prima squadra dell'isola di Kyushu a vincere qualcosa dopo quasi 40 anni. In questa cornice di talenti, Higashi viene gradualmente inserito.
Il suo esordio in J-League avviene l'anno successivo, in cui il club comincia a scendere nei risultati. L'Oita Trinita perde 14 (!) gare consecutive e retrocede già in Ottobre. Nonostante ciò, Higashi riesce a ritagliarsi un notevole spazio in prima squadra, sebbene abbia solo 18 anni. Per lui, sono 29 le presenze, condite da quattro gol. Inoltre, il ragazzo segna anche un gol nella sfida tra l'Oita e l'Internacional di Porto Alegre, nella sfida che vede contrapposti i vincitori della J-League Cup e quelli della Copa Sudamericana. Un inizio niente male, che viene confermato anche la stagione seguente. Nella J-League 2 del 2010, l'Oita arriva solo 15°, ma il giovane Keigo segna altri sette gol ed attrae l'attenzione dei club della massima divisione giapponese.
Ad assicurarsi le sue prestazioni è l'Omiya Ardija, squadra di bassa classifica in J-League. Con gli "scoiattoli", il ragazzo vive una stagione di grandi prestazioni: 29 presenze e ben otto gol, confermando di aver un certo feeling con il gol. Grazie al suo contributo, l'Omiya ottiene il 12° posto in campionato ed una salvezza tranquilla, finendo anche davanti ai "cugini" degli Urawa Red Diamonds.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Higashi è un giocatore moderno. Nasce come trequartista, ma è in grado di destreggiarsi anche da centrocampista centrale. Parlando delle sue doti, la cosa che più ha impressionato di lui in questi anni è il grande rapporto che ha con il gol. Higashi, in tre stagioni complete da professionista, ha realizzato la bellezza di 19 gol: una media di 6,3 reti a campionato. Avere un centrocampista in grado di garantire almeno sei marcature a stagione sarebbe un bene per qualunque squadra; figuriamoci per club come l'Omiya Ardija, che lottano ogni anno per salvarsi. Ricorda - con le dovute proporzioni - Claudio Marchisio: è un centrocampista, ma più lo metti vicino alla porta e più lui è in grado di alzare il suo rendimento. L'inserimento offensivo è il suo marchio di fabbrica.

STATISTICHE
2009 - Oita Trinita: 29 presenze, 4 gol
2010* - Oita Trinita: 31 presenze, 7 gol
2011 - Omiya Ardija: 29 presenze, 8 gol
2012 - Omiya Ardija (in corso): 20 presenze, 1 gol
*in J-League 2

NAZIONALE
Se la consacrazione nazionale è già arrivata in campionato, diverso è il percorso che Higashi ha intrapreso in nazionale. Nel 2006, il ragazzo partecipò a diverse amichevoli con l'Under 17 nipponica. Quattro anni dopo, Keigo è stato convocato dal C.T. dell'U-23, Takashi Sekizuka, per disputare i Giochi Asiatici con la maglia dei Blue Samurai. Non solo è stato uno dei perni della squadra, ma anche realizzato la rete decisiva per il passaggio del turno nei quarti di finale, segnando contro la Thailandia. Da quel momento in poi, non è più uscito dalla rotazione di Sekizuka, diventando uno degli elementi fondamentali dell'U-23 giapponese. Lo stesso C.T. l'ha poi convocato anche per l'Olimpiade 2012 di Londra. Nel torneo di calcio di quest'estate, il Giappone ha giocato con il 4-2-3-1 e Higashi è stato il trequartista della squadra nipponica. Con il numero 10, ha riscosso un buon successo, sebbene gli sia mancata la propensione al gol mostrata con la maglia dell'Omiya in J-League.

LA SQUADRA PER LUI
Un giocatore così sarebbe utile per molte squadre. Di centrocampisti che sanno inserirsi non ne esistono più molti, si punta molto di più sul fisico e meno sull'intuito. Higashi è dotato di quest'ultimo e sa quando inserirsi senza palla per cercare la via del gol. Guardando all'Italia, una squadra come la Roma di Zeman potrebbe trarne profitto, visto che nel 4-3-3 zemaniano ci vuole molto movimento senza palla e tagli da parte dei centrocampisti. Guardando invece all'Europa, nel 4-2-3-1 dell'Arsenal sarebbe perfetto per gli inserimenti dietro alla punta. Si era vociferato dell'interesse di qualche squadra tedesca durante quest'anno; vedremo se si ripresenterà qualcuno alla porta del club di Saitama.



24.9.12

Das Japanische.

Una volta era difficile. Collegare il gioco del calcio al Giappone era praticamente impossibile negli anni '70. Con il passare degli anni, una connessione è stata possibile fra questi due mondi, grazie all'anime "Capitan Tsubasa", più conosciuto qui come "Holly & Benji". Le vicende del giovane Tsubasa Oozora (in Italia Oliver Hutton) hanno appassionato milioni di bambini sparsi per il mondo; ma la vera nazionale giapponese non raccoglieva grossi proseliti. Ciò nonostante, la nascita della J-League nel 1993 ha permesso un ulteriore sviluppo ai giocatori nipponici e finalmente, nel 1998, il Giappone ha partecipato per la prima volta al campionato del mondo.
Da quel momento, un'ondata di atleti del Sol Levante ha cominciato ad arrivare in Europa, con fortune alterne. Si andava da ottimi elementi come Nakata e Nakamura per arrivare ai poco fortunati esempi di Yanagisawa e Miura. Quest'ultimo è un caso limite: leggenda in Giappone, poco considerato in Italia durante la sua esperienza al Genoa.
Negli ultimi tempi, però, non si può fare a meno di osservare un fenomeno particolare: l'invasione dei calciatori giapponesi in Bundesliga. E se il termine vi sembra un po' forzato, vi assicuro che non sembrerà tale guardando le ultime due-tre annate in Germania.

Un tifoso giapponese con la maglia di Kiyotake: a Norimberga è già un idolo.

I pionieri furono Yasuhiko Okudera e Kazuo Ozaki, i primi ad arrivare in Bundesliga. Se il primo, durante gli anni '70, giocò a livelli importanti, vincendo anche campionati e coppe, non si può dire altrettanto del secondo, che rimase in Germania per sei anni negli anni '80, senza lasciare troppo il segno. A rinverdire quei fasti, ci pensò Naohiro Takahara, centravanti giapponese del Jùbilo Iwata. Dopo tanti gol in patria ed un'esperienza in prestito al Boca Juniors, l'attaccante venne prelevato dall'Amburgo nel 2002, dove giocò con discreta continuità, segnando però pochi gol. Così, il club lo lasciò andare all'Eintracht, dove il ragazzo trovo la definitiva consacrazione: nel 2006/2007, Takahara segna 17 gol in 39 presenze con la maglia della squadra di Francoforte. Nonostante ciò, a metà della stagione successiva torna in Giappone, ma per molto tempo rimane l'esempio più positivo del calcio giapponese in Germania. Dove, nel frattempo, transitano altri giocatori nipponici. Junichi Inamoto gioca sempre con la maglia dell'Eintracht tra il 2007 ed il 2009; Makoto Hasebe arriva al Wolfsburg nel 2008 e vincerà, da lì a poco, il campionato tedesco con la squadra della Wolkswagen. Meno entusiasmante sarà il cammino di Yoshito Okubo in Germania, sempre con il Wolfsburg: sei mesi all'inizio del 2009 ed il ritorno al Vissel Kobe è immediato. Contrassegnato dalla sfortuna, invece, il cammino di Shinji Ono con la maglia del Bochum. Dopo aver già fatto grandi cose in Europa con la maglia del Feyenoord all'inizio degli anni 2000, l'ex Urawa Reds arriva in Germania convinto di poter essere decisivo. Purtroppo per lui, gli infortuni lo penalizzano e gli faranno disputare appena 32 partite in due anni e mezzo. Nel Gennaio del 2010, Ono decide di rientrare in patria e concludere lì la sua carriera.

Una maglietta celebrativa per Naohiro Takahara ai tempi dell'Eintracht: un amore mai finito.

Finora nulla di speciale. Tutti i paesi che cominciano a crescere nel calcio, prima o poi riescono ad esportare i propri talenti. Tutto cambia però nell'estate del 2010: nel Mondiale di quell'anno, i nipponici sorprendono tutti. Prima passano un girone difficile con Olanda, Danimarca e Camerun, poi rischiano di sbancare il jackpot, se non fosse che i rigori li eliminano nella sfida contro il Paraguay. Sebbene molti siano tristi, gli ottavi di finale raggiunti dalla squadra di Okada pongono i talenti giapponesi al centro dell'attenzione. E la Bundesliga non si lascia scappare l'occasione: nei due anni successivi, un'ondata di giocatori nipponici giungono nel campionato tedesco. Atsuto Uchida, terzino destro dei Kashima Antlers, viene comprato dallo Schalke 04 già durante lo svolgimento dei Mondiali in Sudafrica. Il suo rendimento è buono, tanto che raggiunge la semifinale di Champions con il club di Gelsenkirchen. Tutt'altra storia per Kisho Yano, attaccante dell'Albirex Niigata. Lui è nella squadra giapponese che fa bene al Mondiale ed il Friburgo decide di prelevarlo, nonostante una media-gol non incoraggiante. Verrà probabilmente ricordato come il più infruttuoso transfer dal Sol Levante: 15 presenze e nemmeno un gol in un anno e mezzo. Dato curioso: le presenze sono tutte relative alla prima stagione, dato che nella seconda non vede campo. Poco considerato invece Tomoaki Makino, difensore del Sanfrecce Hiroshima, che viene acquistato dal Colonia nel mercato invernale del 2011. Purtroppo per lui, l'allenatore non lo vede e così non colleziona più di otto presenze in un anno, prima di tornare in Giappone. Stesso caso di Yuki Otsu, sponda Borussia Moenchengladbach: il tecnico Favre lo vede poco ed il buon stato di forma dei titolari gli concede solo tre presenze in tutto il 2011/2012. Il trasferimento al VVV-Venlo, squadra olandese di prima divisione, è l'unico modo per uscirne.
Ma il vero colpo da novanta lo piazza il Borussia Dortmund: nella logica di una squadra giovane e che gioca bene a calcio, i gialloneri prelevano Shinji Kagawa dal Cerezo Osaka, potenziale crack classe 1989. Preso per 350mila euro (!), il trequartista ha fatto scalpore in patria per i suoi numeri. Il Cerezo Osaka, storico club dell'azienda Yanmar, retrocede nel 2006 e così può testare alcuni giovani, tra cui lo stesso Kagawa. Con il passare del tempo, il ragazzo cresce e domina in una divisione - la J-League 2 - che gli sta stretta; nel 2009, anno in cui il Cerezo torna in prima divisione, il prodigio di Kobe fa 27 gol in 44 partite. E si ripete anche nei sei mesi di J-League dell'anno successivo, dove ne fa 7 in 11 match. Un dominio assoluto, che fa intuire le doti del ragazzo. E Kagawa non si smentisce neanche in Germania, dove aiuta il Borussia Dortmund a vincere due campionati consecutivi ed a giocare un calcio fantastico ed altamente offensivo. Il massimo punto raggiunto dall'asso giapponese è nel primo derby della Ruhr, quello che vede contrapposti il club di Dortmund ed i loro rivali dello Schalke 04: il trequartista promette due gol nel derby. E la sua doppietta è puntuale, così come la vittoria dei gialloneri nel derby. 29 gol in 71 presenze gli garantiscono l'offerta del Manchester United, suo nuovo club da quest'estate.

