31.8.12

Guardare avanti.

E' andata male. Purtroppo l'Italia comincia in modo chiaroscuro la stagione europea: se Inter e Lazio passano il preliminare di Europa League, l'Udinese è uscita con lo Sporting Braga. Mille ragionamenti potrebbero aver luogo. I friulani avrebbero potuto tenere qualche pezzo pregiato per una volta; avrebbero potuto tentare meno azzardi in fase di mercato, sopratutto in entrata. Ma sopratutto, Gino Pozzo avrebbe potuto spendere un pochino di più di fronte al secondo preliminare consecutivo? Per giunta, contro un avversario che si sapeva già non essere trascendentale.
Tante cose si potrebbero dire alla gestione friulana. Ma la filosofia dell'Udinese è ben nota e non cambia per un preliminare di Champions, come dimostrato già l'anno scorso con l'Arsenal. E se l'anno scorso l'Udinese era nettamente sfavorita, quest'anno è stata solo sfortunata, anche se il Braga ha meritato nei 210' complessivi.
Adesso? Si riparte. La stagione vede sei squadre italiane al via delle coppe europee e forse c'è la possibilità di risalire un po' la china nel ranking. C'è chi vive la stagione successiva come quella del possibile sorpasso da parte del Portogallo e della Francia. Se c'è qualche ragione di preoccupazione riguardo i lusitani, non ce ne possono essere per i francesi, che hanno tre squadre in Champions, ma poche chances di andare lontano in entrambe le coppe (il PSG è l'unica eccezione). L'imperativo per l'Italia è uno solo: fare bene in Europa League, dato che si è perso il terzo posto nel ranking europeo grazie ai pessimi risultati nella seconda competizione europea.

Palline che rotolano: sono state benevole per Juve e Milan in Champions.

Sicuramente la situazione è più tragica in Champions League. L'Italia non schierava appena due squadre dal lontano 1998/1999, quando la competizione ne prevedeva proprio due al massimo per ogni paese. Solo dalla stagione successiva sarebbe stata attivata la riforma che permetteva quattro squadre alle leghe più forti, tra cui la stessa Serie A dell'epoca. Che veniva da un'epopea di successi negli anni '90, sopratutto nella vecchia Coppa UEFA. Inter (tre volte), Parma (due) e Juventus avevano vinto la competizione, mentre Lazio, Roma, Torino e le stesse Inter e Juventus avevano raggiunto la finale. Aggiungiamoci anche i trionfi del Parma e della Lazio nella vecchia Coppa delle Coppe (estinta nel 1999) ed il quadro era altamente competitivo.
Ora è tutto molto cambiato; i successi delle squadre italiane nelle coppe europee si limitano alla Champions, con due trofei del Milan ed uno dell'Inter. Ma le delusioni non sono mancate. Guardando gli ultimi cinque anni, che formano il punteggio nel ranking, il biennio 2008-2010 è stata una mazzata, con solo l'Inter a salvarci dalla retrocessione anticipata di un anno nel ranking. E la situazione non è migliorata dopo: Sampdoria ed Udinese (due volte) sono uscite ai preliminari, spesso con situazioni sfortunate. Il top, dopo il trionfo interista, sono stati i quarti raggiunti dal Milan l'anno scorso, prima di essere eliminati dal Barcellona. Come quelli a cui era arrivata anche l'Inter nella stagione precedente, prima di farsi "mazziare" dallo Schalke 04. Ora tocca agli stessi rossoneri ed alla Juve rimetterci in carreggiata.
Purtroppo, non vedo grosse prospettive per entrambe. Il Milan ha cambiato moltissimo e, senza Ibra e Thiago Silva, dovrà trovare la quadratura del cerchio se non vuole rischiare nel proprio gruppo. L'Anderlecht non è temibile e ha fatto fatica nel preliminare, ma Malaga e Zenit lo sono. Gli spagnoli stanno attraversando una situazione economica difficile, con gli sceicchi che hanno annunciato un abbandono della nave degno del comandante Schettino. A mitigare la situazione, fortunatamente, è intervenuto il preliminare, passato agevolmente contro il Panathinaikos. Per gli andalusi, è la prima partecipazione in assoluto alla Champions. Volendo essere maligni, forse anche l'ultima, dato che la storia del Malaga non è piena certo di viaggi europei.. ma gli spagnoli hanno una discreta squadra, quanto basta per mettere in crisi l'ultimo Milan visto a San Siro domenica. Davanti sono un po' spuntati, gli manca una prima punta vera, ma il movimento calcistico spagnolo ha dimostrato di non averne bisogno; vedremo se la penserà così anche l'allenatore cileno Manuel Pellegrini, vecchio volpone del calcio europeo.
Diversa la situazione dello Zenit San Pietroburgo, dove c'è tutto tranne aria di smantellamento. I soldi freschi della Gazprom consentono, a ogni sessione di mercato, di prendere un grande giocatore. Non un top-player, ma sicuramente uno che possa fare la differenza. Inoltre, lo Zenit può contare su un passato recente di grande spessore a livello europeo: tutti ricorderanno la Coppa UEFA vinta nel 2008 ed il trionfo sul Manchester United nella Supercoppa Europea dello stesso anno. Allenato da Luciano Spalletti, lo Zenit non si fregia di grandissimi campioni, ma di ottimi giocatori che sono funzionali al gioco dell'allenatore toscano. Vincitori dell'ultimo campionato russo, l'anno scorso lo Zenit non andò oltre gli ottavi di finale di Champions, dove venne eliminato dal Benfica. Inutile dire che gli estrattori di gas più grandi del mondo vogliono arrivare più avanti.. insomma, il Milan dovrebbe passare, ma credo soffrirà un po' più del previsto.

Robinho, 28 anni, una delle colonne del Milan di quest'anno.

Diversa la situazione della Juventus. I bianconeri non giocano la Champions dal 2009 e dovranno vedere quanto reggeranno la pressione di una competizione del genere. Un gruppo quasi del tutto diverso da quello che venne preso a schiaffi dal Bayern in una sera di Dicembre nel vecchio Olimpico di Torino. Un gruppo che deve, in alcuni dei suoi elementi, ancora affrontare la Champions. Come reggeranno i vari Giovinco, Matri, Asamoah, Bonucci, Pepe e Lichsteiner un impatto del genere? Lo scopriremo solo vivendo, ma intanto il sorteggio è stato decisamente buono.
Due le avversarie. I primi non saranno certo facili, dato che si tratta dei campioni d'Europa uscenti. Il Chelsea, ancora una volta. Furono proprio i blues l'ultimo avversario della Juve in uno scontro ad eliminazione diretta in Champions League; negli ottavi del 2008/2009, furono i londinesi ad avere la meglio. Molto è cambiato da allora: la Juventus si è riaffermata a livello italiano, il Chelsea ha trovato finalmente la consacrazione europea che Abramovich sognava. Inoltre, il mercato dei blues è stato - come al solito - molto costoso. Nonostante la partenze del "leone" Didier Drogba, il Chelsea ha preso Marko Marin dal Werder, Oscar dall'Internacional, Apizculeta dal Marsiglia, Moses dal Wigan e sopratutto Eden Hazard dal Lille, spendendo qualcosa come 100 milioni di euro tondi tondi. Indubbiamente, i campioni d'Europa sono adesso molto più forti davanti e più imprevedibile. Ma Roberto Di Matteo saprà gestire questo patrimonio offensivo? E si affiderà ad una tattica iper-difensiva come l'anno scorso o dimostrerà di avere una squadra che gioca bene, oltre a vincere? Qui sta la sfida. Perché i miracoli si fanno una volta sola e Di Matteo dovrebbe averlo imparato dalla vittoria dell'anno scorso.
Gli altri avversari sono decisamente più abbordabili, ma sempre da guardare con attenzione. Parlo dello Shaktar Donetsk, allenato da Mircea Lucescu e vincitore degli ultimi tre campionati ucraini. I "minatori" hanno ormai raggiunto un certo status internazionale, dovuto alla vittoria dell'ultima Coppa UEFA mai giocata con tale denominazione, nel 2009. Inoltre, in Champions hanno fatto bene negli ultimi anni, raggiungendo anche i quarti di finale nel 2011. Il tecnico rumeno è da otto anni a Donetsk e ha fatto solo buone cose, la squadra ormai si conosce da molto tempo ed il gioco è collaudato. Il solito mix tra giocatori ucraini e la colonia brasiliana è il rischio che deve affrontare la Juventus, che non gioca nell'Europa maggiore da molto tempo.
Il girone è completato dalla matricola Nordsjælland, campioni di Danimarca. La squadra è prevalentemente formata da giocatori indigeni e ha vinto il campionato per la prima volta nell'ultima stagione, dopo due Coppe di Danimarca conquistata tra il 2009 ed il 2011. La loro storia europea è povera e questa è la prima volta che arrivano alla fase a gironi di una qualsiasi competizione internazionale. Sarà una "cenerentola" del calcio. La Juve ha buone probabilità di arrivare prima, se non subisce il contraccolpo psicologico dell'Europa e se il top-player, tanto cercato in estate, si rivelerà ininfluente per le prestazioni bianconere.

Claudio Marchisio, 26 anni, è il vice-capitano della Juventus 2012/2013.

Qualche speranza in più ce l'abbiamo nella seconda competizione europea, sebbene gli anni passata sia stata trascurata dalle squadre italiane. In Coppa UEFA/Europa League, il massimo negli anni 2000 è stato toccato dalla Fiorentina e dal Parma, che hanno entrambe raggiunto la semifinale rispettivamente nel 2008 (uscita ai rigori con i Rangers) e nel 2005 (eliminazione da parte del CSKA Mosca, poi vincitori della coppa). Quest'anno ci sono buone speranze, con Inter e Napoli - a mio modo di vedere - in grado di vincere o arrivare in fondo. L'Udinese, bruciata dall'eliminazione in Champions, ha comunque buone possibilità di impressionare ed andare avanti come nell'ultima stagione. La Lazio è un punto interrogativo, vedremo cosa potrà fare con Petkovic in panchina.
L'Inter è la squadra con più speranze di arrivare fino in fondo. Togliendo i campioni uscenti dell'Atletico, il Liverpool ed il Tottenham, i nerazzurri hanno ottime chances di vincere quest'anno. Il girone, poi, è stato particolarmente benevolo nei loro confronti, almeno dal punto di vista tecnico: Partizan Belgrado, Rubin Kazan e Neftchi Baku. I russi non sono più quelli che l'Inter affrontò in Champions League, anzi, fanno fatica anche in terra nazionale. Hanno fatto qualche acquisto interessante, come Gokhan Tore e Salomon Rondon, ma non sembra che possano impensierire più di tanto l'Inter. Ancor meno pericoloso sembra il Partizan, che non vince più il campionato e che ha nel fattore ambientale la più grande forza: giocare di fronte ai caldi tifosi serbi non è facile. Infine, gli azeri del Neftchi, che hanno clamorosamente passato il preliminare contro la sorpresa dell'ultima Champions, l'Apoel di Nicosia. Due curiosità riguardo la squadra di Baku: sono la prima squadra azera ad arrivare alla fase a gironi di una competizione internazionale e non perdono in casa, nelle coppe europee, dal 1999. Mica male.
Comunque l'Inter dovrebbe agevolmente aggiudicarsi il primo posto; l'unico problema di un girone del genere sono le trasferte. Belgrado è a 1000 chilometri, Kazan a 3600, Baku addirittura a 4200! Recuperare da viaggi così lunghi non sarà facile e potrebbe influire sulle prestazioni in campionato dei nerazzurri.

