18.5.17

Inaspettato, ma bellissimo.

Un 2-0 contro il St. Etienne, in un recupero nel quale bastava un punto per chiudere il discorso: così il Monaco interrompe la supremazia del Paris Saint-Germain e si aggiudica la Ligue 1, l'ottavo titolo della sua storia. Erano 18 anni che non si alzava il trofeo al Louis II e Leonardo Jardim ha vinto il titolo di manager dell'anno in Europa (sempre che Allegri non vinca la Champions...).

Il Monaco festeggia a fine gara la vittoria della Ligue 1.

Forse nessuno avrebbe scommesso su una Ligue 1 così aperta, lo stesso campionato che ha visto trionfare per quattro anni di fila il PSG, creando un dominio molto simile a quello vissuto in Italia con la Juventus. Ma se Roma e Napoli continuano a incagliarsi su diversi ostacoli, prima l'Olympique Lione ha sfiorato il titolo e poi il Monaco se l'è preso di forza, con un gioco spettacolare e fresco.
I 104 gol segnati ne sono la testimonianza: una macchina da guerra capace di strappare quattro punti al PSG, con il fondamentale 1-1 al Parco dei Principi, segnato negli ultimi secondi da Bernardo Silva. Forse è stato uno snodo basico di quest'annata, che ha visto il Monaco in semifinale di Champions League e di Coupe de France, nonché in finale di Coupe de la Ligue.
E pensare che 18 anni fa la squadra che alzò per ultima la Ligue 1 era molto diversa. Il Monaco aveva perso Thierry Henry giusto l'anno prima, mentre David Trezeguet trascorreva l'ultima stagione nel Principato prima di muoversi qualche chilometro più a sud, direzione Torino. Quell'estate il Monaco aveva salutato anche Ikpeba, accogliendo però i giovani Rafael Márquez e Marcelo Gallardo.
Gli avversari PSG e Lione rinunciano all'inseguimento del Monaco nelle ultime giornate: la squadra allenata da Claude Puel - all'epoca un giovane manager alla prima esperienza in assoluto - può contare sui nazionali francesi (Barthez, Sagnol, Giuly) e su un contingente straniero di livello (su tutti Riise, Costinha e soprattutto Marco Simone, bomber implacabile in Francia).
Nonostante 13 punti nelle ultime 10 giornate (un ritmo lento per chi vuole alzare il trofeo), il Monaco si accontenta della vittoria-chiave contro il PSG (1-0 a marca Trezeguet) e vince la Ligue 1 con ben sette punti di vantaggio. La squadra verrà smontata negli anni successivi, ma con Didier Deschamps potrà comunque raggiungere la finale di Champions League nel 2003-04.

Come il Monaco ha riconquistato il titolo dopo 18 anni.

Ci è voluto molto per riportare il Monaco a certi livelli. Anzi, su questo stesso blog, nel settembre 2014 si era temuto che la chiusura dei rubinetti da parte del patron russo Dmitry Rybolovlev potesse abbassare il sipario su qualunque sogno di gloria dei monegaschi. Ma è in quel momento che il proprietario del club monegasco ha fatto la miglior scelta della sua vita.
Leonardo Jardim non è stato mai abbastanza applaudito. Questo è un pensiero che ho fin dai suoi anni allo Sporting Lisbona, caduto in una crisi finanziaria tremenda e che Jardim trascinò di nuovo in Champions League nonostante i debiti. Anche in Grecia ha vinto un campionato, prima che lo ritenessero di troppo per motivi extra-calcistici (si parla di un affair con la moglie del presidente).
In ogni caso, il lavoro del tecnico portoghese è stato mostruoso: una squadra che ha basato la sua risalita sui colpi di mercato è riuscita a trasformarsi prima in una solida corazzata, poi in una formazione da puro spettacolo. E intanto Jardim è riuscito a ottenere due terzi posti, due grandi corse in Champions e il titolo di quest'anno.
Una gioia immensa quella monegasca, giustificata da una stagione oltre i propri limiti. Sapevamo che Jardim fosse un buon tecnico, ma ha fatto una metamorfosi incredibile: questo Monaco è totalmente diverso dal suo primo tentativo, quello del 2014-15, con il club che arrivò ai quarti di Champions con un calcio meno spumeggiante e più pragmatico.
E poi ha un che di poetico che l'ultimo gol per garantirsi il titolo sia arrivato da Valère Germain. Insieme a Subasic e Raggi, uno dei pochi rimasti da quei giorni trascorsi in Ligue 2, ad annaspare nelle torbide acque della seconda divisione. Anzi, l'anno scorso Germain aveva persino dovuto emigrare per emergere; ritornato alla base, è stato utilissimo e prezioso.
Tutto questo senza menzionare l'enorme patrimonio che il Monaco ha fatto maturare in questa stagione: da Fabinho (stella di cui non si parla abbastanza) a Jemerson, da Mendy a Sidibé, da Lemar a Carrillo, passando per le due stelle principali che potrebbero lasciare il Principato in estate. Se la partenza di Bernardo Silva non è neanche in discussione (United?), Kylian Mbappé farebbe bene a rimanere dov'è. Tanto ci pensa Jardim.

