24.6.17

Capitano infinito.

Ci sono bandiere, poi ce ne sono altre che lo sono ancora più di altre. Che vengono esaltate di meno, perché magari legate a contesti meno conosciuti. Perché magari non hanno avuto la fortuna di vivere il periodo migliore della loro nazionale. O più semplicemente perché sono professionisti silenziosi. Qualunque ragione scegliate, c'è Timmy Simons dentro tutte e tre.

Timmy Simons, 40 anni, con la maglia del Club Brugge (© Photo News).

Stessa età di Francesco Totti, Simons nasce nel dicembre '76 a Diest, nella parte nord-est del Belgio, quasi confinante con l'Olanda. Proprio nel Bramante Fiammingo, Simons cresce al KTH Diest, prima che il destino gli regali la prima opportunità da pro nella squadra della città-natale, poi due anni al Lommel (oggi scomparso dalle mappe del calcio belga).
Eppure quell'esperienza gli regala il legame che lo segnerà per tutta la sua carriera: nell'estate 2000, Simons passa al Club Brugge, una delle grandi della Jupiler Pro League. Allo Jan Breydel Stadium, il mediano contribuisce al ritorno ai successi per i Blauw-Zwart, con la conquista di due campionati, altrettante coppe nazionali e tre supercoppe di Belgio. Tutto prima di lasciare il FCB una prima volta.
Già, perché l'offerta del PSV Eindhoven è irrinunciabile: il club olandese la stagione precedente ha sfiorato la finale di Champions League ed è un'occasione d'oro, nonostante Simons sia appena stato nominato capitano. Il mediano rimane cinque stagioni in Olanda, tanto da diventare vice-capitano da subito, capitano dopo l'addio di Philipp Cocu e prendersi addirittura il numero 6, precedentemente appartenuto a Mark van Bommel (che nel frattempo se n'è andato prima al Barcellona, poi al Bayern Monaco).
Dopo cinque anni, però, è tempo di una nuova avventura, nonostante i 34 anni sulla carta d'identità. Simons trova una nuova casa professionale a Norimberga, dove il club locale milita in Bundesliga. Ci vuole poco perché TS diventi un idolo anche in Germania: gioca tutte le 102 gare dei tre campionati passati a Norimberga e nel 2011-12 diventa persino il giocatore con più chilometri percorsi in campo durante quell'annata. A 36 anni.

Recentemente ha ricevuto anche un premio alla carriera: a darlo, c'era Philipp Cocu, con cui ha giocato al PSV Eindhoven.

Forse Simons avrebbe potuto chiudere la carriera lì. Nessuno lo avrebbe rimproverato; invece, Simons ha continuato ed è tornato al primo grande amore, quel Club Brugge che lo stava aspettando a braccia aperte, con la fascia da capitano nuovamente sul suo braccio. Il resto è storia: un'altra coppa, un altro titolo nazionale e un'altra supercoppa per il FCB. Il contratto doveva durare fino al giugno 2015, ma...
Tutto questo senza dimenticare il suo impegno con il Belgio: a oggi, Timmy Simons è secondo nella classifica all-time delle presenze con la nazionale. Ben 94 le volte in cui è sceso in campo per i Diavoli Rossi (-2 da Jan Ceulemans, nonché giocatore più vecchio a scendere in campo per il Belgio), più un Mondiale disputato nel 2002 e la fascia di capitano indossata dal 2004 al 2009, quando il calcio belga aspettava i suoi giovani fenomeni.
Ora ci si chiede se Simons possa continuare: lui ha un contratto con il Club Brugge fino al giugno 2018 (prolungato proprio nel maggio scorso) e ha giocato 41 partite tra campionato, coppa ed Europa nell'ultima stagione, ma sta invechiando. Sembra passata una vita dal 2002, dal Mondiale in Corea e Giappone, dalla Scarpa d'Oro vinta in Belgio come miglior giocatore di quell'annata.
Lo anche Simons, che ha chiesto di vivere un'ultima stagione al Club Brugge in chiave minore, magari centellinandosi: non è un caso che il club abbia già provveduto a comprare un altro mediano, il giovane Marvelous Nakamba, centrocampista dello Zimbabwe arrivato dal Vitesse proprio in questa sessione estiva per cinque milioni di euro.
Spesso si tira fuori il concetto di "capitan futuro". Varie squadre e ambienti lo utilizzano, perché in fondo si cerca sempre l'erede al grande re, al rappresentante massimo di un certo club. Non è una novità e questa cosa non cambierà; tuttavia, la storia di Timmy Simons rappresenta un esempio di come si possa rimanere sempre legati a un ambiente, anche da lontano. Un capitano infinito, insomma.