Rodrigo Palacio, 30 anni, segna contro il Vaslui: è il primo gol con la maglia dell'Inter.

E' andata bene anche al Napoli, che non può lamentarsi dopo questa sorteggio. Evitate le inglesi, evitato l'Athletic, evitato anche l'Anzhi di Eto'o. Il girone è decisamente alla portata del Napoli, che potrebbe passare per il terzo anno consecutivo alla fase ad eliminazione diretta di una competizione internazionale. Gli avversari sono di buon livello, ma affrontabili. Il PSV Eindhoven ha un'ottima tradizione europea, ma non vince il campionato nazionale dal 2008 e l'ambiente è un po' giù di corda. Quest'anno la squadra biancorossa ha vinto la Coppa d'Olanda e la Supercoppa contro l'Ajax, dimostrando che il materiale umano comunque c'è. Il ritorno di Mark Van Bommel è la novità più rilevante nel solito mix tra giovani di grandi speranze (Strootman, Wijnaldum, Narsingh, Willems) e giocatori affidabili, ma senza grandi colpi (Tovoinen, Matavz, Marcelo, Pieters). Oltre agli olandesi, troviamo anche il Dnipro e l'AIK. Gli ucraini sono controllati dal gruppo Privatebank, costituendo così l'ennesimo caso di squadra dell'est zeppa di soldi, ma non altrettanto di talenti. Proprio grazie alle famose "palanche", il Dnipro si è potuto assicurare la consulenza di Juande Ramos, allenatore degli ucraini che ha già vinto la Coppa UEFA (due volte) con il Siviglia della metà degli anni 2000. E che guadagna quattro milioni e mezzo di euro all'anno. I giocatori più interessanti sono il centravanti croato Nikola Kalinic, il terzino ghanese Samuel Inkoom e l'attaccante brasiliano Matheus, famoso per un grandissimo gol contro l'Arsenal in Champions League quando vestiva la maglia dello Sporting Braga. Per quanto concerne gli svedesi, l'AIK ha fatto fuori a sorpresa il CSKA di Mosca, squadra molto quotata per la vittoria finale. L'attaccante costaricano Celso Borges è la stella della squadra, ma gli scandinavi non paiono pericolosi. 
Il Napoli ha un'ottima probabilità di passare il turno, anche come prima in classifica. Personalmente, non vedo cosa possa avere il PSV in più dei partenopei. Bisognerà comunque stare attenti alla trasferta in Ucraina, è sempre difficile giocare lì.

Lorenzo Insigne, 21 anni: l'Europa League potrebbe essere la sua vetrina.

La Lazio partiva con gli sfavori del pronostico. Era stata piazzata in terza fascia, grazie ai pessimi risultati negli ultimi anni in Europa League. E c'è l'incognita Petkovic: bisogna capire se l'ex manager del Sion è in grado di trainare i biancocelesti verso risultati migliori. Intanto, il sorteggio è stato buono per la squadra della capitale.
Il Tottenham è certamente fuori portata: la squadra di André Villas-Boas è - a mio parere - una delle candidate per la vittoria finale e la Lazio non può certo porvi un freno. La differenza tra le due rose è imbarazzante e, su sei partite, gli inglesi mi paiono favoriti per la conquista del primo posto. Tuttavia, la squadra biancoazzurra ha un girone abbordabile, dato che le altre due compagini con le quali dovrà lottare sono il Panathinaikos ed il Maribor. I greci hanno fatto fuori due anni fa la Roma, con grande felicità proprio dei laziali, che avrebbero poi ritrovato Djibril Cissé nella loro squadra, anche se solo per sei mesi. Oggi, i greci sono una squadra tutt'altro che pericolosa: basti guardare il preliminare di Champions giocato contro il Malaga. Zero pericolosità, zero tiri in porta. Una squadra né carne, né pesce, che in questo momento fa comodo alla Lazio. Così come fa comodo il Maribor, campione di Slovenia, ma incapace di battere la Dinamo Zagabria. Sì, quelli che l'anno scorso ne presero sette dal Lione, con tanto di inchiesta UEFA per possibili comportamenti anti-sportivi. Gli sloveni non mi sono sembrati imbattibili.
La Lazio ha buone possibilità per il secondo posto ed il passaggio del turno non sembra una chimera inarrivabile.

Mauro Zarate, 25 anni: si riparte da lui per migliorare i risultati europei della Lazio.

L'Udinese, invece, è stata fortunata come suo solito. Dopo aver beccato l'Arsenal nel preliminare di Champions dell'anno scorso ed aver incontrato Atletico Madrid, Celtic e Rennes nel conseguente girone di Europa League, quest'anno non cambia registro. La fortuna si dimentica di loro e così i friulani beccano un girone tremendo: Liverpool, Young Boys, ma sopratutto lo spauracchio Anzhi, che tutti speravano di evitare.
Gli inglesi hanno dovuto ricominciare da capo e dire addio a qualche cuore "scouser" come Dirk Kuyt. Ma, tutto sommato, il mercato è stato buono, con gli arrivi di Nuri Sahin dal Real Madrid, Joe Allen dallo Swansea, Oussama Assaidi dall'Heerenveen e Fabio Borini dalla Roma. Ci sono sempre i vari Gerrard, Suarez, Carragher e Agger. La vera novità è l'allenatore. Brendan Rodgers ha fatto miracoli con lo Swansea, portandolo prima in Premier e poi ad una tranquilla salvezza. Grazie a lui, la compagine gallese ha prodotto un calcio meraviglioso con il suo 4-3-3 fantasioso e spregiudicato; al Liverpool, il 39enne nord-irlandese spera di ripetersi, portando i Reds dove non arrivano da quando, sulla panchina degli Scousers, c'era Rafa Benitez. Lo Young Boys non è una grandissima avversaria: i tempi di Petkovic (sì, quello che allena adesso la Lazio) sono passati e non si producono risultati come prima. Negli ultimi giorni di mercato, inoltre, gli svizzeri hanno ceduto la loro stella, l'attaccante zambiano Mayuka, al Southampton. Le premesse per essere il fanalino di coda del gruppo ci sono tutte.
Il vero problema dell'Udinese si chiama Anzhi Makhachkala: se non ci fossero stati loro nel girone, tutto sarebbe stato facile. E' vero, ci sarebbe stato il Liverpool, ma il secondo posto avrebbe potuto essere un obiettivo fattibile. Invece, sulla strada di friulani, c'è Samuel Eto'o. Il camerunense non ha perso il vizio di segnare neanche in Russia, dato che ha già realizzato - solo nei preliminari di Europa League fin qui disputati - quattro gol. Inoltre, il leone indomabile è anche il capitano della squadra. Tutto normale, calcolando come è arrivato all'Anzhi: Eto'o fu preso dall'Inter campione d'Europa e del mondo a parametro zero. Ma il suo ingaggio è quello più alto dell'intero panorama calcistico: venti milioni di euro l'anno! Come è possibile? Semplice, l'Anzhi è stato comprato - all'inizio del 2011 - da Suleyman Kerimov, multi-milionario con un patrimonio stimabile intorno ai sei miliardi (!) di euro. E' stata quindi una bazzecola comprare Eto'o per il club della Repubblica del Daghestan. E non solo lui. L'Anzhi ha fatto spese importanti in quest'anno e mezzo, comprando anche Yuri Zhirkov dal Chelsea per 16 milioni di euro, Christopher Samba dal Blackburn per 15, Jucilei dal Corinthias per 10. L'ultimo capriccio è stato Lacina Traoré, centravanti ivoriano del Kuban Krasnodar, acquistato per 18 milioni di euro. Insomma, la squadra è formata da alcune stelle più buoni mestieranti, guidanti da quel grande allenatore che è Guus Hiddink. E quindi non sarà facile per i friulani avere la meglio su un gruppo che ha già dimostrato di essere in forma. Difatti, nei preliminari di Europa League, l'Anzhi ha eliminato prima il Vitesse, poi l'AZ con un complessivo di 6-0 tra andata e ritorno. Già, quella squadra di Alkmaar che aveva eliminato proprio l'Udinese l'anno scorso..
Onestamente, per i friulani la vedo male. Mi pare più probabile un terzo posto che il passaggio del turno. Ma, al contrario di quel che dice lui stesso, Guidolin è capace di miracoli e chissà che non ne faccia un altro..

Antonio Di Natale, 35 anni: l'Udinese si reggerà ancora sui suoi lampi di classe?

Ora tocca a noi. La stagione è propizia, almeno in Europa League. Non esagero se penso che una finale Inter-Napoli sia possibile. Accoppiamenti permettendo. In Champions tenteremo di sopravvivere, ma nella "Europa minore" bisogna dare una sterzata. E quest'anno è possibile, perciò cerchiamo di guardare avanti con fiducia.

28.8.12

ROAD TO JAPAN: Kensuke Nagai

Rieccoci qui, amici miei, per un'altra puntata di Road To Japan, la rubrica che vi illumina sui maggiori talenti calcistici nel paese del Sol Levante. Oggi è una puntata speciale: parlerò - per la prima e, forse, unica volta - di un talento che molti di voi potrebbero già aver ammirato durante i Giochi Olimpici di Londra. Il ragazzo ha fatto parte della squadra giapponese che ha partecipato al torneo olimpico e si è fatto vedere parecchio, suscitando l'attenzione di molti. Parlo dell'attaccante Kensuke Nagai, giovane promessa dell'U-23 nipponica e dei Nagoya Grampus.

SCHEDA
Nome e cognome: Kensuke Nagai
Data di nascita: 5 Marzo 1989
Altezza: 1.77
Ruolo: Seconda punta, prima punta
Club: Nagoya Grampus (2011-?)



