17.11.17

Last chance.

Roma non è stata costruita in un giorno. E di certo, il Giappone non troverà rivelazioni improvvise da qui a giugno 2018: il dado è tratto e racconta di una squadra solida, ma totalmente diversa da quatro anni fa. Anche nel mood: nel 2013 c'era eccitazione, oggi sembra regnare la rassegnazione. L'EAFF East Asian Cup è l'ultima chance di cambiare registro.

La resa dei conti è arrivata per il ct Vahid Halilhodžić, 65 anni.

Intendiamoci: non avverrà. Finora Vahid Halilhodžić si è dedicato al suo sport preferito, ovvero il "blastare" la J. League in lungo e in largo. Se da una parte non c'è dubbio che ci sia bisogno di nuove figure dirigenziali, magari provenienti dal campo, dall'altra non si capisce cosa si aspettasse il tecnico bosniaco quando ha accettato l'incarico nel marzo 2015.
Si aspettava la Ligue 1? No, la J. League è già adesso uno dei 15 migliori campionati al mondo per organizzazione e livello tecnico, ma non siamo ancora lì. Si aspettava uno spirito calcistico sviluppato? Il professionismo è arrivato solo 25 anni fa in Giappone. Si aspettava più rispetto? Finora è stato persino poco pungolato.
A questo dobbiamo aggiungerci il fatto che la stessa natura dell'EAFF East Asian Cup, che non è un torneo importante, ma un modo per sperimentare giocatori che stanno in patria. Purtroppo non è facile farlo in tre partite. Prendiamo tre atteggiamenti diversi in esame.
Nel 2010, il torneo si disputa a febbraio, qualche mese prima del Mondiale sudafricano. L'allora ct Takeshi Okada decide di portare 23 giocatori: 16 di questi saranno poi sull'aereo per Città del Capo. C'è però una postilla non da poco: all'epoca di giapponesi in Europa ce n'erano pochi ed era più facile testare la nazionale che poi avrebbe giocato il Mondiale.
Nel 2013, con Alberto Zaccheroni sulla panchina nipponica, si fanno dei veri esperimenti, perché la situazione è cambiata: sono diventati tanti i giocatori impegnati in Europa e si gioca a luglio. Quel gruppo vincerà il torneo e sei di quei ragazzi andranno poi in Brasile: di fatto, in quelle tre gare diventa chiara l'importanza di Osako e Kakitani.
Vahid Halilhodžić ha già all'attivo una partecipazione, quella del 2015: il peggior risultato del Giappone, che arriva ultimo. Il nuovo ct chiama qualche volto nuovo, ma alcuni non vengono nemmeno schierati e di fatto si concentra su quelli che già fanno parte del gruppo. Un errore che probabilmente verrà ripetuto in vista dell'edizione di quest'anno.
Infatti il Giappone ospiterà a dicembre il torneo - che si tiene ogni due anni - e non escludo che Halilhodžić trolli tutti, portando una squadra che già conosce. La J. League sarà finita e lui avrà ampia scelta, ma non mi stupirei se vedessi una formazione così disposta: Nishikawa; G. Miura, Shoji, Makino, Kurumaya; Ideguchi, Yamaguchi, Nagasawa; Kurata, Sugimoto, Koroki.

Il punto più basso dell'ultima edizione, nel 2015: la sconfitta subita in rimonta dalla Corea del Nord. Quell'edizione la vincerà la Corea del Sud; Yuki Muto, il miglior giocatore per il Giappone in quella competizione, non verrà più convocato, ma ha comunque segnato 25 gol negli ultimi due campionati con l'Urawa.

La verità, però, è che questa competizione è l'ultima reale occasione di testare gente che la nazionale non l'ha mai vista, l'ha vista poco o non la vede da tanto tempo. So che il tecnico bosniaco non lo farà, ma io ci provo a immaginare una nazionale del tutto nuova, con giocatori che potrebbero rivelarsi, rientrare dopo diverso tempo o prendersi una sorta di riconoscimento alla carriera (per i giapponesi è un onore giocare in nazionale anche in tornei così).

