24.6.12

Finalmente alla pari.

Ci sono sempre stati grandi duelli. In tutti i campi della vita. C'era la "guerra fredda" tra le due superpotenze Stati Uniti ed Unione Sovietica; c'era i grandi duelli nel campo della bicicletta di memoria italica, come Coppi contro Bartali; ci sono state maree di "staffette azzurre", con la sfida tra due campioni italiani per lo stesso ruolo in nazionale: Rivera contro Mazzola, Totti contro Del Piero, Buffon contro Toldo.
Chiramente non mancano neanche i duelli nel calcio internazionale: quante volte ci si è chiesti chi fosse - in un determinato momento - il calciatore più forte al mondo? Quanti ancora adesso professano il verbo del calcio nel nome di Pelé e quanti sostengono Maradona, dicendo che il brasiliano non ha mai giocato in Europa e "El Pibe de Oro" aveva vinto un Mondiale da solo?
La storia del calcio continua a scorrere, eppure questo tipo di dibattiti non accennano a diminuire. Se una persona uscisse oggi ed andasse in un bar, probabilmente causerebbe il caos facendo una sola domanda: "Messi o Ronaldo?"

Cristiano Ronaldo, 27 anni, e Lionel Messi, 25, in un'amichevole Portogallo-Argentina del 2011.


Già, perché il calcio degli ultimi anni è stato condito da quest'ultimo motivo di discordia: Lionel Messi contro Cristiano Ronaldo. Chi è più forte? Chi è più decisivo? Chi merita il titolo di nuovo padrone assoluto del calcio?
Numerose le discussioni a riguardo. Proviamo a raccapezzarci con il palmares.
Lionel Messi, argentino di Rosario, nato il 24 Giugno del 1987, è una seconda punta come tante se ne sono viste: gran controllo del pallone, buon tiro dalla distanza, un dribbling fantastico ed una capacità di concludere affinata negli ultimi anni, sotto la guida di Pep Guardiola al Barcellona, squadra per cui gioca da sempre. Per lui, ci sono stati maree di riconoscimenti: cinque Liga di Spagna, due Coppe del Re, cinque Supercoppe di Spagna, tre Champions League, due Supercoppe Europee e due Mondiali per Club. 19 trofei con la maglia blaugrana. Più misero il bottino con la nazionale "albiceleste": un oro olimpico a Pechino 2008, un mondiale U-20 nel 2005 ed un secondo posto in Copa America. Poco, troppo poco per colui che sembrava destinato a succedere a Diego Armando Maradona nella mente degli argentini: una successione giustificata anche dai tre Palloni d'Oro vinti negli ultimi tre anni.

Messi segna il 2-0 nella finale di Champions del 2009 a Roma contro il Manchester United.


Di fronte a questo pedigree, non sfigura di certo Cristiano Ronaldo, portoghese di Funchal, nato il 5 Febbraio 1985: lui nasce come ala, ma in carriera ha saputo dimostrarsi eclettico e si è trasformato in un jolly d'attacco, capace di giocare in qualunque posizione. Ala, seconda punta o anche centravanti: per CR7 non fa differenza. Le sue caratteristiche tecniche sono leggermente diverse da quelle della Pulce argentina: i suoi punti di forza sono una fisicità innata, una corsa meno tecnica, ma molto più muscolare rispetto all'argentino, e la capacità di segnare da ogni distanza, grazie ad un destro potente e fatato, capace di "impallinare" il portiere da qualunque angolo del campo. Figlio del prolifico vivaio dello Sporting di Lisbona, Cristiano Ronaldo ha sempre fatto tanti gol, fin dai tempi del Manchester United, quando con Rooney spaventava le difese europee e portava i Red Devils a vincere la terza Champions League della loro storia. Poi ci fu la follia di Florentino Perez: 94 milioni di euro per portarlo via a Sir Alex Ferguson e mettergli addosso la "camiseta blanca" dei Real Madrid, con tanto di presentazione galattica.
Insieme a lui, arrivano tanti campioni nella capitale spagnola e CR7 va a Madrid convinto di poter riportare la Champions League nella teca dei trofei blancos: finora, non ce l'ha fatta. Ad Aprile ci è andato vicino, ma l'eliminazione in semifinale da parte del Bayern (con tanto di rigore sbagliato nella lotteria dei penalties) fa il paio con l'altra cocente delusione subita nel 2011, sempre in semifinale, a causa del Barcellona di Messi.
Il suo pedigree non è però inferiore a quello del numero 10 dei bluagrana: in Inghilterra, ha vinto tre Premier League, una F.A. Cup, due League Cup, una Community Shield, una Champions League ed un Mondiale per Club; in Spagna, si è portato a casa una Liga ed una Coppa del Re. Sono 11 trofei di squadra. A questi, vanno aggiunti dei piazzamenti con la nazionale portoghese: la finale persa nell'Europeo di casa contro la Grecia nel 2004 ed un quarto posto nel Mondiale del 2006. La ciliegina sulla torta è il Pallone d'Oro del 2008.

Ronaldo segna il gol del momentaneo 1-0 contro il Chelsea nella finale di Champions del 2008 a Mosca.


A leggere queste poche righe, si parla di due grandissimi, due campioni assoluti che rimarranno nella storia del calcio, a prescindere da chi sarà il più forte. Ma, nel calcio, uno sente sempre il bisogno di indicare l'imbattibile, l'inarrivabile, il numero uno: negli ultimi anni, non si è fatta fatica nel trovare tale fenomeno in Leo Messi. Sotto la gestione di Pep Guardiola, il Barcellona è diventato la squadra da battere e Messi il suo esponente massimo, capace - tanto per far capire - di fare 211 gol negli ultimi quattro anni con la maglia blaugrana. E Ronaldo? Ha fatto il suo, ma ha sofferto molto il fatto di giocare nello stesso periodo di un fenomeno che, semplicemente, ha vinto più di lui. E che, con la sua squadra, oscurava qualunque altra impresa.
Tra l'altro, CR7 ha sofferto anche per l'omonimia: quando qualcuno vuole fare una top-11 dei sogni, spesso ci mette Ronaldo, precisando però: "Aspetta, io parlo del Ronaldo originale, non quello d'adesso..", riferendosi all'asso brasiliano che ha vestito le maglie di Inter, Barcellona, Real Madrid e Milan.
Insomma, non sembrava che ci fosse uno sbocco per il portoghese. Neanche in nazionale ha saputo dare una svolta positiva, dato che sia all'ultimo Mondiale che al precedente Europeo non aveva lasciato un segno indelebile su queste manifestazioni.

Messi segna nella Supercoppa di Spagna contro il Real: CR7 può solo guardare.


Ma ora sembra tutto cambiato. Non nei dati: Cristiano Ronaldo continua a segnare come ha sempre fatto. Semmai, è la squadra intorno a lui che è cresciuta in forza, maturità e consapevolezza della proprio forza, tanto che il Real ha finalmente riportato la Liga a Madrid dopo quattro lunghissimi anni ed innumerevoli milioni di euro spesi. Non solo: CR7 ha segnato il gol decisivo al Camp Nou per la vittoria del Real in casa del Barca per 2-1. E lo ha fatto con grande freddezza e cinismo. Insomma, è stato finalmente decisivo anche con la maglia dei blancos, dopo aver regalato - con un suo gol - la Coppa del Re dell'anno precedente.
Ma non è finita: Cristiano Ronaldo ha finalmente invertito la tendenza anche in nazionale. Le due prime manifestazioni alle quali ha partecipato con la maglia della nazionale portoghese - Euro 2004 e Mondiali 2006 - vedevano ancora la presenza in squadra di quei fenomeni che hanno fatto la storia del calcio portoghese: c'erano Luis Figo, Manuel Rui Costa, Jorge Andrade, Ricardo Carvalho, Maniche e Nuno Gomes. Pian piano, tutti questi grandi protagonisti si sono ritirati dalla nazionale e, quindi, ci si aspettava che Cristiano Ronaldo portasse la nazionale, grazie alla sua immensa classe, dove gli altri non erano riusciti. Ma non ci fu molto da fare: come già detto sopra, durante Euro 2008 ed i Mondiali del 2010, CR7 segna appena due gol e non risulta essere decisivo per il Portogallo, eliminato rispettivamente da Germania ai quarti e Spagna agli ottavi.

Ronaldo deluso dopo l'eliminazione dall'ultimo Mondiale contro la Spagna.