STORIA DI UNA STELLA
Kensuke Nagai nasce il 5 Marzo del 1989 in quel di Fukuyama, nella prefettura di Hiroshima. Nella città vicina alle rive del fiume Ashida, il padre è costretto - per motivi di lavoro - al trasferimento in Brasile. Tutto questo accade quande Kensuke è un bambino (ha 3 anni) e, per cinque anni, rimane in Brasile, nella città di Ipatinga, dove comincia a giocare a calcio per strada con i suoi amici. Una volta tornato in Giappone, Nagai comincia a giocare a calcio ad ogni livello, sopratutto con le squadre delle scuole che frequenta. In quel di Kitakyushu, città in cui si è trasferita l'intera famiglia, il giovane Kensuke spicca per le sue doti. Il ragazzo si iscrive a 18 anni alla Fukuoka University, la più vicina a dove viva, e comincia a farsi notare anche a livello nazionale con le rappresentative giovanili. 
La cosa incredibile - e con pochi precedenti nel calcio giapponese - è che il ragazzo gioca contemporaneamente con due squadre. Da una parte, Nagai è nella squadra della sua università, ma al tempo stesso esordisce in J-League 2 con la maglia della squadra della sua regione, l'Avispa Fukuoka. Sono solo cinque le presenze del ragazzo a livello professionistico, ma sono un buon inizio per farsi vedere a livello nazionale. Inoltre, con la squadra della sua università, riesce ad accedere alla fase ad eliminazione diretta della più importante coppa nazionale, la Coppa dell'Imperatore; nell'edizione del 2009, segna tre gol, tra cui quello decisivo per eliminare il Mito Hollyhock (squadra di J-League 2, seconda divisione giapponese) e quello della bandiera nel 6-1 subito dal Gamba Osaka. Non male per una squadra che è solamente universitaria, al cospetto di compagini professionistiche.
Il materiale è di rilevanza nazionale ed il giocatore viene tesserato anche dal Vissel Kobe, squadra stavolta di prima divisione, che lo ingaggia grazie al programma di sviluppo messo a punto dalla JFA (Japan Football Association) e dalla lega. E' un simbolo del futuro, ma a Kobe non vede granché il campo, nonostante nelle nazionali giovanili continui a segnare: tre presenze appena, ma Nagai comincia a prender confidenza con la J-League.
Infine, arriva la svolta definitiva della sua carriera. Dopo tanto girovagare ed offerte provenienti da ben 10 club (!) del campionato nazionale, Nagai viene ingaggiato dai campioni in carica dei Nagoya Grampus, fortemente voluto dall'allenatore, l'ex campione yugoslavo Dragan Stojkovic. Alla fine del campionato, dopo un buon anno, verrà ribattezzato "Super-Sub" (il super-sostituto), perché entrava in campo e decideva il match. Ormai, ad Agosto 2012, è uno dei punti di riferimento della squadra campione nella J-League 2010.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Nagai è un attaccante moderno. Sa giocare praticamente ovunque sul fronte offensivo, ma il suo ruolo preferito è quello da seconda punta. Partendo da lontano, infatti, Nagai può sfruttare la sua velocità innata per infilare le difese  e mettere in difficoltà gli avversari. Può giocare anche come prima punta, come lo ha schierato il suo allenatore durante i Giochi Olimpici; ma, stando più vicino alla porta, perde parte del suo sprint, sebbene si renda utilissimo nel lavoro di copertura e di pressing ai difensori opponenti. Il giovane attaccante può essere usato anche da esterno nel 4-3-3, dove può sfogare tutto il suo sprint per lanciarsi verso la porta avversaria. Sconsigliabile (e mai ancora provato) il suo utilizzo come esterno nel 4-2-3-1, che però non è del tutto scartabile. Il ragazzo presenta una sola pecca: correndo come un pazzo per tutto il campo, Nagai arriva a volte poco lucido sotto rete. Quando imparerà ad equilibrarsi fra la sue straordinarie doti atletiche e la precisione sotto porta, diventerà micidiale.

STATISTICHE
2009 - Fukuoka University*: 3 presenze, 3 gol
2009 - Avispa Fukuoka**: 5 presenze, 0 gol
2010 - Vissel Kobe: 3 presenze, 0 gol
2011 - Nagoya Grampus: 39 presenze, 9 gol
2012 - Nagoya Grampus: 24 presenze, 9 gol (in corso)
* in Coppa dell'Imperatore
** in J-League 2

NAZIONALE
Il rapporto di Nagai con le vari rappresentative nazionali è senza dubbio buono. E' capocannoniere sia alla campionato asiatico U-19 del 2008 (4 gol) che all'Universiade del 2009 (7 gol), nella quale ottiene il terzo posto con la rappresentativa giapponese. Nel 2010 arriva la chiamata in nazionale maggiore e Nagai scende anche in campo nella partita di qualificazione alla Coppa d'Asia contro lo Yemen, il 6 Gennaio 2010. Da lì in poi, continua la sua scalata alla maglia della Nippon Daihyō: Nagai fa parte dell'U-23 che vince i Giochi Asiatici in Cina sempre nel 2010. Come al solito, l'attaccante non si smentisce ed è di nuovo capocannoniere della manifestazione con 5 gol.
La consacrazione è arrivata però quest'estate: infatti, Nagai viene convocato dal C.T. dell'U-23 Takashi Sekizuka per formare la squadra che parteciperà ai Giochi Olimpici. L'attaccante dei Nagoya Grampus è già stato importante nella fase di qualificazione e viene confermato nella squadra titolare. Nel 4-2-3-1, modulo anche della nazionale maggiore, Nagai è il centravanti, una prima punta che deve dare fastidio e dare profondità all'azione.
Già contro la Spagna è superbo, mettendo in difficoltà l'intera difesa avversaria; purtroppo, la sua corsa infinita lo rende un po' impreciso sotto porta, ma le sue prestazioni non passano inosservate. Segna il gol decisivo per l'1-0 al Marocco che consegna la qualificazione ai quarti al Giappone; realizza il gol dell'1-0 anche nei quarti contro l'Egitto. Poi un leggero infortunio e la condizione non ottimale della squadra non lo fanno più brillare nei momenti decisivi, in semifinale contro il Messico e nella finale per il terzo posto contro la Corea del Sud.
Il bilancio però è buono, tanto che si comincia a parlare di posto fisso in nazionale. Ma Zac, recentemente, ha parlato proprio di Nagai, affermando che la giovane punta deve ancora migliorare per poter entrare in nazionale.

LA SQUADRA PER LUI
Sarebbe adattissimo per tutte quelle che squadre che giocano con due punte e fondano la loro tattica sul contropiede. Per le caratteristiche sopra descritte, Nagai è un ottimo giocatore nell'infastidire i difensori e nel metterci tutta la sua corsa a sostegno della squadra. Le squadre che ogni anno lottano per la salvezza in A potrebbero trovare in lui un talismano prezioso. 


24.8.12

Il rinascimento viola.

C'è aria nuova a Firenze. Alcuni tratti di pazzia giovanile sono magari ancora presenti nei Viola, come dimostra l'episodio di baldoria notturna a Moena. Ma l'aria è decisamente cambiata. Dopo un anno di sofferenze, con la B ad un passo e la salvezza alla penultima giornata, la famiglia Della Valle ha deciso di cambiare rotta e restituire alla Fiorentina il prestigio che si era riguadagnata dal ritorno in Serie A nel 2004. E lo ha fatto con un mercato stellare, per altro non ancora finito, dato che a Firenze si attendono l'arrivo di una punta che possa affiancare Jovetic nel reparto offensivo. E pensare che i tempi di Prandelli sembravano lontanissimi l'anno scorso.

Già, perché la Viola ha una storia importante nel calcio italiano. Due volte campione d'Italia, con sei Coppe Italia ed una Supercoppa Italiana in bacheca, è una delle dodici squadre europee ad aver affrontato almeno una finale di ogni competizione europea per club (Champions League/Coppa dei Campioni, Coppa UEFA/Europa League, Coppa delle Coppe). La Fiorentina non conosceva un periodo così buio dalla fine dell'era Cecchi Gori: era il 2002 e la Fiorentina retrocedette sul campo, pur avendo Mancini in panchina e Adriano in campo. Una fine inimmaginabile per i tifosi viola, che però si ritrovarono nell'estate del 2002 a fare i conti anche con un altro problema: il fallimento. Infatti, Cecchi Gori lasciò una società retrocessa in B, ma anche enormemente indebitata. Non erano bastate le cessioni di Batistuta, Rui Costa e Toldo negli ultimi due anni a risanare il debito della società; incredibile pensarlo, dato che da quei trasferimenti la squadra di Firenze incassò in totale quasi 200 miliardi delle vecchie lire.
E così la Fiorentina dovette ricominciare da campi meno gloriosi, perdendo anche il titolo sportivo di Associazione Calcio Fiorentina, diventando così la Florentia Viola 1926, nome che mantenne per tutta la stagione 2002/2003. Quell'anno, infatti, la squadra si iscrisse alla C2, vincendola in campo con nomi come Christian Riganò e Angelo Di Livio. Il caso-Catania fece poi il resto, con la Viola magicamente riportata in B per "meriti sportivi". L'impresa più difficile fu la risalita dalla B, dato che quell'anno le squadre furono eccezionalmente 24 e le promozioni sei. La Fiorentina, ormai ridiventata tale grazie all'acquisizione del vecchio titolo sportivo, combatté per tutto il campionato, trovando la promozione solo allo spareggio contro il Perugia di Cosmi. L'aria di sofferenza non è poi cambiata una volta giunti in A: nonostante un buon mercato e nomi importanti sul campo (Chiellini, Miccoli, Maresca, Nakata, Bojinov, Pazzini), la Fiorentina si salva solo all'ultima giornata per una combinazione di risultati. Insomma, il lavoro dei Della Valle per riportare la gloria a Firenze sembra più lungo del previsto.
La vera svolta è arrivata con l'ingaggio di Cesare Prandelli, che si può definire a buon titolo la "persona giusta al momento giusto". Con lui, la Fiorentina diventa una delle squadre più forti del calcio italiano e conquista qualificazioni europee per quattro anni consecutivi, anche quando il fardello della penalizzazione di Calciopoli grava sui Viola. Tre quarti posti (di cui uno revocato) e un sesto (quello che, senza penalizzazione, sarebbe stato un terzo posto) sono la cartina di tornasole per Cesare Prandelli, amato dai fiorentini come pochi da quelle parti. Inoltre, sono arrivati anche tanti campioni, che hanno lasciato il segno sulla recente storia Viola: su tutti Frey, Toni, Montolivo, Gilardino e Mutu.

Cesare Prandelli, 55 anni, qui ai tempi allenatore della Fiorentina.

I problemi sono iniziati dall'estate del 2010, quando le strade di Prandelli e della Fiorentina si separano consensualmente. L'ultimo campionato del Cesare non è stato esaltante (undicesimo posto) ed i Della Valle decidono di guardarsi altrove, affidando la squadra a Sinisa Mihajlovic, che viene dal record di punti realizzato con il Catania. Alcuni senatori, però, sono ormai scarichi e si vivacchia per tutto l'anno, senza spunti o sprazzi; i vari Jovetic, Cerci, Llajic fanno intravedere buone cose, ma s'infortunano o non sono continui. Per quanto riguarda i vecchi dello spogliatoio, come Frey, Gamberini, Mutu e Marchionni, sembrano stanchi o senza motivazioni. Un ciclo sembra finito quando, nell'estate 2011, molti di loro vanno via. Eppure Mihajlovic rimane al suo posto, sebbene in città tutti siano convinti che non sia la migliore delle scelte.
L'inizio della stagione 2011/2012 dà ragione agli scettici: gli arrivi di Cassani, Kharja, Lazzari e Munari non rivitalizzano di certo l'ambiente e Mihajlovic viene esonerato all'11° di campionato. Al suo posto arriva Delio Rossi e si crea un po' di fiducia attorno all'ambiente. Del resto, il tecnico ex-Lazio è esperto in subentri e proprio da una sostituzione aveva creato il Palermo che sfiorò la qualificazione ai preliminari di Champions nel 2009/2010.
Il materiale c'è, l'allenatore pure. Ma l'andazzo non cambia per niente e così altri vanno via. Gilardino, autore fin lì di un campionato incolore, vola verso Genova, sponda rossoblu. E la sostituzione con Amauri non fa saltare certo di felicità i tifosi Viola. Così, nonostante Delio Rossi ci provi, la Fiorentina non riesce a cambiare marcia e, anzi, rischia ulteriormente, infilandosi definitivamente nella bagarre per non retrocedere. La sfida con il Lecce e con il Genoa a distanza è tosta e la Fiorentina sembra senza grosse speranze di ribaltare la situazione. I Viola ricordavano - per percorso - la Sampdoria 2010/2011, partita con altre ambizioni e poi retrocessa clamorosamente in Serie B.
Il cambio di marcia arriva quando meno i tifosi se l'aspettano. Ad inizio Aprile, dopo una serie di risultati negativi, la Fiorentina sbanca San Siro contro il Milan, vincendo 2-1 con gol decisivo di Amauri. A raccontarla così, pare uno scherzo. Ed invece è tutto vero, tanto che la Viola vince due settimane dopo anche a Roma contro i giallorossi, con identico risultato. Il pericolo B è definitivamente scampato quando la Fiorentina sbanca Lecce alla penultima giornata, con un gol di uno dei giocatori più talentuosi e, al tempo stesso, discussi della squadra fiorentina, Alessio Cerci. La ciliegina sulla torta (se così si può chiamare) di un anno tremendo è la rissa tra Delio Rossi e Adem Llajic nell'ultima di campionato casalinga contro il Novara già retrocessa. La Fiorentina gioca malissimo ed il Novara, già retrocesso, è avanti 2-0 al Franchi. Rossi toglie uno spento ed indisponente Llajic, che per tutta risposta lo applaude ironicamente. Rossi, probabilmente stanco di un anno in cui ne ha viste di tutte i colori, non ci vede più e prende a cazzotti il ragazzo, guadagnandosi tre mesi di squalifica e l'esonero immediato dalla squadra. Al di là dell'errore del tecnico, l'episodio fa capire l'atmosfera che serpeggiava l'anno scorso in quel di Firenze.