Portieri - Non capirei il senso di chiamare sia Nishikawa che Higashiguchi, che sono nel gruppo da una vita e non hanno nulla da dimostrare. Che piaccia o meno a Hali, è il turno di Kosuke Nakamura (Kashiwa Reysol). Con lui, chiamare Akihiro Hayashi (FC Tokyo) e... bella domanda. 
Non ci sono tanti portieri giapponesi affidabili: premierei a sorpresa Hiroki Iikura (Yokohama F. Marinos), che è uno dei motivi per cui i Marinos si stanno ancora giocando un posto nella prossima Champions League asiatica.

Terzini - Va confermato Shintaro Kurumaya (Kawasaki Frontale), che ha esordito in nazionale e può beneficiare di una vetrina del genere. Con lui, ci sarebbe Tomoya Ugajin (Urawa Red Diamonds), che da terzino è meno affidabile che da esterno a tutto campo, ma andrebbe provato. A sinistra, anche le opzioni Fukumori e Matsubara sarebbero invitanti.
A destra Genta Miura (Gamba Osaka) è da tenere in queste brevi rotazioni, anche perché è già stato convocato. Accanto a lui, segnalerei Ryuta Koike (Kashiwa Reysol), un classe '95 che in tre anni è passato dal giocare in quarta divisione nel Renofa Yamaguchi all'esser titolare in J. League.

Centrali difensivi - Shoji e Makino, pur giocando in patria, non hanno bisogno di esser presenti. Sarebbe meglio testare Naomichi Ueda (Kashima Antlers) e Shinnosuke Nakatani (Kashiwa Reysol). Gli altri due nomi vedrebbero una sfida a tre, a mio modo di vedere.
Da una parte Yuta Nakayama (Kashiwa Reysol) e Tatsuki Nara (Kawasaki Frontale), che hanno certamente fatto meglio di Takuya Iwanami (Vissel Kobe); dall'altra, Kentaro Oi (Jubilo Iwata), per il quale la convocazione per questo torneo sarebbe un premio alla carriera e alla stagione 2017. Io andrei per un mix, a voi la scelta del giovane di turno.

Tanto per fare un nome a caso: Mu Kanazaki, 28 anni.

Centrocampisti - Kazuki Nagasawa (Urawa Red Diamonds) ha esordito con la nazionale nell'amichevole contro il Belgio: scelta random di Halilhodžić, visto che il centrocampista non aveva visto troppo spazio. Tuttavia, è giusto che rimanga nel pacchetto. A lui vanno affiancati subito due nomi facili.
Ryota Oshima e Shogo Taniguchi (Kawasaki Frontale) sono diversi, ma di fatto sono due giocatori a cui va dato più spazio. Entrambi hanno già giocato in nazionale (rispettivamente una e due presenze), ma continuare a ignorarli non fa bene a nessuno. Il primo è un play creativo, il secondo gioca in difesa, ma potrebbe esser schierato da mediano.
A loro vanno aggiunti Riki Harakawa (Sagan Tosu), che sotto Massimo Ficcadenti ha trovato il giusto pace, mentre Kazuya Yamamura (Cerezo Osaka) si è rifatto una reputazione giocando da semi-trequartista dopo una vita in difesa. L'ultimo nome è Kento Misao (Kashima Antlers), che sta silenziosamente prendendosi il suo spazio.

Ali - Di ali potremmo sceglierne una marea, ma Shoma Doi (Kashima Antlers) merita una chance definitiva: al Mondiale per club ha fatto sfaceli, eppure la JFA e Halilhodžić continuano a ignorare gli Antlers. Con lui ci dev'essere a sinistra Hiroyuki Abe (Kawasaki Frontale), che lontano dal Gamba Osaka è esploso e ha giocato una stagione super.
A destra la situazione è più complessa. I due nomi sono facili: da una parte c'è Junya Ito (Kashiwa Reysol), un'iradiddio che per qualche motivo non è stato notato da nessuno; dall'altra la logica direbbe di scegliere un profilo nuovo, ma come si fa a non testare Yu Kobayashi (Kawasaki Frontale), che è stato il MVP indiscusso della J. League 2017?