Poi, la svolta. Tutto nasce da quest'Europeo, al quale Ronaldo arriva ancora più caricato dai successi con il Real. Eppure, le prime due partite sono un disastro: sopratutto, due errori incredibili sotto porta nella partita contro la Danimarca rischiano di escludere il Portogallo dalla fase ad eliminazione diretta. Ma, nell'ultima partita del girone contro l'Olanda, CR7 si prende le proprie responsabilità e da capitano trascina i lusitani ai quarti, con una doppietta che garantisce al Portogallo la qualificazione ai quarti di finale.
Tutto ciò avviene a pochi giorni da un episodio curioso avvenuto proprio nel match contro la Danimarca: i tifosi avversari lo insultano durante la partita. Ma non con i soliti strumenti, con insulti a familiari o antenati, no.. i cori sono "Messi, Messi, Messi". Ed allora qualcosa scatta in CR7. Si trasforma in una furia e lo dimostra nella partita dei quarti di finale contro la Repubblica Ceca: prende due pali, gioca una partita straordinaria e, alla fine, trova il gol di testa che trascina il Portogallo alla semifinale, che i lusitani giocheranno contro la Spagna campione uscente.
E pensare che la risposta di Cristiano Ronaldo ai cori sopracitati è stata: "Sapete dov'era Messi a quest'ora? Fuori dalla Copa America giocata in casa, dopo aver perso ai rigori con l'Uruguay. Noi siamo ancora in corsa. Mi pare peggio, no?"
Non sappiamo, certamente CR7 è finalmente alla pari con Messi. Anzi, forse è arrivato il tempo di mettere la freccia e compiere il sorpasso: una vittoria contro la Spagna, magari con gol, sarebbe la garanzia.

Cristiano Ronaldo esulta dopo il gol decisivo alla Repubblica Ceca: sarà suo l'Europeo?

19.6.12

Foot-Beautiful.

Di Euro 2012 avevo abbondantemente parlato all'inizio di questo mese, con varie previsioni sull'esito della rassegna continentale e la possibilità di avere una finale spettacolare. Beh, dopo una decina di giorni dall'inizio del torneo, abbiamo già qualche risposta a quali sarebbero stati gli sviluppi della competizione: i padroni di casa con il girone più facile sono già fuori, CR7 è rimasto in corsa a sorpresa e l'Armata Orange è stata rispedita a casa con tre sconfitte e zero punti fatti. Mica male come inizio!
Oggi, però, vorrei soffermarmi su ciò che può essere considerato bello all'interno di questo Europeo. Sono tre gli aspetti che potrei evidenziare.. ma andiamo con ordine.

Grecia - Una contro-indicazione sui greci: mai darli per morti. Sono un popolo che ha un grandissimo passato, che non si può seppellire con un colpo di spugna. Sembra una massima valida anche per la loro nazionale: il cammino della squadra del C.T. Fernando Santos sembrava finito dopo la sconfitta nella seconda partita del girone contro la Repubblica Ceca. Anzi, personalmente pensavo che il rigore sbagliato da Karagounis nella partita d'esordio contro la Polonia fosse un passaggio ancora più pesante sulla possibile eliminazione degli ellenici.Ed invece, il miracolo della classifica avulsa ed una partita diligente contro la Russia hanno portato avanti la Grecia. Diciamolo pure, una partita "alla greca": poco possesso palla, tanta difesa, buone ripartenze ed un pò di fortuna nei momenti chiave. Qualcuno ha azzardato: "Questa nazionale può rifare l'impresa del 2004".

La risposta è "assolutamente no". Ero più piccolo, ma ricordo bene la nazionale del C.T. Rehhagel, il suo modo di giocare e sopratutto lo stato di forma straordinario con il quale si presentò all'Europeo in Portogallo: un altro paio di maniche. Ed i vari Charisteas, Seitaridis, Zagorakis, Dellas hanno fatto carriere più gloriose degli interpreti della Grecia di quest'Europeo. Ma sopratutto: ci sono imprese che non possono essere ripetute, proprio perché straordinarie nella loro unicità.
E allora accontentiamoci dei reduci di quell'Europeo, Katsouranis e sopratutto capitan Karagounis, che stanno dando il meglio per questa nazionale. Il primo, nei momenti di difficoltà, s'è riscoperto centrale difensivo oltre che mediano; il secondo, ormai capitano della nazionale, sta giocando alla grande. Aggiungo che è sempre stato un buon giocatore: semplicemente, nessuno c'ha mai creduto abbastanza. L'unico peccato è che sarà squalificato per i quarti. E adesso, in quello che è considerata ben più di una partita di calcio, i greci sfideranno i tedeschi, favoriti per la vittoria dell'Europeo.

Giorgos Karagounis, 35 anni: un capitano indomabile per la Grecia ai quarti.


Germania - Già, i teutonici. Molti credevano nella squadra di Loew, ma la dimostrazione di forza nel famoso "girone di ferro" è stata anche più esplicita di quanto si pensava. La Germania ha dimostrato cinismo e pragmaticità, tipici tratti del calcio teutonico, ma ha anche regalato spettacolo, con un'organizzazione di gioco da far invidia a molte squadre del mondo. Insomma, non solo si sono confermati i favoriti, ma i tedeschi hanno anche dato l'impressione di poter battere chiunque. Persino gli spagnoli, campioni europei e mondiali, ma meno brillanti del solito.
Lo strapotere della Germania nasce da lontano: avevo già detto che Loew era l'uomo giusto per ottenere risultati. Gli mancava però la vittoria della consacrazione: chissà che non possa finalmente arrivare in quest'Europeo. L'impianto della squadra è migliorato: Hummels, difensore del BVB, sta dimostrando di non essere inferiore a Thiago Silva o Piqué; la coppia di centrali difensivi con lui e Badstuber è un notevole miglioramento rispetto al duo Friederich-Mertesacker dell'ultimo Mondiale; Klose, ancora in forma ma in là con l'età, ha trovato il suo erede in Mario Gomez, finalmente sbloccatosi anche in nazionale. Aggiungiamoci anche che la Germania ha una seconda squadra che probabilmente arriverebbe minimo in semifinale ed il quadro delle sicurezze teutoniche è completo.
I tedeschi aspettano la Grecia, ma la verità è che si guarda molto più avanti..

Mario Gomez, 26 anni: finalmente è esploso anche in Nazionale.

Irlanda - Qui le cose più belle si sono viste fuori dal campo. La nazionale del Trap non era certo pronosticata al passaggio del turno: un girone con Spagna, Italia e Croazia era difficilmente passabile. Anche perché l'Irlanda ha un grosso problema: segnare. Un gol in tre partite è poco per sperare di avanzare nella più difficile delle competizioni della FIFA. Forse gli Europei sono stati un ostacolo difficile per un gruppo esperto, ma offensivamente incapace di regalare grossi pericoli. Anche ieri, nella partita con l'Italia, lo schema era (purtroppo) sempre lo stesso: lancio in area e speriamo che vada tutto bene.. se ne riparlerà per il Mondiale del 2014, sebbene il gruppo in cui è inserita l'Irlanda sia molto difficile. Non sarà facile cavarsela contro Germania, Svezia ed Austria per arrivare in Brasile.
Detto questo, lo spettacolo vero lo hanno offerto i tifosi irlandesi: semplicemente fenomenali. Una lezione di cultura sportiva che fa riflettere molti. Non solo noi, ma anche paesi che sono più avanzati nella cultura del tifo.
Dispiace dirlo per il nostro "povero" calcio, ma vedere gli irlandesi cantare - nonostante i quattro gol presi dalla Spagna - è un momento straordinario di calcio. Così come assistere alla ripartizione dello stadio di Poznan in occasione di Italia-Irlanda: 2/3 dello stadio erano colorati di verde, nonostante gli irlandesi fossero già eliminati.
Queste immagini sono molto più belle di quelle di un gol, di una giocata straordinaria o di un trofeo. Perché sono cose che restano nella mente di tutti e non solo su un almanacco di calcio.

I tifosi irlandesi cantano ancora dopo il 4-0 subito dalla Spagna: encomiabili.



15.6.12

UNDER THE SPOTLIGHT: Christian Benitez

Avevo annunciato, qualche settimana fa, che avrei lanciato due rubriche. Una l'avete già vista: è "Road To Japan", nella quale provo a consigliarvi i giocatori giapponesi in lancio, pronti ad esplodere ed essere portati in Europa (sempre che ne abbiano voglia). Qui, invece, il principio è lo stesso, ma il contenuto è diverso: nella rubrica di cui mi occuperò da oggi e che avrà luogo ogni metà del mese, proverò a consigliarvi i giocatori che potrebbero sfondare e che provengono da campionati poco famosi o conosciuti. Questa rubrica si chiamerà "Under The Spotlight" ("Sotto la luce della ribalta", ndr) ed il protagonista di oggi è Christian Benitez.

N.B.: All'inizio, la rubrica doveva essere inaugurata parlando di Jackson Martinez, attaccante colombiano del Jaguares de Chiapas. Purtroppo, il Porto è molto più veloce di me e l'ha comprato, facendo quello che - secondo me - sarà un affarone. Martinez esploderà, purtroppo non ho avuto il tempo di parlarne.