Stevan Jovetic, 22 anni, uno dei pochi a salvarsi nell'ultima annata.

Quest'anno molto è cambiato. Se ne è andato qualche altro pezzo storico della Fiorentina recente, come Riccardo Montolivo, accasatosi al Milan a parametro zero dopo una telenovela lunga un anno. Marchionni si è svincolato, capitan Gamberini si è trasferito all'ombra del Vesuvio. Insomma, l'era Prandelli si è quasi totalmente consumata nei suoi interpreti. Ma, in compenso, i Della Valle hanno fatto le cose bene quest'estate.
Innanzitutto, ci si è liberati di Alessio Cerci. Troppo discusso il ragazzo, troppo discontinuo in campo, non ha inciso come avrebbe potuto (e dovuto): lo attende Ventura a braccia aperte, dato che lo ha avuto nella straordinaria avventura di Pisa, dove i toscani sono arrivati ai play-off da neo-promossi e Cerci è esploso nel calcio che conta.
Ma è sopratutto il capitolo arrivi a stupire: i Della Valle non hanno badato a spese e hanno costruito una squadra che, nella mediocrità del calcio italiano, può puntare in alto. In porta non c'è più Boruc, svincolatosi, ma non è stata data fiducia neanche a Neto, ormai oggetto misterioso più che portiere promettente. A difendere i pali della squadra Viola c'è un tifoso doc come Emiliano Viviano, arrivato dal Palermo e dichiaratosi sempre ed apertamente tifoso della squadra di Firenze. In difesa, si è passati ad una difesa a tre, composta dal giovane Nastasic, ma sopratutto da due nuovi acquisti. Gonzalo Rodriguez è l'ex capitano del Villareal, squadra che ha compiuto una parabola simile a quella della Fiorentina di Prandelli, arrivando in alto in Spagna ed in Europa. La sua esperienza può essere fondamentale per la retroguardia fiorentina; accanto a lui, Facundo Roncaglia, roccioso difensore argentino, arrivato a parametro zero dopo aver giocato per il Boca Juniors nella passata stagione.
A centrocampo c'è stata la vera rivoluzione, impostando una mediana a cinque giocatori, e si è preso il meglio del meglio. Innanzitutto Borja Valero, centrocampista preso dal Villareal per sette milioni di euro, capace di giocare come regista, centrocampista centrale e trequartista. Un tuttofare che però è in grado di fare bene entrambe le fasi: già in Italia mancano giocatori così, figuriamoci alla Fiorentina della passata annata.. sempre dalla squadra spagnola è giunto anche Matias Fernandez, per tre milioni e mezzo di euro. La zona di competenza del cileno è più avanti, sulla trequarti o come esterno d'attacco, ma può anche ricoprire il ruolo di interno di centrocampo.
Non poteva mancare anche un po' d'esperienza, che troviamo in David Pizarro, che ha lasciato Roma dopo sei ottime stagioni, in cui ha lasciato il segno nella Capitale. La sua regia, unita a quella di Borja Valero, rischia di lasciare orientati gli avversari: non si saprebbe chi imposta il gioco e, quindi, chi coprire a uomo..
Un altro ex romanista è arrivato poi a Firenze, prendendosi una responsabilità importante come quella del numero 10 viola. Parlo di Alberto Aquilani, alla terza chance italiana dopo Juventus e Milan. Diciamo che questa è la volta decisiva: o la va o la spacca. Perché non è stato molto convincente né con i rossoneri, né con i bianconeri. E non si è ancora capito se o quanto sia bravo, date le sue prestazioni ad intermittenza. Infine, Juan Cuadrado: l'esterno colombiano, altra scoperta degli osservatori dell'Udinese, è stato a Lecce in prestito nell'ultima stagione, stupendo molti per la corsa e la tecnica. L'Udinese l'ha poi - stranamente, aggiungerei - venduto alla Fiorentina in prestito con diritto di riscatto per cinque milioni di euro: se è in forma, rischia di devastare le difese. A questi acquisti, vanno aggiunti l'acquisto di Della Rocca e le conferme di Olivera, Lazzari e Cassani, che saranno utili come ricambi.
Infine, in attacco i botti devono ancora arrivare. La Fiorentina è sul mercato per cercare un attaccante, ma intanto è arrivato Mounir El Hamadoui. Attaccante marocchino che ha giocato nell'Ajax, doveva arrivare a Gennaio, ma a causa di un'ulteriore fidejussione bancaria richiesta dagli olandesi, l'affare saltò. Ora è arrivato per meno di un milione di euro ed è un 28enne di sicuro utilizzo. Bisognerà verificare anche se Llajic è definitivamente pronto oppure la sua ora non è ancora giunta per esplodere a certi livelli.

Gonzalo Rodriguez, 28 anni, e Borja Valero, 27: due super-acquisti.

A guidare questa possibile sorpresa ci sarà Vincenzo Montella. Il primo anno da allenatore è stato incoraggiante, a Catania è arrivato anche il record di punti. Ma il difficile in Serie A, si sa, è riconfermarsi. Perciò c'è una sfida dura che aspetta l'ex attaccante di Pomigliano d'Arco e, se la vincesse, questa riconferma potrebbe valere più di uno dei suoi gol da giocatore. Metteteci anche un'altra mossa di sicuro avvenire: i prestiti per i vari Salifu, Seculin, Acosty, Babacar e Di Carmine, che avranno così possibilità di giocare e non di marcire in panchina.
Detto tutto questo, alla Fiorentina sono rimasti due compiti: trattenere Jovetic e Nastasic da una fantastica offerta (50 milioni di euro) proveniente dal Manchester City e cercare un attaccante da affiancare al nuovo capitano della Fiorentina. Se si verificassero queste due condizioni, oltre alla riconferma di Montella come tecnico capace di stare in Serie A, la Fiorentina si candida. A cosa? Non saprei definirlo precisamente. Sicuramente a sorpresa della Serie A, sebbene - secondo me - vada aggiunto ancora qualcosa numericamente in difesa. Insomma, un posizionamento in Europa League non mi pare impossibile. Ma chissà.. io mi lancio in "rivelazione a livello europeo". Già, perché i Della Valle hanno speso tanto, ma sopratutto bene, abbassando il monte ingaggi e creando una squadra che, potenzialmente, può stare nelle prime cinque del nostro campionato per i prossimi tre anni. Vedremo se il tempo mi darà ragione o meno. I tifosi viola sperano di sì.

Vincenzo Montella, 38 anni, nuovo allenatore della Fiorentina: si confermerà?

22.8.12

Buona la terza?

José Mourinho ci riprova. Lo "Special One" firma la sua terza annata con il Real Madrid e l'obiettivo pare abbastanza chiaro: vincere la Champions League, che manca in quel di Madrid da ormai un decennio. La squadra che ne ha vinte di più è anche quella che più ha sofferto il complesso europeo negli ultimi anni. E a poco è servito l'apporto di Mou, che ha portato il Real a due semifinali nei primi due anni da tecnico dei Blancos, fallendo però l'obiettivo della finale sia di Wembley che di Monaco. Sulla sua strada prima Guardiola ed il Barca dei miracoli, poi Heycknes ed il Bayern dei rimpianti. Ora si riparte e Mou ha ben in testa l'obiettivo.

2004: un Mou imbronciato bacia la Coppa dopo la vittoria del suo Porto.

E pensare che Mourinho c'ha fatto l'abitudine alla Champions. Già, perché il tecnico portoghese allena stabilmente una squadra che partecipi alla massima competizione europea dal 2003/2004. Quell'anno, lo Special One portò la Champions a Oporto, sorprendendo tutta l'Europa con i suoi Dragoes, con i quali aveva già vinto la Coppa UEFA l'anno precedente. Passato a Londra sponda Chelsea, Mourinho non riuscì a ripetersi nell'impresa: i Blues giunsero a due semifinali (di cui una persa ai rigori), ma non riuscirono mai ad arrivare alla fine. Paradossalmente, nell'anno in cui Mou lasciò il Chelsea a stagione in corso - stagione 2007/2008 - il Chelsea riuscì ad arrivare in fondo, ma sulla sua panchina c'era Avram Grant. I disaccordi con Abramovich portarono al distacco da Londra, nonostante José fosse amatissimo da tutta la tifoseria e, tuttora, viene ricordato come uno dei migliori manager che i Blues abbiano mai avuto nella loro lunghissima storia.
Infine, nei capitoli pre-Madrid, l'ultimo è stato quello interista. Arrivato a Milano nel Giugno 2008, si presentò brillantemente, affermando che non era un "pirla". L'obiettivo era riconfermare quanto di buono aveva fatto Roberto Mancini da allenatore dell'Inter, che aveva vinto due campionati di seguito più uno sub-judice. Ma quello che in cui era mancato il tecnico di Jesi era l'impatto europeo: in Champions, l'Inter faticava ed era reduce da due eliminazioni agli ottavi con Valencia e Liverpool. Quindi, la missione dello Special One era quella di rendere l'Inter brillante come lo era in campionato. Al portoghese ci sono voluti due anni, ma nessuno fa miracoli al primo tentativo: dopo un'eliminazione contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson al suo primo anno nerazzurro, la stagione successiva è quella buona per José Mourinho. L'Inter, inserita in un girone di ferro, rischia di capitolare nel freddo di Kiev, salvo rimontare e poi vincere tre partite che gli consentono di proseguire nel cammino. La squadra neroazzurra dimostra di aver compreso i dettami di gioco del suo allenatore: compagine corta, arcigna, precisa e tosta dal punto difensivo. Poi si riparte in contropiede con i fenomeni che ci sono in campo.
La svolta arriva con il Chelsea: tutti vedono l'Inter già a casa, come sempre è accaduto in Europa quando arrivava l'ostacolo "di peso" per i milanesi. Ma l'Inter vince andata e ritorno, dimostrandosi sempre più cosciente della propria forza. Superato anche il CSKA ai quarti con un'altra doppia vittoria, c'è di nuovo il Barcellona sulla strada di Mou, che l'aveva incrociato già da allenatore nel Chelsea, quando i Blues furono eliminati agli ottavi dalla squadra che poi si sarebbe laureata campione d'Europa nel 2005/2006. L'Inter mette in gioco i tre pezzi fondamentali dell'identità calcistica dello Special One: cattiveria agonistica, organizzazione perfetta in campo ed un po' di fortuna che non guasta mai (vedi gol mancato di Bojan del 2-0 al Camp Nou). Così, l'Inter arriva in finale. Il resto è storia: il principe Milito annienta i tedeschi con una doppietta e si torna a festeggiare una Champions League dopo più di quarant'anni, quando il presidente era Angelo Moratti, padre di Massimo e della "grande Inter" che impressionò l'Europa e l'Italia negli anni '60, sotto la guida di Helenio Herrera, "il Mago".