Shinji Kagawa, 23 anni, qui in gol con il Borussia Dortmund.

Puntuali, hard-workers e determinati: difficile avere di meglio in un calcio che sta abbassando il livello, permettendo anche alle nuove potenze calcistiche di affacciarsi a certi livelli. Il Giappone è una di queste e la Bundesliga è un laboratorio efficace per crescere i suoi giocatori, dandogli tempo di gioco ed esperienza europea. Tutta roba utile quando si tratterà di vincere con la nazionale, allenata da Alberto Zaccheroni. Quest'estate, poi, l'ondata è stata di proporzioni gigantesche. Vi sono dei confermati dalle precedenti stagioni. Oltre a Hasebe, ormai emarginato a Wolfsburg, lo Stoccarda ha due giocatori giapponesi in squadra: Shinji Okazaki e Gotoku Sakai. Il primo è arrivato nell'inverno 2011, dopo la Coppa d'Asia vinta con la sua nazionale e tanti gol con lo Shimizu S-Pulse; per ora, sta facendo bene, grazie anche alla sua capacità di essere duttile dal punto di vista tattico. Bene anche il secondo, arrivato nell'inverno scorso tra lo scetticismo generale ed autore di un finale di stagione straordinario, che ha aiutato il club biancorosso a raggiungere la qualificazione in Europa League. Con loro segnalo anche Hajime Hosogai, mediano del Bayer Leverkusen. Comprato dalle "aspirine" nel Dicembre 2010, ha fatto una buona stagione nell'Ausgburg durante la scorsa andata, dove era andato in prestito per accumulare esperienze. Le 39 presenze ed i tre gol realizzati gli hanno permesso di tornare alla casa madre, dove lotterà per un posto da titolare.
Ma non è finita, perché ci sono quattro giocatori che potrebbero esplodere definitivamente quest'anno. Takashi Usami ha sperimentato la Bundesliga l'anno scorso, quando venne preso dal Bayern Monaco di Heycknes. Giocò pochissimo (cinque presenze ed un gol) ed i bavaresi non lo riscattarono; quest'anno, il giovane trequartista ci riprova con la maglia dell'Hoffenheim, dove ha già dimostrato di poter essere importante in questo primo scorcio di campionato. A seguire abbiamo Hiroki Sakai, terzino destro classe 1990: proveniente dai campioni della J-League, i Kashiwa Reysol, è stato acquistato quest'estate dall'Hannover 96. La squadra di Slomka ha fatto benissimo in questi ultimi due anni, sfiorando prima la Champions e raggiungendo nuovamente l'Europa l'anno scorso. Per Sakai sarà difficile inserirsi in un gruppo così rodato, ma le sue doti glielo possono permettere.
Infine, i due colpi maggiormente riusciti rischiano di provenire da squadre che lotteranno per salvarsi. Takashi Inui, come Usami, ha già avuto occasione di tastare il polso della Germania calcistica: l'anno scorso, infatti, giocava per il Bochum, seppur in seconda serie. Il campionato del 24enne è stato di ottimo livello, al contrario di quello del club: sette gol in 32 presenze ed ottime giocate, che hanno attirato l'attenzione del neo-promosso Eintracht. Il club di Francoforte è tornato in Bundesliga dopo un anno di purgatorio ed Inui non ci ha messo molto a farsi apprezzare. Due gol in appena cinque partite di campionato, più diversi assist che hanno aiutato i rossoneri a raggiungere la testa della classifica. A punteggio pieno, con lo spietato Bayern Monaco: roba da capogiro.
Diversi capogiri li hanno avuto anche i difensori della Bundesliga che hanno dovuto affrontare Hiroshi Kiyotake, altro giocatore sopraffino. Trequartista classe 1989, ha lasciato il Giappone a Giugno, firmando per il Norimberga. E' bastato poco per renderlo importante. Nel campionato tedesco si sono giocate appena cinque gare, eppure il buon Hiroshi ha già servito quattro assist e segnato un gran gol, quello della vittoria a Moenchengladbach. Da segnalare che sia Inui che Kiyotake provengono dal vivaio del Cerezo Osaka, lo stesso che ha prodotto Kagawa: indubbiamente un club che ha buon gusto dal punto di vista calcistico.

Insomma, il calcio giapponese sembra aver trovato nuovi eroi, così come la Bundesliga si riempie di storie da raccontare. Del resto, il rapporto tra Germania e Giappone è saldo: i club tedeschi hanno capito che si può investire poco e trovarsi grandi giocatori tra le mani, mettendo a segno plusvalenze gigantesche. Tanto per dire, il club di Dortmund ha comprato Kagawa per pochi spiccioli e ha incassato 16 milioni di euro, nonostante il giapponese fosse in scadenza nel 2013. Inoltre, il calcio giapponese è in crescita, quindi le probabilità di azzeccare l'azzardo sono alte. Mettiamoci anche la pazienza nell'aspettare i giovani di cui sono dotati i club tedeschi (cosa a noi sconosciuta in Italia) ed ecco qui che il legame nippo-tedesco è perfetto. E chissà che "Das Japanische" di quest'anno non facciano anche meglio del talento del Manchester United.

Hiroshi Kiyotake, 22 anni, e Takashi Inui, 24: che sia il loro anno della consacrazione?


21.9.12

Ricomincio da quattro.

E' difficile vincere in piazze che fanno dell'entusiasmo il pane quotidiano. Sopratutto quando ci sono alte aspettative. Eppure Walter Mazzarri sembra dormire sonni tranquilli. O, quantomeno, sembra in grado di gestire la situazione senza problemi. Il Napoli è segnalato da molti come l'"anti-Juve". In Europa, gli esperti hanno indicato la squadra  del tecnico toscano come in grado di sorprendere ancora. E, nonostante tutto questo, il Napoli regge le pressioni e ha incominciato benissimo il suo anno. Al contrario di chi, come Inter o Roma, gode di minori pressioni ma di entusiasmi maggiori, a volte anche ingiustificati. Ed il merito è sopratutto della gestione di chi ha vissuto situazioni di gran lunga più difficili. Merito ancora più grande dopo aver vinto 4-0 in Europa contro una squadra sì poco dotata, ma con un turn-over più che ampio.

Walter Mazzarri, 50 anni, al quarto anno sulla panchina del Napoli.

Walter Mazzarri ha la faccia dura e scavata di chi ne ha vissute parecchie. Di chi ha affrontato la vecchia Serie C in quel di Acireale o Pistoia. Di chi ha riportato una squadra, il Livorno, in Serie A dopo 55 anni. Di chi ha realizzato il miracolo calcistico più grande a Reggio Calabria, salvando una squadra con una penalizzazione di 15 punti. E di chi ha visto l'Europa con la Sampdoria, sfiorando anche la vittoria in Coppa Italia. Sebbene ritenga che l'ambizione che cova dentro non lo renda amabile, questi sono numeri freddi e puri; essi non forniscono impressioni, ma fatti. Così come lo sono le 300 panchine professionistiche, collezionate senza neanche un esonero. Caso più che raro in un calcio come il nostro, dove Zamparini e Cellino - i famosi "mangia-allenatori" - non hanno la pazienza di aspettare che il lavoro dei propri dipendenti porti i suoi frutti.
Il tecnico di San Vincenzo è arrivato a Napoli in un periodo difficile. Una società che aveva portato a termine il piano di cinque anni, con il doppio salto dalla C alla A ed un excursus festoso nella vecchia Coppa UEFA. Ma il programma di un altro uomo ambizioso, come Aurelio De Laurentiis, si era fermato. Il presidente aveva scelto Donadoni, ex C.T. della nazionale, per continuare il percorso di crescita. Purtroppo, il 2009 del Napoli era stato molto povero. E siccome i numeri sono sempre freddi, ma veritieri, tanto vale citarli. Nella gestione Donadoni, gli azzurri fanno 18 punti in 18 partite di Serie A: una media da salvezza stiracchiata. E così, De Laurentiis prende una decisione forte e cambia il condottiero della squadra.

Aurelio De Laurentiis, 63 anni: nel Maggio 2012, il suo Napoli vince la Coppa Italia.

Mazzarri arriva nell'Ottobre 2009 ed il suo rapporto d'amore con Napoli nasce subito. Il 2-1 casalingo al Bologna, nel suo esordio sulla panchina azzurra, è un segnale. Lo è ancor di più il 2-2 di rimonta contro il Milan vice-campione d'Italia, con due gol nei minuti di recupero. Da lì, il Napoli comincia a volare, sopratutto nel finale di campionato, e raggiunge l'Europa. Quella minore, ma sempre Europa è, checché ne dica il presidente del Napoli, che declina l'importanza dell'Europa League alla stessa del Torneo Anglo-Italiano. E non è finita. Con l'arrivo di un Cavani sempre più bomber, il "Ciuccio" vola ancora più su, come recitava una famosa parodia della celebre canzone di Rino Gaetano. Nel 2010/2011, il Napoli arriva terzo in campionato e guadagna l'accesso diretto alla Champions. Non solo: è l'unica italiana a passare i gironi di Europa League, infrangendosi nei sedicesimi contro un Villareal più forte. Passa un'altra estate e si rinforza la base, per evitare che i "tre tenori" debbano fare i salvatori della patria. Inler è l'acquisto-chiave e la stagione 2011/2012 diventa un quadro bello con poche imperfezioni. Quarti sfiorati in Champions, dopo aver passato un girone di ferro con Bayern Monaco, Manchester City e Villareal. Quarto posto in campionato: un piazzamento che poteva essere migliore, se i "titolarissimi" fossero stati gestiti in maniera più oculata. Sopratutto, il Napoli torna a vincere un trofeo dopo 22 anni, dimostrando che il progetto di De Laurentiis funziona e sta procedendo con gli uomini giusti. Se si potesse fare solo un rimprovero alla gestione tecnica, è quella di aver così poca fiducia nei panchinari, tanto da spremere i titolari anche quando non ce ne sarebbe bisogno.
Per rimediare a questo, si è fatto molto in sede di mercato durante questi anni. Gli errori non sono mancati. Acquisti come quelli di Hoffer (a cinque milioni di euro, senza quasi mai mettere piede in campo) o di Datolo (sbolognato dopo averci speso quasi sette milioni di euro) non sono stati dimenticati. Tuttavia, gli errori servono anche per imparare. E allora il Napoli non ha sbagliato più nulla negli ultimi anni. Anche grazie al cambio di direttore sportivo, con Riccardo Bigon che ha dimostrato di non essere lì per caso. Persino Edu Vargas, che non sembra comunque un fenomeno, ieri ha dato il suo contributo, sebbene sia stato schierato in un ruolo non suo. Mettere il cileno in posizione di centravanti è sembrato troppo; invece, la sua partnership con Insigne ha funzionato in Europa. Almeno per ora, visto che il cileno ricorda vagamente Mauro Zarate e, perciò, va verificato sul lungo periodo.