SCHEDA
Nome e cognome: Christian Rogelio Benitez Betancourt
Data di nascita: 1 Maggio 1986
Altezza: 1.68
Ruolo: Seconda punta
Club: Club America (2011-?)



STORIA
La storia di Cristian Benitez - conosciuto anche come Chucho - comincia a Quito, capitale dell'Ecuador. Figlio dell'Ermer che già aveva collezionato 19 presenze con la maglia della nazionale durante gli anni '80, Benitez esordice con la maglia dell'El Nacional nel massimo campionato ecuadoregno già a 18 anni. L'esplosione si realizzò nei due anni successivi, quando a 20 anni aveva già realizzato 22 gol in due campionati. Con la capacità di portare l'El Nacional agli ottavi di Copa Libertadores, arrivarono anche i primi interessamenti europei da parte di club come il Villareal e la Stella Rossa di Belgrado.
Nell'estate del 2007, Benitez sorprende tutti e sceglie il Messico come prossima meta da esplorare, con la maglia del Santos Laguna, club con pochi successi nel calcio messicano. La scelta è quella giusta: Benitez gioca due stagioni da favola e porta il club al titolo di Clausura del 2008. Il suo contributo è talmente ampio da ricevere il premio di miglior giocatore della stagione. E pensare che, ad inizio anno, aveva rifiutato un'offerta giunta addirittura da Lisbona, sponda Benfica. 35 gol in due anni, però, attirano molte più attenzioni ed allora il trasferimento in Europa diventa una realtà concreta quando arriva l'offerta giusta.
Quest'offerta è quella del Birmingham City, squadra di Premier League che aveva appena riconquistato la massima categoria del calcio inglese: Benitez viene pagato 7 milioni di euro, con un riscatto che sarebbe stato completato con  4 milioni aggiuntivi alla fine della stagione. Poi, le visite mediche scoprono problemi alla caviglia, che fanno sì che il Birmingham City ri-negozi l'accordo per prendere il giocatore: viene pagato inizialmente un milione e mezzo di euro, con la possibilità di stracciare l'accordo nel caso di significativi problemi fisici durante il primo anno; nel caso la sua tenuta fisica fosse confermata, il Birmingham dovrebbe pagare nove milioni e mezzo di euro per il riscatto.
Ma l'ecuadoregno non si trova bene nel calcio inglese e le statistiche sono impietose: quattro gol in 36 presenze stagionali sono pochini. Il Birmingham lo vorrebbe tenere, ma non riscattarlo alla cifra stabilita: il Santos Laguna non vuole sentire ragioni e Benitez torna così in Messico.
L'ultima svolta della carriera del "Chucho" è nell'estate 2011, quando firma per il pluri-titolato Club America, uno dei più famosi team all'interno del panorama del calcio messicano. Vincerà il titolo di capocannoniere e si confermerà "troppo bravo" per il calcio messicano. Come se fosse pronto per un altro tentativo nel Vecchio Continente..

CARATTERISTICHE TECNICHE
Dico sempre che i video di YouTube sono indirizzati al mettere in luce determinate caratteristiche. Ciò che non traspare, invece, sono i difetti del giocatore. Ma siamo fortunati: in un'epoca dove è possibile seguire giocatori oltreoceano, è uno strumento straordinario d'informazione calcistica.
Detto questo, Benitez è una seconda punta dagli straordinari riflessi: dove c'è una palla vagante, lui è sempre presente. Con questa particolare dote d'area di rigore, il suo profilo si avvicina a quello del centravanti atipico. Ma Benitez è anche altro: molta corsa, una discreta tecnica ed un tiro niente male. I rigori sono il suo pane.

STATISTICHE (sono comprese le presenze ed i gol anche in coppe nazionali ed internazionali)
2004 - El Nacional: 1 presenza, 0 gol
2005 - El Nacional: 30 presenze, 6 gol
2006 - El Nacional: 36 presenze, 16 gol
2007 - El Nacional: 15 presenze, 7 gol
2007/2008 - Santos Laguna: 40 presenze, 17 gol
2008/2009 - Santos Laguna: 28 presenze, 18 gol
2009/2010 - Birmigham City: 36 presenze, 4 gol
2010/2011 - Santos Laguna: 39 presenze, 21 gol
2011/2012 - Club America: 36 presenze, 22 gol

NAZIONALE
Benitez ha un buon rapporto con la sua nazionale: venne convocato a sorpresa per il Mondiale del 2006 in Germania, anche se solo 21enne. Per lui, ci fu solo una presenza in una sfida persa contro i padroni di casa per 3-0. Ha giocato anche le tre partite della Copa America del 2007, con l'Ecuador subito eliminato. E' un punto di riferimento per la nazionale. Del resto, basta vedere quanto sia decisivo negli ultimi tempi: dal Giugno 2011, ha segnato sette gol con la maglia dell'Ecuador, di cui molti sono risultati decisivi per le vittorie della nazionale. Grazie al suo contributo, l'Ecuador ha sconfitto - nell'ultimo mese - Perù, Venezuela e sopratutto Colombia nel girone sudamericano di qualificazione al Mondiale del 2014.

LA SQUADRA PER LUI
Le seconde punte veloci e con un buon tiro rappresentano una categoria in sovrabbondanza. Tuttavia, c'è pur sempre qualche squadra che ne è sprovvista: penso che nel gioco di Zeman, tanto per dirne una, sarebbe un giocatore fantastico. Veloce, con i riflessi pronti ed una resistenza ottima. Certo, bisognerebbe anche sapere cosa ne penserebbe Benitez su un'altra esperienza europea: l'età è dalla sua (26 anni), sembra che lo stesso Benitez voglia riprovare l'avventura europea, poiché lo stesso calciatore afferma che ci sono state offerte dall'Europa. Nonostante ciò, sarà difficile portare a termine questo trasferimento, anche perché il Club America chiede ben 9 milioni di euro. Logico per chi non vuole separarsi da quello che potrebbe essere un potenziale crack.





11.6.12

Una favola dell'altro mondo.

Polinesia francese. Per molti, questo paese dirà poco in generale: verrà da pensare, probabilmente, isole che la compongono ed agli splendidi paesaggi che regalano, con il mare blu della Barriera Corallina e le viste dalle isole di Bora Bora. Se restringiamo il campo geografico, l'isola più importante è Tahiti, famosa per le sue vedute mozzafiato e per l'essere un'isola di origine vulcanica, oltre che importante centro turistico.
La domanda sorge spontanea: siete per caso impazziti e pensate d'esser finiti su un blog di consigli per le vacanze? Non è così, tranquilli. Semplicemente, Tahiti verrà a breve ricordata anche per altri eventi: quelli calcistici.

Già, perché la nazionale di Tahiti ha messo una pietra nella propria storia e, in generale, in quella della FIFA: con la vittoria in finale contro la Nuova Caledonia per 1-0 nella giornata di ieri, la squadra nazionale di Tahiti ha guadagnato l'accesso per partecipare alla Confederations Cup del Giugno del prossimo anno. Ebbene sì: accanto a Brasile, Spagna, Uruguay.. vedremo anche i ragazzi dell'arcipelago polinesiano misurarsi con alcuni dei migliori campioni al mondo.
Come è successo? Molti si chiederanno se un team composto da giocatori non-professionisti possa permettersi di partecipare ad un impegno del genere. Credo, invece, che sia bellissimo vedere una favola simile: Tahiti, oggi, rappresenterà di più di quel che ha mai dato al mondo dello sport in anni.



La FIFA Confederations Cup è un torneo ufficiale organizzato dalla massima organizzazione calcistica per testare i preparativi in vista del Mondiale dell'anno successivo. E' un torneo che esiste dal 1997, quando fu disputata la prima edizione. Sono state sei le edizioni disputate, anche se solo tre potrebbe esser veramente catalogate come FIFA Confederations Cup, ovvero quelle disputate esattamente un anno prima del Mondiale nel luogo dove esso si sarebbe svolto. Parliamo quindi delle edizioni del 2001, del 2005 e del 2009. Le altre tre furono più passerelle calcistiche che vere competizioni, seppur riconosciute come tali: nel 1997 fu disputata in Arabia Saudita, nel 1999 in Messico e nel 2003 in casa della Francia. Per completare il quadro, va ricordato come la Confederations Cup ospiti le vincitrici di tutte le massime competizioni continentali: vincitori di Europei, Coppa d'Africa, Coppa d'Asia, Gold Cup (Nord America), Copa America (Sud America), OFC Nations Cup (Oceania), Coppa del Mondo e padroni di casa si sfidavano per la conquista di questo trofeo.