2010: un Mou felice alza la Coppa insieme ai giocatori dell'Inter a Madrid.


Del resto, Mou è l'uomo delle imprese impossibili. Anzi, ne ha bisogno. Ha bisogno di stimoli grandi per realizzare le migliori imprese. E sa che, all'Inter, non potrà regalare più di quanto ha già dato. Così, il portoghese accetta un'altra sfida impossibile: quella del Real Madrid. Difatti, i blancos sono ormai fermi a nove Champions League dal 2002, quando in campo c'erano Figo, Zidane, Raul e Roberto Carlos e in panchina c'era quel vecchio volpone di Vicente Del Bosque, ora asso pigliatutto della nazionale spagnola. Dopo quel trionfo, il Real si è fermato: semifinali nel 2003, quarti di finale nel 2004, eliminazione agli ottavi dal 2005 al 2010, senza esclusione di colpi. L'obiettivo diventa migliorare decisamente questo ruolino di marcia europeo e tornare a vincere quella che sarebbe "la decima".
Intanto, la squadra della capitale spagnola è tornata in mano a Florentino Perez (tanto per intenderci, quello dell'epoca dei Galacticos), che non ha intenzione di badare a spese. Nell'estate 2009 ha fatto arrivare a Madrid sia Cristiano Ronaldo che Kakà, oltre a Raul Albiol, Benzema e Xabi Alonso. Ma al Real non basta e ha bisogno di una sorta di armata per rispondere al Barca, che l'anno precedente ha portato a termine la conquista di sei titoli, tra competizioni nazionali ed internazionali. Così Perez non si trattiene neanche nell'estate successiva, quando regala a Mourinho Ozil, Khedira, Di Maria, Ricardo Carvalho e Canales. L'armata, adesso, c'è e pure il condottiero. Purtroppo per Mou, le batoste arrivano sempre al primo anno.
Difatti, nella stagione 2010/2011, l'unica consolazione arriva dalla vittoria in finale di Copa del Rey, proprio contro i rivali del Barca, grazie ad un gol di Cristiano Ronaldo ai supplementari. Per il resto, i blaugrana "matano" Mou come nessuno aveva mai fatto. Che sia il 5-0 nel Clasico del Novembre 2010 al Camp Nou o la semifinale d'andata di Champions dell'Aprile 2011, poco importa. Mourinho le prende da Guardiola e dal Barca come nessuno mai gliel'aveva date. Insomma, una sorta di umiliazione per un grande come lui, che quell'anno perde anche il record di imbattibilità casalinga che gli durava da quando allenava il Porto.
E allora Mou riparte. Senza fermarsi e con più cattiveria di prima. Del resto, nel secondo anno, le sue squadre dimostrano di aver capito maggiormente gli automatismi di gioco. E gli acquisti sono meno costosi e più mirati: al Real arrivano Sahin dal Dortmund (anche se giocherà pochissimo), i giovani Varane e Callejon, l'esperto Altintop e sopratutto Fabio Coentrao, comprato a peso d'oro dal Benfica. La struttura base della squadra c'è già, non può essere migliorata di molto e Mou lo sa. Il lavoro del tecnico portoghese porta i suoi frutti ed il Barca non è più imbattibile: persa la Supercoppa di Spagna proprio contro i blaugrana, il Real comincia a macinare. In Champions non si ferma, mentre in campionato perde il Clasico in casa, ma perlomeno sfrutta i momenti bui del Barcellona.
Il passo decisivo per la conquista della Liga arriva ad Aprile, nel Clasico di ritorno, quando Mou sbanca di nuovo Barcellona con un gol di Cristiano Ronaldo: 2-1 ed il campionato è in mano al Real. Ma l'attenzione del portoghese è tutta sulla Champions, dove il Real sembra più che mai vicino alla conquista della decima. Dopo aver triturato sia il CSKA che la sorpresa Apoel, i blancos sono attesi dalla semifinale contro un Bayern convincente. Ma la prospettiva di sfidare Messi e compagni in un'eventuale finale a Monaco di Baviera è troppo invitante, Mou sogna di scrivere il suo nome nella storia. Battere il Barcellona in finale di Champions e - contemporaneamente - vincere la terza Champions con una terza squadra, come nessuno c'era mai riuscito. Scappa anche un sorriso quando il Chelsea fa fuori, a sorpresa, il Barca.
Ma Mou non sa cosa l'aspetta. Dopo la sconfitta per 2-1 dell'andata, il Real ha il match-point per la finale al Bernabeu. Una doppietta di Cristiano Ronaldo mette i giochi in discesa, eppure qualcosa va storto, come accade spesso al Real negli ultimi anni: Gomez cade in area ed è calcio di rigore, che Robben trasforma. 2-1 e pari nel conteggio dei gol. Da lì, è una battaglia più di nervi che di tecnica, in cui il Real del portoghese dovrebbe sguazzare che è una meraviglia. E, invece, i madrileni sono bloccati, non riescono a fare il gol che chiuderebbe la contesa. Anzi, è il Bayern a rendersi più pericoloso e a portare la gara ai calci di rigore. La pressione di un intero stadio a favore fa più male al Real che ai tedeschi. Neuer è un gatto ed ipnotizza sia CR7 che Kakà. E gli errori di Kroos e Lahm non bastano, se Sergio Ramos spedisce il pallone al Vicente Calderon. Il gol di Schweinsteiger chiude la contesta e Mou rimane con il cerino il mano per un altro anno, nonostante il Barcellona fuori dai giochi.

2012: un Mou sconsolato dopo i rigori che eliminano il Real dalla Champions.

Ora si riparte. La Liga conta relativamente per il Real, tutti sanno qual è il vero obiettivo dei blancos. Per la prima volta, i rivali non sembrano molti. Il Barcellona dovrà verificare se Tito Villanova (per intenderci, quello che subì il dito nell'occhio da parte dello stesso Mou) è l'uomo giusto per continuare la tradizione vincente lanciata da Pep Guardiola. Il Manchester United di Sir Alex Ferguson ha comprato molto, ma bisognerà vedere quanto Van Persie e Kagawa cambieranno questa squadra. Il Manchester City è atteso, poiché Mancini ha sempre fallito in Europa e non ha smentito questa tendenza con i Citizens. Il Bayern è sempre pericoloso, non muore mai ed il Real ne sa qualcosa. Ma, quest'anno dopo tanto tempo, il Real pare il favorito. Che sia l'anno buono per la terza Champions di colui che si è auto-definito "l'unico"? Lo sapremo a Maggio in quel di Londra.

José Mourinho, 49 anni, pochi giorni fa durante la prima di campionato contro il Valencia.

17.8.12

Another try.

Ci sono storie che non hanno precedenti nel mondo del calcio. E ci sono vittorie che rimangono nel tempo, quando accadono in maniera eccezionale. E André Villas-Boas non è esente da tale magia. Il tecnico portoghese ha scritto una pagina di storia nel calcio europeo con il suo Porto e, dopo il fallimento targato Chelsea, si ripresenta in Premier League sulla panchina del Tottenham, per dimostrare che tutti gli elogi rivolti a lui non erano sbagliati. Che l'annata londinese è stata solo una parentesi sfortunata in quella che si suppone possa essere una brillante carriera. E che il portoghese è un predestinato della panchina, uno di quei fenomeni che incontri una volta ogni cinquant'anni.

André Villas-Boas nasce a Oporto il 17 Ottobre 1977 ed il suo amore per il calcio è dimostrato da un semplice aneddoto, che rappresenterà anche una sorta di battesimo per la sua futura carriera professionale. Il giovane André, a 16 anni, ha la fortuna di vivere nello stesso palazzo di Sir Bobby Robson, famoso allenatore inglese, allora tecnico della squadra cittadina. Villas-Boas incrocia Robson e fa alcune osservazioni al tecnico sul ruolo di Rui Barros in campo; Robson ne rimane colpito e decide che André farà parte del suo staff di osservatori al Porto. Non solo: il giovane portoghese parla molto bene l'inglese fin da bambino e ciò gli permette di frequentare i corsi dell'UEFA per prendere il patentino da allenatore, mentre Robson lo manda anche a studiare i metodi di allenamento di una sua ex-squadra, l'Ipswich Town.
A 21 anni, Villas-Boas ha la sua prima panchina: il portoghese viene chiamato ad allenare la nazionale delle Isole Vergini Britanniche, squadra centro-americana. Il "bambino prodigio della panchina" rimane due anni nelle isole caraibiche, senza produrre grandi risultati. Si dimette nel 1999 e, in ogni caso, già questo rappresenta una qualche sorta di record per il calcio mondiale. Finita l'esperienza ai Caraibi, Villas-Boas entra a far parte dello staff di José Mourinho, nuovamente nella sua città natale. Quando poi lo Special One va prima a Londra (sponda Chelsea), poi a Milano (sponda Inter), André lo segue senza esitazione.

Un giovane André Villas-Boas con lo Special One ai tempi di Milano.