Simons ha giocato anche 94 partite con la nazionale belga.

17.6.17

UNDER THE SPOTLIGHT: David Babunski

Buon pomeriggio a tutti e benvenuti a "Under The Spotlight", la rubrica che prova a recensire i talenti che si trovano in giro per il mondo. Oggi ci spostiamo in un ambito a me familiare come il Giappone, dove questa primavera è arrivato un uomo discusso, ma soprattutto un ex prodigio: che Yokohama possa rilanciare definitivamente David Babunski?

SCHEDA
Nome e cognome: David Babunski
Data di nascita: 1 marzo 1994 (età: 23 anni)
Altezza: 1.74 m
Ruolo: Centrocampista, mezzala
Club: Yokohama F. Marinos (2017-?)



STORIA
A soli 12 anni, Babunski - nato e cresciuto a Skopje, capitale della Macedonia - viene notato dal Barcellona, che lo preleva dall'UDA Gramenet, altra società giovanile della Catalogna. La Masia è un posto dove notoriamente non si gioca solamente a calcio, ma s'incarna una certa mentalità di gioco, che Babunski ha assorbito in maniera tale da scalare le gerarchie del calcio blaugrana.
La sua storia ha fatto così eco in Macedonia che già nel 2011 - quando ancora doveva esordire con la seconda squadra in Segunda Division - il suo nome è quello prescelto per il premio di "Giovane sportivo dell'anno" nel paese. La famiglia aveva già esperienza nel campo: il padre Boban è stato un difensore che ha giocato in Spagna, proprio come il fratello di David, Dorian (classe '96, ex attaccante del Real Madrid.
Nel 2013, il Barcellona ha promosso ufficialmente Babusnki nella squadra B, quella che gioca in seconda divisione. Nonostante le grandi doti a disposizione, il macedone non è mai riuscito a imporsi veramente come titolare: 19, 16 e 13 presenze in due anni e mezzo sotto gli ordini prima di Eusebio Sacristán, poi di Gerard López. E una sola rete, contro l'Alcorcon nell'ultima giornata del 2013-14.
La separazione - datata gennaio 2016 - è un addio consumato dopo un lungo distacco: Babunski non è riuscito a sfondare, ma al tempo stesso non è come gli altri calciatori. Meno appariscente e più legato alla realtà, il macedone si sente fuori posto al Barca e decide per la separazione consensuale. La mezzala si è avvicinata a casa, firmando con la Stella Rossa di Belgrado e vincendo il campionato.
Tuttavia, come il padre si trasferì in Giappone nel '96, anche David alla fine ha scelto la J. League per ripartire. Ma se Boban Babunski scelse il Gamba Osaka, David si è spostato più a nord: vicino Tokyo, lo Yokohama F. Marinos aveva bisogno disperato di un giocatore nel mezzo tecnicamente forte e capace di segnare. La prima gara contro gli Urawa Red Diamonds - chiusa con un gol - ha dimostrato che la scelta promette bene.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Tatticamente preferisce spaziare nella zona centrale: ha una discreta visione di gioco e soprattutto un ottimo tiro, che gli consentono di essere sia centro creativo della squadra che creatore di pericoli per gli avversari. Fisicamente e atleticamente non sembra fortissimo, ma a volte - se il potenziale esplode come deve - questi ostacoli sono superabili. In fondo, Babunski ha una tecnica e una lettura di gioco sconosciuta a tanti.