Tra questi contendenti, spesso la nazione vincitrice nella zona oceanica risultava essere la più debole. A turno, Australi e Nuova Zelanda hanno provato ad impressionare: ma se i secondi sono arrivati solo tre volte alla competizione, gli australiani arrivarono secondi nel 1997 e terzi nel 2001. Non male. Ma da quando la Federazione Asiatica ha spostato l'Australia nei suoi ranghi (2007), si è pensato che la Nuova Zelanda avrebbe infilato un filotto di partecipazioni consecutive alla Confederations Cup da far girare da testa. Del resto, gli All Whites non avevano demeritato agli ultimi Mondiali, portando a casa tre pareggi e rimanendo - incredibilmente - l'unica squadra imbattuta in tutto il mondiale sudafricano.

Ma la sorpresa era dietro l'angolo. L'OFC Nations Cup 2012 ha visto la partecipazione di otto squadre. A sorpresa, la Nuova Zelanda è stata eliminata in semifinale: uno shock nel movimento calcistico oceanico, dato che la differenza sembrava piuttosto evidente tra i "kiwi" e le altre squadre della competizione. Dall'altra parte del tabellone, Tahiti ha sbaragliato la concorrenza, vincendo la semifinale contro le Isole Salomone e raggiungendo l'atto finale della competizione. Grazie anche al lavoro del coach, Eddy Etaeta, in grado di dare una certa fisionomia alla squadra.

La squadra nazionale di Tahiti era - all'inizio del torneo - numero 179 del Ranking FIFA ed era la sesta in graduatoria delle otto arrivate al torneo. Insomma, non sembrava neanche lontanamente possibile una loro vittoria, pensando che quattro anni prima neanche erano arrivati alla fase finale. E non era lecito immaginarla riflettendo anche sul fatto che la squadra ha un'età media giovanissima e che nessuno, tranne Nuova Zelanda ed Australia, aveva vinto questa coppa. Invece, Tahiti ha riscritto la storia, vincendo la finale contro la Nuova Caledonia e garantendosi il diritto ad un viaggio in Brasile. A giocare contro Xavi, Neymar e Cavani. E se pensate che, tra i più esperti, uno gioca in Francia, in un campionato amatoriale (che è il quinto livello della piramide del calcio francese), e l'altro nella terza divisione belga, beh.. capirete di quale favola fantastica stiamo parlando.

Chiaro che il loro viaggio rischia di venire sepolto sotto una valanga di gol, ma storie come queste solo il calcio le sa raccontare. E speriamo che loro se la possano vivere al meglio.

I giocatori di Tahiti festeggiano la vittoria nella OFC Nations Cup 2012.

9.6.12

Un mito a stelle e strisce.

Il calcio di storie ne racconta tante. Alcune che trovi sulle pagine di un qualunque almanacco, per quanto importanti sono; altre che solo alcuni ti raccontano, perché sono più curiose che importanti. Diciamo che in questo caso potremmo abbinare entrambi gli aggettivi: parlo della storia di un buon portiere americano, un mito a stelle e strisce. Si tratta dello statunitense Brad Friedel, una leggenda.

Friedel, nella vita calcistica, fa il portiere. Un ruolo faticoso, che ti porta sulle stelle in un attimo e che ti trascina in basso al primo errore compiuto. Un mestiere - calcisticamente - difficile. Forse il più difficile. Ma che l'americano porta a termine da ben 18 anni. Con buoni risultati, per essere un 41enne. Sì, avete sentito bene: 41 anni. Tanti. Magari non troppi, per chi - come la Serie A - ha arruolato nella sua ultima stagione trascorsa un portiere (Antonioli del Cesena) che di anni ne aveva addirittura 43. Il calcio italiano ha avuto buoni esempi di longevità: Maldini e Vierchowod che si ritirano oltre la soglia dei 40 anni sono dei buoni casi. E non è che in Inghilterra manchino possibilità simili: Giggs e Scholes sono due giocatori che, pur avendo ormai i loro anni, sono ancora in campo a dare una mano alla maglia con la quale si sono praticamente impegnati per la vita, ovvero quella dei Red Devils di Manchester. Ma Friedel, beh, è praticamente un record-man.

Già, perché il portiere d'oltreoceano ha fatto registrare un record particolare per quanto riguarda la Premier: fino alla fine di quest'ultima stagione, conclusasi nel Maggio 2012, ha fatto registrare ben otto stagioni consecutive da titolare, giocando tutte le partite di campionato (38) disputate in queste otto annate: sono 304 partite che Friedel gioca da titolare. Una serie che non ha precedenti nel calcio inglese e, probabilmente, non li ha neanche in altri campionati. Un fenomeno di longevità, di professionalità, un esempio senza pari nel mondo del calcio. E viene da fargli ulteriori complimenti, pensando che questa striscia è stata ottenuta con le maglie di tre squadre diverse: quella dei Blackburn Rovers (2004-2008), dell'Aston Villa (2008-2011) e dei Tottenham Hotspurs (2011-2012). Guardando i nomi di queste squadre, si nota facilmente come Friedel, oltre ad accumulare presenze, sia stato in grado anche di migliorarsi. Altrimenti non si spiegano i salti di carriera fatti passando da una piazza tranquilla come quella di Blackburn per arrivare ad una più gloriosa come quella di Birmingham, fino ad arrivare a Londra, sponda Hotspurs, che sono stati una squadra sia gloriosa in passato che importante nelle ultime stagioni del calcio inglese.

Tutto questo è stato ottenuto nonostante i pregiudizi che sussistevano sui giocatori americani all'epoca in cui Friedel mise piede in Inghilterra: molti si chiedevano cosa ne potessero sapere di "football" oltreoceano. A partire dal fatto che il calcio veniva chiamato "soccer" e non "football": un insulto per qualunque inglese appassionato di pallone. Ma Friedel ce l'ha fatta. Il ragazzo nato a Lakewood, nell'Ohio, il 18 Maggio del 1971 era stato notato dalla Federazione calcistica degli Stati Uniti all'età di 21 anni, dopo un paio di ottime stagioni a livello di college all'UCLA (l'Università di Los Angeles, California) e numerosi premi a livello giovanile. E pensare che il ragazzo, a quanto si dice, eccellesse anche nella pallacanestro e nel tennis: magari l'avremmo visto sulle copertine di tutti i giornali del mondo, ma in altri ambiti..

Fatto sta che Friedel venne contattato addirittura da Brian Clough, il manager vincitore di due Coppe dei Campioni con il Nottingham Forest. Clough lo voleva per difendere la porta dei Forresters: mica male per un americano. Purtroppo, in Inghilterra, per essere presi bisogna essere muniti di "permesso di lavoro". Un permesso che non venne raccordato e - come racconta lo stesso Friedel - che fu spesso causa di mancati trasferimenti nell'ambito del calcio inglese. Così, invece di stare fermo con le mani in mano, Friedel venne contattato dalla Federazione statunitense, che gli consentì di allenarsi con essa per due anni, in modo da prepararsi al meglio per partecipare con la squadra a stelle e strisce nel mondiale giocato in casa. Una volta terminata la competizione mondiale, Friedel ci riprovò. Notato da Kevin Keegan, manager del Newcastle United, era pronto a partire, ma il permesso gli fu negato due volte.

Stancatosi di aspettare, la Federazione statunitense - proprietaria del suo cartellino - lo prestò al Brondby, la squadra più forte della Danimarca a quell'epoca. Così Brad finalmente iniziò a fare esperienza oltreoceano, anche se non raccolse alcuna presenza e si limitò a fare da riserva al portiere titolare, almeno finché non si dovette preparare con la nazionale degli Stati Uniti per la Coppa America del 1995. Nel frattempo, il Sunderland provò a portarlo nella terra tanto sognata, ma mai ottenuta: niente da fare. Un incubo. Dal quale Friedel decise di scappare, firmando per il Galatasaray, che pagò il suo cartellino alla Federazione statunitense per 900mila euro. Finalmente, il portiere americano poté fare esperienza, giocando 30 partite con la maglia della squadra di Istanbul e vincendo la Coppa di Turchia. Ma Friedel decise poi di tornare in America, dove giocò per un anno e mezzo con la maglia dei Colombus Crew.

La svolta arriva nel 1997: finalmente il tanto agognato trasferimento in Inghilterra ha buon esito e, nel Dicembre 1997, passa al Liverpool per poco più di un milione di euro. Le cose non andarono come sperate: ad Anfield, in tre anni gioca appena 30 partite, essendo sostanzialmente il terzo portiere dietro David James e Sander Westerveld.
Nel 2000, in suo aiuto interviene Greame Souness, che lo aveva avuto al Galatasaray: il manager dei Blackburn Rovers lo vuole per difendere la sua porta e lo ottiene grazie ad un trasferimento gratuito.