Eduardo Vargas, 22 anni: talento vero o costosa meteora?

Insomma, potremmo dire che Mazzarri ricomincia da quattro. No, non da tre, come in quel famoso film di Massimo Troisi. L'attore napoletano, in un dialogo con Lello Arena, disse: "Ricomincio da tre". Arena, che interpretava uno psicologo, rispose: "Da zero, magari. Perché mai da tre?!". E Troisi sfoderò una risposta straordinaria: "No signore, ricomincio da tre.. mi sono riuscite tre cose nella vita, perché dovrei perdere anche quelle?" Ecco, nello stesso modo, il Mazzarri-pensiero rimbomba tra la baia partenopea ed il Vesuvio: il Napoli ha fatto ottime cose in questi anni. Anzi, le migliori. Sotto la gestione Mazzarri, gli azzurri sono stati la squadra più costanti per risultati in campo nazionale. E hanno rappresentato la squadra che ha raggiunto i migliori risultati negli ultimi due stagioni in Europa League, mentre in Champions hanno stupito, nonostante l'esperienza mancante nelle competizioni europee di molti giocatori. Perciò, il club necessitava solo di migliorare il contorno, ripartendo dalla stessa base, che in questi anni ha fatto bene.
Si ricomincia da quattro. Come i quattro gol segnati all'AIK ieri. Come i quattro uomini chiave nello staff dirigenziale e tecnico: Aurelio De Laurentiis, Riccardo Bigon, Walter Mazzarri ed il suo vice Nicolò Frustalupi, che vince sempre quando allena nelle competizioni europee. Come le vittorie finora ottenute tra campionato ed Europa League. Come i tenori, che si sono allargati: Pandev non sta facendo rimpiangere Lavezzi ed Insigne promette benissimo. Come gli anni di Mazzarri alla guida del Napoli. Chissà che questo numero non porti fortuna.

Il Napoli è partito con quattro vittorie tra campionato ed Europa League.

19.9.12

Fantasmi e promesse.

"Diventerà il nuovo Zanetti". Queste la parole che accolsero, all'epoca della sua esplosione, Davide Santon. Poco più di tre anni dopo, il caso-Santon si replica dalla parte rossonera di Milano. Protagonista Mattia De Sciglio, ragazzo 19enne di buone speranze e prodotto del vivaio del Milan. Così come Santon era uscito dalla Primavera nerazzurra. Eppure, l'inizio è sembrato simile per entrambi. Difatti, anche in questi giorni, non si risparmia nell'elogiare il giovane numero 2 rossonero. Nonostante ciò, quanto effettivamente questi elogi sono meritati? E non sembra di rivedere un replay di ciò che avvenne anni fa in casa Inter? Il paragone sorge quasi spontaneo.

Cesare Prandelli, 55 anni, guarda con interesse ai progressi dei giovani calciatori italiani.

Davide Santon, ferrarese classe 1991, cresce nel floridissimo vivaio del Ravenna. A 14 anni, viene notato dall'Inter, che lo prende e lo cresce nelle sue formazioni giovanili. Sia negli Allievi che nella Primavera, il giovane esterno si fa notare per la sua propopensione offensiva e la grande personalità che lo contraddistingue. Quando arriva Mourinho nel 2008, Santon viene chiamato per il ritiro estivo. E lo "Special One" vede in lui qualcosa di grande, la possibilità che possa diventare un fenomeno, un'icona per gli interisti. Così, con l'anno nuovo, Santon esordisce in tutte le competizioni nazionali ed internazionali che l'Inter disputa in quella stagione. Addirittura, Mou lo schiera titolare nell'andata degli ottavi di finale di Champions League, quando a San Siro arriva il Manchester United. Il "bambino" - come lo chiamava Mourinho - fronteggia Cristiano Ronaldo. Sembra un duello impari. Invece, il ragazzino tiene testa al Pallone d'Oro dell'anno precedente.
Le venti presenze accumulate nei primi sei mesi del 2009 con l'Inter gli aprono anche le porte della nazionale maggiore. Aggregato con l'Under-21, Lippi decide di chiamare anche Santon. E visto il buon esordio in un'amichevole contro l'Irlanda del Nord, il C.T. lo porta con sé in Sudafrica per disputare la Confederations Cup. Santon non scende mai in campo, ma un riconoscimento del genere lo impone come uno dei giocatori più interessanti del panorama calcistico europeo.
Tuttavia, i mesi successivi saranno ben meno piacevoli. Santon trova poco spazio nell'anno del Triplete e, quando scende in campo, commette errori banali. Inoltre, un infortunio rimediato in U-21 compromette la sua crescita e pregiudica le sue possibilità di essere chiamato in nazionale. Nonostante l'anno glorioso per l'Inter, Santon colleziona solo 15 presenze in tutta la stagione. E, sebbene vi siano molte competizioni da disputare, non va bene neanche l'anno successivo. Benitez non vede troppo il ragazzo, che perlopiù subentra dalla panchina o gioca partite non importanti; così il ragazzo perde ulteriore fiducia, racimolando solo 18 presenze. Intanto, il "bambino" perde anche la nazionale, visto che gioca poco e Lippi è stato sostituito da Prandelli.
La riconquista della maglia azzurra potrebbe partire da Cesena, dove Santon va in prestito per i sei mesi finali della stagione 2010/2011, nell'ambito dell'operazione che porta Nagatomo all'Inter. Sebbene il livello medio sia più basso e la squadra romagnola si salvi con un finale entusiasmante, il terzino non s'impone neanche a Cesena.
A quel punto, arriva la vera svolta per Santon: una sorta di esilio calcistico. Pur avendo fatto la preparazione con l'Inter, il Newcastle di Alan Pardew lo prende per sei milioni di euro. Nei primi mesi non gioca molto e sembrano ripresentarsi gli stessi fantasmi dell'Inter. Salvo che Pardew e l'ambiente gli forniscono la giusta tranquillità, consentendogli di prendere le misure alla Premier League. Così, Santon rientra a Gennaio fra i titolari per non uscirne più. Ed il Newcastle giocherà domani la prima partita di Europa League. E Santon sarà tra i titolari.

Davide Santon, 21 anni: da promessa dell'Inter a certezza del Newcastle.

Tre anni dopo, il caso è lo stesso, seppur dall'altra parte della Milano calcistica. Mattia De Sciglio, milanese classe 1992, è ancor più legato al club che lo ha lanciato più di quanto non lo fosse Santon. Difatti, il novello fenomeno del calcio italiano è cresciuto nelle giovanili del Milan. Vi è in pianta stabile da quando aveva 10 anni, età alla quale venne prelevate dal club rossonero. Ha giocato in tutte le categorie con il Milan, dagli Esordienti alla Primavera; con quest'ultima, ha vinto la Coppa Italia Primavera nel 2010. Dopo aver esaurito il suo percorso giovanile, il Milan lo aggrega alla prima squadra nell'estate del 2011: l'obiettivo è farlo gradualmente entrare nel giro dei titolari.
Così, Allegri lo mette in campo per le due partite di Champions League contro il Viktoria Plzen, nel girone dell'anno scorso. Esordisce nella massima competizione europea il 28 Settembre del 2011; bisognerà aspettare di più per l'esordio in campionato, datato 10 Aprile 2012 in casa del Chievo. Cinque presenze per dimostrare che le potenzialità ci sono e che vanno solo aspettate.
Quest'anno, De Sciglio è partito col botto: complice l'infortunio di Abate, si è preso i galloni - almeno per ora - di titolare. 90' alla prima di campionato, 90' anche alla seconda, riposo nella sconfitta contro l'Atalanta e di nuovo in campo ieri contro l'Anderlecht, in Champions League. Non solo, il terzino si è preso anche la nazionale: è stato infatti chiamato da Prandelli per l'amichevole di Ferragosto contro l'Inghilterra. Nonostante non sia stato schierato in campo, l'evento è stato comunque di rilievo per il cammino della sua crescita calcistica.
Raccontate queste due storie di calcio, non si può non notare quanto siano simili. Se non nel loro svolgimento (per De Sciglio bisognerà aspettare), almeno nelle loro premesse. Entrambi legatissimi al club, tutti e due hanno effettuato una veloce scalata alla squadra titolare ed attirato l'attenzione del C.T. della nazionale. Personalmente, se il suo rendimento rimarrà buono, non escludo neanche che Prandelli possa portarsi dietro De Sciglio nella prossima Confederations Cup, che l'Italia disputerà a Giugno 2013.
Il messaggio fondamentale è però un altro: non mettiamogli fretta. Sono molti i talenti bruciatisi per colpa della pressione, che in Italia è tremenda. E' un fattore che rovina molti giovani calciatori: un giorno sei Dio, un altro sei scarso. Sarebbe meglio lasciare tranquillo il ragazzo, senza "pomparlo" troppo, come si dice in gergo. E vedrete che l'Italia avrà di che vantarsi al prossimo Mondiale. Gli elementi per avere una nazionale vincente ci sono tutti.. basta che la pressione non renda questi ragazzi nient'altro che fantasmi e promesse non mantenute.

Mattia De Sciglio, 19 anni: il futuro del Milan. O forse no?

17.9.12

Non per soldi, ma per denaro.

"Se il Barcellona ha vinto due Champions e numerosi trofei, è perché i blaugrana hanno una seconda squadra in Serie B. Perciò i giovani possono essere testati e passare direttamente alla prima squadra quando dimostrano di essere pronti". Dev'essere stato questo il pensiero di Aurelio De Laurentiis quando ha deciso di proporre l'introduzione delle seconde squadre in Lega Pro. La proposta-shock è stata al centro dell'attenzione dell'ultima riunione di Lega, nella quale erano rappresentate 12 società di Serie A. L'idea è semplice: tentare di creare una seconda squadra per ogni società di Serie A e B ed introdurla nei campionati di Lega Pro, sia in Prima che in Seconda Divisione. Fermiamoci un attimo e domandiamoci quali effettivi benefici potrebbero derivare da questo cambiamento epocale.

Aurelio De Laurentiis, 63 anni, vuole un'altra rivoluzione per il calcio italiano.

Ci sono tre modelli che si potrebbero prendere ad esempio: quello tedesco, quello spagnolo e quello inglese. Analizziamoli per un momento. Le squadre di riserve esistono da anni in giro per i maggiori campionati europei, ma vengono trattate in maniera differente da paese a paese. In Spagna ed in Germania, le seconde squadre delle maggiori società possono giocare nei campionati professionistici. I teutonici applicano un modello più rigido, come nel caso della 3. Liga, categoria nata nel 2008 e gestita dalla DFB (Deutscher Fußball-Bund). La neonata lega ricalca il terzo livello del calcio francese e giapponese; essa vede la promozione dalle leghe regionali e la possibile scalata al secondo scalino del mondo calcistico tedesco, la 2. Bundesliga. Nella terzo livello del calcio tedesco, la Federazione Tedesca ha posto delle limitazioni alla partecipazione delle seconde squadre. Infatti, esse non possono comunque essere promosse nella Serie B tedesca, poiché andrebbero a creare un conflitto d'interessi con eventuali retrocesse. Per le squadre riserve, la 3. Liga è il punto più alto che possano toccare a livello calcistico. Alla 3. Liga di quest'anno, solo il Borussia Dortmund e lo Stoccarda hanno le loro squadre di riserva come partecipanti al campionato. Allargando lo sguardo al quarto livello - la Regionalliga, composta da cinque gironi - la situazione diventa ancora più interessante: delle 48 squadre che si trovano tra Bundesliga e 2. Bundesliga, ben 26 hanno una seconda squadra almeno nella Regionalliga.