STATISTICHE
2013-14 - Barcellona B: 19 presenze, 1 reti
2014-15 - Barcellona B: 16 presenze, 0 reti
2015-16 - Barcellona B: 13 presenze, 0 reti / Stella Rossa: 6 presenze, 0 reti
2016-17 - Stella Rossa: 7 presenze, 0 reti
2017 - Yokohama F. Marinos (in corso): 14 presenze, 2 reti

NAZIONALE
Siccome parliamo di un piccolo prodigio in un paese dalla reputazione calcistica poco sviluppata, è stato normale vedere Babunski esordire a soli 19 anni in nazionale maggiore. Per ora le presenze sono solo nove, ma soprattutto l'ex Barcellona ha contribuito a portare l'U-21 all'Europeo di categoria (oggi la Macedonia giocherà la prima partita del suo torneo: ha eliminato la Francia nel girone). Ora si aspetta che Babunski possa prendere in mano l'eredità di Goran Pandev anche con i grandi.

LA SQUADRA PER LUI
Onestamente la scelta di mollare il Barcellona denota come Babunski sia più interessato al contesto in cui giocare piuttosto che al nome del club con il quale scendere in campo. Anche la scelta del Giappone - pur essendosi appena riavvicinatosi a casa e, per giunta, con la Stella Rossa, club di fama europea - denota l'attenzione ad altri criteri. Still, rivederlo in Liga sarebbe interessante, così come vederlo in qualche squadra di Serie A che ha disperatamente bisogno di un giocatore così.

15.6.17

Confederations Cup 2017 – L'ultima volta

L'ultima volta. O almeno così dovrebbe essere per la Confederations Cup, che dagli anni '90 infesta le estati pre-Mondiale. Una prova generale spesso sottovalutata, la vera competizione che ha una sua equità e democrazia nel panorama del calcio Mondiale, ma che potrebbe essere all'ultima recita. Nel 2021, la CC potrebbe esser sostituita da altro: in Russia, c'è la chance di ultimo saluto.

Gianni Infantino, 47 anni, e Vladimir Putin, 64, a colloquio.

Gruppo A - Russia, Nuova Zelanda, Portogallo, Messico

Il crollo di Euro 2016, la diminuita potenza economica e lo spazio a nuove realtà (lo Spartak Mosca ha rivinto il campionato dopo 16 anni, il Rostov FC ha giocato in Champions) fanno pensare che il momento del movimento calcistico russo non sia dei migliori.
L'età-media della squadra scelta da Stanislav Cherchesov è parecchio alta (ben 11 giocatori hanno o superano i 30 anni), mentre i giovani ci sono, ma non sappiamo quanta fiducia avranno da qui al Mondiale del prossimo anno. Uscire al primo turno non è impossibile (non accade a una squadra padrone di casa dal 2001).

   Dopo aver faticosamente vinto l'OFC Nations Cup nel 2016 (un successo che dimostra come la competitività si stia livellando in Oceania), la Nuova Zelanda torna alla Confederations Cup dopo otto anni. La speranza è di fare meglio del 2009, visto anche l'inserimento nel girone più facile.
Grazie alla guida di Anthony Hudson, gli All Whites si sono risollevati al 95° posto del Ranking FIFA, quando nell'aprile-maggio del 2016 avevano toccato il punto più basso della loro storia (161°!). Senza Winston Reid, il capitano sarà Chris Wood, nel momento migliore della sua carriera; tra i 23, ci sarà spazio persino per un classe '97.

Sebbene il trionfo di Euro 2016 rimanga un mistero ai miei occhi, l'incredibile gol di Eder vale una prima storica per il Portogallo, che partecipa alla Confederations Cup con il sogno di vincerla, certamente con l'obiettivo di arrivare almeno sul podio. I lusitani sono i più forti del girone e possono contare su un'ottima rosa.
Non ci saranno due uomini-chiave dell'avventura in Francia: João Mário è infortunato, mentre Renato Sanches si è forse pentito di aver firmato per il Bayern dopo la prima stagione in Baviera. Ci sarà l'ultimo ruggito per alcuni, mentre altri sfrutteranno la manifestazione per prendersi un posto da titolari. E Cristiano Ronaldo vuole aggiungere un'altra coppa al suo palmarès.