Salutato Anfield, Friedel trova finalmente la stabilità calcistica che tanto desiderava. I tifosi se lo ricordano con grande gioia, come quando aiutò il Blackburn nella risalita alla massima categoria del calcio inglese nel 2000/2001. Prestazioni alle quali Friedel darà continuità, dando un grosso contributo per tenere i Rovers in Premier League. Memorabile fu una prestazione in quel di Southampton, con una vittoria sigillata dalle sue parate, così importanti da far dire al manager avversario Gordon Strachan: "Friedel si deve essere cambiato in una cabina telefonica. Non mi stupirei se si togliesse la maglia da gioco e sotto vi trovassimo un'altra maglia blu con una grossa 'S' sopra".
Insomma, un idolo assoluto a Ewood Park. Anche grazie al concretizzarsi di un altro record: è uno dei quattro portieri che sono riusciti a segnare un gol in una partita di Premier League. Il 21 Febbraio 2004, sul campo del Charlton Athletic, segna il momentaneo 2-2 al 91': peccato che poco dopo i padroni di casa segnino il 3-2.. ma Friedel entra di diritto nella storia.



Friedel rimane ad Ewood Park per otto stagioni, iniziando la striscia di presenze consecutive che si porta dietro dal 2004 proprio con la maglia dei Rovers e dimostrando che vale assolutamente la categoria in cui gioca. E' innamorato del club, ma nel 2008 è costretto al trasferimento verso Birmingham: destinazione Aston Villa.

Nonostante l'offerta del Manchester City (già allora miliardario), Friedel si accorda con i Villans, che lo pagano ben tre milioni di euro per avere i suoi servigi: tanti, se pensate che parliamo di un portiere che già allora andava per i 38 anni. Firma per tre anni e fornirà tre stagioni ad alti livelli per la squadra di Birmingham: il 30 Novembre di quell'anno batte il record di presenze consecutive in Premier League (166), che apparteneva a Frank Lampard. Da lì, non si ferma più: continua a giocare, anche quando sembra che non potrebbe. Viene infatti espulso in una partita contro il Liverpool, ma la Football Association decide di revocare la squalifica, consentendo così a Friedel di migliorare la sua striscia di partite giocate da titolare. Un record che non accenna a smettere di migliorare.
Si toglie un'ultima soddisfazione con questa maglia nel 2011, quando stabilisce un nuovo record per il club: è il giocatore più vecchio ad esser sceso in campo con la maglia dei Villans nella partita contro il Manchester United del 1° Febbraio 2011, quando ha ben 39 anni e 257 giorni.



Finito il contratto con l'Aston Villa, trova un nuovo ingaggio al Tottenham, salendo così di categoria. Nonostante la concorrenza di Carlo Cudicini e Aurelio Gomes, trova la forza di guadagnarsi il posto all'età di 40 anni, contribuendo così ad allungare la sua striscia di partite giocate, ormai arrivata a 304. Un eroe!

Se proprio una pecca si può trovare alla carriera di Friedel è che, nonostante le doti enormi, non è mai riuscito a mettere in ghiaccio il posto da titolare nella sua nazionale. Prima Tony Meola, poi Kasey Keller l'hanno costretto a rinunciare al posto di titolare nelle Coppe del Mondo del 1994 e del 1998; nel 2002, invece, trova il posto da titolare, permettendo agli Stati Uniti di arrivare fino ai quarti di finale e parando due rigori nei tempi regolamentari delle partite disputate in questa competizione (contro Corea del Sud e Polonia): un record fin lì mai toccato da nessuno. Quando ormai sembrava saldo tra i pali della nazionale, è esploso Tim Howard e non si è pensato un momento nel sostituire Friedel con il giovane Howard: guardandosi indietro, non è stata una decisione molto saggia. Chiude con 82 presenze: con altri 7 anni di attività, chissà quante altre ne avrebbe potute fare..

Insomma, un record-man fantastico, un portiere di ottime doti tecniche e fisiche. Non voglio dire che lo consiglio a qualcuno, perché ha un'età: ma attenzione, molti hanno fatto questo ragionamento e Friedel è sempre lì. Non sia mai che questo mito a stelle e strisce venga dato per finito..

Brad Friedel, 41 anni, in volo: parerà ancora nella Premier League?

7.6.12

Alla fiera dell'Est.

E' ormai ora: gli Europei sono arrivati ed è giusto parlarne più che dettagliatamente. La 14esima edizione del campionato europeo di calcio si svolgerà in due paesi ospitanti, Polonia ed Ucraina, che sono riusciti ad organizzare un'edizione congiunta, seppur tra mille polemiche, sopratutto per le vicende ucraine. Ma non credo che, al momento dell'assegnazione al paese ospitante, non sapessero il clima in Ucraina. Oltretutto, l'Italia era in corsa per l'assegnazione, salvo perdere miseramente per 8 voti a 4 contro paesi in cui accadono determinate cose. Perciò lamentiamoci di meno e proviamo a concentrarci solo sul lato sportivo (difficile farlo in questo periodo) e ad analizzare come le 16 squadre qualificate arrivano a questo appuntamento continentale. In grassetto, sono evidenziate le squadre che secondo me passeranno il turno.

GRUPPO A: Polonia, Grecia, Russia, Repubblica Ceca.
La Polonia è decisamente la più attrezzata delle due padroni di casa: la squadra è relativamente giovane e negli ultimi due anni ha fatto numerosi salti in avanti. Avere una buona parte del Borussia Dortmund bi-campione di Germania più il portiere dell'Arsenal è un bel vantaggio. Un altro potrebbe essere il girone stesso, non insormontabile e capace di regalare soddisfazioni. La Grecia ha concluso l'epopea del grande Otto Rehhagel, che aveva portato la Grecia sul tetto d'Europa otto anni fa e poi le ha anche permesso di disputare un altro Europeo e un Mondiale; ora, la Grecia punta sul rinnovamento, anche se i vecchi leoni Karagounis e Katsouranis ci sono sempre. E' comunque una buona squadra per questo girone. La Repubblica Ceca pare, onestamente, la più debole delle quattro: l'epoca dei Nedved, dei Poborsky, dei Koller è finita da un pezzo e si nota. Agli Europei del 2008, la qualificazione ai quarti sfuggì nel finale della partita con la Turchia, mentre ai Mondiali non c'erano proprio. Apparte Cech e Rosicky, pare essere una squadra da rifare.
Infine la Russia: in quel di Mosca ancora si mangiano le mani per l'Europeo di quattro anni fa, in cui fecero un gran gioco, mostrarono al mondo talenti come Zhirkov, Arshavin e Pavlyuchenko, eliminarono l'Olanda. Poi la Spagna li riportò sulla terra e la corsa si fermò lì. Quattro anni dopo, la Russia è rimasta quasi la stessa: i giocatori che orbitano nel giro della nazionale sono sempre quelli, ad allenarli c'è sempre un olandese (Advocaat al posto del mago Hiddink) e giocano sempre di fino, ma non si sa quanto possano essere concreti. Vedremo se riusciranno ad essere più incisivi del passato, quando mancarono la qualificazione al Mondiale di due anni fa in uno spareggio maledetto con la Slovenia.

Robert Lewandowski, 23 anni, grande annata per lui con la maglia del BVB.


GRUPPO B: Germania, Olanda, Portogallo, Danimarca.
Ammetto che, quando ho letto il girone, mi sono detto: "Cavolo". Sono quattro buone squadre. Diciamo tre e mezzo, dato che la Danimarca rischia di fare una brutta fine in un girone di ferro come questo. La Germania viene da quattro anni splendidi, conditi però da molte delusioni sul più bello: i tedeschi, sotto Loew, hanno mostrato un gran gioco, salvo poi perdersi nei momenti decisivi. Sempre contro la Spagna. Sempre quando conta. Ed è questa la paura anche questa volta: i teutonici sembrano essere i favoriti, hanno una squadra che produrrà bel calcio per almeno i prossimi 5-6 anni, ma non sanno quanto servirà nel momento decisivo. L'Olanda ha il problema inverso: gli orange hanno cominciato ad essere più concreti che spettacolari ed i risultati sono arrivati, dato che la cavalcata dello scorso Mondiale ha portato in finale e a due minuti dai calci di rigore. Poi è arrivato il gol di Iniesta e niente, i sogni sono finiti. La squadra si è rafforzata, vanta un manipolo di giovani niente male (Jetro Williams e Luciano Narsingh, segnateveli) e ha l'imbarazzo della scelta davanti: decidere chi far giocare tra Van Persie e Huntelaar è difficilissimo. Ma, come dico sempre, meglio i problemi d'abbondanza che di assenza. Vedremo se Robben avrà metabolizzato le innumerevoli delusioni raccolte in questi anni. Il Portogallo pare onestamente CR7-dipendente: alle spalle, ci sono sempre i soliti Nani, Quaresma, Joao Moutinho, Raul Meireles, Pepe.. che non è che abbiano portato questi grandi risultati negli ultimi quattro anni. Dal ritiro di leggende come Rui Costa, Figo e Vitor Baia, che avevano permesso ai lusitani di arrivare in finale agli Europei del 2004 e quarti ai Mondiali del 2006, il Portogallo s'è un po' perso. Negli ultimi Europei, venne schiacciato dalla Germania ai quarti; negli ultimi Mondiali, contro la Spagna venne neutralizzato senza troppi problemi. E' chiaro che tutte le critiche rivolto al Messi fallimentare in nazionale, vanno soppesate anche nei confronti di Cristiano Ronaldo: senza i grandi vecchi, nonostante la grande esplosione come giocatore di livello mondiale, non riesce ad essere importante per la sua nazionale. Vedremo se ci smentirà questa volta. Infine, la Danimarca: agli ultimi Europei non c'era, agli ultimi Mondiali è uscita al girone, nonostante una buona squadra. Ora c'è aria di rinnovamento, non credo che i biancorossi regaleranno grosse sorprese.

