28.12.12

ROAD TO JAPAN: Yoichiro Kakitani

Finisce un altro anno e così ci si può preparare ad affrontare il 2013 alla ricerca di talenti che possano fiorire dal Giappone: oggi, in "Road To Japan", vorrei parlare di quello che è stato uno dei giocatori più interessanti messosi in luce nel paese del Sol Levante durante il 2012. Ragazzo ribelle, ma piedi fatati.. e chissà che per lui non si aprano le porte dell'Europa nel prossimo mercato invernale. Il suo nome è Yoichiro Kakitani e gioca per il Cerezo Osaka, uno dei team che ha fornito più talenti da esportare negli ultimi anni (Kagawa, Inui e Kiyotake, tanto per citare qualcuno).


SCHEDA
Nome e cognome: Yoicihiro Kakitani (柿谷 曜一朗)
Data di nascita: 3 Gennaio 1990
Altezza: 1.77
Ruolo: Trequartista, centrocampista offensivo, seconda punta
Club: Cerezo Osaka (2006-2009, 2012-?)



STORIA
Nato proprio in quel di Osaka, Kakitani rappresenta uno di quei talenti fatti in casa: il ragazzo, infatti, fa parte del vivaio del Cerezo fin dall'età di quattro anni e firma il suo primo contratto da professionista a sedici, stabilendo un record per il club ed esordendo immediatamente con la maglia della sua squadra. Dopo aver frequentato i campi giovanili di Arsenal ed Inter, Kakitani cerca di proseguire la sua crescita, nonostante il Cerezo venga retrocesso in J-League 2. Negli anni passati nella seconda categoria giapponese, il ragazzo trova spazio, ma ha bisogno di maturare. Così, quando Inui e Kagawa trascinano il Cerezo e gli tolgono minutaggio, il giovane fa le bizze ed il tecnico Culpi decide di mandarlo in prestito altrove. E' lo stesso allenatore brasiliano ad affermare: "Yoichiro deve prendersi qualche responsabilità in più, la sua rivalità con Shinji (Kagawa, ndr) rischia di farlo maturare meno del previsto."
Mentre il Cerezo guadagna il ritorno in J-League, Kakitani viene prestato al Tokushima Vortis a metà del 2009. A Naruto, il ragazzo guadagnerà in termini di presenze sul campo e maturità: sotto la guida del tecnico Minobe, Kakitani guida il Tokushima ad un nono ed un ottavo posto. Nell'annata 2011, il talento in prestito dal Cerezo disputa una grande stagione, consentendo al Vortis di sfiorare la promozione in J-League ed indossando anche la fascia di capitano del club.
Tornato ad Osaka all'inizio di questa stagione, il 2012 è stato l'anno dell'esplosione di Kakitani: seppur il club abbia affrontato un'annata difficile, il prodotto del vivaio ha raggiunto la doppia cifra di reti e ha aiutato il Cerezo nei momenti più difficili. La salvezza è arrivata solo all'ultima giornata, ma almeno una parte di Osaka sa di poter contare su questo talento sempre più florido.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Kakitani, forse ancor più di Inui e Kiyotake, può essere definito come l'erede naturale di Shinji Kagawa. Sebbene i due si passino solo un anno d'età, calcisticamente il numero 13 del Cerezo può rappresentare la naturale prosecuzione del talento del Manchester United. La conclusione nei 20 metri finali è il suo pezzo forte, oltre ad un buona capacità di dribbling, che lo aiuta spesso nelle sue discese verso la metà campo avversaria. Forgiato dagli anni nella serie cadetta, egli è in grado di giocare da trequartista, attaccante esterno o ala in un 4-2-3-1. Inoltre, Kakitani ha finalmente affinato l'intesa con il gol: dopo anni passati in J2 senza neanche lontanamente raggiungere la doppia cifra in quanto a marcature, quest'anno il talento giapponese è riuscito nel suo intento, realizzando 17 reti stagionali. Insomma, un percorso di maturazione che pare destinato a continuare, in Giappone o chissà dove.

STATISTICHE
2006 - Cerezo Osaka: 1 presenza, 0 gol
2007 - Cerezo Osaka: 22 presenze, 2 gol*
2008 - Cerezo Osaka: 24 presenze, 0 gol*
2009 - Cerezo Osaka: 6 presenze, 2 gol*
2009 - Tokushima Vortis: 28 presenze, 4 gol*
2010 - Tokushima Vortis: 36 presenze, 4 gol*
2011 - Tokushima Vortis: 37 presenze, 6 gol*
2012 - Cerezo Osaka: 40 presenze, 17 gol
*in J-League 2

NAZIONALE
Nonostante non sia stato ancora convocato per la nazionale maggiore, il rapporto di Kakitani con le rappresentative giapponesi è di lungo corso. Nel 2006, il ragazzo venne convocato per il campionato asiatico U-17, che il Giappone vinse e di cui Kakitani fu nominato miglior giocatore. Con queste credenziali, il talento del Cerezo si presentò al Mondiale U-17 dell'anno successivo, dove segnò due reti (di cui una spettacolare contro la Francia). Nonostante l'eliminazione nel girone, l'eco delle sue imprese si fa sentire e così Kakitani viene chiamato anche per il campionato asiatico U-19 del 2008. Da quel momento in poi, il suo nome è sparito dal radar delle nazionali giapponesi; a sorpresa, non è stato chiamato per l'Olimpiade di Londra, nonostante il suo rendimento ed il fatto che fosse possibile convocarlo per questa manifestazione.

LA SQUADRA PER LUI
A differenza di altri giocatori trattati in precedenza in questo spazio, Kakitani ha ricevuto una sola offerta dall'Europa. Il Bochum lo vorrebbe: si parla della squadra che ha lanciato Takashi Inui in Europa, ma anche di un club che è in seconda divisione tedesca.. forse un livello troppo basso per il ragazzo. Si attendono migliori offerte; nel frattempo, mi piace pensarlo in Premier League o anche in Olanda, magari in una squadra importante, dove Kakitani possa mettersi in mostra. In un calcio aperto come quello arancione, chissà, il talento del Cerezo potrebbe veramente sfondare.



25.12.12

A corto di nemici.

La fine del mondo non è arrivata, ma forse - per il bene della Serie A - sarebbe stato meglio. Infatti, nel prepararsi alle vacanze natalizie ed alla fine (stavolta vera) del 2012, non si può fare a meno di notare che la Juventus conclude uno straordinario anno in testa. E lo fa con otto punti di vantaggio sulla prima inseguitrice, la Lazio di Petkovic. Non solo: lo fa con uno score impressionante di 44 punti, che la mettono al sicuro da sgradite sorprese e permetterà alla Juve di prepararsi al meglio per la Champions, un obiettivo che fa gola ai bianconeri. La Serie A 2012/2013 è già finita? Probabile. Le certezze non esistono nella vita, men che mai nel calcio: purtroppo, guardando la classifica, la sensazione è che solo i tifosi della Vecchia Signora avranno di che sognare da qui alla fine del campionato..

Luigi Delneri, 62 anni, nel 2010/2011 alla Juventus: solo un settimo posto per lui.

E pensare che, un anno e mezzo fa, tirava ben altra aria dalle parti di Torino: il post-Calciopoli era iniziato bene, con la squadra che era tornata in A sotto Deschamps e che aveva rivisto le piazze alte della massima serie sotto la guida di Claudio Ranieri. C'era stata anche qualche soddisfazione europea, come la vittoria a Madrid contro il Real. Tuttavia, è mancato quel "quid" per essere i migliori e così la Juve è piombata in due stagioni chiaroscure, che hanno raso al suolo tutte le certezze faticosamente ricostruite. Tre allenatori diversi (Ferrara, Zaccheroni e Delneri) non hanno portato nessun risultato, se non qualche effimera luce. I bianconeri, nonostante molti acquisti, hanno concluso nel 2010 e nel 2011 al settimo posto, rispettivamente a  27 e 24 punti dai campioni d'Italia; nel secondo caso, la Juventus finì fuori dalla zona delle coppe europee, come non le capitava dal 1991.
Insomma, la delusione più assoluta per chi sperava di tornare nella scala del calcio italiano. Fortunatamente per i bianconeri, il lavoro paga e così Marotta ha messo a segno il colpo più importante nell'estate del 2011, quando ha assunto Antonio Conte. L'ex capitano della Juventus, che aveva vinto due campionati cadetti a Bari e a Siena, presentava anche un fallimento a Bergamo in A. Ma l'a.d. della Vecchia Signora non si è fatto spaventare ed è stato ripagato da un'ottima stagione, conclusasi con la vittoria del campionato con una giornata d'anticipo; il "double" è stato sfiorato, ma ciò non toglie che la Juventus è stata in grado di rinascere grazie ad una molteplicità di fattori: Conte, l'assenza di impegni europei, la lunga rosa ed un gruppo coeso.
Non solo: il tecnico è stato capace di valorizzare i nuovi (Lichsteiner, Pirlo, Vidal e Vucinic) e, al tempo stesso, di rivalutare coloro che erano stati i principali colpevoli della passata stagione (Bonucci, Barzagli, Pepe ed un Buffon in rendimento calante). Certo, la gestione dell'ultimo anno di Del Piero è stata controversa e ci sono stati acquisti come Elia o Krasic lasciati al loro destino, ma poco importa ai tifosi juventini, che possono riabbracciare la vittoria dello scudetto dopo nove anni.
Nella nuova stagione, gli innesti di Asamoah e Giovinco si stanno rivelando utili alla causa bianconera, che può vantare uno score di 14 vittorie, due pareggi ed altrettante sconfitte. Nonostante l'imbattibilità persa, la Juve viaggia più veloce dell'anno scorso: tutto questo va attribuito ad un gioco ormai consolidato ed alla capacità di poter spaccare le partite con i tanti giocatori a disposizione.

Alessandro Del Piero, 39 anni, alza la coppa dello Scudetto nel maggio 2012.

Come detto, adesso la Juventus ha otto lunghezze di vantaggio sulla Lazio, nove sull'Inter e sulla Fiorentina, dieci sul Napoli, dodici sulla Roma; i punti accumulati rispetto al Milan sono addirittura 17. Inoltre, i bianconeri sono stati gli unici ad avere la leadership solitaria della classifica. Insomma, un dominio senza se e senza ma. La domanda è: campionato finito? La risposta potrà sembrare prematura, ma sembra essere "sì". La storia del calcio, tra cui anche quello italiano, è piena di rimonte subite: la stessa Juventus, con Conte capitano, perse uno scudetto a Perugia nel 2000 a favore della Lazio. Lo fece nonostante nove punti di vantaggio a sette giornate dalla fine; perciò, nulla è scontato.
Tuttavia, è innegabile come la Juve sia la squadra più forte dell'attuale Serie A: le inseguitrici - per un motivo o un altro - hanno tutte un problema. L'Inter manca di continuità e di gioco, il Napoli non è abbastanza cinico. La Roma di Zeman è imprevedibile, la Lazio è concreta, ma non ancora pronta per certi traguardi. Infine, la Fiorentina ha bisogno di tempo, mentre il Milan sta attraversando una fase di rinnovamento. Quindi, come ha detto Prandelli, l'anti-Juve è la Juventus stessa. Solo i bianconeri possono mancare il bis in campionato e nessuno può fermarli, se non loro stessi. Quale potrebbe essere un ostacolo? Non certo gli infortuni, dato la lunghezza della rosa; né il gioco, dato che è abbastanza efficace. L'unico intoppo potrebbe essere la Champions League: ho sempre pensato che i bianconeri - senza un top-player in attacco - non potessero andare oltre i quarti di finale. Per ora, sembra confermarsi tale ipotesi, visto che affronteranno il Celtic e dovrebbero avere la qualificazione a portata di mano. Tuttavia, come faranno a fronteggiare un Barcellona, un Manchester United o un Bayern con questa squadra? A mio modo di vedere, non sarebbe possibile.
Chiudo con una considerazione finale: questa Juve domina questa Serie A, ma lo deve anche all'abbassamento del livello-medio nel campionato italiano. Faccio un confronto con la Juventus che vinse l'ultimo scudetto pre-Calciopoli nel 2003: quella compagine, guidata da Lippi, aveva in attacco Del Piero, Trezeguet, Di Vaio, Salas e un efficace Zalayeta, più Nedved vicino alle punte. Tutt'altra storia: quella Juventus sfiorò la Champions, questa potrebbe al massimo giungere ai quarti di finale.. intanto, i bianconeri d'adesso sono a corto di nemici: che si annoino da qui a fine campionato?