Centravanti - La fredda realtà dirà che Halilhodžić chiamerà Shinzo Koroki e Kenyu Sugimoto, che però non sembrano aver bisogno di tale vetrina per dimostrare ciò che sanno o non sanno fare (per altro, Koroki c'era due anni fa con Halilhodžić in Corea).
La fantasia e la logica imporrebbero altri due nomi, entrambi in casa Kashima Antlers. Il primo è quello di Yuma Suzuki, che sarà un personaggio discusso, ma è un giocatore in divenire e sarà un buon attaccante in futuro. E l'altro nome crea persino più problemi.
Da quando è rientrato in Giappone con la maglia degli Antlers, Mu Kanazaki è stato il miglior giocatore che si sia visto in J. League per continuità ed efficacia. Eppure Halilhodžić l'ha preso per un po' in considerazione, poi l'ha scaricato a metà del 2016. C'è bisogno di lui: un jolly così non ce l'hai spesso tra le mani.

Uno come Junya Ito, 24 anni, nel 4-3-3 deve essere almeno provato.

Rosa completa (tra parentesi le presenze in nazionale):
GKs - Hayashi (0), Iikura (0), K. Nakamura (0)
FBs - Koike (0), Kurumaya (1), G. Miura (0), Ugajin (0)
CBs - Nakatani (0), Nara (0), Oi (0), Ueda (0)
DM/CMs - Harakawa (0), K. Misao (0), Nagasawa (1), Oshima (1), Taniguchi (2), Yamamura (1)
WGs - H. Abe (0), Doi (0), J. Ito (0), Y. Kobayashi (8)
CFs - Kanazaki (10), Y. Suzuki (0)

Divisione per squadre:
6 - Kawasaki Frontale
5 - Kashima Antlers
4 - Kashiwa Reysol
2 - Urawa Red Diamonds
1 - Cerezo Osaka, FC Tokyo, Gamba Osaka, Jubilo Iwata, Sagan Tosu, Yokohama F. Marinos

Presenze totali in JNT: 24

Good luck, Vahid. Sappiamo che ci deluderai.

Nishikawa verrà chiamato probabilmente per le buone prestazioni in campionato.

14.11.17

Programmazione e pazienza.

Ha perso l'Italia delle battute sull'Ikea, quella delle "macchinate ignoranti" e delle risse dei genitori alle partite dei figli; della presunzione, del pressapochismo e del bomberismo imperante. Ma anche quella dei sani appassionati, di tre campioni del Mondo e di diversi giovani che saranno comunque marcati a vita: l'Italia non ci sarà a Russia 2018.

Alessandro Florenzi, 26 anni, sconsolato a fine gara: è stato il migliore in campo (di gran lunga).