Se la Germania ha solo recentemente aperto le porte alle squadre riserve nei campionati professionistici, ben diversa è la situazione in Spagna. Nella terra dei campioni del mondo, le seconde squadre sono anche storiche e frequentano sopratutto il terzo livello del calcio spagnolo. Solo due squadre disputano la Segunda Division (l'equivalente della nostra Serie B): sono il Barcellona B ed il Real Madrid Castilla. A differenza della 3. Liga tedesca, le squadre di riserva spagnole possono raggiungere anche il secondo livello della piramide calcistica, che corrisponde proprio alla Segunda Division. Non possono però convivere nella stessa categoria disputata dalla prima squadra. Due stagioni fa, il Barcellona B era riuscito nell'impresa di arrivare terzo, sotto la guida di Luis Enrique. Un risultato di grande prestigio, il migliore nella storia della seconda squadra blaugrana. Purtroppo per l'ex tecnico della Roma, il Barcellona B non poté disputare i play-off, che avrebbero assegnato l'ultimo posto disponibile per la promozione in Liga.

Come in Germania, anche qui è alta la percentuale di seconde squadre presenti nel calcio professionistico. Se consideriamo anche la terza categoria del calcio spagnolo - la Segunda Division B - 14 su 20 della Liga hanno una loro seconda rappresentativa in queste categorie. Lo stesso si può dire per tre squadre di Serie B spagnola ed il Real Madrid si può forgiare di un particolare record: ha una terza squadra in Segunda Division B, il Real Madrid C. Riuscite ad immaginare tre Juventus o tre Milan in giro per le categorie del calcio italiano?

Il modello inglese è, invece, molto più semplice. Dal 1999 al 2012, la Premier Reserve League è stato il punto di riferimento dei "reserve-teams". Divisa in due gironi (Nord e Sud), vedeva ogni anno la partecipazione delle venti squadre che contemporaneamente disputavano la Premier League. Da quest'anno, questa categoria è stata sostituita dalla Professional Development League, una nuova lega che vede la partecipazione di squadre composte da giocatori tra i 17 ed i 21 anni. L'unica eccezione può essere rappresentata da un giocatore fuori-quota. La divisione delle squadre in tre sotto-livelli dipende dall'Elite Player Performance Plan, uno schema riguardante le giovanili che punterebbe a sistemare i contenziosi economici tra le varie "academies" dei club inglesi ed a stabilire una gerarchia tra queste, per decretare le migliori dell'intero paese.


I ragazzi del Barcelona B di quest'anno, da sempre serbatoio della prima squadra.

Certo, a volte da queste squadre di riserve nascono delle favole. La più paradossale fu quella riguardante proprio la seconda squadra del Real Madrid. Nel 1980, la "Castilla" riuscì nell'impresa di arrivare in finale di Copa del Rey. L'avversario? La prima squadra del Real Madrid, che vinse 6-1. Ma l'avvenimento fu a dir poco straordinario. E la favola non finì lì: visto che il Real realizzò il "double" in quella stagione (Liga e Copa del Rey), il posto assegnato alla Spagna per la partecipazione alla Coppa delle Coppe andò ai finalisti della coppa nazionale. E così, il Real Madrid Castilla disputò così un primo round europeo, stabilendo una sorta di record ineguagliabile.
Ma la situazione in Italia è sempre stata molto diversa. Nel nostro paese, il campionato riserve ha avuto luogo dal 1912 al 1922; sospeso per la guerra, è poi ripreso dal 1947 al 1954. Da quel momento in poi, le seconde squadre sono state cancellate e si è andato avanti con i campionati per i Primavera.
Oggi il presidente del Napoli vorrebbe rilanciare quest'idea, per evitare che i giovani perdano spazio e che i fuori-rosa rimangano inattivi. Ma un campionato riserve sul modello spagnolo o tedesco appare impossibile e, forse, anche offensivo per molte piazze storiche che si trovano attualmente in Lega Pro. Il problema è che squadre come il Barcellona B o il Real Madrid Castilla esistono da anni: anzi, la seconda squadra dei "blancos" ha disputato più di trenta stagioni di Segunda Division. Insomma, c'è un passato.
Allo stesso modo, molte compagini italiane hanno una storia da difendere e da conservare. Già i fallimenti di diversi società cancellano molte città dalla mappa del calcio italiano ogni estate. Torino, Fiorentina, Napoli e Perugia hanno dovuto ricominciare tutto da capo, nonostante trofei e campionati conquistati in passato. Non si possono cancellare certi ricordi. Vi immaginate se, all'epoca del fallimento delle società di Cecchi Gori o di Ferlaino, Fiorentina e Napoli fossero diventate squadre satelliti di quelle militanti in Serie A? E la loro storia dove sarebbe finita?
Questa novità mi pare impossibile da realizzare, oltre che dannosa. Ho fatto i nomi di top-club del calcio italiano, ma lo stesso esempio vale per le società fallite in quest'ultima estate: il Piacenza e la Triestina rappresentavano delle realtà con molti spettatori alle spalle. I biancorossi, anzi, erano in Serie A fino ad una decina di anni fa, mentre entrambe le squadre giocavano in Serie B un paio di stagioni addietro. 
Del resto, il modello di "gemellaggio" tra le varie società è comunque attuabile: basti vedere come la Sampdoria sia riuscita a piazzare nove giocatori nel Portogruaro-Summaga. Così i giocatori faranno esperienza ed i veneti avranno una buona compagine a loro disposizione. Insomma, tutto questo stratagemma servirebbe solo ad una cosa: il risparmio economico. Le società si rifiutano di pagare i premi di valorizzazione alle società di B o Lega Pro, nonostante il divario che separi la massima categoria del calcio italiano dalle altre sia già abnorme. Ed allora l'unico modello attuabile, tra quelli proposti, sarebbe quello inglese. Ma tutto sommato già ne esiste una versione corrispondente, grazie al Campionato Primavera. E la la reazione del presidente della Lega Pro Macalli non è stata proprio entusiasta, di fronte ad una proposta che trasformerebbe questa categoria in un albergo.
Non ci rimane che la speranza. Sarebbe un peccato che questa rivoluzione accadesse: sappiate che, in questa maniera, uccidete questo gioco chiamato "calcio".


Lo Spezia campione della Lega Pro 2011/2012. Cosa succederà a questa categoria?

15.9.12

UNDER THE SPOTLIGHT: Evgen Konoplyanka

Eccomi tornato con la rubrica "Under The Spotlight", lo spazio che mette in luce i potenziali campioni del domani. Tra i tanti prospetti che il mondo del calcio sta mettendo in mostra, uno di loro si è particolarmente distinto nel periodo di partite riguardanti le qualificazioni per il Mondiale del 2014 in Brasile. Ha giocato a Wembley e si è ben disimpegnato nel tempio di Wembley. Non solo, ha anche realizzato il gol che rischiava di consegnare la vittoria alla nazionale ucraina. Tutto ciò dopo aver disputato un ottimo Europeo in estate. Il suo nome è Evgen Konoplyanka.

SCHEDA
Nome e cognome: Evgen Konoplyanka
Data di nascita: 29 Settembre 1989
Altezza: 1.76 m
Ruolo: Centrocampista esterno, esterno d'attacco
Club: Dnipro Dnipropetrovsk (2007-?)


STORIA
Evgen Konoplyanka nasce a Kirovohrad, nel centro dell'Ucraina, il 29 Settembre del 1989. Il muro di Berlino sta per spezzarsi, ma l'Ucraina ancora non è autonoma. Quindi, Evgen è uno degli ultimi prodotti calcistici sotto il segno dell'Unione Sovietica. Quando però comincia a giocare a calcio, ormai l'Ucraina ha ottenuto l'indipendenza e giocherà con i suoi colori. E' cresciuto nella squadra della sua città, l'FC Olympik, nella quale si mette in luce. Allo stesso tempo, Konoplyanka ottiene ottimo risultati anche nel karate. Tra i due sport, sceglie la palla rotonda. E meno male, altrimenti avremmo perso un grande prospetto.
Dopo l'esperienza nella compagine cittadina, viene preso dal Dnipro Dnipropetrovsk nel 2007, squadra della Premier League ucraina. Il Dnipro è gestito dal Privat Group, conglomerato industriale costruito attorno alla Privatbank e che gestisce molte operazioni nel campo del gas, dell'acciaio e del petrolio, oltre che in quello del cibo. Grazie a questi soldi, il club ha potuto migliorare la propria salute finanziaria e quella sul campo, comprando giocatori molto interessanti. Tra questi, c'è per l'appunto anche il giovane Konoplyanka, che nelle prime due stagioni si limita a subentrare dalla panchina.
Il 2010 è l'anno decisivo per la carriera della giovane ala. Prima guadagna i galloni da titolare e garantisce il quarto posto al Dnipro, con il conseguente ingresso in Europa League. Nell'annata successiva - 2010/2011 - Konoplyanka si prende il numero 10 e continua il suo processo di crescita, affacciandosi anche sul panorama europeo con la sua squadra. In Europa, il club ucraino non riesce ad accedere alla fase a gironi dell'Europa League, fallendo l'obiettivo anche nell'annata successiva. Risulta più fortunato, invece, nel preliminare di quest'anno: il Dnipro incontra lo Slovan Liberec. Sia all'andata che al ritorno, Konoplyanka va a segno contro i cechi, realizzando il gol decisivo per il passaggio alla fase a gironi dell'Europa League. Dove tra l'altro incontrerà il Napoli: chissà che a De Laurentiis non venga voglia di comprarlo. In campionato, invece, il Dnipro si è confermata come quarta squadra d'Ucraina da tre anni a questa parte.
Interessante ciò che accade nel Marzo 2011, quando Oleg Luzhny - allenatore ad interim della Dinamo Kiev - chiede alla sua società di acquistare Konoplyanka dal Dnipro. L'ex leggenda del calcio ucraino offre 14 milioni per accaparrarselo. La risposta della squadra di Dnipropetrovsk è leggendaria: chiedono 50 milioni di euro. La Dinamo, a quel punto, rinuncia e Juande Ramos, allenatore del Dnipro, fornisce una spiegazione molto semplice sul perché si siano chiesti così tanti soldi: "Per formare una grande squadre, ci devono essere grandi giocatori. Konoplyanka è uno di questi."

CARATTERISTICHE TECNICHE
Nato come trequartista, il ragazzo ha saputo poi evolversi. Ha capito ben presto che la sua collocazione migliore era sulla fascia, dove avrebbe potuto sfruttare la sua ottima velocità ed il buon dribbling di cui è dotato. Esagerando come al solito, viene definito il "Messi d'Ucraina". Di certo i suoi numeri hanno lasciato molti a bocca aperta. Oltretutto il ragazzo ha un grande tiro dalla distanza, come ha dimostrato sia nel campionato ucraino che in nazionale.