La svolta arriva nel 2009. Mourinho è reduce dalla vittoria in campionato al primo anno con l'Inter ed è deciso a portare a Milano la Champions League. Ma Villas-Boas riceve un'offerta dall'Academica de Coimbra ed il ragazzo non può dire no. Così, il tecnico portoghese lascia Milano e l'Inter e si prepara alla prima avventura in solitaria come allenatore di club, dopo aver già sperimentato la veste di commissario tecnico di una nazionale. Arrivato nell'Ottobre 2009, l'Academica è sul fondo della classifica, senza neanche una vittoria; Villas-Boas, però, cambia stile di gioco e così il club risale la graduatoria, arrivando a concludere la stagione con un undicesimo posto ed una salvezza insperata. In più, con il suo modulo offensivo, l'Academica sfiora la finale della Taca di Portugal, perdendo solo in semifinale negli ultimi minuti di una partita tiratissima contro la sua futura squadra, il Porto.
Le imprese di Villas-Boas non passano inosservate ed il Porto riaccoglie il "figliol prodigo", stavolta come tecnico della prima squadra. Il Porto viene da una stagione semi-deludente: ha vinto la Taca de Portugal, ma è giunto solo terzo in campionato, perdendo il diritto a qualificarsi per la Champions. In più, il Benfica ha vinto il campionato e la sconfitta anche in Taca de Liga - sempre per merito della squadra di Lisbona - è stata dura da digerire.
Villas-Boas diventa il tecnico del Porto nel Giugno del 2010 ed il mercato non è di quelli esaltanti: partono Bruno Alves e Raul Meireles, due colonne della squadra. Arrivano, invece, James Rodriguez, giovane talento colombiano; Joao Moutinho, grande playmaker del centrocampo; Nicolas Otamendi, centrale difensivo argentino, reduce da un buon Mondiale con la sua nazionale. Le condizioni non sembrano delle migliori, ma Villas-Boas è straordinario e tira fuori il meglio da ognuno dei componenti della squadra.
Il suo 4-3-3 offensivo è una macchina da guerra: già ad Agosto si nota che il Porto sembra notevolmente rafforzato, perlomeno nello spirito. Il club di Oporto vince la Supercoppa di Portogallo per 2-0 contro il Benfica ed in campionato parte a tutta. Un altro segnale arriva a Novembre, quando il Porto disintegra per 5-0 il Benfica nel match del Dragao: una superiorità così netta da mostrare che non c'è speranza per gli altri. E, intanto, in Europa League la squadra procede benissimo, superando il girone in maniera brillante.
La stagione sarà un trionfo continuo: il club vince la Taca de Portugal per 6-2 sul Vitoria Guimaraes; in Europa League fa fuori il Siviglia, lo Spartak Mosca ed il Villareal con caterve di gol. Il sigillo sulla vittoria del campionato portoghese arriva già ad Aprile, portando così Villas-Boas ad essere il terzo tecnico più giovane di sempre a vincere la liga lusitana. Il Porto conclude la stagione imbattuto (27 vittorie e 3 pareggi, è la seconda volta nella storia del calcio portoghese), vincendo di 20 punti sul Benfica e con soli 13 gol subiti. Infine, il ragazzo adocchiato da Sir Bobby Robson diventa il più giovane a vincere una competizione europea (a 33 anni e 213 giorni), dopo l'1-0 che consegna l'Europa League al Porto, nella finale di Dublino contro il Braga.
A quel punto, Villas-Boas potrebbe seguire le orme di Mourinho: rimanere un altro anno in Portogallo e tentare la scalata alla competizione massima, la Champions League. Del resto, il suo modulo di gioco è terribilmente efficace ed i giocatori a sua disposizione hanno avuto un'impennata di rendimento. Falcao e Hulk, in particolare, sembrano inarrestabili. Invece, Villas-Boas decide di lasciare la panchina dei "Dragoes", accettando l'offerta del Chelsea. Così farà anche Falcao, che si trasferirà all'Atletico Madrid. Il giocattolo si rompe e André decide di ricostruirlo all'estero, in un campionato totalmente diverso, che gli causerà più dolori che gioie. Guardando la scelta oggi, viene da dire che si poteva fare diversamente.

Villas-Boas festante a Dublino: il Porto ha appena vinto l'Europa League 2010/2011.

Villas-Boas arriva al Chelsea con grandissime pressioni ed aspettative. Abramovich ha in testa un solo obiettivo: la Champions League. Non ci sono arrivati né Mourinho, né Hiddink e neanche Carlo Ancelotti, che ha appena lasciato Londra. Ma il proprietario dei Blues pensa che il giovane tecnico possa farcela: l'impresa con il Porto è ancora fresca e tutti credono che il portoghese porterà nuova linfa al gioco del Chelsea. Gli inglesi credono talmente tanto in Villas-Boas da pagare la costosa clausola di rescissione dal Porto: 15 milioni freschi freschi. Tanti, forse anche troppi. Ma il Chelsea vuole questa Champions ed il giovane tecnico è l'uomo giusto. O almeno così sembra.
Il pre-campionato è di buon livello, ma non arriva nessun colpo di rilievo ad abbassare l'età media del Chelsea. Gli acquisti di Juan Mata e Raul Meireles, seppur buoni, non bastano certo per il gioco di Villas-Boas, che necessità di corridori e dribblatori in grandi quantità: materiale che, in quel di Londra, non vedono. Se a Porto c'erano Guarin, Hulk, Falcao, a Londra AVB ha a che fare con ottimi giocatori, ma non adatti al suo modulo di gioco. Ed i risultati si vedono subito: il Chelsea perde qualunque partita con le big. Manchester United, Arsenal, persino un derelitto Liverpool ha la meglio sui Blues.
Anche in Champions, la squadra di Londra fatica e si qualifica solo nell'ultimo turno del girone. Intanto, l'eliminazione dalla Carling Cup e le ruggini che si formano nel rapporto con i senatori dello spogliatoio mettono al muro Villas-Boas, che non sente più i suoi giocatori con sé. A Febbraio di quest'anno, l'idillio con Abramovich è già finito: la sconfitta a Napoli in Champions League prepara il terreno per la sua cacciata. Il gol di McAuley in West Bromwich Albion-Chelsea 1-0 mette la parola "fine" al rapporto tra il club di Londra ed il nuovo profeta del calcio europeo: Abramovich lo solleva dall'incarico e la sua avventura con il Chelsea termina qui. Un sodalizio chiaroscuro,  in cui è mancata sia la pazienza della proprietà nell'accontentare Villas-Boas, sia la capacità e l'esperienza del tecnico nell'adattarsi ad un calcio molto diverso da quello che lui praticava in Portogallo.

Il tecnico portoghese teso sulla panchina del Chelsea: una scena comune nella sua avventura londinese.

Ora c'è una nuova avventura ad attenere André Villas-Boas. Durante la primavera, si era parlato di varie sistemazioni che lo attendevano, tra cui la Roma degli americani. Alla fine, Villas-Boas voleva un progetto importante per dimostrare che ciò che è accaduto in casa Chelsea è stato frutto dell'inesperienza e di un rapporto consumato con i giocatori più importanti dello spogliatoio Blues. E' arrivato il Tottenham a dargli una nuova chance: con la squadra del Nord di Londra, AVB ha firmato un contratto di tre anni, dopo diverse settimane di negoziazioni.
La squadra che il tecnico portoghese ha in mano sembra decisamente più performante al suo modulo di gioco rispetto al Chelsea di un anno fa. Certo, l'allenatore lusitano ha perso Luka Modric, in procinto di prendere un aereo per Madrid e giocare nel Real agli ordini di Mourinho. Ma il resto della squadra sembra di alto livello.
Volendo ipotizzare una formazione stile Porto 2010/2011, AVB potrebbe giocare con Friedel tra i pali; Assou-Ekotto, Vertonghen, Caulker, Vertonghen e Kyle Walker in difesa; Sandro, Parker e Van der Vaart a centrocampo; Bale e Sigurdsson sulle fasce con Defoe al centro dell'attacco. Certo, bisognerebbe comprare un bel centravanti, visto il ritorno di Adebayor al Manchester City, ma non è detto che gli Hotspurs non si muovano in tal senso nei prossimi giorni di mercato. Tra l'altro, il manager portoghese si è detto fiducioso sui progressi della squadra nel pre-campionato.
Il Tottenham è tornato al top del calcio inglese grazie a Harry Redknapp, che ha riportato il club in Champions League dopo tanti anni. Ora tocca a Villas-Boas fare del suo meglio: quest'anno, la squadra londinese giocherà in Europa League, nonostante il quarto posto ottenuto l'anno scorso. Questo perché il Chelsea ha vinto la Champions con Di Matteo in panchina, all'epoca assistente di AVB nell'inizio della stagione passata. E, per questo, il Tottenham non ha potuto guadagnarsi l'accesso alla massima competizione europea. Corsi e ricorsi storici. Incroci di football che fanno anche male. Chissà che Villas-Boas non possa avere un'altra chance di stupirci.

Villas-Boas riparte dal Tottenham. Per stupire o per deludere?

14.8.12

UNDER THE SPOTLIGHT: Terrence Boyd

Rieccomi qui con la consueta rubrica sui giovani talenti in giro per il mondo. In "Under The Spotlight" di Agosto, parleremo di un precoce attaccante che si è fatto notare recentemente durante un'amichevole tra Rapid Vienna e Roma per le sue acrobazie: parlo di Terrence Boyd, centravanti statunitense - ma nato in Germania - di 21 anni, che gioca per il Rapid Vienna, squadra di grande blasone in Austria. Va ricordato, però, che il ragazzo era di proprietà del Borussia Dortmund, abilissimo nello scovare talenti in tenera età.


SCHEDA
Nome e cognome: Terrence Anthony Boyd
Data di nascita: 16 Febbraio 1991
Altezza: 1.87
Ruolo: Centravanti
Club: Rapid Vienna (2012-?)



STORIA
Terrence Boyd nasce a Brema il 19 Febbraio del 1991, ma i suoi genitori sono americani, perciò fin da subito si apre il dilemma: giocare per la nazionale a stelle e strisce o per quella tedesca? Già, parlo di nazionale perché sul talento del giovane centravanti non ci sono dubbi. Fin dalle giovanili dell'Hertha di Berlino - squadra che lo cresce come calciatore - si vede che il ragazzo ha la stoffa del campione; infatti, il club della capitale preleva Boyd nel 2008 dopo che ha già giocato per diverse squadre giovanili, inserendolo nella sua squadra di riserve, che giocava nella Regionalliga Nord (quarto livello del calcio tedesco). Nella seconda squadra dell'Hertha, il ragazzo esplode: segna 15 gol in 44 presenze in tre anni con i berlinesi, attirando così l'attenzione di numerose squadre.
Ma l'Hertha non è particolarmente acuto ed il contratto di Boyd, nel frattempo, scade, lasciando il ragazzo libero di scegliersi la sua prossima destinazione. A 20 anni, firma un contratto con i campioni di Germania del Borussia Dortmund: anche lì, giocherà in seconda squadra. Viene anche convocato ad Ottobre per una partita contro il Colonia, ma non entra in campo. In ogni caso, il Borussia Dortmund II gioca anch'esso in Regionalliga, ma nella regione Ovest; il campionato di Boyd sarà straordinario, tanto da arrivare terzo nella classifica dei cannonieri (16 gol) e far salire la seconda squadra giallonera in 3. Liga (terzo livello del calcio tedesco), grazie alla vittoria del campionato.
Ma Boyd capisce che non c'è spazio per lui neanche a Dortmund e così tenta la fortuna. Il Rapid Vienna fa un'offerta al Borussia, che accetta e lascia andare l'americano. Boyd stupisce tutti nel pre-campionato: contro la Roma si lancia in un doppio tentativo di rovesciata. Se una sbatte sulla traversa, l'altra mette il pallone in porta. Il suo nome diventa uno dei più cercati, ma c'è di più oltre ai numeri spettacolari: il ragazzo sembra essere molto promettente. E lo conferma durante il recente inizio del campionato austriaco. Il suo esordio a livello professionistico avviene il 21 Luglio 2012 contro il Wanner Innsbruck: subito due gol ed un assist! Con le sue giocate, il Rapid Vienna potrebbe riconquistare il titolo austriaco, che manca ormai da quattro anni. Tanti, per una squadra che l'ha vinto 32 volte. Inoltre, Boyd ha già esordito in Europa League con la maglia biancoverde, realizzando una rete nel successo per 2-0 contro il Vojvodina.



CARATTERISTICHE TECNICHE
Terrence Boyd è la classica prima punta, almeno dal punto di vista tattico: l'area di rigore è la sua "savana" e l'americano è il leone che la domina, come se giocasse in casa. Fisicamente ben dotato, Boyd ha un ottimo senso del gol, effettua movimenti continui in area e scatta sempre al momento giusto. Al di là delle rovesciate spettacolari, la sensazione è che potrebbe farne venti a stagione, anche evitando tutto lo show a cui ogni tanto si lascia andare. In ogni caso, Boyd è dotato anche di un buon destro, che gli permetterà di colpire anche fuori dai 16 metri finali. A giudicare da alcuni highlights, il ragazzo è dotato anche di una certa malizia in area di rigore, che per i centravanti non guasta mai.