C'è poco da dire: la gara di ieri racconta un risultato bugiardo. L'Italia avrebbe dovuto vincere almeno 1-0 e portare la partita ai supplementari. La prova discreta di Milano, però, fa il paio con quella di Solna, dove l'Italia ha prestato il fianco a una Svezia aggressiva e ha di fatto compromesso le sue chance di qualificazione a Russia 2018.
E se c'è una cosa che l'intero ciclo ha insegnato (in particolare la gara di Madrid contro la Spagna), è che questa gestione Ventura non sembra aver retto bene la pressione mediatica. Il ct ha delle colpe notevoli, soprattutto a livello tattico: l'entrata di Bernardeschi come mezzala è stata il top. Però... la domanda verte anche su chi l'ha scelto.
Non sto parlando di un gran dirigente, ma Giancarlo Abete si dimise immediatamente dopo la debacle del 2014. Carlo Tavecchio farà lo stesso? Ne dubito. E in fondo, se volete trovare un colpevole a chi l'ha messo lì, fatevi un giro nella nostra Serie A: indebitamente, questi presidenti sono anche i mandanti indiretti del rinnovo di Ventura fino al 2020.
C'è anche un'altra domanda che nessuno sembra essersi fatta: perché non si è rinnovato questo gruppo prima? Sia Barzagli che De Rossi hanno ribadito che avrebbero chiuso dopo l'Europeo del 2016, ma qualcuno li richiamati, invece di ripartire da zero. Cosa che si sarebbe dovuta fare gradualmente anche con Buffon e Chiellini.
E invece siamo fuori, con un'ingente ricostruzione da fare. Eppure guardate dall'altra parte del guado: la Svezia non andava a un Mondiale dal 2006, quando la vecchia generazione smise di esser decisiva e di fatto Ibrahimovic divenne l'unico leader incontrastato della nazionale. Con Hamrén ct dal 2009 al 2016, la Svezia si è condannata alla mediocrità.
Tre Europei disputati uscendo in tutti i casi ai gironi, due Mondiali mancati e tutti a lodare Ibrahimovic. Un atteggiamento miope, che ha offuscato anche il giudizio sulla Svezia nei play-off. La generazione che ha vinto l'Europeo U-21 due anni fa è gradualmente entrata in squadra e ha migliorato di parecchio la qualità media del gruppo.
A questo aggiungeteci un nuovo ct, che ha fatto un miracolo vincendo il campionato con il Norrköping (25 anni dopo): Janne Andersson è il vero vincitore di questa contesa, l'indiscusso eroe. Ha ridato linfa alla nazionale scandinava, riportandola ai Mondiali senza la stella dello United e ha persino lasciato da parte il personaggio tipicamente nordico.
A domanda precisa del pre-gara sulle considerazioni di Ventura nella gara d'andata, Andersson ha risposto così: «Non m'interessa ciò che dice». E anche ieri è sembrato piuttosto fumantino: al di là della tattica, è il giusto profilo per i suoi ragazzi. 

(ah, per chi se lo chiedesse, a quell'Europeo U-21 la Svezia affrontò l'Italia di Di Biagio nel girone, superandola 2-1. Forse non è una sorpresa che ieri tre di quei ragazzi fossero in campo, mentre dall'altra parte... uno.)
La Svezia è tornata ai Mondiali dopo 12 anni con un'impresa e la prima domanda dei giornalisti italiani per Janne Andersson è se Ibrahimovic tornerà in nazionale... NON CE LA FAREMO MAI.

Viene da chiedersi cosa possa riservare il futuro in queste condizioni. Non sarà facile: non perché l'Italia non abbia le potenzialità per risalire da questa voragine, ma perché ci vuole tempo, pazienza e risorse ben allocate. Tre cose di cui storicamente il nostro paese sembra volentieri fare a meno in cambio di un'esaltazione momentanea.
Prendiamo anche i media: non è stato un fallimento il racconto di questa Svezia? Non è stato un fallimento il continuo ricorso al patriottismo in un calcio come quello d'oggi, dove le emozioni contano meno a un certo livello? Non è stato un fallimento il video di sopra, dove un giornalista nostrano chiede di Ibrahimovic? Siamo davvero così poveri?
Sì. Lo siamo, altrimenti non saremmo qui a parlarne. Bisogna ricordare come tutti invochino la testa di Ventura e Tavecchio, ma dopo? Il grande lavoro di Antonio Conte a Euro 2016 ha coperto parzialmente i buchi, ma può darsi che non si abbia la stessa fortuna nel prossimo biennio. A Euro 2020 si andrà al 99%, ma non vuol dire che i problemi siano risolti.
Questo è lo stesso modus operandi che si vede in Italia nel caso di terremoto: paura, poi delusione mista a benaltrismo, infine indifferenza. L'Aquila è ancora in ricostruzione, no? Eppure son passati otto anni: è mai possibile? Certo che lo è, se la programmazione non è seriamente al centro di tutto. Noi italiani siamo così. Per dirla con le parole di Ferdinando Martini:

«Chi dice che gli italiani non sanno quello che vogliono? Su certi punti, anzi, siamo irremovibili. Vogliamo la grandezza senza spese, le economie senza sacrifici e la guerra senza morti. Il disegno è stupendo... forse è difficile da effettuare».