STATISTICHE
2007/2008 - Dnipro Dnipropetrovsk: 3 presenze, 0 reti
2008/2009 - Dnipro Dnipropetrovsk: 12 presenze, 0 reti
2009/2010 - Dnipro Dnipropetrovsk: 24 presenze, 4 reti
2010/2011 - Dnipro Dnipropetrovsk: 31 presenze, 6 reti
2011/2012 - Dnipro Dnipropetrovsk: 32 presenze, 9 reti
2012/2013 - Dnipro Dnipropetrovsk (in corso): 9 presenze, 4 reti

NAZIONALE 
Il ragazzo si è ormai fatto le ossa e, di conseguenza, ha conquistato la maglia della nazionale. Come tutti i grandi talenti, ha fatto la gavetta nelle nazionali giovanili: presenze in Under-17, in Under-19 e - l'anno scorso - anche in Under-21, con la quale ha disputato l'Europeo di categoria nel 2011. La manifestazione non andò bene per l'Ucraina, ma il ragazzo si fece comunque vedere. Già nel Maggio 2010 è stato chiamato dall'allora C.T. Markevych per un'amichevole. E sempre in quel mese realizzò il suo primo gol con l'Ucraina contro la Romania. Konoplyanka ha attirato l'attenzione dopo un grandissimo gol alla Germania, in un'amichevole disputata a Kiev nel Novembre 2011. Uno slalom all'intera difesa tedesca che lo mise in luce e lo ha reso uno dei giocatori da guardare all'ultimo Europeo, ospitato proprio dagli ucraini. La nazionale ha vinto una partita, ma è comunque uscita al girone. Nonostante ciò, Konoplyanka è stato uno dei migliori e ultimamente non ha mancato un'occasione d'oro come giocare a Wembley. Nella partita di qualificazione al Mondiale contro l'Inghilterra, il nuovo numero 10 ucraino ha segnato un gran gol e giocato una partita straordinaria. Chissà che i club inglesi non si stiano mangiando le mani di non averlo preso prima dell'Europeo..



LA SQUADRA PER LUI
Tante le destinazioni possibili per un talento sconfinato come il suo. I sogni diventano ancora più grandi se si considera che il ragazzo può maturare ancora. Quest'estate è stato cercato da diversi club. Nel periodo pre-Europeo, i giganti inglesi hanno messo gli occhi su di lui. Manchester United, Arsenal e Chelsea hanno chiesto informazioni alla Dnipro. Dopo la competizione continentale, anche Napoli e Roma c'hanno fatto un pensierino, prima di spaventarsi di fronte alla cifra chiesta dagli ucraini: tra i 50 ed i 60 milioni di euro. Un esborso impossibile per il nostro calcio di adesso. I nomi sono sempre i soliti: Real, Barca, i due Manchester, PSG. Lo vedrei benissimo al Real di Mourinho: lui e Di Maria sulle fasce colmerebbero un'eventuale partenza di Cristiano Ronaldo. In Italia, il nuovo Milan avrebbe potuto provare a spenderci qualcosina dopo le cessioni di Thiago Silva ed Ibrahimovic, ma ha preferito risparmiare.


13.9.12

Fra illusione e realtà.

"L'importante era prendere i tre punti, al bel gioco penseremo dopo". Classica frase che si sente alla fine di una partita che si doveva non solo vincere, ma dominare. Ed era proprio questo ciò che sarebbe potuto succedere nella sfida di ieri tra Italia e Malta. Invece, in quel di Modena, gli azzurri hanno portato a casa la vittoria, dimostrando di essere però poco concreti e macchinosi. E Prandelli non si è discostato dal canovaccio tipico, dicendo che a Settembre la condizione è quel che è e che, in questo momento, i tre punti sono il lato più positivo della partita.
Non voglio partire con processi al commissario tecnico e a questo gruppo, ma indubbiamente la Nazionale ha qualche piccolo problema. Ed è giusto inquadrarlo in un contesto più ampio.

1° Luglio 2010: Prandelli, 53 anni all'epoca, viene presentato come nuovo C.T. italiano.

Tutto parte dal Maggio 2010, quando Cesare Prandelli viene scelto come nuovo commissario tecnico della nazionale. Dopo cinque anni di gloria a Firenze, la Federazione sceglie probabilmente l'uomo più adatto per la ricostruzione. E lo fa anche prima del Mondiale sudafricano. In grado di far crescere i giovani e capace di ottenere buoni risultati da subito, l'ex allenatore della Fiorentina parte nella sua avventura con una rivoluzione. Via Bocchetti, Camoranesi, Iaquinta, Marchetti, Palombo ed i senatori Zambrotta, Gattuso e capitan Cannavaro. Pepe e Gilardino verranno convocati ancora per qualche mese, finché anch'essi non scompariranno dalla lista dei presenti. Dentro tante facce nuove, tra cui la più discussa: Antonio Cassano, finalmente titolare con la nazionale dopo gli screzi con Marcello Lippi. Nel suo secondo mandato come C.T., infatti, il tecnico di Viareggio non convocò ripetutamente il barese, nonostante le sue eccellenti prestazioni con la maglia della Samp.
Sarebbe riduttivo dire che è stato Cassano il motivo della rovina italiana all'ultimo Mondiale. Troppo riduttivo. Ed è proprio per questo che la ricostruzione attuata da Prandelli non è stata facile. Si è ripartito (quasi) da zero, con pochi punti fermi: Pirlo, Chiellini, Bonucci, De Rossi ed il nuovo capitano, Buffon. Gli altri sono stati tutti ruotati, finché non si è trovato l'uomo giusto per il ruolo giusto. Quando si è trovato un modulo di base - il 4-3-3 o il 4-3-1-2 - e gli uomini giusti, l'Italia non si è più fermata. In un girone composto da Serbia, Irlanda del Nord, Estonia, Slovenia e Far Oer, gli azzurri fanno 26 punti in dieci partite. Praticamente otto vittorie e due pareggi. Non solo: Cassano è il capocannoniere di questo gruppo, gli azzurri ottengono un nuovo record d'imbattibilità interna e l'Italia si qualifica con due turni d'anticipo. Prandelli si presenta con un gruppo meno forte di quello di altri anni, ma sicuramente più compatto che mai e pronto a dare battaglia all'Europeo in Polonia ed Ucraina.

Antonio Cassano, 30 anni: decisivo nel girone di qualificazione ad Euro 2012.

Quando arriva Giugno, arrivano anche "Scommessopoli" e le perquisizioni in quel di Coverciano. Nel ritiro della nazionale azzurra succede ciò che non si sarebbe mai sospettato. Criscito, giocatore dello Zenit ed uno dei giocatori-chiave per Prandelli, viene escluso dalla lista dei convocati. Inoltre, il girone degli Europei non è dei più semplici. Le avversarie sono la Spagna campione d'Europa e del Mondo, la temibile Croazia e la arcigna Irlanda di Giovanni Trapattoni, ex C.T. dell'Italia tra il 2002 ed il 2004. Se il pareggio rimediato all'esordio contro la Spagna è un buon segnale, non lo è di certo l'1-1 ottenuto contro la Croazia. La partita con l'Irlanda diventa un primo divisorio tra l'obiettivo minimo sindacale ed un altro fallimento colossale. La squadra non fallisce e a decidere la partita sono i due attaccanti: Antonio Cassano e Mario Balotelli. Entrambi di testa, entrambi su corner. Così criticati, ma - alla fine - decisivi per la qualificazione ai quarti. Gli avversari successivi sono gli inglesi, qualificatisi come primi nel Girone D. La partita è difficile, poiché l'Italia ha il pallino del gioco in mano, ma non riesce a concretizzare come dovrebbe. Così il match si trascina fino ai rigori, dove gli azzurri hanno la meglio. E si aprono le porte della semifinale, che vede i soliti tedeschi all'Italia. E' una sfida che va avanti da anni, nella quale la Germania sembra sempre avere la peggio. La cosa strana è che il canovaccio non cambia nemmeno stavolta. Nonostante una nazionale fortissima e candidata a vincere il torneo, la Germania di Joachim Loew imbecca la giornata storta e l'Italia vince 2-1. L' "hombre del partido" è Mario Balotelli, che finalmente esce allo scoperto e mostra le sue potenzialità al 100%. Il resto è storia: la finale con la Spagna è un trauma. 4-0 per gli iberici e dimostrazione di forza spaventosa nei confronti di una nazionale in forma, ma ancora indietro rispetto a quella spagnola. Insomma, agli italiani l'Europeo è sembrato un successone. La verità è che la finale raggiunta potrebbe portare all'effetto opposto.

Mario Balotelli, 22 anni: contro la Germania è una furia. Suoi i due gol.

Il vero spartiacque del mandato di Cesare Prandelli potrebbe essere proprio la semifinale vinta contro gli storici rivali della Germania. Se l'Italia fosse uscita in quella partita, come si sarebbe giudicato l'Europeo dell'Italia? Molto buono in ogni caso. L'obiettivo minimo erano i quarti, la semifinale è stato un premio meritato visto l'andamento della gara con l'Inghilterra. Ma la domanda è: veramente questa nazionale può essere classificata come antagonista principale della Spagna? Non sembra. Ed è proprio qui che spunta il problema. I due gol di Balotelli potrebbero aver accelerato troppo il processo di sviluppo della nazionale. Partita da zero dopo la rifondazione post-Mondiale 2010, l'Italia doveva fare una figura buona all'Europeo, magari ambendo alle semifinali. Ma andare oltre era impensabile.
Ed invece è successo. E adesso cosa accadrà? L'Italia avrà un impegno - la Confederations Cup del prossimo Giugno - che probabilmente metterà in difficoltà Prandelli. Questo perché molti club non accetteranno che i loro assi partano per un altro mese per giocare in Brasile, arrivando così esausti all'inizio della prossima stagione. A quel punto, la Confederations Cup del 2013 rischia di chiudersi come quella di quattro anni fa: eliminazione al girone. Viste poi le squadre partecipanti (Brasile, Spagna, Uruguay, Giappone, Messico), il rischio è ben più grande per la nazionale di Prandelli.
Infine le qualificazioni al Mondiale del 2014. Il girone non è difficile, ma le prime due partite hanno dato ben altra impressione. Contro le due avversarie più deboli, sono arrivati quattro punti. E se la trasferta in Bulgaria è stata una sorpresa, la partita di ieri contro Malta ha confermato che la nazionale fa fatica. Almeno per ora. Quando poi si sente Buffon (e un po' tutta la stampa italiana) definire la trasferta di Sofia come "complicata" viene da sorridere. Una partita fuori casa contro una squadra che non si qualifica ad una competizione internazionale da 14 anni è difficile? Non credo proprio. Sopratutto alla luce dei risultati degli ultimi anni da parte della nazionale bulgara.

Fabio Cannavaro, 39 anni, all'epoca della disastrosa Confederations Cup del 2009.