Di Juan Carlos Osorio abbiamo parlato in lungo e in largo, ma il suo lavoro con il Messico è veramente invidiabile. Se escludiamo il 7-0 rimediato dal Cile nella Copa América Centenario (comunque poi la Roja ha vinto la Copa, eh...), Osorio sta facendo tutto per bene. Il Messico potrebbe essere ai Mondiali già da settembre.
Intanto, però, c'è la Confederations Cup, già vinta nel '99. L'obiettivo è il superamento del girone, ma c'è anche da lanciare diverso materiale (Salcedo, Damm, Lozano), nonché omaggiare El Gran Capitan, quel Rafa Márquez che si prepara a giocare il suo 17° torneo internazionale.

Cristiano Ronaldo, 32 anni, sogna la vittoria in Russia.

Gruppo B - Camerun, Cile, Australia, Germania

 Il miracolo di Hugo Broos continua: dopo aver alzato inaspettatamente la Coppa d'Africa a gennaio contro il favorito Egitto, il Camerun spera di qualificarsi per Russia 2018 e soprattutto torna alla Confederations Cup a 14 anni di distanza dall'ultima volta, quando i Leoni Indomabili arrivarono in finale contro la Francia (e ahimè persero in campo Marc-Vivién Foé).
Due grandi portieri (Onana e Ondoa) si giocheranno il posto da titolare, ma ci saranno una marea di assenze. Solo tra i centrali non ci saranno N'Koulou, Chedjou e Matip (con questi ultimi due che già non c'erano a gennaio), mentre davanti N'Jie e Choupo-Moting non saranno della contesa. Ci si regge sulle solide spalle di Aboubakar, con Moukandjo capitano, ma passare il turno sarà dura.

Il canto del cigno, la chiusura di un grandissimo ciclo, iniziato forse addirittura con Bielsa, rinforzato con Sampaoli e che probabilmente si concluderà con Pizzi: questo è il Cile che si presenta alla Confederations Cup, forte del titolo conquistato nel 2015 e del bis ottenuto l'anno scorso contro l'Argentina.
Paradossalmente, il Cile può passare il turno e cercare il successo finale con una generazione che però è apparsa scarica in questa stagione: Bravo ha sbagliato tanto al City, Sanchez è frustrato da un Arsenal poco competitivo, Edu Vargas è finito in Messico. Vincere la Confederations Cup chiuderebbe un bellissimo quadriennio, anche perché la qualificazione in Russia non è così scontata in vista del prossimo Mondiale (anche se la Roja e l'Uruguay hanno il calendario più facile da qui alla fine).

Puri esperimenti: l'Australia ha bisogno di farne perché anche qui la partecipazione al prossimo Mondiale non è scontata e il 3-2 di una settimana fa sull'Arabia Saudita è stato in realtà molto difficile da ottenere. Si riparte dal gruppo che sta trascinando (a fatica) l'Australia negli ultimi tempi, con Postecoglou che forse dovrebbe salutare dopo il 2018, specie se non si tornasse in Russia la prossima estate.
Una squadra già in difficoltà ha dovuto rinunciare anche a Brad Smith e al capitano Mile Jedinak per infortunio. Due perdite gravissime, che rendono praticamente impossibile il già difficile obiettivo del passaggio del turno. 
Non è un bel momento neanche per gli altri (se escludiamo Aaron Mooy): Kruse e Troisi - rispettivamente match-winner della finale della Coppa d'Asia 2015 e n. 10 in pectore - sono senza un contratto. Ryan è dovuto tornare a Gent per trovare continuità doo Valencia. E nonostante le 37 primavere sulle spalle, Tim Cahill è ancora un riferimento.