Antonio Conte, 43 anni: pochi avversari per la sua Juve in Serie A.

19.12.12

L'egizio dominatore dell'area.

C'è un ragazzo, nella Serie A 2012/2013, che sembra il più fondamentale fra tutti. Non ha le capacità realizzative di Milito, non ha l'importanza di Cavani, non ha la fantasia di Jovetic. Veramente si pensava che non avesse tali qualità. Ma Stephan El Sharaawy è nato per stupire. Lo ha fatto già tante volte e, quando ne ha avuto l'opportunità, non si è tirato indietro nemmeno in uno dei più grandi club europei, come il Milan. Il fantasista sta facendo una stagione straordinaria e difficilmente ripetibile per un ragazzo di appena vent'anni. Insomma, il "faraone" incanta ogni domenica e adesso è indicato come uno dei fari della prossima nazionale azzurra. E pensare che, alle partenze di Ibrahimovic e Cassano, molti tifosi rossoneri avevano storto il naso..

Un 18enne El Shaarawy s'impone con la maglia del Padova nel 2010/2011.

Stephan El Shaarawy nasce a Savona, storico feudo del tifo genoano, il 27 ottobre del 1992. Il ragazzo, di chiare origini egiziane, cresce nel settore giovanile rossoblu, dove milita per quattro anni; con esso, l'esterno offensivo vince una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana ed un campionato Primavera tra il 2009 ed il 2010. Insomma, ottiene tutto ciò che si può avere a livello giovanile; inoltre, esordisce con il Genoa in Serie A, a Verona, nel dicembre del 2008, diventando il più giovane esordiente del club rossoblu. Con questo biglietto da visita, il fantasista viene girato al Padova in prestito: in Serie B, El Shaarawy è il giovane più promettente ed è decisivo per la conquista dei play-off da parte dei patavini. Nonostante i soli 18 anni, i suoi nove gol in 30 presenze attirano le attenzioni del Milan. Neanche il tempo di tornare a Genova ed il ragazzo viene prelevato dai rossoneri: il prezzo della sua compartecipazione è di sette milioni di euro più la metà di Merkel.
Purtroppo, di fronte a lui ci sono Ibrahimovic, Cassano, Pato, Robinho e Inzaghi; lo spazio per giocare non è moltissimo. Ciò nonostante, il ragazzo colleziona ben 28 presenze e quattro reti, esordendo anche in Champions League. Un buon bilancio per il 19enne, che infatti viene riscattato per intero dai rossoneri. Non solo: il Milan gli allunga il contratto fino al giugno del 2017. Comunque, l'ex Genoa sembra essere destinato al prestito nella scorsa estate: un modo per farlo maturare, per crescere. Invece, a Milanello accade l'incredibile: Ibrahimovic vola a Parigi per una cifra imbarazzante, così grande che il Milan non può rifiutarla. Allo stesso modo, Cassano passa all'Inter per contrasti con Galliani. Mettiamoci gli infortuni di Pato e lo scarso rendimento di Robinho e così, per il "faraone", si aprono le porte della formazione titolare.
I tifosi sono arrabbiati e credono che il Milan non possa farcela senza coloro che hanno firmato le imprese degli ultimi anni. Ma non sanno che stanno per scoprire di avere un diamante in casa. Infatti, El Shaarawy sta tirando fuori una stagione impressionante: sempre presente nelle 23 partite tra Champions e Serie A, l'italo-egiziano ha realizzato 16 gol e fatto quattro assist. Un rendimento impressionante, premiato con le convocazioni in nazionale da parte di Prandelli; chiaramente, non poteva mancare anche la rete d'esordio con la maglia azzurra, realizzata in amichevole contro la Francia.

E' arrivato anche il primo gol con la nazionale, contro la Francia in amichevole.

Ma è tutto oro quel che luccica? Quanto il ragazzo è effettivamente forte? Sopratutto, quanto merito ha il Milan nel suo successo? Cerchiamo di capirci qualcosa. El Shaarawy è un ottimo giocatore ed è destinato ad  essere uno dei più grandi calciatori italiani nel prossimo decennio. Lo dice la sua storia, che racconta di gol e prestazioni decisive: se si vuole essere un top-player, questo punto è fondamentale. Infatti, l'attaccante è esploso nella Primavera del Genoa, è stato fondamentale per il Padova e sta risultando importante anche nel rinnovamento del Milan. Non neghiamo che ai rossoneri servisse un leader così, seppur di giovane età.
Per quanto riguarda il Milan, si può parlare di programmazione o di fortuna? Sarebbe più giusto citare entrambi: i rossoneri sono stati bravi a prenderlo quando era rientrato da Padova e a pagarlo una cifra che - all'epoca - sembrava eccessiva. A ben vedere, quei 15 milioni spesi per le due metà di El Shaarawy stanno fruttando parecchio. Tuttavia, sarebbe sbagliato non citare anche i colpi di scena riguardanti Ibrahimovic e Cassano: quale tifoso del Milan li avrebbe ceduti per far crescere il giovane talento rossonero? Diciamoci la verità: neanche uno, sopratutto vedendo che i successi milanisti degli ultimi anni sono dipesi sopratutto da questi due giocatori. Eppure, i due sono andati via ed allora la società ed Allegri hanno deciso di puntare su El Shaarawy, risparmiando anche qualcosa d'ingaggio. A ben vedere, è stata una scelta azzeccata.
La domanda più grande è: dove può arrivare El Shaarawy? A giudicare dalla forma attuale e dalla resistenza fisico-atletica, verrebbe da dire "ovunque". Io non penso che possa arrivare ai livelli di Messi, Cristiano Ronaldo o Falcao, ma sono pronto ad essere smentito nei prossimi anni. Inoltre, il livellamento della Serie A verso il basso ha aiutato ad evidenziare l'exploit di questo giovane calciatore; forse, qualche anno fa, quest'esplosione non sarebbe apparsa così lampante.
Insomma, a luglio dicevo di come i giovani potessero rilanciare l'Italia (discorso che non vale solo nel calcio..); a distanza di mesi, il capocannoniere della Serie A è un ragazzo di 20 anni, che aveva solo bisogno di una chance. Inoltre, è figlio di un egiziano, segno di come il multiculturalismo italiano produce novità positive per questo paese, non solo nel mondo del pallone. Adesso Stephan punta i prossimi impegni: tra il Milan e la Confederations Cup del prossimo giugno, a cui l'Italia parteciperà, il "faraone" rischia di fare il botto. Che "l'egizio dominatore dell'area" possa essere il simbolo della rinascita italiana nel calcio?

Stephan El Shaarawy, 20 anni: il futuro italiano passa dai suoi piedi?

15.12.12

UNDER THE SPOTLIGHT: Burak Yilmaz

Con il termine del 2012, si parla molto della predizione Maya e della possibile (?) catastrofe che si abbatterà sulla Terra. Bene, fermo restando che difficilmente si può trovare una parola veritiera in tale previsione, "we saved the best for last". Come dicono gli americani, ci siamo tenuti il meglio per ultimo. Un attaccante da "fine del mondo" (per restare in tema). E quale miglior talento potrebbe essere al centro della rubrica "Under The Spotlight" se non il capocannoniere della Champions League 2012/2013? Probabilmente nessuno. Oggi parlerò di un talento. Di quelli veri, che probabilmente si scoprono ogni dieci anni e che non sempre vengono riconosciuti come tali. Parlerò di Burak Yilmaz, centravanti del Galatasaray e della nazionale turca.

SCHEDA
Nome e cognome: Burak Yilmaz
Data di nascita: 15 luglio 1985
Altezza: 1.88
Ruolo: Prima punta, seconda punta
Club: Galatasaray (2012-?)


STORIA
Nato nel 1985 a Antalya, Yilmaz esordisce nella 2. Lig (seconda serie turca) con la squadra della sua città, l'Antalyaspor. Nei quattro anni passati con il club, Yilmaz contribuisce alla risalita in Super Lig nel 2006, quando segna nove gol nella seconda parte di stagione. I giganti del calcio turco guardano a Yilmaz e ne approfitta il Beşiktaş. Il 21enne Yilmaz gioca parecchio, ma segna poco, subendo il salto di categoria. Se nella prima stagione con i "kara kartallar" ci si può accontentare, la seconda continua sulla stessa falsariga; il club non può più attendere e vende il giocatore al Manisaspor, nell'affare che porta Hološko a Istanbul. E' la mossa giusta per rilanciarsi: finalmente Yilmaz sembra esplodere, realizzando nove gol in 16 match.
Arriva così un'altra grande occasione, stavolta con il Fenerbahçe: a differenza dell'immagine di "giovane promessa" che trasmetteva in precedenza, ora Yilmaz è un giocatore affermato. Purtroppo non rende come tale ed il 2008/2009 è una totale delusione: 16 presenze, zero gol.
Così, l'attaccante ricomincia di nuovo. Ad accoglierlo, questa volta, è l'Eskişehirspor, che lo prende in prestito per una stagione. Ma due gol in sei mesi non fanno sperare. Tuttavia, c'è ancora una speranza, rispondente al nome di Senol Gunes. Infatti, l'allenatore del terzo posto turco al Mondiale del 2002 è - otto anni dopo - il nuovo tecnico del Trabzonspor, che sta pian piano scalando le gerarchie del calcio nazionale.
Burak Yilmaz viene acquistato dal club e Gunes lo mette al centro del suo progetto tattico. Se i primi sei mesi sono d'ambientamento, nell'annata successiva l'attaccante si mostra a tutta la Turchia: 19 gol nel 2010/2011 valgono la partecipazione alla Champions per il Trabzonspor. Infatti, il club perde il titolo per gli scontri diretti con i rivali del Fenerbahçe, sebbene poi verrà revocato a quest'ultimo per lo scandalo turco sulla corruzione degli arbitri.
Intanto, Yilmaz fa meglio nel 2011/2012: il suo club giunge solamente terzo in Super Lig, ma il turco esordisce in Champions League e realizza 35 gol stagionali. Un record per il Trabzonspor ed una grande soddisfazione per l'attaccante, che in estate diventa ricercato da parecchi club. Alla fine, il Galatasaray lo prende per cinque milioni di euro. Ciò che ha stupito, invece, è stato l'ingaggio: 2,3 milioni di euro con un bonus di 20mila euro a presenza. Un trasferimento che vale, comunque, tutti gli euro spesi finora: infatti, Burak Yilmaz ha segnato già 15 gol stagionali, di cui sei in Champions. Grazie a queste marcature, è capocannoniere della massima competizione europea, al pari di Cristiano Ronaldo (ma con una media-gol migliore). Infine, giocando per i giallorossi di Istanbul, è diventato il primo giocatore a prender parte alla Champions con le maglie dei quattro giganti del calcio turco.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Pensi agli attaccanti turchi ed il pensiero corre a Hakan Sukur. Il centravanti di mille battaglie, disputate sopratutto con la maglia del Galatasaray, è stato il più grande avanti della storia turca. Egli poté anche sperimentare campionati differenti, ma le esperienze con Torino, Inter, Parma e Blackburn hanno portato più ombre che luci. Con quei club, Hakan Sukur ha segnato pochi gol e deluso molto. Facile quindi pensare a Burak Yilmaz e dire che il fallimento sarebbe lo stesso.
Forse, invece, non c'è niente di più sbagliato: Sukur era un centravanti d'area e andava servito perché segnasse molto. Yilmaz, invece, è un attaccante diverso: svaria fuori area, si va a cercare il pallone, lotta su ogni possesso. Insomma, un giocatore moderno, non statico ma cattivo e pronto alla battaglia. Inoltre, negli ultimi 16 metri, l'attaccante del Galatasaray si è perfezionato: da qualche anno segna con continuità e mette a soqquadro molte difese avversarie. Anche in Champions League se ne sono accorti: infatti, Burak Yilmaz ha segnato contro tutte e tre le squadre affrontate nel girone eliminatorio. La sua capacità di liberarsi in area, da centravanti puro, lo rende un pericolo pubblico. Destro, sinistro, di testa: per lui non fa differenza, è in grado di segnare in tutti i modi.