STATISTICHE
2008/2009 - Hertha Berlino II: 8 presenze, 2 gol.
2009/2010 - Hertha Berlino II: 4 presenze, 0 gol.
2010/2011 - Hertha Berlino II: 32 presenze, 13 gol.
2011/2012 - Borussia Dortmund II: 32 presenze, 20 gol.
2012/2013 - Rapid Vienna (in corso): 6 presenze, 3 gol.

NAZIONALE
Come detto all'inizio dell'articolo, la questione per Boyd era: Germania o Stati Uniti? A giudicare anche la sua carriera giovanile, il ragazzo non ha mai avuto alcun dubbio. Difatti, Boyd ha sempre giocato e difeso i colori degli Stati Uniti d'America, giocando per questa nazionale fin dalle varie selezioni giovanili che ha frequentato. Ha giocato per l'U-20, per l'U-21, ha fatto un provino per la nazionale olimpica (che poi non si è qualificata per Londra 2012) e,  infine, ha esordito con la maglia degli U.S.A. nell'amichevole Italia-Stati Uniti giocata a Genova il 29 Febbraio 2012. Adesso, Boyd ha quattro presenze con gli americani e sicuramente, nei prossimi anni, sarà uno dei punti fermi della nazionale, dato che - storicamente - gli Stati Uniti hanno sempre sentito la mancanza di un vero centravanti nel loro schieramento iniziale.

LA SQUADRA PER LUI
Sembra strano, ma proprio la Roma di Zeman sarebbe stato il posto perfetto per crescere. Un centravanti giovane e mobile come lui sarebbe asceso alla ribalta sotto la guida del boemo. Peccato, ma ciò non toglie che il futuro per Terrence Boyd è molto luminoso. E' un giocatore di cui sentiremo parlare nei prossimi anni, in relazione ai migliori club del mondo.



11.8.12

Winning London.

E' successo l'inverosimile a questi Giochi Olimpici. Tutti avevano dato per scontato le prime quattro posizioni e le squadre che avrebbero occupato tali posti: Uruguay, Spagna, Gran Bretagna e lo stellare Brasile di Menezes. Ed invece è stato un torneo veramente sorprendente, che porta due storie incredibile con sé: il completo tonfo euro-sudamericano e l'affermazione non solo del Messico, ma anche delle rivelazioni asiatiche.

Partiamo dalle note negative. Guardando alle nazionali sudamericane, non si può non vedere come Uruguay e Brasile abbiano fallito miseramente nell'obiettivo prestabilito. Gli uruguaiani dovevano portare a casa addirittura l'oro, dopo uno straordinario periodo che ha portato al quarto posto nel Mondiale 2010 ed alla vittoria nella Copa America dell'ultimo anno in Argentina. Ma portare Cavani e Suarez (quest'ultimo anche capitano del team sudamericano) non è servito a niente; in un gruppo fattibile con i padroni di casa britannici, il Senegal e gli Emirati Arabi Uniti, l'Uruguay ha racimolato solo una vittoria e due sconfitte, uscendo subito dalle Olimpiadi. La motivazione della brutta performance uruguaiana va cercata probabilmente in una squadra debole dal punto di vista difensivo.
Anche peggio è andata al Brasile di Mano Menezes. Qualche mese fa vi avevo menzionato della medaglia d'oro olimpica, unico alloro mancante alla squadra verdeoro. Per essere sicuro di raggiungere l'obiettivo, Menezes si è portato dietro uno squadrone. Hulk, Marcelo e Thiago Silva sono stati i tre fuori-quota chiamati dal C.T., mentre la squadra ha avuto la possibilità di avere all'Olimpiade giocatori come Neymar, Lucas, Oscar, Sandro, Romulo, Pato e Leandro Damiao. Nonostante 15 gol segnati ed una media di tre reti a partita, il Brasile non è sembrato convincente sopratutto in fase difensiva: cinque gol subiti. Infine, il dramma della finale, dove il Brasile è stato battuto dal Messico per 2-1 e ha così mancato per l'ennesima volta l'unico trofeo che manca ai sudamericani, dimostrando che la nazionale deve ancora maturare in vista del Mondiale casalingo del 2014.

Neymar, 20 anni: anche lui ha fallito la missione dell'oro olimpico.


Scavando ulteriormente, le note negative proseguono guardando al Vecchio Continente. L'Europa non portava a casa un oro da vent'anni: erano le Olimpiadi di Barcellona e la Spagna di Luis Enrique e Guardiola batteva in finale 3-2 la Polonia. Stavolta, i padroni di casa britannici e la Spagna avevano perlomeno ottime chances di medaglia, ma è andata male ad entrambi. Il "team GB", ovvero la Gran Bretagna, ha portato una squadra di tutto rispetto a queste Olimpiadi, con un ottimo mix tra i giovani e l'esperienza di giocatori come Craig Bellamy ed il "mago gallese" Ryan Giggs. Ma la combinazione ha portato risultati buoni fino ad un certo punto, vista l'eliminazione rimediata ai quarti con la Corea del Sud ai calci di rigore. La Gran Bretagna ha giocato un buon girone, ma l'inesperienza di alcuni elementi a livello internazionale e le divisioni interne dovute ad un team formato da nazioni, a volte, apertamente in contrasto hanno portato a risultati contrastanti.
Ma se Londra piange, Madrid di certo non ride: la Spagna era attesa alla quarta vittoria dopo i due Europei ed il Mondiale conquistati con la nazionale maggiore. La Spagna U-21 aveva conquistato l'Europeo di categoria e c'era grande fiducia per le Furie Rosse. Ciò nonostante, la Spagna ha deluso le aspettative generali, rimediando due sconfitte con Giappone e Honduras ed un pareggio con il Marocco. La chiosa è rappresentato dai zero gol realizzati dalla squadra di Luis Milla, esonerato dall'incarico come C.T. dell'U-21. E non sono servite le presenze di Mata, Javi Martinez e di uno straordinario Jordi Alba, devastante all'Europeo, ma arrivato stanco alle Olimpiadi.
Il tonfo europeo viene sottolineato ancor più dalle premature eliminazioni di Svizzera e Bielorussia. Arrivate rispettivamente seconda e terza all'Europeo U-21 dell'anno scorso, entrambe sono uscite alla fase a gironi. In particolare, la Svizzera ha vissuto un torneo paradossale, con molti giocatori che si sono rifiutati di andare alle Olimpiadi per preparare al meglio la nuova stagione calcistica con i propri club.

Juan Mata, 24 anni: il suo apporto all'Olimpiade è stato nullo.


E ora le note positive. Una di queste è stata sicuramente l'imposizione delle nazionali asiatiche a questa Olimpiade. Giappone e Corea del Sud sono arrivate a questo torneo in situazioni diverse: il Giappone ha avuto qualche difficoltà nelle amichevoli pre-olimpiche e ha portato solo due fuori-quota; la Corea del Sud, invece, ha convocato molti giocatori che avevano già diverse presenze con la nazionale maggiore. In ogni caso, le due nazionali asiatiche hanno passato da prime il girone eliminatorio ed il Giappone lo ha fatto battendo addirittura la Spagna campione d'Europa. Una volta arrivate ai quarti, i nipponici hanno eliminato agevolmente l'Egitto, mentre i coreani hanno battuto i padroni di casa dopo i calci di rigore. Giunte in semifinale, entrambe hanno accusato la pressione e hanno ceduto nel percorso olimpico: i giapponesi hanno perso 3-1 con il Messico, i coreani 3-0 contro i favoriti brasiliani. La finale per la medaglia di bronzo è stata a senso unico, con i coreani decisamente più arrembanti dei loro avversari, che sembravano aver perso lo smalto che aveva caratterizzato le loro prime quattro partite a Londra. A parte l'esito finale, entrambe le squadre hanno disputato dei grandissimi Giochi, sottolineando come il movimento asiatico sia in crescita; merito anche del lavoro dei due coach, Takashi Sekizuka e Hong Myong-Bo. Tra coloro che sono arrivati al bronzo, i giocatori da seguire sono Ki Sung-Yueng, Kim Bo-Kyung, Ji Dong-Won e Koo Ja-Cheol: questi quattro sono già parte dell'ossatura che compone la nazionale maggiore. Tra i giapponesi, sono da segnalare il portiere Gonda, il capitano Yoshida, il mediano Ogihara, il funambolico Otsu ed il velocissimo Nagai: tutti loro potranno ambire alla nazionale nipponica in futuro, tranne Yoshida che ne è già parte in pianta stabile.

Maya Yoshida, 23 anni, e Park Chu-Young, 26, simboli dell'ottima rappresentanza asiatica.


Infine, la sorpresa più grande. Anzi, la sorpresa màs grande. Il Messico è arrivato a queste Olimpiadi dopo aver mostrato una grossa crescita a livello giovanile: difatti, la nazionale centro-americana aveva vinto i Mondiali U-17 dell'anno scorso ed il terzo posto nel Mondiale U-20, disputato sempre nel 2011. Insomma, la maturazione di certi talenti - tra cui Giovani Dos Santos - era sotto gli occhi di tutti; aggiungiamoci a questo l'aggiunta di tre fuori-quota come l'esperto Carlos Salcido, il capitano Corona ed il cannoniere Peralta ed il Messico è diventato candidato ad una medaglia. Se il giovane ex Barcellona è stato utile sopratutto nella fase a gironi, Corona è diventato fondamentale nei quarti con il Senegal, salvando più volte la propria porta. Infine, Oribe Peralta sarà celebrato per molti anni, vista la sua doppietta decisiva nella finale olimpica contro il Brasile, dopo aver già realizzato il 2-1 nella semifinale contro il Giappone. Tra i giovani che si sono presentati a questa Olimpiade con la maglia de "La Verde", alcuni sono stati veramente interessanti: Fabiàn, Enrìquez, Mier, Reyes ed Aquino. Il 4-3-3 e la conduzione di Luis Fernando Tena ha fatto il resto per il miracolo d'oro. E' stato bello vedere una squadra così unita ed arrivare ad un obiettivo così grande, proprio in un momento così difficile per il paese. "Winning London", avrebbe detto qualche felicissimo tifoso messicano in quel di Londra. Vedremo se anche ai prossimi Mondiali questi exploit saranno confermati.. intanto, Messico e Giappone avranno occasione di ri-confermarsi anche alla prossima Confederations Cup, in programma per il Giugno 2013.

Oribe Peralta, 28 anni, match-winner nella finale olimpica contro il Brasile.

8.8.12

Il fu Golden Boy.

E pensare che dieci anni fa aveva il mondo ai suoi piedi. I suoi gol facevano il giro del mondo, il valore del suo cartellino era inestimabile ed ogni volta che entrava in quel di Anfield erano fuochi d'artificio. E' cambiata parecchio la vita di Michael Owen: se dieci anni fa era uno dei giocatori più forti del mondo, con il futuro nelle sue mani, oggi è solo uno dei tanti svincolati che offre un mercato dominato dalla crisi economica e dagli sceicchi pigliatutto. Ma cos'è successo a questo straordinario giocatore per arrivare fino a questo punto?