Non si è nascosto Joachim Loew: fosse per lui, la Confederations Cup non attirerebbe tanto interesse. Lo si nota dalla squadra scelta, dalla priorità data all'U-21 (che andrà all'Europeo di categoria per vincerlo), ma questo non è un problema. La Germania sperimentale che si affaccerà in Russia rimane una squadra interessante. A sorpresa, il capitano sarà Julian Draxler, classe '93, che è anche il tedesco con più presenze in nazionale (30).
Per il resto, tanti esordi e facce nuove: Trapp, Plattenhardt, Demirbay, Stindl, Younes e Wagner hanno esordito per la prima volta giusto qualche giorno fa. Per il resto, solo 8 giocatori su 23 hanno più di 10 presenze con la Germania; sarà tutto un esperimento, perché molti dei big - da Neuer a  Müller, passando per Hummels, Kroos e Özil - sono rimasti a casa.

Julian Draxler, 23 anni, capitano di una Germania sperimentale.

Le previsioni non sono facili, ma in un torneo come la Confederations Cup sembra tutto più facile. I giorni sembrano avere un esito scontato e preparano la tavola per due semifinali annunciate (in grassetto le qualificate alla finale):

Portogallo-Germania
Cile-Messico

Pronosticare un Portogallo-Cile sarebbe la giusta finale per un quadriennio di sorprese. Se escludiamo la Germania campione del Mondo, il Messico vincitore in Gold Cup e (forse) la Nuova Zelanda campione di Oceania, abbiamo quattro sorprese e mezzo presenti a questa Confederations Cup (più una padrone di casa non favorita). La finale tra due sorprese come Portogallo e Cile - almeno per come sono apparse nelle loro rispettive competizioni - sarebbe il giusto sipario a questa follia. 

Ciao, Confederations Cup. Mi mancherai.

Giugno 2013: il Brasile distrugge la Spagna campione del Mondo per 3-0.

4.6.17

Un'altra volta.

Nove finali giocate, solo due vittorie. Dall'altra parte, 14 ultimi atti, solo tre sconfitte. Forse è veramente tutta qui la differenza tra Juventus e Real Madrid, che ieri si sono affrontate al "Millennium Stadium" di Cardiff per la finale di Champions League. Il trionfo dei Blancos - 4-1 e secondo tempo senza storie - è lo specchio di due viaggi che sono a un diverso punto del proprio percorso.

Cristiano Ronaldo, 32 anni, esulta dopo uno dei due gol in finale.


Se l'anno scorso è sembrata una serata fortunata contro l'Atlético Madrid di Simeone, questa finale gallese ha definitivamente sdoganato Zinedine Zidane come abile maestro. Ha imparato dai migliori, è stato uno dei giocatori più forti degli ultimi vent'anni, è un ottimo gestore di uomini e ha una squadra fenomenale dalla sua. Questo è il Real che meglio combina quadratura e forza tecnica degli ultimi vent'anni.
La vittoria dei Blancos è stata costruita sulla prestazione-chiave di tre uomini: Dani Carvajal, che sta vivendo un grande momento di forma e ha di fatto distrutto Alex Sandro; Luka Modric, capace di equilibrare il tutto con grande sapienza; Casemiro, che non solo ha segnato il 2-1 che ha spezzato la gara, ma è stato ancora una volta il pezzo mancante del puzzle di Zidane, come a Milano un anno fa.
Qualcuno potrebbe dire che l'esclusione di Cristiano Ronaldo sia sorprendente. In realtà, non lo è. Anzi, il portoghese ha giocato la miglior finale delle ultime tre con il Real Madrid: a Lisbona segnò solo su rigore a gara finita e a Milano, nonostante il rigore decisivo messo alle spalle di Oblak, giocò da mezzo infortunato e non incise sull'andamento della gara.
A Cardiff, invece, le cose sono andate diversamente. Come qualcuno ha sottolineato nel pre-gara, il Ronaldo dell'ultimo anno non è più l'essere bionico che abbiamo conosciuto: ha fatto tanti gol anche in questa stagione, ma è stato messo a riposo quando serviva e ha partecipato di meno alla manovra di squadra, rendendo fondamentale la presenza di Benzema e Isco nell'undici iniziale. Eppure, doppietta e si parla già di quinto Pallone d'Oro.
La domanda per Zidane è semplice: cosa si può fare di meglio con questo Real Madrid, dopo aver vinto tutto quello che c'era da vincere? Qualcuno ha scherzato sul ritiro, ma forse al Real non c'è mai veramente fine alla grandezza. Questa squadra ha vinto tre delle ultime quattro Champions e nel 2015 è uscita per mano della Juventus, quando la squadra di Allegri giocò un grandissimo doppio confronto per eliminare Ancelotti e i suoi ragazzi.