STATISTICHE
2002/2003 - Antalyaspor: 4 presenze, 0 reti
2003/2004 - Antalyaspor: 14 presenze, 0 reti
2004/2005 - Antalyaspor: 31 presenze, 9 reti
2005/2006 - Antalyaspor: 24 presenze, 9 reti
2006/2007 - Beşiktaş: 43 presenze, 6 reti
2007/2008 (ago.-gen.) - Beşiktaş: 12 presenze, 1 rete
2007/2008 (gen.-mag.) - Manisaspor: 18 presenze, 9 reti
2008/2009 - Fenerbahçe: 16 presenze, 0 reti
2009/2010 (ago.-feb.) - Eskişehirspor: 17 presenze, 2 reti
2009/2010 (feb.-giu.) - Trabzonspor: 14 presenze, 3 reti
2010/2011 - Trabzonspor: 36 presenze, 20 reti
2011/2012 - Trabzonspor: 43 presenze, 35 reti
2012/2013 (in corso) - Galatasaray: 19 presenze, 15 reti

NAZIONALE
Burak Yilmaz è uno dei pilastri della nazionale turca, sebbene abbia fatto molta fatica ad entrarvi. Gioca la sua prima partita per la Turchia nel 2006: a 21 anni, il suo destino naturale sembra quello di sostituire Hakan Sukur. Ma Yilmaz si perde negli anni, come già raccontato in precedenza. Le quattro presenze del 2006 vengono abbandonate a se stesse e ci vogliono altri quattro anni prima che l'attaccante possa tornare in nazionale: è il 2010 e Burak ha appena ricominciato a segnare con continuità al Trabzonspor. Grazie alle reti segnate con il club di Trabzon, Yilmaz riguadagna stabilmente la convocazione. Nel 2011 e nel 2012, il talentuoso giocatore del Galatasaray realizza tre gol per ogni annata e così diventa una chiamata fissa da parte del C.T. Avci. Il commissario tecnico della precedente gestione, un certo Guus Hiddink, lo ha definito un "attaccante moderno". Insomma, il destino di Burak Yilmaz è quello di trascinare una formazione piena di talento, ma molto discontinua come la Turchia. Chissà se lo vedremo ai Mondiali..

LA SQUADRA PER LUI
Un bomber del genere farebbe comodo a chiunque. In un calcio senza più difese arcigne, Yilmaz ha probabilmente la possibilità di segnare in qualunque realtà. La più funzionale sarebbe quella tedesca, la più curiosa quella spagnola. Forse anche in Italia potrebbe avere un futuro: la Fiorentina aveva un bisogno disperato di un centravanti in estate. Anche solo immaginare Yilmaz con Jovetic è fantastico, figuriamoci vederli in campo insieme. Tuttavia, visto il suo ingaggio, sarà difficile immaginarlo in Italia nei prossimi anni.



12.12.12

86 sfumature di blaugrana.

Minuto 25 di Betis-Barcellona: Messi favorisce l'inserimento di Iniesta nell'area avversaria, scarico dietro per l'argentino ed il "diez" blaugrana infila il 2-0. Da quel momento in poi, la partita in sé non ha contato molto se non per Vilanova, contento della 14esima vittoria su 15 nella Liga 2012/2013. Argomento d'attualità, da quel momento in poi, è il gol numero 86 dell'asso argentino; grazie a quella marcatura, Messi supera così il record di realizzazioni in un anno solare, battendo le 85 reti segnate da Gerd Müller nel 1972.
Statistiche pure a parte, può questo dato insegnarci che siamo di fronte al miglior giocatore al mondo o ci toccherà aspettare ancora per innalzarlo al titolo di "asso inarrivabile della storia del calcio"?

Gerd Müller, 67 anni, ex-detentore del record di gol in un anno solare: 85 nel 1972.

Lionel Messi, 25enne di Rosario, è un ragazzo semplice. Così semplice che, appena dopo la gara, ha subito pensato alla vittoria di squadra piuttosto che al record abbattuto. Insomma, un uomo di squadra, che non si prende i propri meriti neanche quando ne avrebbe tutto il diritto. E tutto ciò nonostante personaggi come Eto'o e lo stesso Gerd Müller lo applaudissero per l'impresa appena compiuta. Un grande, sotto tutti gli aspetti. C'è chi subito ha puntato un dito su un particolare: il tedesco arrivò a tale record giocando meno partite. Se da una parte gli va riconosciuto questo, dall'altra si può anche affermare come Messi si sia dimostrato un mostro non solo dal punto di vista tecnico, ma anche sul profilo atletico: l'argentino, infatti, ha giocato tutti i match ufficiali disputati dal Barcellona nel 2012. Inoltre, per ritrovare l'ultimo infortunio serio per Messi, bisogna tornare al settembre di due anni fa, quando rimase fuori per 10 giorni. Insomma, un fenomeno di salute oltre che di classe. Aggiungo un ultimo dato: non è detto che l'argentino si fermi qui, dato che ha a disposizione ancora tre partite. Realisticamente viene da escludere la gara di stasera di Copa del Rey contro il Cordoba (probabilmente lascerà spazio ai giovani), ma ci sono ancora due match di Liga: la trasferta sul campo del Valladolid e la partita in casa contro l'Atletico Madrid, squadra da sempre vittima dei migliori giorni del numero 10 blaugrana.
Tuttavia, è giusto analizzare la situazione con la corretta obiettività. Molti osservano come Gerd Müller non giocasse nel Barcellona di oggi, una delle squadre più forte di tutti i tempi; lo dimostra come il passaggio da Guardiola a Vilanova non abbia influito, anzi.. i blaugrana hanno vinto 21 delle 25 gare disputate sinora in stagione ed in Liga non hanno ancora perso. E' opportuno, però, non dimenticare come il Bayern Monaco di Müller  negli anni '70, fu la squadra che dominò il calcio europeo insieme all'Ajax di Cruyff. Così come, del resto, i "lancieri" ed i bavaresi fornirono la maggior parte dei giocatori che permisero rispettivamente all'Olanda ed alla Germania di arrivare fino alla finale del Mondiale 1974. In fondo, in quel Bayern c'erano - oltre a Gerd Müller - Beckenbauer, Breitner, Maier, Hoeness, Rumenigge ed altri: tutti elementi che permisero alla nazionale tedesca di vincere due Europei ed il Mondiale casalingo tra il 1972 ed il 1976, più tre Champions consecutive con i bavaresi. Quindi si può trovare una sorta di parallelismo con il fenomeno Barca e gli ultimi successi spagnoli; in fondo, non è anche grazie agli Xavi, agli Iniesta ed ai Piquè che gli iberici hanno conquistato gli ultimi due Europei ed il Mondiale sudafricano?

Lionel Messi, 25 anni, esulta dopo il gol numero 86 nel 2012: è un nuovo record.

Adesso si è scatenato anche il dibattito sull'assegnazione del prossimo Pallone d'Oro. Si sa come Messi, Cristiano Ronaldo ed Iniesta siano candidati alla vittoria finale, dopo essere stati scelti nella lista dei 23 migliori giocatori secondo la FIFA. C'è chi, come José Mourinho, insinua che la gara si già decisa e che l'argentino trionferà per la quarta volta, sebbene per il portoghese il suo Cristiano Ronaldo lo meriti, dopo il trionfo in Liga con il Real Madrid. Premesso che non c'è dubbio sul migliore apporto di CR7 rispetto agli altri anni (lo si è visto anche all'Europeo), viene comunque da chiedersi come possano passare inosservati 86 gol in un anno solare da parte di un unico giocatore. Ci sono squadre che non segnano così tante reti in due stagioni intere.. insomma, l'esito pare segnato. Purtroppo, secondo me, questo deriva da un errato criterio per l'assegnazione di questo riconoscimento: infatti, pur vedendo le vittorie di squadra, bisognerebbe conferire questo trofeo a chi è riuscito ad incidere di più nonostante un contesto difficile in cui vincere. La mente corre subito a Didier Drogba o a Radamel Falcao, gente che forse quest'anno avrebbe meritato almeno un posto nei primi tre. Sopratutto il colombiano, dopo aver vinto l'ennesima Europa League e distrutto il Chelsea da solo in Supercoppa Europea, meritava un pelino di considerazione in più.
Detto del discusso riconoscimento, non resta che chiederci: abbiamo veramente di fronte a noi il giocatore più forte della storia del calcio? Difficile da dire. Forse è anche troppo presto. Messi ha 25 anni, nonostante abbia già conquistato più di quanto riesca a certi calciatori nelle loro intere carriere. Però, un posto nella memoria di generazioni differenti non si conquista in cinque-sei anni di livelli superlativi. In questo caso, aiuta l'esempio di Ronaldo: il brasiliano è stato il giocatore più forte che si sia visto negli ultimi vent'anni, ma lo è stato per quanto? Quasi per lo stesso tempo da cui Messi si sta distinguendo: sette-otto anni a livelli altissimi, sopratutto nel Barca e nel primo anno all'Inter, con gli infortuni a limitare il suo enorme talento. Ronaldo si è poi ripreso e ha contributo alla vittoria del Mondiale del 2002, in cui ha trionfato quasi da solo, nonostante il Brasile di Scolari fosse una squadra interessante. Due palloni d'Oro, due Coppe del Mondo vinte e tanti gol; poi, però, il brasiliano si è cancellato tra chili acquisiti, tante disavventure e un ruolino di marcia in calare all'alba dei trent'anni. Il ritorno al Milan ed il conseguente girovagare in Brasile non ci ha più restituito il giocatore di una volta. Ecco: questo è il pericolo maggiore che corre Messi. Essere una straordinaria stella, che però non dura dieci-quindici anni, ma che si fermi qui.
Sappiamo come l'argentino sia ben diverso un fenomeno di tipo diverso rispetto a Ronaldo, ma il pericolo c'è. Quindi, si potrà parlare di Messi come un "re del calcio" tra un po'. Aspettiamo il Mondiale russo del 2018: se per allora, l'argentino - a quel punto 31enne - avrà scalfito altri record e deliziato i nostri occhi con le sue giocate, non ci saranno più dubbi. Per ora è "solo" un mostro dalle 86 sfumature di blaugrana.