Leonardo Jardim, 42 anni, l'uomo dei miracoli nel Principato.

9.5.17

L'innominato.

A 22 anni, la sua carriera sembrava destinata al nulla. Uno dei tanti giovani che non trovano spazio, nonostante un talento coltivato in silenzio e il patrocinio del Manchester United, dov'è cresciuto. Eppure Tom Heaton non si è mai arreso e ha lavorato per arrivare dov'è ora: capitano del Burnley, membro della nazionale inglese e uno dei migliori portieri europei di quest'annata.

Heaton è arrivato al Burnley nell'estate 2013.

Da piccolo era indeciso sul da farsi, alternandosi tra porta e centrocampo, finché non è arrivato il Manchester United. All'epoca era un giovane del Wrexham, vecchia gloria del calcio inglese con sede in Galles; Tom viene scelto e si trasferisce nel sistema giovanili dei Red Devils, dove fa da back-up a Luke Steele (mai una gara in Premier League, oggi in Grecia).
Per sette anni, Heaton graviterà in orbita United, rimanendo di proprietà del Manchester: uscito dalle giovanili, è diventato il titolare delle riserve, per poi partire per un lungo tour. Heaton ha giocato in prestito con Swindon Town, Cardiff City, QPR (per tre mesi, un emergency loan), Rochdale e Wycombe. In totale, 73 partite giocate, ma zero con lo United.
A un certo punto, il portiere sente che andar via è la mossa giusta: «L'atmosfera si è infiammata per un paio di minuti (con Ferguson, ndr). Ho passato un periodo tremendo allo United: sono arrivato a 11 anni e, nonostante tutti gli sforzi fatti su di me, me ne stavo andando a parametro zero. In fondo, sapevo che era la decisione giusta. Ma Ferguson ha capito: è stato bello vedere che ha capito la mia decisione».
Libero da qualunque vincolo, Heaton torna in Galles, a Cardiff. Il suo competitor David Marshall s'infortuna e lui ha strada libera, conquistando anche il premio di giovane dell'anno per il club. Purtroppo nella stagione successiva il tecnico Malky Mackay non lo vede titolare, ma lui è comunque un eroe di coppa, trascinando i Bluebirds in finale di League Cup (persa con il Liverpool).
Bisogna ripartire di nuovo, nonostante il Cardiff City gli abbia offerto un nuovo contratto, ma dove? In Championship lo vogliono in tanti e Heaton sceglie Bristol: purtroppo il City naufraga e incassa ben 84 reti, con Heaton titolare in 43 delle 46 partite. Eppure i complimenti non gli vengono risparmiati e il contratto è annuale: ergo, addio Bristol e vai con il Burnley.
I Clarets devono ripartire dopo l'addio di Eddie Howe e due stagioni deludenti: Sean Dyche è il nuovo tecnico e ha già seguito Heaton al Watford, ma l'operazione non si è concretizzata. Lo descrive come dotato di una buona tecnica e pensa che il portiere sia uno dei pezzi fondamentali della sua squadra ideale. Avrà ragione: l'addio di Lee Grant è dimenticato e la difesa del Burnley è la meno battuta della Championship, con tanto di promozione.
Purtroppo la stagione successiva - la prima in Premier League, con l'esordio contro il Chelsea - vede il club scendere nuovamente in Championship con la peggior difesa del torneo. Eppure Heaton ha parato persino due rigori e ha giocato ogni minuto del campionato: le basi per ripartire ci sono, perché il Burnley is on the mission.