Ora ci saranno Euro 2020 e probabilmente Qatar 2022. Tra un decennio, riparleremo di dove siamo arrivati da questa serata. Per ora, solo indignazione e tanto brusio di sottofondo. 

Janne Andersson, 55 anni, è l'uomo del miracolo, nonché la dimostrazione che i buoni allenatori sono più importanti delle star o del patrimonio tecnico a tua disposizione.

4.11.17

Consacrarsi in Oriente.

La stagione è praticamente finita in Cina: in Champions League asiatica non c'è nulla da festeggiare, il Guangzhou Evergrande è di nuovo campione e manca solo la finale di F.A. Cup. Tuttavia, in League One, Juan Ramón López Caro si è preso una bella rivincita: il tecnico spagnolo si è creato un profilo interessante nel panorama asiatico.

Juan Ramón López Caro, 54 anni, qui con il suo Dalian Yifang.

Non è il primo tecnico iberico e non sarà l'ultimo a essersi creato una nuova carriera in Asia: guardate Gregorio Manzano (al Guizhou, ma qualcuno l'avrebbe voluto anche per la Cina), Ricardo Rodriguez (bene in Thailandia, benino in Giappone) o lo stesso collega Luis García Plaza, che è salito anch'egli dalla League One, ma con il Beijing Renhe.
López Caro non è stato un giocatore rilevante, anzi: a trent'anni era già diventato allenatore. Ha iniziato dalla sua città-natale (Lebrija) fino ad arrivare alla squadra B del Maiorca: nell'intervallo tra la guida di Fernando Vázquez e l'arrivo di Luis Aragonés, ha avuto anche l'occasione di allenare per due gare la prima squadra.
Un paio di occasioni hanno definito la carriera di López Caro: la prima è quella del Real Madrid. I Blancos - all'epoca allenati da del Bosque - lo assumono per guidare la squadra B. Sotto López Caro passeranno diversi giocatori di talento: Álvaro Arbeloa, Juanfran, José Luis Capdevila, ma soprattutto Diego López e Roberto Soldado.
Non solo, però, perché il tecnico porta il Real Madrid B addirittura in Segunda División dopo la promozione del 2004-05: quando la situazione precipita in prima squadra (con l'esonero di Vanderlei Luxemburgo), la scelta è di affidare tutto a López Caro fino alla fine della stagione. E quest'ultimo fa bene: la sua percentuale di vittorie è del 51,5%.
Per altro, il manager spagnolo forse è nella stagione più sfortunata delle difficoltà madrilene negli anni 2000: agli ottavi di Champions League esce contro l'Arsenal, che arriverà poi in finale; in Liga, gli capita il Barcellona di Rijkaard, che è lo stesso che poi vincerà proprio la Champions nella finale di Parigi contro i Gunners.
La riconferma non arriva e allora López Caro vaga per la Spagna: Racing Santander (dove non allena nemmeno per una partita), Levante e Celta, tutte avventure interrotte. E non è fortunata nemmeno la parentesi in Under 21 spagnola, dove l'allenatore riporta la rappresentativa all'Europeo di categoria nel 2009 (dopo nove anni d'assenza), ma esce al girone.
Quella selezione non si è rivelata poi talentuosa come quelle successive (solo Azpilicueta e Javi Martínez si sono mostrati giocatori di un certo livello), ma l'esperienza con il Vaslui rischiava di essere la pietra tombale alle sue ambizioni: l'avventura in Romania dura un mese, poi finisce - come altre volte - in una bolla di sapone.