Robin Van Persie, 28 anni, festeggia dopo un gol in amichevole contro l'Irlanda del Nord.


GRUPPO C: Spagna, Italia, Croazia, Irlanda.
Gruppo apparentemente facile per i campioni d'Europa e del Mondo uscenti. Ma non fatevi ingannare: la Spagna avrà di che sudare. La compagine di Del Bosque non mi sembra brillante come nel 2008 e nel 2010, seppur i risultati arrivino grazie ad un gioco consolidato e ad una "paura psicologica" installata nei cuori di chi deve giocare contro calciatori che non ti fanno vedere il pallone. La Spagna può vivere di rendita a quest'Europeo: ormai tutti la considerano talmente pericolosa da spaventarsi da soli. Manca a sorpresa Roberto Soldado, che mi aspettavo di vedere con la Roja dopo tutti i gol segnati a Valencia: niente da fare, Llorente, Torres e Negredo hanno avuto la meglio. Mancheranno Puyol e Villa: la mancanza del capitano barcelonista potrebbe essere un problema.
L'Italia cosa si deve aspettare? Per quanto posso osservare, ci sono troppi isterismi in casa azzurra: questa nazionale ha un piano quadriennale, è stata affidata a Prandelli perché potesse arrivare in forma e notevolmente miglioarata ai Mondiali in Brasile del 2014. Perciò l'Europeo è solo una tappa di passaggio, nulla più. E non potrebbe essere altrimenti, visto che ci sono almeno tre nazionali più forti ed altrettante al livello degli italiani. Insomma, la vittoria finale sembra una chimera: più facile arrivare almeno ai quarti, se non alle semifinali. Purché si trovi un equilibrio tattico, che sembra mancare in questo momento a causa di infortuni e problemi interni.
La Croazia, ecco. Su questa squadra bisogna fare attenzioni: dalla sua nascita, i croati hanno fallito pochissime competizioni internazionali. Agli scorsi Europei, solo un gol della Turchia al 122' trascinò i croati ai rigori e, poi, all'eliminazione. Agli ultimi Mondiali non c'erano. Ora arrivano con una squadra interessante, con i sempre-presenti Srna, Pletikosa, Simunic e con i talentuosi Rakitic, Perisic, Modric, Jelavic, Mandzukic. Insomma, davanti c'è tanta roba, dietro bisogna registrare qualcosa: da questo dipenderanno le quote di qualificazione per i croati.
L'Irlanda del Trap sembra la cenerentola: non fatevi raggirare. Non è così. Da quando il Trap ha preso la guida degli Irish Boys, la squadra sembra compatta e di gran lunga migliorata, nonostante avrebbe bisogno di un ringiovanimento notevole. Ma Giovanni Trapattoni è così: è un grande tecnico perché "sa cavare il sangue dalle rape". Given e Keane gli uomini più rappresentativi, i verdi d'Irlanda sperano di fare una buona figura. Nei loro cuori, brucia ancora il Mondiale mancato due anni fa per il gol di mano di Henry durante lo spareggio con la Francia. Chissà che questo Europeo non gli regali qualche soddisfazione.

Gianluigi Buffon, 34 anni, capitano di un'Italia in difficoltà: dove arriveranno?


GRUPPO D: Ucraina, Francia, Inghilterra, Svezia.
Gruppo meno equilibrato di quel che appare. Partiamo col dire che, a mio modo di vedere, l'Ucraina sembra la squadra più debole dell'intero torneo. Per carità, sarà un piacere rivedere Andriy Shevchenko, grandissimo campione che ha visto troppe poche competizioni con la sua nazionale (un Mondiale e questo Europeo) per la classe che ha. Ma la squadra è veramente in là con gli anni: gli eterni Tymoshchuk e Voronin non durano per sempre. Milievsky non è esploso come ci si aspettava. Rotan, Aliev e Yarmolenko sono buoni giocatori, ma non mi sembrano capaci di ribaltare il destino di un Europeo segnato a fare le comparse. Perciò, il discorso qualificazione si sposta sulle altre squadre. L'Inghilterra, agli ultimi Europei, è mancata a sorpresa: i disastri del McLaren C.T. avevano stancato gli inglesi, che avevano puntato tutto su un vincente come Fabio Capello. Salvo poi vederlo dimesso dopo un Mondiale fallimentare ed una squadra forte, ma che continuava a mancare negli appuntamenti importanti. E difatti non sembra che possa fare molto meglio neanche questa volta: la squadra è stata affidata, a sorpresa, a Roy Hogdson, che ha fatto buone cose con il Fulham ed il WBA negli ultimi anni. Ma affidargli la nazionale dei Tre Leoni sembra esser stato un po' troppo. Metteteci anche che gli inglesi hanno già dovuto sostituire gli infortunati Ruddy, Barry, ma sopratutto Cahill e Lampard ed il quadro è completo. Chiudo con una curiosità sugli inventori del football: non raggiungono una semifinale di una qualsiasi competizione internazionale dal 1996, nell'Europeo giocato e perso in casa. C'erano ancora Robbie Fowler, Stuart Pearce e Paul Gascoigne. Vedete un po' voi.. psicologicamente, è un peso che ha una certa importanza.
La Francia, invece, potrebbe rappresentare una sorpresa positiva. La squadra è giovane, ha dei fuoriclasse. Chiaro, deve accumulare un po' d'esperienza, ma nel 2014 potrebbe essere accodata al gruppo delle favorite. I blues vengono da due fallimenti internazionali di dimensioni gigantesche: l'eliminazione sia all'Europeo del 2008 (1 punto, sconfitta con l'Italia), sia all'ultimo Mondiale (anche qui un punto, sconfitte con Messico e Sudafrica). Domenech ha lasciato una terra che più bruciata non si poteva. Qui è intervenuto il C.T. che ha fatto il miglior lavoro negli ultimi due anni: Laurent Blanc. Dopo gli anni di Bordeaux, era l'uomo giusto per ripartire nella costruzione di un gruppo decente. L'ha fatto, la squadra è di buon livello. Certo, competere per la vittoria finale pare un miraggio, ma il primo posto nel girone no. Vedremo se Ribery sarà ispirato anche all'Europeo.
Infine, la Svezia: guardando la squadra scelta per questa competizione, il livello non è male, sopratutto davanti. Apparte l'importanza capitale di capitan Ibrahimovic, avere un reparto avanzato che si completa con Toivonen, Elmander e Rosenberg non è male. La squadra ha 23 giocatori che potrebbero essere tutti titolari: questo è chiaramente un vantaggio per il C.T. Hamrén, che può puntare alla qualificazione. Ibra si scioglie in nazionale durante le competizioni internazionali, così come nel club, ma.. chissà. Magari la Svezia fa uno scherzetto. Almeno penso che possa farlo agli inventori del football.

Steven Gerrard, 32 anni: sarà ancora una volta capitano dei Tre Leoni.


PREVISIONE FINALE:
Seguendo un ipotetico tabellone e prendendo per buone le qualificate che ho ipotizzato, provo a formulare un nome per il vincitore finale del torneo. I quarti sarebbero questi (in grassetto le possibili vincenti per me):
Polonia - Olanda
Spagna - Svezia
Russia - Germania
Italia - Francia
Con queste semifinali:
Olanda - Spagna
Germania - Francia
Ed infine questa finale:
Olanda - Germania
Per cui, provo a pronosticare la Germania come vincitrice del titolo. Anche perché i tedeschi, dopo tutte queste delusioni, dovranno pur vincere qualcosa prima o poi. Non è che Loew possa fare collezione di secondi o terzi posti.