Save of the season. Senza dubbio. Heaton dirà nel post-gara: «Mi sono quasi rotto il braccio per parare il tiro di Ibrahimovic...».

C'è un motivo per il quale Heaton ha scelto (ed è rimasto a) Burnley: «Ho sempre voluto essere il titolare e credo che la (prima) promozione con il Burnley abbia giustificato l'addio allo United. Mio padre era un tifoso del Burnley, come mio nonno, e qui il calcio è il motore della città. In un momento in cui la Premier League è globale, è bello sapere che la città è così vicina alla squadra».
Votato giocatore dell'anno dai compagni, Heaton ha persino firmato un prolungamento fino al giugno 2018 dopo la retrocessione. Con Jason Shackell in partenza, il portiere è diventato capitano e il Burnley è tornato immediatamente in Premier League, da campione e imbattuto nel girone di ritorno. Non solo: Heaton è finito anche nella Top 11 della lega.
Il secondo approccio alla Premier, memori degli errori della prima volta, è stato migliore. Lo si vede dalla classifica: il Burnley non ha modificato la mentalità difensiva mostrata negli anni precedenti, ma è diventato più efficace. Ha saputo rimediare alle partenze e soprattutto ha in porta uno dei migliori goalies d'Inghilterra, con tanto di rinnovo fino al giugno 2020.
La consacrazione è arrivata nelle ultime due annate. Specie in questa, Heaton è per ora tra i Top 3 per il numero di saves in stagione: dietro una vita a Guillermo Ochoa (Malaga), appena a ridosso di Lukasz Skorupski (Empoli) e davanti di poco a Gigio Donnarumma (di cui non c'è bisogno di specificare la squadra, perché è l'U-17 più chiaccherato della storia).
Ai successi di club (il Burnley è praticamente salvo: +6 sulla terzultima), si aggiungono le soddisfazioni personali, come la chiamata dell'Inghilterra. Heaton ricorda che gli sono arrivati i complimenti di Ferguson e ha esordito con l'Australia in un'amichevole pre-Euro 2016 (dov'è andato tra i convocati): «Mi dispiace per come sia andato l'Europeo, pensavo saremmo andati lontano. Personalmente è stata una bella esperienza».
E ora c'è il futuro di cui parlare, perché sono abbastanza sicuro che Heaton sarà uno di quei portieri osservati quest'estate sul mercato (qualche voce c'è). Nonostante le 31 primavere, il portiere ha ottenuto 10 clean sheets e ha concesso 44 reti in 33 partite giocate: «Sarebbe fantastico rimanere in Premier League per costruire qualcosa nel tempo». Vedremo se l'innominato diventerà un protagonista a breve.

Tom Heaton, 31 anni, merita più considerazione in Inghilterra.

30.4.17

ROAD TO JAPAN: Yuma Suzuki (鈴木 優磨)

Buongiorno a tutti e benvenuti al quarto numero del 2017 per "Road To Japan", la rubrica che tenta di scoprire i migliori talenti del panorama nipponico. Oggi ci spostiamo a Ibaraki, dove dall'anno scorso è esplosa una stella, in questa stagione attesa alla conferma per il grande salto: Yuma Suzuki dei Kashima Antlers sembra avere tutte le caratteristiche per sfondare.