Non solo allenatore, ma anche narratore.

Forse ormai bruciato in Spagna, López Caro è dovuto ripartire altrove. Lontano dalla sua regione, dai suoi affetti, aperto verso una nuova avventura. L'occasione è capitata ancora più a Est, precisamente in Arabia Saudita: se oggi la nazionale festeggia il ritorno al Mondiale dopo 12 anni, lo deve anche al selezionatore spagnolo.
Prima di Bert van Marwijk, infatti, una buona parte del lavoro era stata svolta da López Caro. Arrivato in Arabia Saudita, la situazione era disastrosa: alla Coppa d'Asia del 2011, i Green Falcons erano usciti nel girone con tre sconfitte contro Giappone, Siria e Giordania. Nelle qualificazioni al Mondiale 2014, non erano arrivati nemmeno all'ultima fase, superati dall'Oman (!).
Con un panorama del genere e un CV inconsistente, López Caro sarebbe potuto crollare. Invece ha fatto un buon lavoro, rimediando ai danni della gestione Rijkaard (sì, proprio l'ex Barcellona) e qualificando l'Arabia Saudita alla Coppa d'Asia del 2015. Ci ha anche aggiunto la finale della Coppa delle Nazioni del Golfo, persa contro il Qatar.
Cosmin Olăroiu ha poi allenato l'Arabia Saudita all'ultima Coppa d'Asia, ma i passi in avanti sono arrivati. E López Caro è rimasto da quelle parti, prendendo l'incarico di ct dell'Oman nel gennaio 2016: un anno non brillante come in Arabia, ma sufficiente a tenersi nel giro, tanto che la vera chance è arrivata quest'anno in Cina.
Il Dalian Yifang era arrivato quinto l'anno precedente, ma nel 2017 ha conquistato promozione e campionato. Il riconoscimento è arrivato anche a livello mediatico, visto che il tecnico spagnolo è stato premiato come miglior manager della League One nella stagione appena conclusa. Ora non rimane che vedere se questa consacrazione orientale proseguirà anche in Chinese Super League...

López Caro ai tempi del Real Madrid: fu l'allenatore per sei mesi.

31.10.17

ROAD TO JAPAN: Shogo Taniguchi (谷口彰悟)

Buongiorno a tutti e benvenuti al decimo numero di "Road To Japan" nel 2017. Con la rubrica che vuole scoprire i talenti nipponici, ci spostiamo a Kanagawa e precisamente nella municipalità di Kawasaki, dove il Frontale è una delle squadre più interessanti della J. League. Shogo Taniguchi, poliedrico talento nerazzurro, è il protagonista di questo spazio.

SCHEDA
Nome e cognome: Shogo Taniguchi (谷口彰悟)
Data di nascita: 15 luglio 1991 (età: 26 anni)
Altezza: 1.82 m
Ruolo: Difensore centrale, terzino sinistro, mediano
Club: Kawasaki Frontale (2014-?)