La grandezza di Modric per chiudere la gara e ogni discorso sull'assegnazione della Champions.

Dopo aver giocato un buon primo tempo (direi addirittura superiore a un Real stranamente timido), una Juventus rinunciataria è tornata sul terreno di gioco dopo l'intervallo. Nessuno spunto, un colpo di testa di Alex Sandro a lato come massimo sforzo. A quel punto, la vittoria del Real non è diventata solo scontata, ma persino meritata, diventando esagerata nel punteggio.
I gol di Ronaldo, Casemiro e Marcos Asensio ci fanno chiedere da cosa ripartirà Massimiliano Allegri. Insieme a Jardim e Zidane, è stato probabilmente il miglior allenatore di quest'annata. Un trionfo in Champions ne avrebbe segnato per sempre la grandezza, ma siamo alla seconda finale persa in tre anni. E questa fa ancora più male, per un motivo preciso.
Il motivo sta nell'avversario e nel contesto: nel 2015, la Juventus arrivò quasi per miracolo alla finale di Berlino, salvo perdere con il super-Barcellona del primo anno di Luis Enrique. Nessuno si sarebbe aspettato di vederli vincitori, eppure la Juve andò sull'1-1 e sfiorò persino il vantaggio. Tutto diverso a Cardiff: è arrivata una reazione, poi è scomparsa tutta la squadra nella ripresa.
Ora da dove si può ripartire? Dallo stesso gruppo, che però avrà un anno in più. Barzagli è stato già centellinato quest'anno, per Buffon sarà l'ultima chance, mentre Chiellini, Marchisio, Dani Alves e Higuain non stanno diventando più giovani. In sintesi: questo gruppo può arrivare a Kiev nel maggio 2018, ma è molto più difficile.
L'impressione, però, è che manchi qualcosa in Champions: la Juventus ha giocato nove finali, perdendone sette. Ha consegnato la prima Champions ad Amburgo e Borussia Dortmund, ha perso due volte con il Real Madrid, con il Milan. Sembra esserci quasi una difficoltà ambientale nella rincorsa alla coppa dalle grandi orecchie. Lo sguardo malinconico di Buffon nella premiazione ci consegna un problema più grandi di quello tecnico.

Gianluigi Buffon, 39 anni, alla terza finale persa in Champions.

31.5.17

ROAD TO JAPAN: Yoshiaki Komai (駒井 善成)

Buongiorno a tutti e benvenuti al quinto numero di "Road to Japan", la rubrica che ci consente di visionare il maggior numero di talenti presenti nel panorama nipponico. Oggi ci spostiamo a Saitama, dove gli Urawa Reds stanno facendo una gran stagione. Merito degli esterni: se di Ugajin e Sekine abbiamo già parlato in episodi precedenti, oggi lo spazio tocca a Yoshiaki Komai.

SCHEDA
Nome e cognome: Yoshiaki Komai (駒井 善成)
Data di nascita: 6 giugno 1992 (età: 24 anni)
Altezza: 1.68 m
Ruolo: Esterno destro, ala
Club: Urawa Red Diamonds (2016-?)