Michael Owen nasce a Chester il 14 Dicembre del 1979: la leggenda racconta che il ragazzo sarebbe dovuto, in realtà, nascere in Galles, ma l'ospedale più vicino era a Chester, in Inghilterra, e questo fu il motivo grazie al quale gli inglesi l'hanno potuto ammirare moltissimo durante le sue partite con la nazionale dei Tre Leoni. Figlio di un calciatore, Michael muove i primi passi da calciatore dentro la Deeside Primary School, che ha una squadra di calcio per giovanissimi e nella quale Owen infrange tutti i record. Infatti, il giovane realizza ben 97 gol in una stagione: un record battuto, che prima era detenuto da Ian Rush con 72 gol. A 12 anni, il Liverpool si accorge di lui e decide di tesserarlo, nonostante si racconti che il piccolo Owen fosse tifoso dell'Everton, la rivale cittadina dei Reds; dopo essersi diplomato, firma il primo contratto professionistico per il Liverpool a 17 anni appena compiuti, entrando a far parte di una storia gloriosa, ma buia in quegli anni, in cui il Liverpool fatica a tornare al successo degli anni '80. Il suo esordio, intanto, è vicino: dopo aver portato il Liverpool alla vittoria nella FA Youth Cup del 1996, Michael veste per la prima volta la maglia del Liverpool in competizioni ufficiali in Wimbledon-Liverpool del 6 Maggio 1997, nel quale trova anche il primo gol di una lunga carriera.
Dalla stagione 1997/1998, anche a causa di un infortunio subito dal bomber Robbie Fowler, Owen entra definitivamente nei ranghi della prima squadra per non uscirne più. La sua prima stagione da professionista, a 18 anni, è fenomenale: 23 gol in 44 partite giocate in tutte le competizioni con la maglia dei Reds. A quel punto, Glenn Hoddle - C.T. dell'Inghilterra - non può ignorare questo exploit e chiama il "Wonder Boy" per i Mondiali del 1998 in Francia. Segna in un'amichevole con il Marocco nel pre-Mondiale, diventando così il più giovane marcatore nella storia della nazionale inglese (record poi battuto da Wayne Rooney): la sua popolarità diventa così ampia da chiedere che Owen sia il titolare accanto a Shearer. E, alla fine, Hoddle cede, venendo anche ricompensato per l'azzardo: il ragazzino fa un Mondiale straordinario. Realizza un gol e colpisce un palo nella gara persa contro la Romania e, negli ottavi di finale contro l'Argentina, illumina il mondo con un gol che lo consacra a livello internazionale.



Purtroppo, l'avventura inglese a quei Mondiali finirà in quella partita. Ma Owen è ormai lanciato verso la gloria e con il Liverpool continua a stupire: nelle due stagioni post-Mondiale, il ragazzo di Chester firma 35 gol in 70 partite, con una media precisa di una marcatura ogni due incontri. Se ormai la stella inglese è sotto gli occhi di tutti, Owen s'impone definitivamente nel 2001, il suo anno di grazia. Ad Euro 2000 segna ancora con la nazionale inglese, ma nel 2001 il Liverpool vince cinque trofei: Carling Cup, F.A. Cup, Coppa UEFA, Charity Shield e Supercoppa Europea. Nella stagione 2000/2001, Owen non partecipa alla finale del primo trofeo, ma realizza due gol nella finale di F.A. Cup che battono l'Arsenal e poi crea un assist nella finale di Dortmund contro l'Alaves, in una Coppa UEFA nella quale realizza quattro gol. Come se non bastasse, Michael decide la Supercoppa Inglese contro il Manchester United e quella Europea contro il Bayern Monaco: insomma, un anno da dio del calcio. La ciliegina finale, nonostante cinque trofei con i Reds, la mette il 1° Settembre 2001, quando segna una tripletta nella trionfante sfida dello Stadio Olimpico di Monaco, in cui l'Inghilterra batte la Germania a domicilio per 5-1.
Inevitabile l'epilogo finale: per Owen, arriva il Pallone d'Oro 2001 senza se e senza ma. Battuti Raul, Kahn, Beckham, Totti e Figo: del resto, con un anno così, era impossibile non dargli questo riconoscimento. Da quel momento in poi, l'apice della carriera di Owen è già raggiunto. Continua ad andare regolarmente in gol, sia nel Liverpool (75 gol in 135 partite, spalmate in tre stagioni) che in nazionale (14 gol in 34 partite), ma non arriva nessun altro alloro, se non un'altra Carling Cup con il Liverpool. Con la nazionale, arrivano le grosse delusioni: al Mondiale del 2002, l'Inghilterra esce ai quarti con il Brasile campione del mondo; ad Euro 2004, gli inventori del football devono arrendersi al Portogallo padrone di casa, dopo una lunga battaglia conclusasi ai rigori. Owen segna due reti al Mondiale ed una all'Europeo, ma non riesce a trascinare la nazionale come avrebbe fatto una volta..
Così, s'inizia a vociferare di un'imminente partenza del campione in maglia Reds, dato che Gerard Houllier non è più l'allenatore del Liverpool dal Maggio 2004 ed al suo posto è arrivato Rafael Benitez, che ha appena portato a termine il "doblete" Coppa UEFA-Liga con il Valencia. L'allenatore spagnolo vorrebbe ripartire da Owen, ma il numero 10 del Liverpool viene piazzato in panchina affinché possa giocare in Europa con la squadra che lo comprerà. E quella squadra si chiama Real Madrid: i blancos lo acquistano per 10 milioni di euro più Antonio Nunez, che effettua il percorso inverso rispetto al campione inglese.



Arrivato al Santiago Bernabeu, Owen non è altro che l'ennesimo "pezzo da novanta" comprato dal Real nella solita faraonica campagna estiva di Florentino Perez. Ma gli inizi con la maglia dei blancos della capitale sono duri: i tifosi spagnoli si lamentano della sua scarsa forma e così per Michael non sono tempi facili. Tuttavia, con un po' di tempo ad oliarne l'inserimento in squadra, Owen comincia a segnare, fino a realizzare 18 marcature in 41 match stagionali: l'inglese ha il miglior rapporto gol/minuti giocati fra tutti gli attaccanti del Real Madrid. Ciò nonostante, lo squadrone della capitale non si risparmia nella campagna acquista estiva, prendendo Julio Baptista dal Siviglia e Robinho dal Santos. Così l'avventura di Michael Owen in una delle squadre più forti della storia del calcio è già finita e l'ex Pallone d'Oro decide di tornare in Premier League: ad attenderlo c'è il Newcastle United.
I Magpies spendono la bellezza di 21 milioni di euro per riportare Owen in Inghilterra ed il Real riesce nella rarissima impresa di realizzare una plusvalenza. Lasciata Madrid, il bambino prodigio del Liverpool vuole tornare a stupire e la maglia del Newcastle gli serve per garantirsi la titolarità ai prossimi Mondiali di Germania del 2006. Ben 20.000 persone si precipitano a vedere la presentazione del Golden Boy e molti si chiedono quale potrà essere il vero apporto di Owen dopo l'annus horribilis di Madrid. E' una stagione travagliata: vari infortuni limitano il potenziale del giocatore, che però tiene una media-gol invidiabile, con sette reti segnate in 11 partite. Gioca poco, diversi imprevisti rischiano di eliminarlo dalla corsa ad un posto nella nazionale inglese per il Mondiale; Owen ce la fa e gioca le prime due partite, prima di infortunarsi gravemente nel match contro la Svezia. La diagnosi non lascia scampo: la caviglia si gira e l'attaccante inglese si rompe il legamento anteriore del crociato. Il risultato? Un anno di stop, lontano dal calcio giocato e dai suoi gol. E se il caso Owen scatena una diatriba infinita tra la Football Association (la federazione calcistica inglese) ed il club, voglioso di recuperare i soldi che si perderanno per l'infortunio di Owen, Michael torna ad allenarsi solo nel Febbraio del 2007. Tre partite senza alcun gol rappresentano il bilancio della stagione 2006/2007: un disastro.
Nel frattempo, Freddy Shepherd, presidente del club, comincia ad ipotizzare che ci sia una seria possibilità di partenza per il ragazzo, sebbene precisi che nessuno dei quattro grandi club inglesi lo voglia. Ma Owen decide di non sfruttare la clausola di rescissione (10 milioni di euro) che gli permetterebbe di andarsene, bensì si rimbocca le maniche e riparte da zero per la stagione successiva. Ancora una volta, sulla sua strada si parano numerosi infortuni, che limitano le presenze del numero 10 dei Magpies: tuttavia, Owen segna 13 gol in 33 partite stagionali e dimostra quanto meno di esserci. Le notizie negative, però, arrivano dalla nazionale: con l'arrivo di Fabio Capello come C.T. della nazionale, Owen viene escluso dalla squadra, vista la presenza di una punta sola nel nuovo modulo dell'Inghilterra. E in quel ruolo c'è già Wayne Rooney. Finisce così, con 40 gol in 89 presenza, l'avventura di Michael Owen con la maglia della nazionale dei Tre Leoni.



Intanto, le cose non vanno meglio neanche al Newcastle. Il 2008/2009 è una stagione terribile: l'attaccante perde tutto il ritiro pre-campionato a causa degli orecchioni, i Magpies sprofondano in classifica ed il suo contratto è all'ultimo anno. Mentre Owen decide di posticipare il rinnovo alla fine della stagione, si susseguono le voci di un suo ritiro ed il Newcastle, a fine anno, retrocede incredibilmente, nonostante una squadra che aveva nei suoi ranghi giocatori come Given, Coloccini, Nolan, Martins, Geremi e N'Zgobia, oltre allo stesso Owen. Così, Michael fugge da Newcastle, per finire a sorpresa al Manchester United. Lo stesso attaccante afferma sempre di "essere stato sorpreso dalla proposta di Ferguson, venuta fuori dal nulla"; l'ex Liverpool firma per due anni con la squadra dei Red Devils, ritagliandosi un ruolo da rincalzo. Inoltre, Owen si prende una responsabilità pesante, ereditando il numero 7 di quel Cristiano Ronaldo volato a Madrid per 95 milioni di euro e che era già stato vestito da grandi giocatori come Best, Cantona e Beckham.
I momenti buoni per Michael Owen al Manchester United si possono contare sulle dita di una mano e sono quasi tutti concentrati nella prima stagione con la maglia dei Red Devils: il gol decisivo nel derby di Manchester per il 2-1 finale, la tripletta in Champions League in casa del Wolfsburg (a otto anni di distanza dall'ultima..) ed il gol di apertura nella finale di Carling Cup contro l'Aston Villa, vinta poi dal Manchester United per 2-1. I ricordi positivi finiscono qui: in mezzo, tantissimi infortuni, poco minutaggio e gol ancora più rari. Se nella prima stagione sono nove, nel 2009/2010 sono solo cinque. Ferguson gli propone un estensione di un anno del contratto ed Owen accetta, ma nell'ultima stagione l'attaccante inglese è sembrato messo da parte e ha giocato solo quattro partite, con tre gol all'attivo. Il suo contratto si è concluso e, a 32 anni, cerca un altro posto dove poter rinascere e dimostrare che tutto quello che ha dato nei primi anni della sua folgorante carriera non è solo un lontano ricordo.
Molti tifosi del Liverpool ne sognano il ritorno. Ma la domanda è un'altra: rivedremo mai il Golden Boy che saltava Ayala come un birillo e sparava il pallone all'incrocio? Speriamo di sì.