Messi qui con il Pallone d'Oro 2011: in arrivo il quarto per lui?

8.12.12

WITNESSING TO CHAMPIONS: 2012 Edition

L'anno solare 2012 sta per finire e ho trovato la maniera di inaugurare un'altra rubrica che sarà una "hit-natalizia" di questo blog. Questo spazio si chiama "Witnessing to champions" ed è un modo di ricordare i campioni che si sono ritirati durante quest'anno, che lasciano il calcio ed i loro tifosi con un po' di ricordi, per tutto quello che hanno saputo dare. Parlerò di cinque giocatori che si sono ritirati nel 2012: quattro sono campioni affermati, mentre uno rappresenterà una storia particolare, di cui magari qualcuno ha perso anche la vicenda. E' stato un anno difficile: se ne vanno quattro fenomeni del pallone. Si ritira anche un giocatore che poteva essere la nuova stella della difesa della nazionale inglese e, invece, finisce la carriera con tanti rimpianti. Da notare una cosa: cliccando sul nome del giocatore, troverete un video con tutte le sue prodezze in carriera.
  • Filippo Inzaghi (attaccante, Milan | Piacenza, 9 agosto 1973 | Piacenza, Leffe, Verona, Parma, Atalanta, Juventus, Milan)
Difficile dire qualcosa su "Pippo" Inzaghi, uno dei più grandi bomber che il calcio italiano abbia mai conosciuto. Poca tecnica che veniva compensata da una voglia e da un fiuto in area di rigore ineguagliabili. Ha iniziato in quel di Piacenza, ha finito con un gol a Novara a San Siro, davanti alla curva dei tifosi milanisti; in mezzo, tanti trofei. Il bilancio personale di Inzaghi è di 288 gol tra i professionisti (205 in A) e di 28 in nazionale. Nel suo palmarès c'è di tutto: tre scudetti, tre Supercoppe Italiane ed una Coppa Italia, più due Champions, due Supercoppe Europee ed una Coppa del Mondo per club. Aggiungiamoci anche i trionfi in nazionale: un campionato U-21 nel 1994 e la Coppa del Mondo vinta in Germania nel 2006. Insomma, una carriera che l'ha visto sempre protagonista. Il suo marchio è rimasto sopratutto in Europa, dove Inzaghi - ad oggi - è secondo nella classifica di marcature nelle competizioni continentali con 70 gol, dietro Raul. Inoltre, è finora l'unico giocatore ad aver segnato in tutte le competizioni UEFA per club, compresa la vecchia Coppa delle Coppe. Semplicemente inimitabile. Chissà se si ripeterà nella sua nuova carriera, dato che adesso allena gli Allievi Nazionali del Milan.


  • Ruud Van Nistelrooy (attaccante, Malaga | Oss, 1 luglio 1976 | Den Bosch, Heerenveen, PSV Eindhoven, Manchester United, Real Madrid, Amburgo, Malaga)
Un uomo, prima ancora che un campione, amato da tutti. Un centravanti, anzi "il" centravanti, poiché ne incarnava il fisico ed i gol fantastici. I suoi tempi al Manchester United vengono celebrati come i migliori, al Real è stato decisivo per la conquista di una Liga. Con la nazionale ha fatto poco, ma forse "Van The Man" ha vinto meno di quanto meritasse. Quel che ha perso in trofei, l'ha guadagnato in rispetto ed ammirazione. La rottura dei legamenti crociati nell'estate del 2000 sembrava la fine, nonostante avesse appena firmato per la squadra di Sir Alex Ferguson. Niente di più sbagliato: Ruud si è rialzato e ha segnato ovunque è stato. 11 trofei nazionali tra Olanda, Spagna ed Inghilterra, capocannoniere in tutti e tre i paesi citati. Un solo peccato: non ha vinto niente in Europa, nonostante sia stato "top-scorer" in Champions in tre edizioni. L'IFFHS, istituto di storia e statistica sul calcio, lo ha nominato miglior attaccante del decennio 2001-2011: una consolazione per l'unico erede mai esistito dello straordinario Marco Van Basten. Danke, Ruud: 346 gol in carriera basteranno per ricordarti.


  • Andriy Shevchenko (attaccante, Dinamo Kiev | Dvirkivščyna, 29 settembre 1976 | Dinamo Kiev, Milan, Chelsea)
L'Ucraina, fino all'inizio degli anni '90, non significava nulla dal punto di vista calcistico. Poi due uomini l'hanno resa famosa: il "colonnello" Valeri Lobanovski e Andriy Shevchenko. Il primo fu il maestro del secondo e l'attaccante esplose sopratutto grazie alla guida del tecnico della Dinamo. Attaccante completo come pochi, in grado di calciare i piazzati, Shevchenko ha rappresentato l'idolo di milioni di tifosi. Difficile dire se il meglio l'abbia dato nella Dinamo Kiev, quando trascinò gli ucraini ad un passo dalla finale di Champions, o con il Milan, dove ha vinto quasi tutto. Pallone d'Oro nel 2004, "Sheva" ha segnato poco più di 400 gol in carriera; è un simbolo della sua nazionale, con la quale ha disputato anche un Mondiale ed un Europeo. Insomma, in quanto a trofei e soddisfazioni, nessun rimpianto. Qualche cruccio rimane agli addetti ai lavori, visto che Shevchenko ha giocato a livelli spaziali fino a che non è partito da Milano, direzione Chelsea. Da lì in poi, in tre anni, appena 24 reti e la sensazione di aver lasciato qualche anno da top-player per strada. Rimarrà per sempre quello del rigore di Manchester, nella vittoria della Champions del 2003 da parte del Milan.


  • Michael Ballack (centrocampista, Bayer Leverkusen | Görlitz, 9 marzo 1975 | Chenmitzer FC, Kaiserslautern, Bayer Leverkusen, Bayern Monaco, Chelsea)
Giocatore che definire moderno è dir poco. Avete presente quando si dice di uno che "sa fare tutto"? Ecco, Ballack sapeva fare tutto. Era forte, potente, preciso, risoluto, aveva personalità ed un gran destro. Peccato che la sua carriera non sia stata esattamente quella che uno come lui avrebbe meritato. Capitano della Germania dal 2004, è arrivato a due finali con i teutonici (Mondiale 2002 ed Euro 2008) senza però vincere; così come raggiunse due terzi posti nel Mondiale e nella Confederations Cup casalinga. Insomma, qualcosa manca: ancor più se guardiamo l'inizio della sua carriera. Ballack vinse la Bundesliga con il Kaiserslautern neo-promosso nel 1998, ma ha fatto anche parte di quel Bayer "Neverkusen" che perse tre titoli sul filo di lana nel 2002. Al Bayern, poi, è stato accusato di non essere decisivo. Il cruccio finale è stato il brutto rapporto con il C.T. tedesco Loew: infortunato prima del Mondiale sudafricano, Ballack fu costretto a rinunciare ad un posto nei 23 della Germania. Sappiamo come è andata: i teutonici fanno un figurone con i giovani e Ballack non è più necessario. Tuttavia, il giocatore del Chelsea non si vuole ritirare e così parte un contenzioso morale con la DFB. La federazione gli offre due partite per raggiungere quota 100 in nazionale: Ballack lo vede come un insulto e la sua storia con la Germania finisce qui. Gli ultimi due anni con il Bayer sono stati pieni di infortuni ed incomprensioni, ma nessuno dimenticherà la figura del panzer di Görlitz.


  • Ledley King (difensore, Tottenham Hotspurs | Bow, 12 ottobre 1980 | Tottenham Hotspurs)
Finora ho citato quattro campioni dell'ultimo decennio. Qui, invece, parlo di un giocatore che avrebbe potuto esserlo e che, invece, ha dovuto rinunciare al suo sogno per gli infortuni. Infatti, Ledley King ha annunciato il suo ritiro nel luglio del 2012, a causa dei continui problemi fisici. Un peccato per chi, come lui, era destinato alla grandezza: c'è chi lo ha paragonato a Bobby Moore. Thierry Henry si sbilanciò e disse che era stato l'avversario più tosto di sempre da affrontare, nonostante il centrale inglese abbia ricevuto solo otto gialli nella sua sfortunata carriera. Mica male per chi, in 16 anni di militanza Tottenham, ha avuto più sconfitte che vittorie, più dolori che gioie. Capitano degli Spurs dal 2005, King ha giocato anche per la nazionale dei "Tre Leoni", ma ha spesso dovuto lasciar spazio a chi era più fisicamente sano di lui. Insomma, grandissimi rimpianti per quello che adesso sarà uno degli ambasciatori del Tottenham nel mondo. E che probabilmente rimarrà uno dei più grandi incompiuti di questo gioco, sebbene il peso di questa sconfitta non appartenga a lui.. bensì al destino. Il suo palmarès vede solo una League Cup nel 2008. Ma forse King ha avuto quel che molti non avranno, come consolazione: l'amore dei tifosi degli Spurs, che - come la sua statua a Mile End Park - rimarrà sempre vivo.


5.12.12

La contro-riforma del calcio.

Si chiacchera, si discute, si parla, ma la soluzione non si trova. La situazione del calcio italiano è pessima, ma quella del panorama europeo non è certo migliore. Insomma, il pallone si trova ad una sorta di "anno zero", ma uscirne sembra quasi un gioco senza fine. Tra la legge sugli stadi ferma in Parlamento da diversi anni e Platini che parla di abolizione dell'Europa League, le cose vanno male. Ed il futuro di questo splendido gioco pare compromesso solo a sentire certe dichiarazioni o a vedere determinati scenari.

I tifosi del Cagliari a "Is Arenas": come molti, chiedono un nuovo stadio.