Per inquadrare il momento dell'Italia pallonara basta vedere il caso di Lorenzo Insigne. Il ragazzo ha 21 anni e proviene da due ottimi campionati. Se nel 2010/2011 ha fatto magie con la maglia del Foggia, l'anno scorso ha contribuito pesantemente alla promozione del Pescara in Serie A. In entrambi i casi, a guidarlo c'era Zdenek Zeman.
Eppure, nonostante il prodigio napoletano abbia appena esordito nella massima serie, ieri la folla lo attendeva come il salvatore della patria. Tutto questo sebbene vi siano ragazzi più giovani, in giro per il mondo, che hanno fatto molto più di Insigne; tanto per citare due nomi, Neymar e Mario Gotze. Per carità, non è colpa di "Lorenzinho" se ha esordito solo quest'anno in A. E la sua prestazione è stata buona, ma non si può pretendere che un 21enne ti tolga le castagne dal fuoco - alla sua prima presenza - in una partita di qualificazione al Mondiale. E' come chiedere a Gattuso di prendere la palla e scartare tutti da centrocampo: sono richieste troppo esose.
Difficile capire quale è la linea di confine tra la verità e la finzione. L'illusione è che un ragazzo poco più che ventenne possa diventare il salvatore della patria, che una nazionale poco esperta possa stravincere contro tutti e che l'Italia sia la seconda squadra più forte d'Europa. Ma la realtà forse è un'altra. L'Italia (ed i suoi tifosi) devono attendere i progressi di tutti i giovani interessanti che propone. Essi devono capire che gli azzurri non possono stravincere con nessuno, figuriamoci in questo clima di attesa e pressione. Ma sopratutto bisogna comprendere che l'Italia non è - per valori generali - la squadra vice-campione d'Europa. Prima verranno capiti questi concetti, prima Prandelli potrà riprendere il suo cammino di sviluppo con la nazionale.

Lorenzo Insigne, 21 anni: ieri ha esordito in nazionale tra l'attesa generale.

11.9.12

Paesi (calcisticamente) in via di sviluppo.

Il mondo è in subbuglio. Molti sono i cambiamenti che caratterizzano il nostro pianeta, sopratutto a livello di rapporti economici, politici e culturali tra le varie nazioni che lo compongono. Beh, il mondo del calcio non è diverso nell'interpretare questi cambiamenti. Come nella vita economico-politica, anche nel calcio vi sono i cosiddetti "paesi in via di sviluppo", quelli che si preparano a poter diventare degli esponenti importanti nel mondo pallonaro. E se nell'universo economico tali paesi sono la Cina, il Brasile o l'India, ben diverso è il panorama calcistico, che propone nuove generazioni di campioni in posti che mai avremmo potuto sospettare. Cinque i casi in esame, un quintetto di nazioni che - se si qualificheranno al Mondiale del 2014 - potranno dire la loro.

Partiamo dal caso più recente. La Colombia, venerdì, ha strapazzato l'Uruguay campione del Sud America: 4-0 il risultato finale a favore dei Cafeteros. E se il parziale vi sembra esagerato, sappiate che corrisponde a piena verità. Gli stessi supporter colombiani si sono detti piacevolmente stupiti dal calcio della nazionale gialloblu, tanto da classificare questa partita come "una delle migliori degli ultimi dieci anni". José Pekerman, ex C.T. dell'Argentina, è arrivato alla guida della Colombia solo quest'anno, ma si è trovato in mano una generazione di campioni pronta a dominare il mondo. Per farlo, bisognerà prima passare le qualificazioni sudamericane. Un risultato più facile da ottenere dopo la qualificazione del Brasile al Mondiale già messa in cassaforte, poiché paese ospitante del prossimo Mondiale. I Cafeteros hanno un potenziale offensivo da far spavento, con "El Tigre" Radamel Falcao a fare da perno principale. E dire che il colombiano domina in Europa da due stagioni e ha appena rifilato una tripletta al Chelsea nella finale della Supercoppa Europea.
Dietro di lui, c'è una squadra giovane e promettente pronto a seguirlo. Potenzialmente, la Colombia è dietro solo alle due superpotenze Argentina e Brasile. E alcuni talenti devono ancora sbocciare, come Muriel, Cuadrado, Ibarbo. Mi pare difficile che una squadra del genere possa fallire l'appuntamento con il prossimo Mondiale. Ancor di più se pensiamo che i colombiani non partecipano al Mondiale da Francia 1998. Se passeranno le fase di qualificazione, saranno una delle possibili sorprese.
Formazione: 4-3-2-1 con Ospina; Zuniga, Mosquera, Zapata, Armero; Guarìn, Aguilar, Macnelly; James Rodriguez, Pabon; Falcao.

Radamel Falcao Garcia, 26 anni: il miglior bomber al mondo in questo momento.

Tornando indietro ad un mese fa, una scioccante notizia arrivò dal torneo olimpico di calcio. Il Messico conquistò la medaglia d'oro a Londra, battendo i più ben titolati brasiliani con il punteggio di 2-1. Eroe della partita fu Oribe Peralta, che realizzò la doppietta che valse l'alloro più grande. Il Messico non è certo nuovo al Mondiale, dato che ha preso a 14 edizioni di questa manifestazione. Perciò la sua qualificazione non dovrebbe risultare una sorpresa, sopratutto in una zona povera di imprevisti come la CONCACAF (la confederazione nord-americana). Ma "La Verde" potrebbe puntare a qualcosa di più grande in Brasile..
Il miglior risultato della storia messicana al Mondiale è il quarto di finale, ragginuto nelle due edizioni casalinghe del 1970 e del 1986. Però, grazie ai nuovi prospetti che hanno conquistato la medaglia olimpica, puntare più in alto potrebbe essere un obiettivo perlomeno immaginabile. All'Olimpiade, il Messico ha dimostrato una buona compattezza, un ottimo gioco ed un modulo di base - il 4-3-3 - che ha delineato le sue fortune. I difensori Mier e Reyes, il mediano Enriquez, il fantasista Fabian, le ali Aquino e Cortes sono tutti giocatori destinati a far parte della squadra messicana. L'ossatura della squadra, composta dai portieri Ochoa e Corona, dai difensori Ayala e Rodriguez, dalla vecchia guardia di Torrado, Marque e Salcido, dall'estro di Guardado e Dos Santos potrebbe giovare dell'inserimento di questi giovani campioncini. Se poi, a questi, si aggiunge il "top-player" Javier Hernandez, punta del Manchester United, le prospettive sembrano rosee. All'ultimo Mondiale, con un mix più variegato fra vecchi e giovani, il Messico ha raggiunto gli ottavi di finale, prima di uscire contro l'Argentina di Messi. Nella propria rassegna continentale, i verdi si sono confermati come campioni, battendo in finale gli Stati Uniti per 4-2. Insomma, il trend è positivo e "El Tricolor" non si vuole fermare. A cominciare dalla prossima Confederations Cup, alla quale sono qualificati come campioni del Nord America.
Formazione: 4-3-3 con Corona; Jimenez, Mier, Ayala, Salcido; Torrado, Fabian, Guardado; Aquino, Hernandez, Dos Santos.

Javier Hernandez, 24 anni: il top-player della nazionale messicana.

Alle Olimpiadi, il Messico non è stata l'unica sorpresa di quel torneo. Anche il Giappone ha sorpreso molti, battendo avversari di buon livello e mostrando alcuni talenti che si stanno affacciando sul panorama calcistico internazionale. Sotto la guida di Takashi Sekizuka, l'undici nipponico ha passato il girone con Spagna, Honduras e Marocco, battendo anche i campioni d'Europa per 1-0. Un risultato che ha scioccato molti e che ha dato consapevolezza al Giappone, che è arrivato fino alle semifinali. Il Messico ha poi avuto meglio e, anche nella finale per il terzo posto, la squadra del Sol Levante è stata battuta dai rivali coreani. In ogni caso, il movimento giapponese è in crescita. Dalla nascita della J-League nel 1993, il calcio nipponico ha fatto enormi passi in avanti. Il Giappone ha raggiunto la fase finale del Mondiale per la prima volta nel 1998 e, da quel momento, si è sempre qualificato al torneo. In quella che dovrebbe essere la quinta partecipazione, il Giappone si presenta con la migliore squadra possibile e con uno dei tecnici più preparati (e più adatti) nel calcio degli ultimi anni. Se la squadra può contare su talenti come Keisuke Honda, Shinji Kagawa e Yasuhito Endo, il C.T. Alberto Zaccheroni si sta rivelando l'uomo giusto al posto giusto, guidando la squadra in maniera esemplare. Il Giappone può solo migliorare, dato che si potranno aggiungere anche alcuni giocatori della squadra olimpica. Kiyotake, Yoshida, Hiroki e Gotoku Sakai sono già nel giro della nazionale, mentre Nagai, Ogihara e Yamaguchi avranno buone possibilità di entrarvi nei prossimi anni. Il trend positivo sotto il regno di "Zac" è stato confermato dalle prestazioni (appena due sconfitte in due anni) e dalla vittoria nella Coppa d'Asia 2011, nonostante il lancio di moltissimi giovani ed il rischio - all'epoca - di fallire anche l'obiettivo minimo, ovvero il podio.
La qualificazione al Mondiale brasiliano è quasi assicurata, ma il Giappone potrà già prendere le misure all'ambiente brasiliano nella prossima Confederations Cup. Essa si disputerà nel Giugno del prossimo anno ed i nipponici sono qualificati di diritto in quanto vincitori dell'ultima Coppa d'Asia. Nel frattempo, Zaccheroni avrà il tempo di testare gli altri talenti che questa terra saprà proporre da qui a due anni.
Formazione: 4-2-3-1 con Kawashima; Uchida, Yoshida, Konno, Nagatomo; Hasebe, Endo; Okazaki, Honda, Kagawa; Maeda.

Keisuke Honda, 26 anni, e Shinji Kagawa, 23: due punti fermi dello scacchiere giapponese.

Quarto caso del lotto delle meraviglie è il Senegal. La rappresentativa africana vive un caso simile a quello colombiano, disponendo di un potenziale offensivo di tutto rispetto. Tra gli attaccanti dei "Lioni di Teranga" si possono infatti trovare il duo del Newcastle United, Papiss Demba Cissé e Demba Ba; Moussa Sow del Fenerbache, Dame N'Doye della Lokomotiv Mosca e Mame Biram Diouf, ex Manchester United, ora all'Hannover. A questi, grazie agli strepitosi Giochi Olimpici disputati, si è aggiunto Moussa Konaté, nuovo attaccante dell'FC Krasnodar. Ecco, offensivamente parlando, in Africa non c'è una squadra tanto dotata. E questo è un fattore che può fare la differenza. Qualche guaio in più c'è dietro, dove manca qualcuno che possa prendere le redini della difesa. In mezzo, la forza di Mohamed Diamé potrebbe fare la differenza. A quest'organico andranno poi aggiunti anche i ragazzi che hanno disputato il recente Torneo Olimpico: il Senegal ha passato un girone difficilissimo, con Uruguay e Gran Bretagna. Eliminati proprio i sudamericani, gli africani si sono poi infranti contro il Messico campione. Anche se usciti ai quarti di finale, i senegalesi hanno mostrato degli elementi interessanti. E potranno solo migliorare se rimarranno nell'orbita del calcio europeo. Insomma, è il momento giusto per tornare ai fasti del 2002, quando il Senegal arrivò in finale di Coppa d'Africa e fece una gran figura al Mondiale, dove uscì solo ai quarti di finale contro la Turchia.
E' il momento giusto non solo per emergere, ma anche per riprendersi. Il Senegal è uscito al girone nell'ultima Coppa d'Africa; nella prossima, rischia addirittura di non esserci..
Formazione: 4-3-3 con N'Diaye; Mangane, A. Ba, Kouyaté, M'Bengue; Diamé, Kara, Gomis; Demba Ba, P. Cissé, P. N'Doye.