STORIA
Nato a Yamashina-ku (municipio nella parte sud-est di Kyoto, quasi al confine con la prefettura di Shiga), Yoshiki Komai ha frequentato la Dodo Elementary School, dove incrociò - non sapendolo - Takashi Usami, un altro promettente ragazzo della leva '92. L'ex Gamba Osaka dirà un decennio più tardi di lui: «Quando lo sfidai per la prima volta, fui scioccato: mi impressionò».
Cresciuto nel Kyoto Sanga, vi è entrato nel 2005 e non è più uscito dai suoi ranghi. Con i suoi giovani compagni - tra cui Yuta Ito, Takumi Miyayoshi, Riki Harakawa e Yuya Kubo - fece brillare il vivaio del club, che aveva un futuro promettente con questi ragazzi. Il progetto non si è potuto realizzare, ma ciò nonostante rimane l'ottimo lavoro fatto dal Sanga nella crescita dei propri giovani.
Tra di essi, Komai fu uno dei primi a esordire: il Kyoto Sanga non ha più fatto ritorno in J1 dal 2010, ma l'ala ha esordito la stagione successiva. La decisione del club fu chiara: dare al tecnico Takeshi Oki giovani da coltivare, con la speranza di tornare in J1 una volta che fossero maturati. E il 2011 regalò un'immediata soddisfazione, con il raggiungimento della finale della Coppa dell'Imperatore, tutta in salsa J2 (vinse il FC Tokyo 4-2).
Tuttavia, quella generazione fornirà diversi giocatori al calcio giapponese, senza però veramente incidere sul destino del Kyoto Sanga. Il club raggiunge i play-off due volte dopo due terzi posti e nel 2013 arriva in finale, salvo perderla contro lo sfavorito Tokushima Vortis. Pur essendo diventato capitano a 22 anni e provando tanto amore per il club, Komai capisce che è il momento di partire dopo il 17° posto del 2015.
Nonostante il pubblico si muova per trattenere il capitano (nativo della regione), Komai conferma l'addio: «Ci ho pensato a lungo, ma credo sia il momento giusto per andare». La scelta è Saitama, sponda Urawa Reds, dove il gioco di Petrovic potrebbe vederlo tagliato fuori. In realtà, Komai si adatta velocemente e anzi si rivela una preziosa scelta a gara in corso (è subentrato in ben 18 partite durante il 2016).

CARATTERISTICHE TECNICHE
A Kyoto lo chiamavano "Genius Dribbler", proprio perché le sue abilità nel dribbling sono ben note e sono state rifinite nel lungo periodo di Kyoto, durante il quale ha giocato da ala e ha spesso puntate le difese avversarie palla al piede. Non solo: il ragazzo è dotato di una velocità fulminante, tanto da raggiungere i 50 metri in 6,5 secondi netti.
A questo si aggiunge una grande duttilità: ha giocato avanti, dietro, in mezzo e soprattutto sui lati. Per via dei tanti cambi tecnici negli ultimi due anni a Kyoto e del nuovo approccio a Saitama, è stato provato in posizioni diverse. Fisicamente deve irrobustirsi, ma è bello vedere un giapponese così duttile a livello tattico. Un punto da migliorare a tutti i costi? Il tiro. Ci prova troppo poco e ha segnato appena sei gol nelle ultime tre stagioni e mezzo.

STATISTICHE
2011 - Kyoto Sanga FC: 28 presenze, 2 reti
2012 - Kyoto Sanga FC: 35 presenze, 7 reti
2013 - Kyoto Sanga FC: 42 presenze, 4 reti
2014 - Kyoto Sanga FC: 42 presenze, 1 rete
2015 - Kyoto Sanga FC: 38 presenze, 4 reti
2016 - Urawa Red Diamonds: 34 presenze, 0 reti
2017 - Urawa Red Diamonds (in corso): 18 presenze, 1 rete

NAZIONALE
Per Komai sarà quasi impossibile farsi strada in nazionale: il reparto esterni - sia in avanti che in difesa - è particolarmente ricco. Nel 4-3-3 impostato da Halilhodzic negli ultimi anni, Komai potrebbe ricoprire il ruolo di esterno d'attacco. Ciò nonostante, la speranza è di vederlo con la Nippon Daihyo almeno per una gara, come premio per quanto fatto sinora in carriera.

LA SQUADRA PER LUI
Ho sempre fatto discorsi d'acquisto relativi all'età e alle caratteristiche tecniche; qui, invece, voglio passare a quelle tattiche. Ci sono pochi giocatori che a quasi 25 anni hanno giocato in così tanti ruoli, disimpegnandosi bene quasi ovunque in mezzo al campo. Komai è uno di quei jolly che non si trova spesso e che può cambiare l'inerzia anche a gara in corso.