SCHEDA
Nome e cognome: Yuma Suzuki (鈴木 優磨)
Data di nascita: 26 aprile 1996 (età: 20 anni)
Altezza: 1.80 m
Ruolo: Prima e seconda punta
Club: Kashima Antlers (2014-?)



STORIA
Nato nella prefettura di Chiba (a Chōshi, la città più a Est della regione), in realtà Suzuki si ritrova quasi da subito coinvolto nella storia dei Kashima Antlers. In fondo, Kashima City dista poco dalla sua città-natale, vista che la prefettura di Ibaraki è quella immediatamente a Nord; già a sette anni, Suzuki è nelle giovanili del club.
Mentre il Kashima trionfa e alza diversi trofei al cielo, il ragazzo cresce per ben 11 anni nelle giovanili della squadra più vincente del Giappone. Yuma fa parte della compagine che trionfa nella J. Youth Cup del 2014, segnando il gol decisivo nei quarti di finale e poi aiutando i compagni a battere i pari-età del Gamba Osaka nella finale (solo dopo i calci di rigore).
Al Kashima hanno bisogno di qualche novità e così decidono di inserirlo gradualmente. Già dal 2014 sarebbe un giocatore registrato, ma non esordisce. Bisogna aspettare l'anno successivo, quando viene prima girato alla selezione U-22 che gioca in terza divisione (dove colleziona tre gol in nove gare: non male), poi esordisce. Con il botto.
In tre giorni gli cambia la carriera: il 9 settembre Yuma gioca la prima da pro in Coppa dell'Imperatore contro il FC Ryukyu, ma tre giorni più tardi entra nella gara di J. League contro il Gamba Osaka. Basta un quarto d'ora per trovare la prima rete di sempre, replicata da un altro gol al 90', stavolta quello decisivo al Kashiwa Reysol.
La strada è tracciata: alle spalle di Kanazaki (ormai utilizzato da punta), Suzuki guadagna spazio. Il merito è di Masatada Ishii, ex allenatore delle giovanili e promosso a head coach della prima squadra nel luglio 2015 al posto di Toninho Cerezo. Se l'ex Roma e Samp ci pensava di più sull'esordio dei giovani, Ishii non tituba e dà molto più spazio al classe '96.
I risultati si notano: 10 reti in 45 presenze tra campionato, coppe e la folle avventura nella FIFA Club World Cup, dove Suzuki segna il 3-0 all'Atlético Nacional e poi sfiora il 3-3 contro il Real Madrid, colpendo di testa la traversa. Fondamentale anche nella vittoria del campionato ai play-off, Suzuki quest'anno si è preso il 9 ed è partito forte, decidendo la Fuji Xerox Super Cup con una sua rete da rapace.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Il suo idolo è Cristiano Ronaldo (emulato persino nell'esultanza), ma il suo gioco disegna un altro profilo. Yuma Suzuki è sicuramente uno dei talenti più maturi nel panorama nipponico. Qualcuno lo ha paragonato a Shinji Okazaki e ne ha lodato lo spirito combattivo. 
Prima o seconda punta, è bravo a inserirsi negli spazi e ha un senso del gol che gli permette di sfruttare qualsiasi indecisione dell’avversario. La sua intelligenza e furbizia sembra quasi scavalcare le scarse attitudini fisiche. Se le capacità non mancano, c’è da chiedersi se la forza mentale, che spesso sconfina nella malizia, se non nella provocazione, non lo possa danneggiare a lungo termine.