Papiss Demba Cissé, 27 anni, in gol nell'ultimo match contro la Costa d'Avorio.

L'ultimo esempio del lotto è forse quello più vicino alla nostra realtà calcistica. Il Belgio è la squadra del vecchio continente che mostra i più grandi margini di crescita e, potenzialmente, può diventare ancora più forte. Mancano alla Coppa del Mondo dall'edizione di Corea e Giappone del 2002, quando uscirono agli ottavi di finale contro il Brasile campione. E' anche l'ultimo torneo internazionale disputato dai belgi.
Molto è cambiato da allora. Il capitano di quella nazionale, Marc Wilmots, è adesso il C.T. del Belgio e sicuramente saprà infondere molta della grinta che aveva in campo a questi giocatori. Tecnicamente, i "diavoli rossi" sembrano una squadra molto interessante. In porta possono vantare tre ottimi elementi come Gillet, Mignolet e - sopratutto - Courtois, ventenne portiere che l'anno scorso ha vinto l'Europa League, difendendo i pali dell'Atletico Madrid.
In difesa, il solo pacchetto di difensori centrali è da primi della classe: Vermaelen, Vertonghen e Alderweireld. Ai tre scuola Ajax, si aggiungono anche il capitano del City Vincent Kompany e l'esperto Daniel Van Buyten. Magari manca qualcosina sugli esterni, ma il centrale dell'Arsenal viene spesso adattato come terzino sinistro.
A centrocampo, qualità e fosforo si uniscono in unico grande mix, rappresentato da Dembelé del Tottenham, Defour del Porto ed il neo-acquisto dello Zenit, Axel Witsel. Indubbiamente una mediana di tutto rispetto, con Fellaini dell'Everton e Nainggolan del Cagliari pronti a subentrare. Infine l'attacco, dove il Belgio ha un trio delle meraviglie, la cui stella indiscussa è Eden Hazard. Il piccolo mago si è trasferito al Chelsea in estate, scatenando così le fantasie dei tifosi Blues di Londra. Sull'altro lato del reparto offensivo troviamo Dries Mertens, ottima ala del PSV Eindhoven, capace di segnare molte reti. L'unico "neo" nella formazione belga - se così si può chiamare - è nel centravanti. Potenzialmente, Romelu Lukaku del Chelsea (ora in prestito al WBA) è l'uomo ideale e, avendo 19 anni, ha tanto tempo per migliorare. L'ex Anderlecht saprà crescere quanto basta per aiutare la propria nazionale? Comunque, quando c'è necessità, a sostituirlo c'è Kevin Mirallas, neo-acquisto dell'Everton.
Formazione: 4-2-1-3 con Courtois; Odoi, Kompany, Vertonghen, Vermaelen; Witsel, Defour; Dembelé; Mertens, Lukaku, Hazard.

Vincent Kompany, 26 anni, capitano del Belgio e del Manchester City.

Queste le possibili sorprese, questi i movimenti che potrebbero sorprenderci nei prossimi anni. Se passeranno le rispettive fasi di qualificazione, potrebbero diventare delle mine vaganti in un torneo così corto. Figuriamoci se poi arriveranno in condizioni ottimali dal punto di vista fisico: a quel punto, i sogni prenderebbero il sopravvento sulla realtà. Ma non avvantaggiamoci troppo. Vedremo se queste realtà sono destinate a diventare superpotenze del calcio o rimarranno dei paesi promettenti, ma dal talento acerbo.

Il "Maracanà" di Rio de Janeiro, uno dei 12 stadi che ospiterà il Mondiale del 2014.

7.9.12

Un campione ritrovato?

E' passata appena una settimana dal sorteggio europeo riguardante la Champions e l'Europa League. Nelle pieghe di queste grandi competizioni che inizieranno a metà Settembre, una storia ha colpito l'attenzione di molti. Nell'ultimo turno preliminare, sponda "campioni nazionali", l'incontro tra BATE Borisov e Hapoel Ironi Kiryat Shimona era quello con meno attrattiva. Di certo, non ci si aspettava un grande spettacolo nel match tra i campioni di Bielorussia e quelli isrealiani; ma una faccia su tutte, di quelle in campo, attirava lo sguardo degli incuriositi del calcio europeo. Con la maglia del BATE addosso, si è rivista una stella che ha fatto molta fatica a brillare negli ultimi anni, in qualunque campionato militasse. Sto parlando di Alexander Hleb, che ha recentemente sottoscritto un contratto di un mese proprio con la squadra di Borisov. Di certo, quando esplose sulla scena del calcio internazionale, ci si aspettava di tutto da questo talentuoso centrocampista. Meno che il ritorno nel suo paese natale all'età di 31 anni, quando hai ancora qualcosa da dare, calcisticamente parlando.

Qui Hleb con la maglia della sua nazionale: 55 presenze e 6 gol finora.

Da Borisov a Borisov. Proprio dalla città situata sul fiume Berezina parte la carriera di Alexander Hleb, nato nella capitale Minsk il 1° Maggio 1981. A 17 anni viene notato dagli scout del BATE, che lo vogliono tesserare dopo averlo visto con la maglia delle riseve della Dinamo Minsk. Nel 1998 il ragazzo entra a far parte della squadra di Borisov, che vince il suo primo campionato nazionale mentre Hleb è nelle sue fila. Due anni in Bielorussia lo fanno conoscere agli occhi degli osservatori europei e lo Stoccarda è la prima compagine a notare il ragazzo. I tedeschi sono coloro che lo consacreranno definitivamente e lo comprano per 150mila euro dal BATE nel 2000, facendolo crescere tra giovanili e prima squadra biancorossa. Proprio la militanza in quel di Stoccarda rappresenterà il periodo più felice della carriera di Hleb: dopo aver calcato i campi con lo Stoccarda-II, esordisce in Bundesliga alla tenera età di 18 anni. Non uscirà più dalla squadra dei titolari, diventandone uno dei perni fondamentali. E con la squadra tedesca si toglie diverse soddisfazioni, tra cui un secondo posto nella Bundesliga 2002/2003. O come le notti da sogni in Champions League l'anno successivo, come quando lo Stoccarda batté il Manchester United per 2-1 e raggiunse gli ottavi. Insomma, Hleb tocca il massimo apice della carriera con la maglia degli "Swabians", diventando il miglior assist-man nella sua ultima stagione in Bundesliga.
Non solo: Hleb tocca il suo massimo anche in nazionale. Viene chiamato per la prima volta nel 2001 e, da quel momento in poi, non lascerà più la maglia della Bielorussia per molto tempo. Gli italiani se lo ricordano all'Europeo U-21 del 2004: un suo gol fissò il punteggio sul 2-1 finale nella partita contro l'Italia, sebbene poi la Bielorussia non passò il girone. Insomma, la sua carriera sembrava in piena ascesa.



Ma ben presto il suo destino cambiò. Hleb decise di cambiare aria ed accettare l'offerta dell'Arsenal, che pagò ben 15 milioni di euro allo Stoccarda per avere il bielorusso in squadra. Nonostante qualche infortunio, il bielorusso fece  bene nei tre anni ai Gunners, diventando il primo giocatore della Bielorussia a giocare una finale di Champions League. La sua posizione in campo fu motivo di pena per Arsène Wenger, che lo fece giocare perlopiù come ala destra, sebbene non disdegnasse l'utilizzo di Hleb anche come seconda punta.
Sebbene avesse avuto un discreto rendimento in quel di Londra, Hleb accettò l'offerta del Barca. All'ultimo anno di contratto (e quindi in scadenza), i blaugrana lo comprarono per 17 milioni dall'Arsenal. Era il Barca che si apprestava a diventare leggenda, quello che aveva come allenatore esordiente Pep Guardiola. Se per i catalani la stagione sarà un successo indiscutibile, Hleb sarà scontento della sua nuova sistemazione. A Marzo del 2009 dichiarò apertamente di esser stanco di passare i migliori anni della sua carriera in panchina e di essere pronto ad accettare - se fosse mai arrivata - un'offerta del Bayern Monaco, club che aveva manifestato il suo interesse per il bielorusso già quando militava nello Stoccarda. Le 36 presenze stagionali ed il "Treble" realizzato dal Barca di Guardiola non servirono a far cambiare idea a Hleb, che decisa di andare via, anche se solo in prestito. A sorpresa, il ragazzo rifiutò l'Inter che avrebbe vinto il triplete (sarebbe rientrato nello scambio Eto'o-Ibrahimovic) e scelse di tornare dove era esploso, ovvero allo Stoccarda.
Ma la minestra riscaldata di sapore teutonico non servirà a far decollare nuovamente la carriera di Hleb. L'anno a Stoccarda è una sorpresa in negativo persino per gli stessi tifosi biancorossi, che non sanno più dove sia finita la classe del ragazzo. I tedeschi non lo riscattano ed il bielorusso prova a tornare in Premier League, stavolta a Birmingham, sponda City. Ma gli infortuni ed uno stile di gioco non adatto al suo talento lo portano a lasciare i Blues. E la retrocessione del City - nonostante la rocambolesca vittoria in Carling Cup ai danni del club proprietario del suo cartellino, l'Arsenal - è solo l'ultima parola sulla fine di un amore mai nato tra Hleb ed il campionato inglese.
Desideroso di rimanere a Londra con i Gunners, il talento di Minsk parte nuovamente in prestito dal Barca, stavolta destinazione Wolfsburg, dove ritrova Felix Magath, che lo aveva fatto sbocciare in quel di Stoccarda. Ma bastano quattro presenze e l'idillio con il suo mentore finisce, anche a causa dei tanti infortuni che l'hanno fatto penare durante tutta la sua carriera. Il prestito finisce addirittura nel Dicembre 2011 e Hleb si mette d'accordo con il Barca per una rescissione consensuale del contratto che lega le due parti fino al Giugno 2012. Il bielorusso si sposta persino in Russia pur di ricominciare a mostrare il suo talento, ma il Krylia Sovetov non gli concede una fiducia che vada oltre sei mesi di contratto.
Viste le sue poche presenze nelle squadre di club, le cose non vanno meglio in nazionale. Per sei edizioni in sette anni (2002-2003 e 2005-2008) è "Giocatore Bielorusso dell'anno". Nel 2007, nonostante molte critiche in patria riguardo il suo essere una "prima donna", il C.T. Strange gli consegna la fascia da capitano. Ma, nel 2010, colleziona la sua ultima presenza in nazionale e non viene più chiamato da quando mette piede a Birmingham. Una chimera infinita.