THE BREAKTHROUGH - I cinque che esploderanno con l'Europeo della vita
Ci sono alcuni casi di giocatori che fanno un Europeo da paura per poi scomparire. Un caso può essere quello di Milan Baros, che fa 5 gol nel 2004 e poi torna ad un livello normale di giocate. Oppure quello di Daniel Guiza, rivelazione dell'Europeo 2008 dopo i gol con il Maiorca, poi scomparso dalla scena internazionale. Naturalmente, auguriamo a questi giocatori di non fare la stessa fine, ma chissà. Il calcio, del resto, è fatto anche di meteore.
Si è dovuto chiaramente attingere alle squadre meno rappresentative, con un caso proveniente anche da una nazionale potenzialmente forte.
5. Aiden McGeady (26 anni, Irlanda - Spartak Mosca): il ragazzo, sotto il Trap, ha fatto ulteriori passi avanti. Scozzese di nascita, ma determinato a rappresentare l'Irlanda, il ragazzo cresce nel Celtic Glasgow, dove gioca per sei anni con buoni risultati, contribuendo ai successi della squadra. Poi passa al gelo russo, con lo Spartak che lo paga ben 11 milioni per avere il giocatore. Quest'anno ha contribuito al secondo posto della squadra di Mosca con 5 gol e 13 assist stagionali. Potrebbe essere l'anno del salto, con un Europeo ben fatto.
4. Pontus Wernbloom (25 anni, Svezia - CSKA Mosca): ci spostiamo di squadra, ma non da Mosca. Perché il CSKA, a Gennaio, come suo solito, mette il colpo di mercato sul tavolo della Russian Premier League: arriva Wernbloom, giocatore dell'AZ. Facente parte di quella straordinaria generazione di U-21 svedesi che arrivò alle semifinali del campionato europeo di categoria, giocato in casa nel 2009, Wernbloom è un ottimo centrocampista centrale, capace in fase d'impostazione e discreto in zona gol. A Marzo, segnò l'1-1 nella gara d'andata contro il Real Madrid, costringendo i blancos a tirare fuori il meglio nella gara di ritorno. Da guardare attentamente. Il CSKA, quando compra a Gennaio, tira fuori sempre ottimi giocatori.
3. Andriy Yarmolenko (22 anni, Ucraina - Dinamo Kiev): nato il 23 Ottobre del 1989, durante gli ultimi giorni dell'Unione Sovietica prima del crollo del muro di Berlino, Yarmolenko è cresciuto dal magnifico sistema giovanile della Dinamo Kiev, che ha prodotto tanti campioni negli ultimi 30 anni. Lui è uno degli ultimi gioielli rimasti, visto che la Dinamo non ne sta producendo più tanti campioni come prima. Seconda punta o esterno sinistro d'attacco, dotato di un magnifico sinistro, è esploso negli ultimi due anni, tanto da meritarsi l'appellativo di "nuovo Sheva". Anche Shevchenko stesso lo ha consigliato al Milan. Vedremo se tanto riguardo è appropriato per il gioiello di San Pietroburgo.
2. Mario Mandzukic (25 anni, Croazia - Wolfsburg): ero seriamente indeciso tra Jelavic e lui. Ma se il primo ha fatto il botto all'Everton e viene notevolmente pubblicizzato, non altrettanto avviene per il bomber di Slavonski Brod. Mandzukic si fa notare nel club della sua città, l'NK Marsonia, addirittura dalla Dinamo Zagabria, che nel 2007 lo compra per 1.3 mln. di euro, come sostituto del partente Eduardo Da Silva, destinato all'Arsenal. Vince tre campionati croati e fa ben 61 gol in 121 partite con la maglia dei suoi sogni. Dopo che il club rifiuta un'offerta da 12 mln. da parte del Werder Brema nell'estate del 2009, Mandzukic si trasferisce al Wolfsburg per 8 mln. l'estate successiva. E' un buon colpo: il croato non ci mette niente ad adattarsi al calcio tedesco e ad imporsi. Realizza 8 gol il primo anno, salvando il Wolfsburg dalla paura della retrocessione; questa stagione, invece, ne fa 11. Secondo me, con un buon Europeo, il salto è possibile.
1. Olivier Giroud (25 anni, Francia - Montpellier): vorrei poter dire che era un anno che avevo scommesso su questo giocatore, che l'avevo osservato attentamente e che pensavo che sarebbe esploso. Ma non ho prove web a sufficienza. Perciò mi limito a dire che sarà il suo Europeo. Senza se e senza ma. Il ragazzo è interessantissimo, quest'anno ha contribuito pesantemente al primo titolo conquistato dal Montpellier e lo ha fatto con ben 21 gol e 9 assist, dimostrando di essere anche un ottimo uomo-squadra. Parte dietro Benzema nelle gerarchie dei centravanti, ma anche nei 20 minuti che potrebbe avere, sarà in grado di farsi vedere.

Olivier Giroud, 25 anni: molto probabile la sua esplosione a quest'Europeo.


THE YOUNGSTERS - I cinque U-21 in vetrina
Chiaro che sarebbe facile mettere in vetrina gente come Balotelli, Reus, Gotze o Dzagoev, calciatori che hanno diverse presenze in nazionale maggiore e, sopratutto, hanno avuto la vetrina della Champions per farsi vedere. Parliamo di quelli meno citati e sopratutto ancora non così "pompati" dai media.
5. Jetro Willems (18 anni, Olanda - PSV Eindhoven): di speranze che giochi, ce ne sono pochissime. Purtroppo. Perché il giovane Willems pare un fenomeno: quest'anno ha collezionato la prima annata da titolare nel PSV, con 20 presenze ed un gol. Cresciuto calcisticamente nello Sparta Rotterdam, diventa importante nella formazione biancorossa di quest'anno, tanto da collezionare anche sei presenze in Europa League. Terzino sinistro, nelle gerarchie è dietro - in teoria - a Wilfred Bouma. Ma chissà che non lo rimpiazzi presto.
4. Luuk De Jong (21 anni, Olanda - Twente): la grande sfida di essere giovani, forti, ma nella nazionale sbagliata. Il calcio è pieno di queste storie negli anni ed il giovane De Jong non è esente da tale maledizione. Aver segnato 32 gol in 50 partite stagionali e non poter giocare da titolare nella tua nazionale. Succede quando sei olandese e davanti hai Van Persie e Huntelaar, che sono riusciti a far meglio in campionati più difficili. Ciò non toglie che il ragazzo sia estremamente valido e chi lo prenderà avrà fatto un affare.
3. Yann M'Vila (21 anni, Francia - Rennes): tanti sono i giovani francesi. Molti hanno avuto vetrine europee. Yann M'Vila no. Se ne parla da un po', ma non ha ancora disputato una competizione internazionale con la nazionale o una competizione continentale con il suo club, se non qualche match di Europa League con il suo Rennes. Ma non basta. Esplose giovanissimo, nel 2009/2010, ma Domenech preferì puntare sui senatori di lunga data. Invece, Laurent Blanc l'ha preso e lo ha fatto diventare un pezzo portante della sua nazionale: ora è il momento di ripagare questa fiducia. Centrocampista centrale di sicuro avvenire.
2. Christian Eriksen (20 anni, Danimarca - Ajax): qui il discorso è particolare. Di Eriksen qualcuno avrà sicuramente sentito parlare. E sì, ha giocato in Europa, sia in Champions League che in Europa League. Ma l'Ajax sta avendo grosse difficoltà in Europa e perciò emergere con il proprio club è terribilmente complicato. Tanto che è probabile che il giovane cambi casacca quest'estate: il problema è che ci vogliono molti "dindi". Cresciuto tra le giovanili dell'OB (club danese) e quelle della squadra di Amsterdam, ha debuttato nel 2010 sia con la maglia dei lancieri che con quella della nazionale. Con quest'ultima, è riuscito anche ad esserci durante l'ultimo Mondiale, esordendo in questa massima competizione intercontinentale durante il match contro la Danimarca. Martin Jol, allenatore dell'Ajax ai tempi dei suoi esordi, lo paragonò addirittura a Sneijder e Van Der Vaart, altri due talenti cresciuti con la maglia dei lancieri. Quest'anno ha chiuso con un bilancio di 8 gol e di 21 assist stagionali, spalmati in 44 partite. Tanti, forse troppi per la dimensione del calcio olandese. Perciò partirà. E chi lo comprerà, avrà acquistato almeno 15 anni di splendido calcio.
1. André Schurrle (21 anni, Germania - Bayer Leverkusen): lo so. Appare strano che, dopo l'elogio fatto nei confronti di Eriksen, metta Schurrle al primo posto tra i giovani più interessanti da guardare. Ma è la verità. Il talentino del Bayer è un giocatore semplicemente straordinario, che sarà capace - a mio modo di vedere - di diventare uno dei più talentuosi della storia del calcio tedesco. Più di Holtby. Di Gotze. Del mago Marco Reus. E sarà più forte di Podolski e Muller. Perché? Perché ha tutto. E' molto più completo di tutti quelli nominati. Ha il sacrificio di Podolski, la corsa di Muller, la magia di Reus, il dribbling chirurgico di Gotze, il genio di Holtby. Ha tutto e ce l'ha già. Chiunque lo volesse comprare, sa di avere già un grande campione a sua disposizione. E lo dimostrano anche i dati di quest'anno: il Bayer ha fatto una buona stagione, con un 5° posto in campionato e le partecipazioni a Champions League ed Europa League. In tutto questo, Schurrle è stato fondamentale: 8 gol in 39 partite, tanti assist. E' stato criticato perché è stato più impreciso rispetto all'anno passato, quando con il Mainz (squadra in cui è anche cresciuto) arrivò a 15 gol con 5 partite in meno. Ma il ragazzo dovrà aver pure qualche difetto, almeno all'età di 21 anni. Secondo me, è in grado di rubare il posto a Podolski e di diventare una colonna dei teutonici. Sarà un grande, segnatevelo.