Partiamo da quel che è di attualità in casa italiana. Per citare un po' di proverbi romani, gli stadi di proprietà sembrano essere la famosa "Sora Camilla: tutti li vogliono, ma nessuno se li piglia." Limpido il caso del Cagliari, che - in attesa dell'autorizzazione del Comune sardo - cerca di sopravvivere nell'impianto di Quartu, chiamato "Is Arenas". Scendendo di categoria, lo sguardo diventa tragico: ogni anno, chi sale dalla Lega Pro, deve ridefinire le strutture dello stadio. Basti guardare il caso della Virtus Lanciano, che ha giocato a Pescara per un mese e mezzo prima di poter finalmente giocare nel proprio impianto. O quello del Portogruaro un paio d'anni addietro, costretto a giocare a Udine per diversi mesi.
Insomma, non il massimo: le quote degli spettatori sono calate del 21% negli ultimi dodici anni e l'età-media degli spettatori è salita fino a 61 anni; inoltre, il nostro diretto competitore nel ranking europeo, la Germania, ha fatto un balzo notevole nelle presenze agli stadi. Le prospettive sono grigie, se si calcola che la legge sugli impianti sportivi in Italia non è ancora passata e continua a fare un ballo tra Senato e Camera. E' chiaro che bisogna evitare le speculazioni edilizie, che spesso permettono di costruire edifici irregolari e non conformi a determinate norme. Tuttavia, il movimento calcistico nostrano necessita urgentemente di una legge sugli stadi. Anche perché, finora, solo la Juventus ne ha uno tutto suo, mentre l'Udinese partirà con i lavori di ristrutturazione nel Maggio prossimo.
A questo, va aggiunto anche il problema del numero di squadre nelle categorie principali: sono anni che si parla di ritorno ad una Serie A a 18 compagini e di una Serie B a 20. Ancor più complicato il caso della Lega Pro, dove vi sarà una riforma dei gironi di Prima e Seconda Divisione: per ora, ci sono quattro gironi con un totale 69 squadre. Ma la riforma - approvata dalla FIGC e che sarà attiva dal 2014 - vedrà 60 squadre divisi in tre gironi, creando così una nuova ed unica Lega Pro. Le promozioni saranno quattro, mentre le retrocessioni diverranno nove. Ma è veramente questa la soluzione? Guardiamo casi come l'Inghilterra: ogni stagione, i club delle prime quattro divisioni giocano il campionato ed almeno due coppe nazionali. Se analizziamo solamente i club di Premier ed escludiamo le partite europee, abbiamo un totale minimo di 40 match a stagione. Se scendiamo già in Championship, il numero si alza a 48. Eppure non sentiamo lamentele da Oltremanica sul numero di match ed i risultati nelle coppe sono stati di gran lunga migliori da parte dei club inglesi. E allora il problema dov'è? Forse non è nel numero eccessivo di partite, bensì nella scarsa capacità dei club italiani di fare turn-over, di rischiare i giovani nelle competizioni più importanti o di far ruotare in maniera intelligente tutti gli elementi di una rosa. Una mancanza che si risente anche nelle competizioni continentali, dove l'Italia colleziona figuracce grazie ad un uso malsano della rotazione dei giocatori. Ecco qual'è il vero problema.

Lo "Juventus Stadium", nuova casa della Vecchia Signora dall'Agosto 2011.

A mettere ulteriore carne al fuoco sul futuro del pallone, ci ha pensato Michel Platini. Il presidente dell'UEFA, in un'intervista di qualche giorno fa, ha parlato di come l'Europa League potrebbe sparire. Per far spazio a cosa? Il francese ha lasciata aperta la possibilità di una super-Champions League, con 64 squadre invece che 32 e la cancellazione della seconda competizione continentale. Affermare che questa sia una "boiata" è probabilmente un complimento per il capo del calcio europeo, poiché è importante che vi siano due competizioni. Altrimenti sparirebbe anche la Supercoppa Europea e la possibilità di vedere anche altri giocatori. V'immaginate diversi assi compressi nella stessa competizione? Probabilmente nessuno avrebbe notato l'exploit di giocatori come Falcao, Forlan e Hulk; di tecnici come Villas-Boas e Simeone; di squadre come Porto, Shakhtar Donetsk ed Atletico Madrid. Anzi, vado controcorrente: io sarei per la restaurazione della vecchia Coppa delle Coppe, che vedeva la partecipazione delle squadre vincitrici delle coppe nazionali. Re-introducendola e alleggerendo l'Europa League, le competizioni europee avrebbero più senso. Inoltre, si potrebbe ridistribuire i guadagni, facendo una divisione di questo genere: 50% Champions, 35% Europa League, 15% Coppa delle Coppe. Insomma, non ci vorrebbe molto.
Così come non ci vorrebbe granché nel decidersi sulla moviola in campo. Come dimostrato anche dalla Serie A, gli ulteriori due arbitri di porta non stanno aiutando nelle decisioni più importanti: il gol di Muntari in Milan-Juventus dello scorso campionato è l'esempio principe. La moviola potrebbe essere introdotta come il "Cyclops" nel tennis: ognuno ha tre chiamate massimo per episodi manifesti (gol-fantasma, espulsioni o calci di rigore) e l'arbitro pensa agli altri episodi di gioco. Sarebbe semplice togliere qualche minuto alle polemiche del post-partita e stare più concentrati sul campo. Ma, per Platini, anche molto più costoso: il presidente UEFA ha fatto notare come gli arbitri "costino" 10 milioni in cinque anni, la moviola quasi un centinaio. Peccato che, grazie al fair-play finanziario (se si realizzerà..), i soldi si potrebbero trovare una volta per tutte, almeno per le categorie professionistiche.
Forse, semplicemente, lo scenario è un altro: al presidente UEFA (e anche a molti altri delle tv) piace il teatrino di polemiche post-partita. Del resto, certe trasmissioni non esisterebbero se ci fosse la moviola. Con essa, non ci sarebbe il caso del giorno-dopo, presidenti che mettono gol-fantasma come sfondo del proprio cellulare o lamenti prolungati. Che dire: è la contro-riforma del calcio. Noi tifosi possiamo solo guardare.

Michel Platini, 57 anni, presidente dell'UEFA, vuole l'abolizione dell'Europa League.

1.12.12

Il ritorno di Felipão.

Mano Menezes non ce l'ha fatta. Quello che possiamo ormai chiamare "l'ex" C.T del Brasile ha dovuto alzare bandiera bianca. Difatti, l'esonero del commissario tecnico verde-oro non lascia sorpresi, ma è giunto come inaspettato perlomeno nelle tempistiche. La federcalcio brasiliana, dopo due anni, ha giudicato i risultati raggiunti sotto l'era Menezes "insoddisfacenti" e - per questo - ha preferito esonerare colui che era stato scelto per guidare il Brasile alla sesta vittoria in Coppa del Mondo nel prossimo Mondiale, da giocare in casa. Al suo posto, torna un "evergreen" del calcio brasiliano: Felipe Scolari, già vincitore di un Mondiale nel 2002. Il suo gioco non è spettacolare, ma la Confederação Brasileira de Futebol si è sentita rassicurata nel scegliere un allenatore che ha portato a casa. Il dato più stupefacente in tutta questa vicenda sono le reazioni di tifosi: giubilo ed approvazione in ogni angolo del Brasile.

Luiz Felipe Scolari, 64 anni, ai tempi dell'ultimo Mondiale vinto dal Brasile: era il 2002.

Mano Menezes, 50enne di Passo do Sobrado, era arrivato con le credenziali giuste: nonostante nessuna esperienza da calciatore, il tecnico brasiliano aveva portato il Gremio in finale di Copa Libertadores nel 2007. Grazie all'esperienza con i "Tricolor", Menezes venne preso al Corinthians, che l'allenatore riportò subito in Serie A, prima di fargli vincere anche un Campionato Paulista ed una Copa do Brasil. A quel punto, Ricardo Texeira - allora presidente della CBF - lo scelse per guidare il Brasile nel post-Dunga, dopo la delusione del Mondiale 2010. L'uscita ai quarti di finale con l'Olanda ed il poco gioco mostrato dalla squadra verde-oro preoccupava non poco i vertici della federazione, che così scelsero Menezes per guidare il team fino al Mondiale del 2014, da giocare in casa e da vincere.
La stampa si stupì nel vedere un allenatore da così poco sulla cresta dell'onda allenare la nazionale brasiliana. Purtroppo per Menezes, il suo gioco conservativo e poco d'attacco non si è mai adattato alle aspettative dei tifosi e della stessa federazione. Si può notare come, nonostante i risultati sotto la sua gestione siano in linea con quelli delle precedenti, il tecnico abbia fallito nelle occasioni chiave. Nelle sfide di cartello, il Brasile ha palesato molte difficoltà, perdendo contro Germania, Francia ed Argentina. Negli appuntamenti importanti, i verde-oro sono stati deludenti. Basti guardare la Copa America del 2011: con l'Argentina fuorigioco, il Brasile avrebbe dovuto fare meglio. Invece è arrivata una qualificazione ansimante nel girone (una vittoria e due pareggi) e l'eliminazione ai quarti contro il Paraguay, per altro battendo i rigori più brutti della storia del calcio. Il chiodo sulla "bara" sportiva di Menezes è stata l'Olimpiade di Londra: avevo detto, in Maggio, come l'Olimpiade fosse l'unico alloro che mancava al Brasile e come la Federazione lo bramasse ardentemente. Purtroppo, nonostante una squadra superiore alle altre, il Brasile ha perso la finale con il Messico e così anche l'oro olimpico è svanito. Troppo da sopportare. E le reazioni sono state di giubilo da parte di tutto il movimento. La frase più gettonata? "Ora abbiamo qualche speranza di vincere il Mondiale.."

Mano Menezes, 50 anni: il suo mandato biennale è stato fallimentare.

Ora si riparte da Luiz Felipe Scolari, non proprio un giovincello. Ma la CBF si sente perlomeno tranquilla nel dargli questo incarico, visto il Mondiale vinto in Giappone e Corea nel 2002. In quell'edizione, il Brasile poté contare sull'ultimo Ronaldo in forma strepitosa e su un collettivo che si conosceva, che era dotato di grandi fuoriclasse (Rivaldo, Cafu, un giovane Ronaldinho) più giocatori sorprendenti in quel mese (Kleberson). Per un attimo, è spuntato anche il nome di Guardiola, scartato poi perché - a parere della CBF - "è un allenatore da club, non da nazionale." 
Non solo: il presidente della Federazione, José Maria Marin, ha annunciato anche il ritorno di Carlos Alberto Parreira, altro allenatore che ha vinto il Mondiale con il Brasile, nell'edizione del 1994. All'ex C.T. del Sudafrica sarà però dato un incarico diverso, quello di coordinatore del settore tecnico.
Insomma, due vincenti per tentare la scalata al Mondiale casalingo. Rivisitando la carriera di Felipão, si capisce come la scelta della CBF sia stata comprensibile: al di là del Mondiale vinto nel 2002, Scolari si è distinto sempre per una certa competenza nel fare il commissario tecnico.
Difatti, dopo aver portato Gremio e Palmeiras a vincere la Copa Libertadores, Scolari vinse il Mondiale nippocoreano e venne poi chiamato dal Portogallo. Grazie ad una quantità notevole di campioni ed al suo gioco pragmatico, i lusitani sfiorarono la vittoria nell'Europeo casalingo del 2004 per mano di una straordinaria Grecia. Al Mondiale del 2006, il Portogallo arrivò quarto, mentre agli Europei di due anni dopo il risultato furono i quarti di finale, in cui arrivò l'eliminazione da parte della Germania, poi vice-campione.
Da lì, la carriera di Scolari - ottima fino a quel momento - è precipitata. Durante l'Europeo del 2008, affermò che avrebbe firmato per il Chelsea di Abramovich. I risultati furono buoni ad inizio stagione, per poi calare vistosamente verso l'inverno: il suo 4-1-4-1 andava rivisto. Dopo una serie di pareggi e di sconfitte nei match-chiave, l'impaziente proprietario russo decise di liberarsi di Scolari.
Nel Giugno del 2009, il tecnico brasiliano ha firmato con l'F.C. Bunyodkor, squadra uzbeka; un contratto che lo rese il manager più pagato al mondo, valido per un anno e mezzo alla modica cifra di 13 milioni di euro a stagione. Per altro, in Uzbekistan ritrovò Rivaldo, che aveva allenato durante il Mondiale del 2002.
Vinto il campionato uzbeko del 2009, decise poi di rescindere il contratto con gli uzbeki, tornando in patria. Il Palmeiras lo rivolle e così allenò nuovamente gli "Alviverde" dopo 12 anni. I risultati sono stati altalenanti: vittoria in Copa do Brasil nel 2012, ma anche una serie di risultati pessimi in campionato, che hanno portato Scolari al licenziamento ed il Palmeiras alla retrocessione.
Adesso, Scolari ci riprova. C'è da augurargli che il suo ritorno in nazionale non sia come quello con il Palmeiras, altrimenti c'è il rischio di una delusione. Rimango convinto di una cosa: il Brasile ha le potenzialità ed i giocatori per vincere il Mondiale. Tutto sta nel trovare un po' di testa ed un gioco che sia adatto alle caratteristiche degli interpreti verde-oro. Il resto si vedrà: i brasiliani non vorrebbero rivivere quel pomeriggio del 16 Luglio 1950, quando un Maracanã riempito da 173mila anime vide la sconfitta del Brasile contro l'Uruguay, che consegnò la Coppa del Mondo a quest'ultimo. La disperazione fu tale che la Federazione decise per il cambio di maglia e vi furono suicidi per la vittoria mancata: speriamo di non rivedere certe scene nel prossimo Mondiale.