STATISTICHE
2014 - Kashima Antlers: 0 presenze, 0 reti
2015 - Kashima Antlers: 10 presenze, 2 reti
2015 -  J. League U-22 Selection: 9 presenze, 3 gol
2016 - Kashima Antlers: 45 presenze, 10 reti
2017 - Kashima Antlers (in corso): 13 presenze, 5 reti

NAZIONALE
Il nome di Suzuki è importante anche in quest'ambito. Non nascondo una certa preoccupazione per il ruolo del centravanti, nel quale il Giappone continua a latitare e ad adattare soluzioni di ripiego (sempre che l'uso di Okazaki in quella posizione possa considerarsi "secondario"). Avere un nuovo protagonista aiuterebbe, non c'è dubbio.
Mentre assistiamo alla rinascita di Shinzo Koroki o alla grande stagione di Yu Kobayashi, Suzuki ha per ora collezionato solo una convocazione con l'U-23 in vista dell'Olimpiade di Rio (ma non è andato in Brasile: anche qui, perché?) e un vago interesse da parte del ct Vahid Halilhodzic. La strada è lunga.

LA SQUADRA PER LUI
La scelta migliore sarebbe quella di acquistarlo subito, magari lasciandogli sei mesi per ambientarsi. Personalmente è uno di quei giocatori che vorrei vedere in Italia. Ha la giusta personalità per provarci, le doti tecniche e tattiche sono più che discrete; potrebbe faticare fisicamente, ma senza un esperimento non lo sapremo mai. Al Chievo sarebbe l'ideale.

26.4.17

Il tesoro sommerso.

Nei giorni in cui il Chelsea si lancia alla conquista del doblete Premier League-FA Cup (per altro sfidando il resto del gotha della Londra calcistica: il Tottenham in campionato, l'Arsenal in finale di coppa), viene da pensare che il futuro possa riservare tante soddisfazioni ai Blues di Antonio Conte. Sarà più facile ottenerle sfruttando un elemento spesso sottovalutato in passato: i suoi giovani.

Ola Aina, 20 anni, è il nuovo che avanza in casa Chelsea.

Se Conte in questo fondamentale ha fatto dei passi in avanti, è strano notare come il Chelsea abbia avuto in rosa negli ultimi anni alcuni dei talenti più floridi passati per le mani del calcio europeo. Per fare un paio di esempi: Kevin de Bruyne è stato frettolosamente venduto da José Mourinho; stessa sorte è toccata a Romelu Lukaku, che oggi incanta la platea dell'Everton con i suoi gol.
Potremmo citare anche casi più marginali: Thorgan Hazard era solo "il fratello di Eden", invece al Gladbach si è costruito una sua credibilità; Patrick van Aanholt e Ryan Bertrand si sono trasformati in due da Premier, che forse avrebbero potuto essere riserve nei Blues; a queste, si aggiungono cessioni remunerative, ma chissà se bisognerà pentirsene (tipo Jeffrey Bruma).
In questo quadro, bisogna aggiungere le vittorie nella UEFA Youth League, dove il Chelsea ha trionfato sia nel 2014-15 che nel 2015-16. Sotto José Mourinho, pochi ragazzi hanno avuto una seria chance, nonostante il Chelsea l'anno scorso abbia concluso il campionato al decimo posto. Alcuni ragazzi sono dovuti emigrare per trovare la loro strada, seppur in prestito.
Eppure la lista di graduates dall'academy del Chelsea è lunga e importante: si passa da quelli che sono stati lanciati dal duo italiano Vialli-Ranieri (Duberry, Robert Huth, Forssell, Dalla Bona, Carlton Cole) a quelli venuti più tardi (Scott Sinclair, Fabio Borini, più quelli alcuni di quelli menzionati sopra). Il rischio è che ci sia una miniera d'oro che verrà dispersa per dare spazio a nomi da copertina.
Qualcosa è cambiato sotto la guida di Antonio Conte; sì, l'italiano preferisce affidarsi ai titolari e a personaggi più solidi, ma fortunatamente per i Blues il tecnico ex Juve ha concesso spazio a diversi volti. Prendiamo Victor Moses, che da tre anni andava in prestito ed è diventato indispensabile nel 3-4-3 del Chelsea, o Nathan Aké, che era in prestito al Bournemouth, ma è stato richiamato da Conte a gennaio.

7-1 in un derby di Londra, valido per il ritorno della semifinale di F.A. Cup giovanile.