André Schurrle, 21 anni, una delle giovani rivelazioni di questo futuro Europeo.

E adesso? Domani si parte, con Polonia-Grecia. Avete saputo tutto quello che dovevate sapere. Ora godetevi quest'Europeo e che vinca il migliore!

5.6.12

Holt On.

I campionati europei di maggior importanza hanno ormai raggiunto la fine da circa un mese. Delle tante storie che questa stagione ha avuto da raccontare, c'è n'è certamente una che mi ha incuriosito più di altre: quella di un cannoniere che non era mai arrivato a certi livelli e ha saputo comunque ripetersi, smentendo quello che si dice riguardo all'avere esperienza in un determinato campionato. Grant Holt è il protagonista di questa fantastica storia, che è stata probabilmente quanto di più vicino ad una favola che il calcio europeo ha saputo esprimere.

Grant Holt nasce a Carlisle il 12 Aprile del 1981 e non è un calciatore qualsiasi. Ricorda un po' Dario Hubner o Stefan Schwoch: calciatori che sono arrivati tardi alla massima serie, ma che hanno segnato caterve di gol nelle serie minori, diventando punti di riferimento ovunque sono andati. E anche Holt non è da meno: cresciuto nell'Halifax Town, sperava di tornare a giocare a casa, nel Carlisle United. Ma nell'estate del 2001 il club entro in amministrazione controllata e quindi fu costretto a rinunciare al suo concittadino: un colpo duro per Holt, appena tornato da un'esperienza estiva nel calcio di Singapore. Egli decide allora di trasferirsi a Barrow, dove si trova un lavoro part-time in una fattoria e comincia a giocare nella squadra della città, che milita nella Nothern Premier League, settimo livello della scala del calcio inglese. C'è molto da scalare, ma Holt non si scoraggia.
Il ragazzo reagice: fa 31 gol in 59 partite e si fa notare da club ben più grandi del Barrow: il più veloce è lo Sheffield Wednesday, per il quale effettua dei provini e li passa dopo tanti tentativi. Sembra una grande chance. Ma si rivelerà una delusione: in un anno e mezzo, una trentina di presenze (per lo più da subentrante) e solo tre gol. Holt decide così di scendere di categoria e ripartire dal Rochdale, dove esploderà senza alcun dubbio: dal 2004 al 2006, segna ben 42 gol in 83 partite, uno ogni due match e questo sarà - come conferma anche il diretto interessato - il passaggio più importante della sua carriera. Il salto di categoria, insomma.
Per poco meno di 400mila euro passa al Nottingham Forest nel Gennaio del 2006: un salto mica da poco, in un club che ha tanto di storico ed il cui presente parla di declino. Impelagato tra le difficoltà della League One (terzo livello del calcio inglese, strano per un club che ha vinto due Coppe dei Campioni), il Forest non arriva neanche ai play-off nonostante Holt, che ha un impatto a rilento sul gioco del Nottingham. I due anni successivi porteranno luci ed ombre: il 2006/2007 è condito da 18 gol e dal premio di Giocatore dell'Anno da parte dei tifosi, nonostante molta panchina; il 2007/2008 è una delusione piena, con i contrasti aperti con il tecnico Calderwood, che lo fa partire da ala in campo. La società rimane scottata a tal punto da prestarlo al Blackpool nella seconda parte della sua ultima stagione a Nottingham, ma non riesce ad incidere neanche con la maglia arancione dei Tangerines. Quando torna nell'estate del 2008, il Forest ha riconquistato la Championship dopo tanti tentativi e non vuole più sentir parlare di Holt.
Per lui, è la fine dell'esperienza con i Forresters: lo Shrewsbury Town, squadra allora di Football League Two (quarto livello del calcio inglese), infrange ogni record di spesa, pagandolo poco più di 200mila euro. Una spesa che appare folle per un giocatore che pare finito: non è affatto così. Il ragazzo che lavorava nella fattoria di Barrow trova una stagione che lo rimette in gioco per il salto: segna 20 gol e trova addirittura una cinquina in un match del Johnstone's Paint Trophy, un fac-simile della nostra Coppa Italia per le squadre di Lega Pro. Ma ciò che stupisce è ben altro: in una statistica rilasciata dal magazine "Four Four Two", Holt risulta il giocatore che ha percorso più distanza media in ogni partita, con 4.8 chilometri corsi in ogni match. Una statistica fantastica, che non fa altro che confermare la sua sete di sacrificio. Quella che metteva in quel di Barrow e che continua a mettere anche ora, a livelli più alti.
Ma lo Shrewsbury perde la semifinale dei playoff per la promozione e Holt allora ci riprova: stavolta è il Norwich City a pagare 500mila euro per averlo. I Canaries sono ripiombati in League One dopo una retrocessione inaspettata e la promozione è l'obiettivo stagionale; l'arrivo di Holt, unito a quello del manager Paul Lambert, è la chiave si svolta. La squadra si riprende e stravince il campionato, con ben 95 punti. Per Holt, è una stagione da ricordare, segnata dalle 24 marcature in campionato (30 in stagione), dal titolo di Giocatore dell'Anno da parte dei tifosi e dalla fascia di capitano che il manager Lambert gli consegna fin dal primo giorno di lavoro nell'Agosto del 2009.
Fatto il primo passo, il Norwich non si pone obiettivi l'anno successivo, così come Holt. Che fa capire che potrà cambiare la categoria, ma non le sue capacità realizzative: il numero 9 dei Canaries sfonda finalmente anche a livello superiore, realizzando 21 gol alla sua prima esperienza in Championship e dando l'impressione di essere un altro giocatore rispetto a quello visto a Nottingham. Ma sopratutto non finisce qui: il Norwich riesce nell'impresa del doppio salto, raggiungendo di nuovo la massima categoria del calcio inglese dopo sei anni.
Ai tifosi non pare vero. A Holt neanche. Ma tutto avviene velocemente: così, con la presenza in campo nella trasferta di Wigan, Holt realizza il record di aver giocato in tutte le quattro principali divisioni professionistiche d'Inghilterra. La cosa sorprendente è però come riesca ad imporsi anche in Premier League, nonostante un peso che appare eccessivo e dei movimenti non proprio aggraziati: parte da sostituto, ma pian piano si riconquista il posto da titolare. Il capitano segna 15 gol al suo primo anno di Prermier, a 30 anni suonati, e realizza marcature importanti, come quelle in casa contro il Manchester United e quelle a Stamford Bridge, a Anfield o all'Emirates Stadium. Infine, per il terzo anno consecutivo, è Giocatore dell'Anno secondo i tifosi.



Se uno volesse veramente capire che tipo di giocatore è Grant Holt, dovrebbe vedere un gol in particolare: quello segnato in trasferta contro l'Everton. In quell'occasione, avrebbe fatto innamorare un qualsiasi osservatore venuto a vederlo: controllo spalle alla porta, leggero dribbling per tenere il pallone, giro di 90° e sinistro sull'altro palo per beffare portiere e difensore sulla linea. Manuale del centravanti, pagina 3.



E adesso? Grant Holt ha fatto la stagione della vita, ma son tre anni che gli si dice così e lui probabilmente continuerà a fare gol. I tifosi lo amano, ma lui ha già presentato una richiesta di trasferimento al club, che è stata prima respinta, poi reiterata da parte del calciatore. Non sappiamo che fine farà il capitano dei Canaries: diciamo solo che, in Inghilterra, si è parlato fino all'ultimo dell'opportunità di portarlo agli Europei. Perciò, in ogni caso, non gli sarà difficile resistere nel calcio che conta.

Grant Holt, 31 anni, festeggia uno dei tanti stagionali realizzati con il Norwich.