Scolari tenterà il bis mondiale: riuscirà a coniugare vittorie e bel gioco?



28.11.12

ROAD TO JAPAN: Genki Omae

Rieccoci qui con un altro numero della rubrica "Road To Japan", lo spazio che ci permette di dare un'occhiata più vicina ai migliori talenti del Sol Levante. Nell'articolo di oggi parliamo di un nuovo piccolo fenomeno della trequarti, di quelli che il Giappone produce in grande quantità negli ultimi anni, ma che ha recentemente catturato l'attenzione di alcuni club europei, sopratutto dalla Bundesliga. E' notizia di un paio di settimane fa che il Werder l'abbia visionato nella finale della Nabisco Cup, una delle tre competizioni nazionali. Parlo di Genki Omae, imprendibile ala dello Shimizu S-Pulse.

SCHEDA
Nome e cognome: Genki Omae (大前元紀)
Data di nascita: 10 Dicembre 1989
Altezza: 1.66 m
Ruolo: Ala destra, seconda punta, ala sinistra
Club: Shimizu S-Pulse (2008-?) - n°11


STORIA
Genki Omae nasce quasi 23 anni fa nella metropoli di Yokohama, dove molti calciatori giapponesi hanno iniziato il loro percorso. Dopo aver praticato lo sport già alle medie, la svolta arriva - come per altri giovani atleti nipponici - al liceo, precisamente alla Ryutsu Keizai University Kashiwa High School, dove Omae si fa conoscere ed apprezzare per le sue capacità. L'episodio-chiave riguarda la Prince Takamado Cup", torneo giovanile disputato dagli under 18 e dagli under 15. Giocando nella prima delle due categorie sopracitate, la Ryutsu Keizai gioca uno straordinario torneo e lo vince, battendo in finale la squadra U-18 dei Sanfrecce Hiroshima, club professionistico, militante all'epoca nella prima divisione giapponese.
E' un'impresa importante ed è l'ultima vittoria nella competizione di un Under-18 proveniente dal mondo liceale; Omae è capocannoniere del torneo ed è inevitabile che l'attenzione del calcio giapponese si riversi di lui. Vari club di J-League lo seguono, ma è lo Shimizu S-Pulse ad assicurarsi le sue prestazioni dal 2008.
I primi due anni sono perlopiù d'ambientamento; lo squadra di uno dei sobborghi di Shizuoka è molto talentuosa ed annovera nelle sue fila giocatori interessanti come Shinji Okazaki, Jungo Fujimoto e Takuma Edamura. Sono giocatori che occupano lo stesso ruolo di Omae ed il ragazzo è così oscurato; nonostante ciò, rimane alla corte dello Shimizu, giocando appena otto partite in due anni e realizzando il primo gol da professionista in Nabisco Cup.
Nel 2010 trova più spazio e segna anche la prima rete in J-League, ma è il 2011 l'anno della svolta: Fujimoto si unisce ai nuovi campioni del Nagoya Grampus, Okazaki vola verso l'Europa (direzione Stoccarda) e capitan Hyodo parte per Kashiwa. In questo modo, nel 4-3-3 del nuovo tecnico iraniano Ghotbi, c'è più spazio per la crescita di Omae, che comincia a giocare regolarmente. Inoltre, gli viene dato l'incarico di battere le punizioni ed i rigori, migliorando la sua precisione su tiro da lontano.
Lo Shimizu S-Pulse arriva 10° nel 2011, ma quest'anno - grazie anche ad un ringiovanimento della squadra - è tornato nella parte alta della classifica. I gol e gli assist di Omae hanno fatto la differenza: dopo gli 11 in 42 partite dell'anno scorso, quest'anno l'ala è già a quota 18 nello stesso numero di match. Inoltre, il talento del piccolo Genki è stato decisivo per portare lo Shimizu in finale di Nabisco Cup: una sua tripletta nel match di ritorno delle semifinali ha consentito alla squadra di Shizuoka l'accesso alla finale, persa poi contro i Kashima Antlers, nonostante un altro gol di Omae. Infine, il numero 11 arancione è stato in grado di decidere il derby d'andata di Shizuoka, giocato contro il Jùbilo Iwata, realizzando una doppietta.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Alto 1.66, diciamo che il fisico non è certo la sua forza. Come molti trequarti giapponesi, la sua capacità di dribbling e di assist è molto buona, ma sono sopratutto il tiro e gli inserimenti a fare le sue fortune. Ottimo calciatore di rigori e di calci piazzati in generale, realizzando ben sette penalty stagionali. Palla al piede è sempre pericoloso, ha l'intuizione giusta per capire cosa fare e non se la cava male neanche di testa, nonostante non sia un gigante.
Tatticamente preferisce partire da destra in un 4-3-3 o in un 4-2-3-1, in modo da arrivare in area di rigore e poter scaricare il suo destro. Tuttavia, non gli dispiace neanche giocare centralmente o a sinistra, sempre nella batteria di mezze punte che dovrebbero supportare il centravanti. In situazioni d'emergenza può essere anche schierato come punta centrale, ma dev'essere un caso disperato..
A parte il fisico (da migliorare se arriverà al calcio europeo), un piccolo appunto glielo si può fare sul modo di calciare i penalty: il suo tiro è spesso infallibile, ma ha poca prevedibilità. Omae, infatti, preferisce l'incrocio con il suo destro, calciando quasi sempre alla destra del portiere: un occhio attento potrebbe capirlo e neutralizzare più facilmente i suoi tiri.

STATISTICHE
2008 - Shimizu S-Pulse: 6 presenze, 0 gol
2009 - Shimizu S-Pulse: 2 presenze, 1 gol
2010 - Shimizu S-Pulse: 25 presenze, 4 gol
2011 - Shimizu S-Pulse: 42 presenze, 11 gol
2012 (in corso) - Shimizu S-Pulse: 43 presenze, 18 gol

NAZIONALE
Per Genki Omae, le porte della nazionale sono ancora chiuse. Il talento dello Shimizu ha fatto parte di una selezione di giocatori scelti per l'U-19, in una serie di amichevoli disputate in Qatar dalla rappresentativa giovanile nipponica. Inoltre, quand'era al liceo e non ancora professionista, venne scelto per costituire una rappresentativa universitaria in un torneo. Insomma, la sua carriera con la maglia della nazionale deve iniziare; ma il Giappone è quasi qualificato per il prossimo Mondiale e mancano tre partite, più le amichevoli e la Confederations Cup del Giugno 2013. Chissà che per Omae non ci sia una chance già dal solito "training camp" che di solito la nazionale organizza a fine Gennaio, quando la J-League è in pausa. Di certo, in tempi di esperimenti, sarebbe giusto dare una chance anche all'ala dello Shimizu.

LA SQUADRA PER LUI
Un giocatore del genere sarebbe convincente fin da subito in Europa: infatti, la Germania se ne è accorta e - come detto - diverse squadre sono già sulle sue tracce. Dicevamo del Werder che lo ha seguito in finale di Nabisco Cup, ma negli ultimi giorni si fa insistente una voce riguardante il suo trasferimento al Fortuna Dusseldorf, club neo-promosso in Bundesliga che non se la passa benissimo ed avrebbe bisogno di una mezzapunta in grado di scardinare le difese avversarie.
E' giusto dire come la Germania sia il paese più aperto a questo tipo di trasferimenti, grazie a regole più flessibili rispetto all'Italia, ma anche nel nostro paese Omae potrebbe fare bene. Penso al Genoa, al Siena o al Torino, squadre che avrebbero bisogno di una buona seconda punta o di un esterno offensivo, per permettere ai suoi centravanti di realizzare più gol. Insomma, il futuro di Genki pare indirizzato verso l'Europa; la stagione giapponese deve ancora concludersi, ma il percorso pare ormai tracciato.



26.11.12

Tormenti e cinguettii.

La Milano del calcio attraverso un momento opposto: il Milan, dopo il ridimensionamento, soffre per risalire la china, mentre l'Inter tiene botta contro la Juve e stasera potrebbe portarsi a meno uno dai bianconeri. Tuttavia, a tenere banco negli ultimi giorni sono state le vicende di due giocatori estremamente significativi negli ultimi anni delle milanesi: Alexandre Pato e Wesley Sneijder. Uomini molto diversi, dalle storie lontane anni luce fra loro, ma accomunati da un infausto ed attuale destino: i due, infatti, sembrano ai ferri corti con le proprie società. E chissà che non possano dire addio alla Milano calcistica, che li ha fatti conoscere e rivalutare al mondo intero.

Allegri e Stramaccioni devono gestire i casi Pato e Sneijder.