Questi i nomi più famosi, perché la squadra vanta anche la presenza di Charly Musonda (anche lui tornato a Londra, ma per contrasti con il Betis), Ruben Loftus-Cheek (già lanciato da Mourinho), Dominic Solanke (che però dovrebbe lasciare il Chelsea a fine stagione) e Kenedy (anche lui richiamato da un prestito infruttuoso dal Watford di Mazzarri).
Ma le due buone notizie vengono dalla prossima stagione. La prima riguarda il ritorno di alcuni volti che sono ormai eccellenti prospetti: Andreas Christensen ha fatto benissimo al Gladbach e torna a Londra per giocarsi un posto da titolare, mentre i progressi di Bertrand Traoré e Tammy Abraham (rispettivamente con Ajax e Bristol City) non saranno certo passati inosservati nel quartiere generale dei Blues.
La seconda riguarda l'ottima crescita di quelli rimasti invece alla casa madre: il Chelsea ha triturato gli avversari sulla strada della FA Youth Cup (24 gol segnati e due subiti!) e stasera affronterà i pari-età del Manchester City in finale (la terza finale di fila: le prime due le hanno vinte i Blues), mentre ha dominato il South Stage della Professional U-18 Development League, in attesa di capire se trionferà anche nel Final Stage che assegna il titolo.
Tutto questo patrimonio - Kasey Palmer, Ola Aina, Isaiah Brown, Nathaniel Chalobah (tornato da Napoli la scorsa estate) - non fa che aumentare le attese per il futuro del Chelsea. Che magari perderà Diego Costa quest'estate (la Cina attira il centravanti), ma avrà una squadra più giovane e promettente per il 2017-18, al 99% in veste di campione uscente della Premier League.
E ciò ancora più valore nell'estate in cui il Chelsea perderà l'ultimo riferimento del passato, cioè quel John Terry che ha deciso di lasciare il club, annunciandolo giusto qualche giorno fa. Non ci sarebbe miglior modo di omaggiare quanto costruito in 18 anni assieme che dando ai giovani quel palcoscenico, specie se sono di questa bontà sul terreno di gioco.

John Terry, 36 anni, lascerà il Chelsea a fine stagione.

18.4.17

UNDER THE SPOTLIGHT: Dedryck Boyata

Buongiorno a tutti e benvenuti alla quarta puntata del 2017 per "Under The Spotlight", la rubrica che tenta di scoprire i talenti in giro per l'Europa e per il mondo. Oggi ci spostiamo a Glasgow, dove negli ultimi anni il Celtic ha approfittato del fallimento dei Rangers per dominare. Merito anche di Dedryck Boyata, centrale dei SuperHoops.

SCHEDA
Nome e cognome: Dedryck Boyata
Data di nascita: 28 novembre 1990 (età: 26 anni)
Altezza: 1.88 m
Ruolo: Difensore centrale
Club: Celtic FC (2015-?)