Il 27enne Hleb alla presentazione con il Barca: sarà un calvario lungo tre anni e mezzo.

Ora Alexander riparte. Sul finire di questo Luglio, Hleb sigla un contratto da un mese (!) per il BATE Borisov, tornando nel club dove tutto ha avuto inizio. L'idea è del tecnico Viktor Goncharenko, che ha anche giocato al BATE con Hleb, quando l'ex Arsenal era un ragazzino. Ed è un'idea buona per entrambe le parti. Il BATE ha, per un mese, uno dei giocatori più interessanti del panorama del calcio negli anni 2000; Hleb ha l'occasione di rilanciarsi e, perché no, riguadagnarsi la stima di qualche ammiratore passato. La sua esperienza europea, inoltre, aiuterà la squadra. Difatti il BATE passa sia il terzo turno contro il Debrecen, sia quello di play-off contro l'Hapoel. E molto di questo lo deve anche a quel talento chiamato Alexander Hleb, che è ritornato in nazionale grazie alla chiamata del C.T. per le partite che la Bielorussia dovrà disputare tra poche ore, nelle qualificazioni al Mondiale del 2014.
Vedremo se il suo contratto sarà allungato. Se così fosse, Hleb avrebbe nuovamente a disposizione la ribalta europea. Per dimostrare, a 31 anni, che il talento non se ne è mai andato e che è un campione ritrovato.

L'ormai 31enne Hleb con la maglia del BATE: riuscirà a risollevarsi?

4.9.12

La bottega dei giocattoli (costosi).

3 Settembre: qui il mercato calcistico è finito da un pezzo, è già tutto concluso. Altrove, invece, il mercato continua e regala colpi inimmaginabili. E a beneficiarne sono sempre gli stessi. E' notizia di poche ore fa del passaggio, ormai perfezionato, di Hulk dal Porto allo Zenit di San Pietroburgo. Cifra? 40 (!) milioni di euro. Sì, avete capito bene: 40. Non due spiccioli, ma il club dei Dragoni non è nuovo a questi affari. Ma se lo la squadra di Spalletti dovrà attendere per capire se ha fatto il colpo della vita, intanto la società di Oporto sbanca l'ennesimo incasso record da una cessione sul mercato. Non è la prima volta. Ed è molto probabile che non sia neanche l'ultima.

Hulk, 26 anni, ha firmato per lo Zenit. Saluta il Porto dopo 4 anni e 78 gol.

Il Porto incassa l'ennesima cifra da record e saluta felice altri due campioni. Ma è una strategia che conoscono benissimo in quel di Oporto. Da anni, il club lusitano compra da campionati minori o dal Sudamerica giocatori che sono in crescita, per valorizzarli dentro la Liga Portoghese. Facendo questo, i giocatori si mettono in mostra e possono far vedere quanto valgono anche nelle coppe europee, che il Porto ogni anno disputa da diversi decenni. Con questo biglietto da visita, è facile che poi qualcuno venga bussare alla porta del club biancoblu per comprare qualche gioiello. E la bottega del Porto è costosa, ma dannatamente remunerativa, permettendo un bilancio sano ed il finanziamento della campagna acquisti grazie alle cessioni. Diciamo un modello Udinese, ma molto più competitivo e a cifre ben più alte! Solo per fermarci a quest'anno, il Porto ha incassato qualcosa come 86 milioni di euro per le cessioni. E ne ha spesi solo 8, comprandosi il centravanti colombiano Jackson Martinez. Insomma, un altro potenziale crack sudamericano.
Questa strategia del Porto ha avuto inizio dagli anni 2000 in poi. Non passa estate in cui non sentiamo che i Dragoes hanno incassato cifre esorbitanti per le cessioni dei loro giocatori. Molti di questi soldi sono arrivati nell'estate dopo la vittoria della Champions League. Il Porto, vincitore nel 2004, smantellò la squadra dopo la partenza del suo tecnico, lo "Special One" José Mourinho. A seguirlo al Chelsea furono Ricardo Carvalho e Paulo Ferreira, per una cifra complessiva di 50 (!) milioni di euro. Deco passò al Barcellona per 15 milioni più il passaggio di Ricardo Quaresma nel tragitto inverso. Dopo il successo nella Coppa Intercontinentale del 2004, l'estate successiva partono altri giocatori. Un pacchetto comprendente Maniche, Seitaridis, Costinha e Derlei venne venduto alla Dinamo Mosca, che li paga in tutto 37 milioni di euro e dove tutti, tranne Derlei, avranno ben poca fortuna, andandosene via molto presto. Parte anche Luis Fabiano, che aveva deluso le attese e venne venduto al Siviglia per poco meno di 10 milioni di euro.
Negli anni, la filosofia del Porto non cambia. Anche quando in Europa ci si fa notare di meno, mentre in patria la dinastia dei Dragoes non si ferma, grazie a quattro titoli consecutivi tra il 2005 ed il 2009. Intanto, nel 2006, Diego va via dopo appena due stagioni, non rivelandosi l'erede di Deco: sei i milioni incassati dal Werder Brema. L'estate successiva anche Pepe parte, in direzione Madrid, grazie ad un assegno di 30 milioni di euro staccato dal Real. Continuo tutt'oggi a pensare che quella cifra sia stata una delle più esagerate mai viste, ma tant'è, il Real sembra passarsela comunque bene.

Paulo Ferreira, 33 anni, qui all'epoca della vittoria in Champions League con il Porto.

Nell'estate del 2008, a lasciare il club sono invece Bosingwa e Quaresma. Se il terzino vola al Chelsea per 20 milioni di euro, per la stessa cifra Quaresma raggiunge Mourinho all'Inter, che lo ha voluto a tutti i costi per il suo gioco. Si rivelerà un fiasco che i nerazzurri ancora oggi faticano a digerire. Ma non c'è problema, in patria sia il Benfica che lo Sporting non paiono essere in grado di insidiare questo Porto, che continua a vincere il campionato. Nel 2009, due grandi colpi partono dalla Francia. Il Marsiglia prende Lucho Gonzalez dai portoghesi per la "modica" cifra di 18 milioni, che possono diventare 24 con i bonus. Se penso che poi lo stesso Gonzalez è tornato al Porto per pochi spiccoli quest'inverno, la dirigenza dei Dragoes starà ancora ridendo. Poi, il Lione si assicura le prestazioni del bomber Lisandro Lopez, pagando 24 milioni di euro, che potranno salire fino a 28. Un altro affare per il club biancoblu, che aveva pagato l'ex numero 9 la bellezza di.. 2,3 milioni di euro. Praticamente, ha incassato dieci volte quello che ha pagato: fenomeni senza discussione. Metteteci anche la cessione, sempre ai campioni di Francia, di Aly Cissokho per 15 milioni di euro e, in un'estate, i Dragoes incassano la bellezza di 60 milioni. Cissokho, proprio quello che il Milan rifiutò per un problema ai denti.
Un'altra carrellata è stata quella del 2010, con il Porto terzo in campionato e deciso a rifondare un po' la squadra. Via il capitano Bruno Alves allo Zenit per 23 milioni, via Raul Meireles per 13 al Liverpool, con quei soldi il Porto si compra Joao Moutinho, Otamendi e James Rodriguez. E sarà la scelta migliore, insieme a quella di André Villas-Boas come allenatore, che riporta il Porto a vincere una competizione europea, ovvero l'Europa League. E non solo quella, dato che il Porto ha trionfato in quattro competizioni. L'intera squadra incanta l'Europa con le sue giocate, con il suo stile di gioco offensivo, con la sua velocità ed il suo atletismo. Tutto questo viene costruito con i soldi delle cessioni e non credo si trovi un mercato nella storia del Porto che si concluda con un bilancio in passivo: le entrate sono sempre maggiori delle uscite.
Tendenza confermata in questi ultimi due anni. L'estate scorsa il Porto ha salutato Falcao, bomber ed eroe di mille trionfi, che si è trasferito all'Atletico Madrid per 40 milioni. Due le considerazioni: visto adesso il bomber di Santa Marta, forse valeva anche di più. Seconda cosa: i soldi della cessione del colombiano hanno permesso al Porto di non vendere nessun altro e fare comunque un ottimo mercato, con diverse operazioni in entrata. L'ultima bomba è quella con cui ho iniziato l'articolo: Hulk allo Zenit per 40 milioni. Dopo i soldi incassati dalle cessioni di Alvaro Pereira e Guarin, arriva questa valanga di rubli che permetterà al Porto di sopravvivere serenamente.
Qual'è la cosa incredibile in tutta questa vicenda? Semplice. Il Porto ha occhi ovunque e sa valutare i campioni in una maniera che nessuno sa fare. Non se li costruisce in casa, semplicemente li prepara al calcio europeo. Basta guardare la storia dell'attaccante brasiliano appena passato in Russia. Hulk è stato preso dal Porto nel 2008. Il club portoghese lo ha preso da una squadra GIAPPONESE. Sì, giapponese. Chi andrebbe mai a pensare o addirittura a credere in un brasiliano che gioca in Giappone? Probabilmente nessuno. Eppure i 71 gol realizzati in 97 presenze con le maglie di Consadole Sapporo e Tokyo Verdy nella seconda divisione giapponese hanno fatto riflettere il Porto, che lo ha preso per 5,5 milioni di euro. E adesso lo rivendo a otto volte il suo prezzo d'acquisto, dopo che il ragazzo è stato in grado di regalargli diversi trofei. Pazzesco.

Radamel Falcao, 26 anni, venduto a peso d'oro all'Atletico Madrid dopo la vittoria in Europa League.

Chi è l'artefice di questo modello di vita? Un solo nome corrisponde a tale modo di pensare. Ed è quello di Jorge Nuno Pinto da Costa, presidente del club di Oporto dal 1982. Il trentesimo presidente della storia, che ormai ricopre questa carica da trent'anni, è riuscito dove nessun altro nella storia del Porto era mai arrivato. Con la sua gestione, il club biancoblu ha vinto 18 Primeira Liga, 12 Taca de Portugal, 17 Supercoppe portoghesi, due Champions League, due Europa League, una Supercoppa Europea e due Coppe Intercontinentali. Ma sopratutto ha sviluppato un modello che permette al Porto una sopravvivenza sana e felice. Certo, il soggetto in questione non è un santo. E' rientrato nello scandalo "Fischietti d'Oro", riguardante la corruzione degli arbitri in Portogallo, nel quale Pinto da Costa è stato accusato, salvo poi essere assolto nel 2009.
Eppure, nonostante ciò, il presidente è iscritto come associato del Porto Futbol Club sin da quando aveva 16 anni ed è entrato nello staff dirigenziale dalla metà degli anni '60. Perciò sa benissimo come gestire il club, ha costruito quanto di buono la squadra è stata in grado di fare in questi anni e ha vissuto i due stadi storici del Porto (il vecchio Estadio das Antas, demolito nel 2004, ed il nuovo Estadio do Dragao). Grazie a lui, il Porto è quello che è diventato: una bottega dai giocattoli bellissimi, ma veramente costosi. Da oggi, lo sa ancor meglio tutto il mondo del calcio.

Jorge Nuno Pinto da Costa, 74 anni, presidente ed artefice del modello Porto.