E' inevitabile partire da ciò che sta assumendo le sembianze di una telenovela piuttosto che di un'incomprensione. Wesley Sneijder, 28enne trequartista nerazzurro dal talento indiscusso, è a Milano da tre anni: cresciuto nell'Ajax, sedotto e abbandonato dal Real Madrid, Mourinho lo prese a prezzo di super-saldo nell'estate del 2009. Per 16 milioni di euro, l'Inter si assicurò colui che - a mio modo di vedere all'epoca - gli avrebbe garantito il successo europeo. Non mi sbagliai: alla sua prima nel derby di Milano, l'olandese fece stropicciare gli occhi a molti, chiedendosi se il Real non avesse commesso un errore.
La storia la conosciamo: l'olandese diventa un perno del 4-2-3-1 di Mourinho, gioca la stagione della vita e porta l'Inter al "triplete". Inoltre, Sneijder disputa anche un grande Mondiale in Sudafrica, arrivando a giocarsi la finale e perdendola solo ai supplementari con gli Orange. L'anno si conclude con il quarto posto nella speciale graduatoria del Pallone d'Oro, sebbene l'ex Real meritasse qualcosa in più.
Ormai punto fermo dello scacchiere nerazzurro, i guai cominciano l'anno scorso, con l'arrivo di Gasperini e le incomprensioni tattiche: nel 3-4-3 del tecnico, Sneijder viene impiegato come interno di centrocampo. Una rovina per le sue doti tecniche. Poi, nonostante l'esonero dell'ex Genoa ed il subentro di Ranieri, gli infortuni cominciano a tormentarlo, facendolo rientrare solo a Febbraio. 
Intanto, anche Ranieri se ne va per i risultati poco convincenti e al suo posto arriva Andrea Stramaccioni, tecnico della Primavera nerazzurra, appena diventata campione d'Europa di categoria. Il giovane allenatore, alla prima esperienza tra i professionisti, lo ritiene fondamentale e lo schiera sempre. In estate, Sneijder diventa capitano della nazionale olandese e si pensa che sia giunto per lui il momento del riscatto definitivo.
Non sarà così: dopo un buon inizio di stagione, il trequartista è costretto allo stop per l'ennesimo infortunio; intanto, l'Inter registra una notevole serie di vittorie consecutive senza il suo apporto. L'episodio che mette in luce il contrasto tra il giocatore ed il club nerazzurro è l'annuncio di Sneijder dell'ennesimo infortunio, per il quale va a curarsi in California. La società gli vieta di divulgare su Twitter notizie riguardanti la squadra e l'olandese comincia a sentire qualche crepa nel rapporto con l'Inter.
Intanto, la situazione tecnica è dannosa per l'olandese: in campo, l'Inter fa a meno di lui, appoggiandosi sul tridente Cassano-Palacio-Milito. Stramaccioni ha poi sorpreso tutti, annunciando di non utilizzare Sneijder per scelta tecnica. Dietro questa decisione, sembra chiaro che ci sia anche la mancata volontà dell'olandese di rinnovare a cifre ridotte. 
Visti i risvolti, pare inevitabile l'addio: non è una certezza, ma l'Inter - visti i risultati sul campo e la crescita dei giovani - sembra avere il coltello dalla parte del manico, contando anche sui due anni e mezzo di contratto rimasti con l'olandese. La cessione sembra l'epilogo inevitabile di un amore che è fruttato molti successi.

Wesley Sneijder, 28 anni, potrebbe lasciare l'Inter dopo tre anni e mezzo.

Se il Biscione piange, il Diavolo non ride. Come se la situazione tecnica non fosse già abbastanza complicata, (dopo gli addii dei senatori, di Thiago Silva e di Ibrahimovic), Pato ha sganciato una bomba dopo il match di Champions contro l'Anderlecht. Nel post-partita, il brasiliano ha dichiarato di voler giocare di più, quasi a cercarsi un posto che non si merita, visti gli infortuni e lo scarso rendimento. Quest'episodio segue quello del dopo Milan-Fiorentina, con i tifosi stanchi delle bizze del brasiliano. Insomma, un problema, come avrebbe ammesso persino Berlusconi, da sempre innamorato del talento calcistico del numero 9 rossonero.
Alexandre Pato, 23enne attaccante verdeoro, è esploso nell'Internacional di Porto Alegre, con il quale ha vinto la FIFA Club World Cup nel 2006. Il Milan, una volta notato il suo precoce talento, lo portò a Milanello per 22 milioni di euro, cifra più alta mai pagata per un minorenne. 
I rossoneri non possono tesserarlo fino a Gennaio del 2008, ma da lì in poi Pato stupisce la Serie A: 9 gol nelle prime 18 partite con il Milan certificano il potenziale dell'attaccante verdeoro. Nei tre anni successivi, nonostante gli infortuni, il "Papero" continua a segnare, passando sempre la doppia cifra e contribuendo al "double" del 2011: scudetto più Supercoppa Italiana. Insomma, il futuro appare luminoso ed i tifosi cominciano a vedere in lui un idolo assoluto. Anche con la nazionale le cose vanno bene: con il Brasile, vince la Confederations Cup del 2009, sebbene non riesca a far parte dei 23 che disputano il Mondiale del 2010.
Dall'anno scorso, però, è cambiato tutto: gli infortuni muscolari sono stati la causa dell'assenza pressoché costante di Pato dal campo. A periodi alterni, essi si ripresentavano, facendo dubitare anche del lavoro svolto dal Milan Lab.
La possibile svolta nello scorso inverno: il Paris Saint-Germain del duo Ancelotti-Leonardo vorrebbe portare il brasiliano all'ombra della Torre Eiffel. L'offerta è da far tremare i polsi: 28 milioni al club di Berlusconi, sei all'anno al giocatore. Per il Milan sarebbe il "delitto perfetto": liberarsi di un giocatore forte, ma dalla dubbia continuità fisica, per comprare Tevez, a quel tempo fuori dai piani del Manchester City. Quando sembra tutto fatto, Pato ferma tutto e rifiuta i parigini, restando al Milan.
Le sole 18 gare giocate nel 2011/2012 (accompagnate da quattro reti) hanno confermato le difficoltà nel gestire il brasiliano. La nuova stagione ha portato un altro infortunio, sebbene il brasiliano sia a quota due gol (europei) in sette gare disputate. Poi, la dichiarazione nello spogliatoio di Bruxelles e la fine dell'idillio: a questo punto, il Milan sta studiando il da farsi. Ancelotti ha già dichiarato di non volerci riprovare dopo il mancato ingaggio a Gennaio, sebbene sia il padre calcistico di Pato. Ci sarà un incontro con Galliani per capire come procedere: l'ipotesi più probabile è di un prestito in Brasile, per permettere a Pato di riguadagnare fiducia, gol e nazionale.
Insomma, tempi difficili per i due nella Milano del calcio: chi di tormenti fisici, chi di cinguettii interattivi.

Alexandre Pato, 23 anni: per lui, invece, il prestito in Brasile sembra probabile.

23.11.12

Il volpone cileno.

La tre-giorni europea è finita, ma c'è chi si può già ritenere soddisfatto. Parlo di un uomo che veniva deriso da tutto il mondo dopo l'esperienza al Real Madrid e che ebbe - come colpa massima - quella di non esser riuscito a battere una delle squadre più forte di tutti i tempi. Nonostante il suo successore José Mourinho c'abbia messo due anni a farcela, Manuel Pellegrini ha dovuto subire in silenzio. Ma l'allenatore cileno non è uno che si lamenta; viene dal Sudamerica, ma non è uno che alza la voce, come fanno molti. Dopo i successi ottenuti con il Villarreal ed il periodo insoddisfacente con i "blancos", è ripartito dai petrodollari di Malaga.
I petrodollari adesso non ci sono quasi più, ma i risultati non mancano: sulla qualificazione in Champions, c'è la firma del tecnico dagli antenati italiani.

Manuel Pellegrini, 59 anni, qui ai tempi del Villarreal, dove il suo successo ebbe inizio.

Manuel Pellegrini, nato a Santiago del Cile il 16 Settembre 1953, è stato un discreto giocatore durante la sua  breve carriera; ha giocato sempre per l'Universidad de Chile, dal 1973 al 1986, collezionando anche diverse presenze con la nazionale maggiore. Una volta appesi gli scarpini al chiodo, ci vuole poco perché Pellegrini cominci ad allenare, viaggiando per il paese; la svolta arriva quando prende per mano l'Universidad Catolica, facendole vincere la coppa nazionale. Da lì, Pellegrini trionferà anche nel campionato ecuadoregno con il LDQ di Quito, per poi portare il San Lorenzo al "double" (Torneo d'Apertura del 2001 più la Copa Mercosur, l'antenata dell'attuale Copa Sudamericana). A quel punto, il River Plate assume Pellegrini ed il tecnico vince ancora, aggiudicandosi il Clausura del 2003.
Ma il viaggio sudamericano si conclude quando il cileno viene ingaggiato dal Villarreal, club della Liga spagnola. Il "sottomarino giallo" (soprannome che diventerà celebre), situato in una cittadina di 50mila anime e che ha solo cinque stagioni alle spalle nella prima divisione spagnola, sarà una mina vagante per gli anni a venire. Chiunque incontri il Villarreal deve stare attento. Il miglior risultato visto al Madrigal è un settimo posto: Pellegrini sarà in grado di migliorare per cinque anni consecutivi questo risultato, raggiungendo addirittura il secondo posto nel 2007/2008.
Non solo: a livello europeo, il Villarreal tocca il cielo con un dito, raggiungendo le semifinali di Champions League nel 2005/2006. Al "Madrigal", nella semifinale di ritorno, Juan Roman Riequelme ebbe il rigore decisivo per mandare la partita contro l'Arsenal ai supplementari, ma lo sbagliò ed il sogno del Villarreal si infranse. Ciò nonostante, "El Submarino Amarillo" ha mostrato un gran gioco e ha messo in luce tanti buoni giocatori sotto la gestione Pellegrini. Giusto per citarne alcuni: Santi Cazorla, Diego Forlan, Nilmar, Robert Pires, Borja Valero, Marcos Senna e lo stesso Riequelme. A questi va aggiunto Giuseppe Rossi, in cui nessuno ha creduto in Italia e che al Villarreal è esploso definitivamente.
Visto il rendimento straordinario del piccolo club della Comunidad Valenciana, Florentino Perez - il presidente dell'era dei "galacticos" del Real, ora nuovamente capo dei "blancos" - volle come suo primo manager proprio il cileno, pagando una clausola di quattro milioni al Villarreal. Sembrava la scelta giusta e Perez mise sul piatto 250 milioni di euro di acquisti: su tutti, le acquisizioni di Cristiano Ronaldo, Kakà e Karim Benzema. Insomma, nonostante i sei trofei vinti dal Barcellona, il Real Madrid sembrava essere la favorita del campionato.
Ma non sarà la stagione che ci si aspetta: Pellegrini ha delle grosse colpe sull'andamento del Real nelle coppe. In Copa del Rey, il Madrid subisce il famoso "alcornazo", un 4-0 da parte dell'Alcorcon (squadra di terza divisione), che diventa una favola calcistica; in Champions, il Real esce agli ottavi per mano del Lione, come da sei anni a quella parte. Ma in Liga il rendimento è buono ed i "blancos" faranno lo stesso numero di vittorie del Barcellona (31), realizzando più gol dei blaugrana. A metà campionato, il Real riprende la testa della classifica, ma poi perde il Clasico al Bernabeu e da lì non riesce più a recuperare i rivali. A parziale difesa di Pellegrini, va detto che il rendimento di alcuni non è quello che si aspetta, vuoi per gli infortuni (Kakà), vuoi per un pessimo periodo di forma (Benzema, Raul Albiol).
Così, nonostante il massimo di punti per il Real nella sua storia in Liga - poi battuto da Mourinho - Pellegrini viene licenziato ed il portoghese verrà assunto da Perez, dopo il "triplete" realizzato con l'Inter.

Pellegrini ed il Real Madrid: un anno di tormenti per il tecnico cileno.