STORIA
Nato a Uccle, municipalità della capitale Bruxelles, Boyata cresce nel RWDM Bruxelles, prima di finire nel vivaio del Manchester City nel 2006. Il centrale fa parte di quella squadra che alza la FA Youth Cup nel 2007-08, l'equivalente della nostra Coppa Italia Primavera. Accanto a Ben Mee (oggi al Burnley), Kieran Trippier (Tottenham) e Daniel Sturridge, il belga alza il trofeo dopo la doppia finale contro il Chelsea.
Promosso da Roberto Mancini in prima squadra nel 2009-10, Boyata colleziona le prime presenze da professionista. Le prime due stagioni sono positive, visto che il belga si fa spazio e gioca anche da terzino destro pur di collezionare qualche minuto. Poi inizia la girandola di prestiti, che fa più male che bene alla sua giovane carriera: prima il Bolton, poi il Twente.
Ma al ritorno al City, non c'è più spazio per lui: Boyata rimane un rincalzo, visto che Mancini non c'è più e al suo posto è arrivato Manuel Pellegrini. L'ingegnere cileno preferisce giocatori più tecnici anche in difesa, tanto che il belga è dietro a Kompany, Demichelis, Mangala, Lescott, Nastasić e persino Micah Richards nelle gerarchie. In due anni gioca appena nove gare: è tempo di andar via.
Il Celtic approfitta della situazione contrattuale di Boyata (legato al City fino a giugno 2016) per strapparlo a un prezzo basso (appena due milioni di euro). Un acquisto che aiuta i SuperHoops nel reparto difensivo, visto l'addio di Virgil van Dijk. Boyata si è presentato con due reti nei preliminari di Champions League, ma è stato anche autore dell'autogol che ha estromesso gli scozzesi dal play-off contro il Malmö.
Purtroppo, la prima stagione al Celtic Park non è stata delle migliori: la squadra ha come al solito dominato il campionato scozzese, ma è finita fuori dalla Champions League ancor prima della fase a gironi, ritrovandosi out anche dalle coppe nazionali. Ronny Delia è stato defenestrato per mancanza di trofei, mentre il suo successore è stato trovato in Brendan Rodgers, da poco esonerato al Liverpool.
Paradossalmente, l'arrivo del tecnico nord-irlandese ha aiutato tutto l'ambiente, quasi rigenerato dal calcio d'attacco imposto dall'ex manager dei Reds. Il campionato è arrivato con largo anticipo (a otto giornate dalla fine) e le avventure europee sono andate meglio dell'anno precedente; al tempo stesso, Boyata è uno dei riferimenti del club, nonostante gli infortuni l'abbiano limitato in questa stagione.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Fisicamente dominante, Boyata è un armadio da 188 centimetri che può terrorizzare gli avversari, specie negli uno contro uno più statici, quando il campo si restringe, lo spazio diminuisce e la conquista del terreno di gioco tramite la tenuta fisica conta di più. Negli anni, è stato schierato anche come terzino destro: la duttilità non è la sua dote principale, ma va tenuta comunque a mente nella valutazione del giocatore. Tecnicamente appare un po' grezzo, come se i suoi 27 anni ormai fossero troppi per recuperare in quest'ambito.

STATISTICHE
2009/10 - Manchester City: 7 presenze, 0 reti
2010/11 - Manchester City: 18 presenze, 1 rete
2011/12 -  Bolton Wanderers: 17 presenze, 1 rete
2012/13 - → FC Twente: 8 presenze, 0 reti
2013/14 - Manchester City: 4 presenze, 0 reti
2014/15 - Manchester City: 5 presenze, 0 reti
2015/16 - Celtic FC: 42 presenze, 6 reti
2016/17 - Celtic FC (in corso): 15 presenze, 2 reti

NAZIONALE
La logica direbbe che non c'è molto spazio: il Belgio ha in nazionale Kompany, Alderweireld, Vertonghen e il redivivo Vermaelen. A questi, bisogna aggiungere Kabasele e l'esperto Simons. Tuttavia, la situazione terzini - escluso Meunier del PSG - è tragica, per cui molti di questi vengono utilizzati sugli esterni, lasciando spazio al centro.
Non è un caso che Boyata abbia giocato la prima gara in nazionale nell'ottobre 2010 contro l'Austria, salvo poi sparire per anni, quando al City non giocava e i prestiti non andavano bene. L'esperienza al Celtic l'ha rilanciato, tanto che in Belgio-Portogallo Boyata ha collezionato la seconda presenza nei minuti finali. Se il Belgio dovesse qualificarsi al Mondiale, Boyata potrebbe essere tra i convocabili.

LA SQUADRA PER LUI
Sarebbe bello rivederlo in Premier League, stavolta con una squadra che creda in lui, magari nella zona bassa del massimo campionato inglese. Penso al Brighton che è stato appena promosso, che troverebbe nel belga una colonna per la prima annata in Premier League. Onestamente rimanere a lungo al Celtic sembra limitante per la sua carriera, nonostante Boyata stia cercando di provare un punto giocando per i SuperHoops.