Nonostante un'offerta della nazionale messicana per il dopo-Aguirre, Pellegrini decide di aspettare: è la scelta giusta. Il Malaga qatariota licenza Jesualdo Ferreira, visto il rendimento da zona-retrocessione, e chiama il tecnico cileno per risollevare la squadra: è il Novembre del 2010. Gli andalusi stazionano sul filo della Liga Adelante per molto tempo, per alcune giornate sono anche ultimi, ma gli acquisti di Gennaio e la guida di Pellegrini tirano su il club, fino a farlo risalire - a fine campionato - in un 11° posizione. Un risultato insperato, ma non del tutto inaspettato, dato che Pellegrini è un volpone e conosce bene il calcio spagnolo.
Con la guida della squadra fin dall'inizio della stagione, il Malaga si presenta ai nastri di partenza della Liga 2011/2012 con grandi ambizioni. In estate sono arrivati Van Nistelrooy, Demichelis, Isco, Buonanotte, Joaquin e Toulalan; la compagine biancoazzurra è così rinforzata, ma sopratutto guadagna in esperienza. Quando vedi il Malaga targato Pellegrini, non pensi che siano imbattibili, ma che siano più esperti e ben organizzati dal punto di vista tattico. Se poi il cileno "resuscita" anche Eliseu e Julio Baptista, la stagione diventa più facile: il Malaga rimane in lotta per i preliminari di Champions League fino alla fine. Alla Rosaleda, ci si diverte quasi sempre e la costanza premia i "bosquerones", che alla fine raggiungono il traguardo agognato, con il record di punti e la miglior posizione di sempre ottenuta nella storia del club in Liga.
L'ultima estate porta qualche sconvolgimento in società: si parla dell'addio dei qatarioti al club e così partono sia Cazorla che Rondon. Ma una volta sistemato il bilancio, il Malaga riparte, assicurandosi l'esperienza di due ex-enfants prodigé del calcio europeo: Roque Santa Cruz e Javier Saviola. Nonostante una squadra depotenziata, il sorteggio europeo è benevolo con gli andalusi: il Panathinaikos non è un avversario invalicabile e così Al-Thani raggiunge in due anni l'obiettivo dichiarato degli sceicchi, portare il Malaga in Champions League.
Nella Liga di quest'anno, il club viaggia in zona Europa. Ma è sopratutto nella massima competizione continentale che il Malaga ha stupito tutti: finito in un gruppo composto da Zenit, Milan e Anderlecht, la squadra di Pellegrini non sembrava favorita per la qualificazione. Invece, non solo ha centrato l'obiettivo, ma lo ha fatto con due turni d'anticipo e da prima nel raggruppamento. Una soddisfazione incredibile per Pellegrini, che si è finalmente rilanciato ad ogni livello. Adesso, alla "Rosaleda", si sogna l'avanzata europea, in attesa dei sorteggi. Intanto, il club ha raggiunto il massimo storico, grazie a quel vecchio volpone cileno.

A Malaga, Pellegrini si è preso numerose rivincite, in Liga ed in Europa.

21.11.12

Quando i double non bastano.

Era nell'aria dopo i tre gol subiti ieri allo Juventus Stadium, ma adesso è ufficiale: Roberto Di Matteo non è più l'allenatore del Chelsea. L'elvetico di origine italiane si è dovuto arrendere, alla fine, ai risultati ed al volere del suo vulcanico presidente, Roman Abramovich, già poco convinto in estate sulla sua riconferma, nonostante le vittorie in F.A. Cup e (sopratutto) in Champions League. Una coppa, quella dalle grandi orecchie, che l'owner del Chelsea bramava da anni e che Di Matteo era incredibilmente riuscito a consegnargli su un piatto d'argento. Purtroppo, la fortuna non è una dinamica ripetibile nel calcio e alla fine le pecche del tecnico sono venute fuori. Mi viene da dire "te l'avevo detto", caro Roman: a Settembre, avevo pronosticato come il gioco difensivo di Di Matteo avrebbe probabilmente ucciso le speranze europee del Chelsea, come Mancini ha fatto con quelle dei Citizens.

Roberto Di Matteo, 42 anni, alza la Champions vinta con il suo Chelsea.

Roberto Di Matteo, nato nel Canton Sciaffusa in Svizzera 42 anni fa, è stato un buon giocatore nella sua carriera: una colonna della Lazio a cavallo degli anni '90, ha fatto la storia con il Chelsea (segnando un gol nella finale di F.A. Cup e vincendo la Coppa delle Coppe) ed è stato un elemento di rilievo per la nazionale italiana. In seguito, un gravissimo infortunio - una triplice frattura con tanto di dieci operazioni per tentare il recupero - lo ha tenuto lontano dai campi fin dal Settembre del 2000, per fargli poi dire addio al calcio due anni dopo, alla giovane età di 31 anni.
Di Matteo è stato bravo a ripartire dalla conclusione della sua carriera e, sei anni dopo, si è rituffato nell'universo del football, raccogliendo la panchina del Milton Keynes Dons, squadra di terza categoria e nata dalle ceneri del glorioso Wimbledon F.C. Non era compito facile per Di Matteo, dato che doveva sostituire Paul Ince, il manager che aveva riportato il club in League One e che aveva trionfato anche nel Johnstone Paint Trophy, simile alla Coppa Italia di Lega Pro. Con l'MK Dons, Di Matteo arriva a due punti dalla promozione diretta, perdendo poi ai rigori la semifinale dei play-off contro lo Scunthorpe United.
Nonostante il salto di categoria sfumato, ormai Di Matteo ha fatto una buona impressione a molti e così il West Bromwich Albion lo assume per tentare l'immediata risalita in Premier League; inoltre, l'assunzione del tecnico italiano è approvata all'unanimità da parte del CdA della società. E' la scelta giusta: i "baggies" raggiungono la seconda posizione a fine campionato e devono arrendersi solamente ad un Newcastle superiore al resto della categoria; tuttavia, con questo risultato, il WBA può tornare in Premier e Di Matteo esordire nella massima serie inglese da allenatore.
L'inizio è buono (nonostante un 6-0 subito allo Stamford Bridge) ed il tecnico vince anche il premio di miglior manager del mese a Settembre, ma il club attraversa un pessimo stato di forma tra Dicembre 2010 e Gennaio 2011, vincendo solo una delle dieci gare previste. Quando il Manchester City vince 3-0 contro il WBA all'Etihad Stadium, la proprietà decide di esonerare il tecnico, nonostante molti tifosi siano ancora fedeli a Di Matteo. Fortunatamente per lui, non passa molto tempo prima che Di Matteo trovi una nuova occupazione: André Villas-Boas, nuovo allenatore del Chelsea e fresco profeta del calcio offensivo con il Porto, lo sceglie come suo vice per la sua avventura londinese.

Di Matteo con l'MK Dons: sarà l'inizio della sua carriera da allenatore.

Purtroppo, il tecnico portoghese non riesce ad inserirsi bene nell'universo inglese ed i suoi dettami di gioco non vengono totalmente recepiti dai suoi giocatori. Così, dopo una sconfitta - guarda caso - con il WBA, il 4 Marzo l'allenatore portoghese si dimette; ufficialmente, l'ex giocatore di Lazio e Chelsea è solo un traghettatore in attesa di nuovo tecnico per i "blues" di Londra. Ma tre vittorie consecutive e la rimonta miracolosa contro il Napoli in Champions League spengono le voci sul suo successore, lasciandolo in carica almeno fino alla fine dell'anno.
Abramovich non è affascinato dal suo gioco, ma se l'assetto difensivista di Di Matteo non paga abbastanza in Premier, perlomeno porta avanti il Chelsea in Europa: dopo il Napoli, anche il Benfica cade sotto i colpi dei "blues" e si arriva così alla semifinale contro il Barcellona. E se in campionato il Chelsea non arriva neanche nelle prime quattro, la sfida contro i blaugrana diventa un elogio (riuscito) del difensivismo. Nell'andata a Stamford Bridge, il Barcellona domina, ma sono i blues a segnare il gol dell'1-0 con Drogba; al ritorno, nonostante un doppio vantaggio ed un uomo in più, grazie all'espulsione di Terry, il Chelsea accorcia. Sul 2-1, Messi ha il rigore per chiudere la pratica, ma centra la traversa; nel finale, Torres chiude su contropiede la questione ed il 2-2 consegna la finale a Di Matteo, che improvvisa una sfrenata corsa alla Mourinho.
La finale di Monaco di Baviera contro il Bayern sembra segnata: la squadra di Heycknes ha convinto di più contro il Real Madrid e ha un gruppo tecnicamente migliore dei "blues". Nonostante una partita sotto tono, i tedeschi giocano comunque meglio del Chelsea e vanno in vantaggio con Muller a dieci minuti dalla fine; ma il Bayern non ha fatto i conti con Didier Drogba e Petr Cech. L'ivoriano pareggia su calcio d'angolo con un'incornata, il portiere para un tiro dal dischetto a Robben e così la partita giunge ai rigori. Durante la lotteria dei penalty, Schweinsteiger - che aveva segnato il rigore decisivo al Bernabeu - sbaglia e Drogba chiude i conti, regalando la prima Champions al club di Londra. A questa va aggiunta la F.A. Cup vinta in finale a Wembley contro il Liverpool.
In estate, Abramovich è combattuto sulla riconferma del tecnico italiano, ma deve cedere di fronte al trionfo europeo di quello che viene definito come il "miglior manager ad interim della storia". Nonostante gli acquisti di Oscar, Hazard e Azpilicueta, il Chelsea ha continuato a mostrare certi limiti di gioco, sopratutto in campo europeo. L'attuale terzo posto in Premier delude Abramovich, ma è sostanzialmente la posizione che vale questo Chelsea, che non è certo più forte delle due squadre di Manchester.
In campo continentale sono arrivate le peggiori batoste stagionali: prima la lezione dall'Atletico Madrid di Falcao e Simeone in Supercoppa Europea, poi le prestazioni sotto tono in Champions, dove prima la Juve e poi lo Shakhtar hanno fatto soffrire parecchio i blues. Ora l'uscita in Europa League pare la soluzione più probabile per il Chelsea, salvo miracoli dal prossimo turno, dove gli inglesi dovranno battere il Nordsjealland e sperare che gli ucraini - già qualificati - battano la Juventus.
Ieri sera è calato il sipario sulla brevissima "era Di Matteo" allo Stamford Bridge: la Juve ha letteralmente dominato i campioni d'Europa uscenti e la decisione di partire con Juan Mata (una trequartista) come punta centrale ha spiazzato tutti. La gestione di Fernando Torres, in questo caso, è stata pessima ed anche questo dettaglio ha probabilmente pesato sull'esonero di Di Matteo, vicino ad un record: il Chelsea rischia di essere la prima squadra campione d'Europa ad uscire nella fase a gironi.
Insomma, nel bene e nel male, Roberto Di Matteo verrà ricordato, così come ha confermato il comunicato della società nel quale si annunciava la dipartita dal tecnico italiano. L'esonero dell'allenatore del Chelsea ci ricorda come il calcio sia un lavoro instabile: a volte, non bastano neanche dei "double" per tenersi la panchina..

La sconfitta in Champions con la Juve ha chiuso l'era Di Matteo al Chelsea.