STORIA
Nato nel luglio del '91 nel sud del Giappone - nel Kyushu, precisamente a Kumamoto, la capitale dell'omonima prefettura -, Shogo Taniguchi cresce e matura alla Kumamoto Kenritsu Ozu High School, rimanendo di fatto nella prefettura di nascita e giocando persino due gare di Coppa dell'Imperatore (con tanto di gol!).
Tutto questo prima di trasferirsi alla University of Tsukuba, a Ibaraki. Un bel viaggio per chi era sempre rimasto nelle vicinanze di casa. La sua esperienza accademica è più che discreta, calcolando che si ambienta bene vicino Tokyo e fa parte della nidiata che vince le Universiadi nel 2011. Non solo, perché è nella Top 11 della regione nel 2011 e nel 2013.
Inevitabile che qualcuno lo noti nella vicina capitale: a buttarsi su di lui è il Kawasaki Frontale, che si assicura il ragazzo fin dall'agosto 2013. Giocherà solo dal 2014 in poi, ma il piano di Kazama è chiaro: il tecnico vuole plasmare Taniguchi, tanto da provarlo da terzino mancino prima di riconvertirlo al ruolo di centrale difensivo.
Nonostante il debutto nel mondo del professionismo, Taniguchi mette subito a referto 40 presenze in tutte le competizioni, nonché il suo primo gol in J. League contro i Nagoya Grampus. La crescita è proseguita anche senza Kazama e nonostante gli arrivi in difesa di Nara e Dudu: Taniguchi è ormai persino il terzo capitano della squadra dopo Kobayashi e Nakamura.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Taniguchi ha nella poliedricità la dote maggiore: iniziato al professionismo da terzino, è stato poi riconvertito in centrale e ha avuto anche un'esperienza da mediano. Per un tecnico duttile, sarebbe un feticcio tattico. Ha trovato anche una prolificità sotto porta forse inaspettata, ma dovuta agli ottimi tempi d'inserimento che si ritrova una volta che c'è un piazzato.
La cosa che più impressiona è la capacità d'adattarsi e imparare in poco tempo. Non si è mai scoraggiato o ribellato ai cambi di posizione, anzi: ne ha approfittato per apprendere. Forse ha una tecnica un po' grezza, ma il resto delle doti sono un gioco che vale la candela.

STATISTICHE
2014 - Kawasaki Frontale: 40 presenze, 1 rete
2015 - Kawasaki Frontale: 41 presenze, 2 reti
2016 - Kawasaki Frontale: 45 presenze, 4 reti
2017 - Kawasaki Frontale (in corso): 43 presenze, 8 reti

NAZIONALE
Come detto, piuttosto che passare dalle rappresentative Under, Taniguchi ha giocato le Universiadi due volte (nel 2011 e nel 2013), vincendo il titolo nella prima occasione. Mentre l'Italia di Luca Mora (oggi capitano della Spal) si fermava ai quarti, il Giappone schiacciava la concorrenza, vincendo la finale contro la Gran Bretagna in Cina.
Il Giappone è la nazione di maggior successo nel calcio alle Universiadi (sei ori: l'Italia è seconda... a due!) e molti di quei ragazzi del 2011 sono poi arrivati in J. League: Kazuya Yamamura, Shuhei Akasaki, Yuichi Maruyama e altri, che però non hanno fatto la sua stessa strada. Taniguchi infatti si è poi guadagnato la chiamata con i grandi.
Maruyama ha persino giocato più gare, ma Taniguchi è indubbiamente destinato a un futuro più luminoso: per due mesi, il ct Halilhodzic - all'epoca arrivato da poco - l'ha chiamato per tutta l'estate. Prima 15' con l'Iraq in amichevole, poi la gara di Coppa dell'Asia orientale e la presenza contro la Corea del Nord. Ci si aspetta che abbia un'altra chance.

LA SQUADRA PER LUI
Di lui si parla poco. Molto poco: non so se sia per il fatto di giocare per una squadra che non ha mai vinto nulla, ma di Taniguchi non si parla abbastanza. Eppure è un ragazzo molto poliedrico, che ha l'età giusta per provare un'esperienza all'estero, nonché le caratteristiche adeguate. Penso che sia uno dei pochi ragazzi pronti per una lega top in Europa.

26.10.17

Highlander.

Inter-Sampdoria, minuto 84: Yuto Nagatomo viene richiamato da Luciano Spalletti per far spazio a Davide Santon. Già, Santon: otto anni fa doveva essere il nuovo Giacinto Facchetti, oggi è diventato uno delle tante vittime del terzino nipponico. Criticato, inadatto in alcuni casi, eppure sempre all'Inter nonostante le rivoluzioni tecniche.

Yuto Nagatomo, 31 anni, impegnato nel derby di Milano.

Due premesse sembrano obbligatorie per trattare quest'argomento. La prima: non parliamo di un terzino capace di ergersi al livello top nel mondo. Non vedremo mai Nagatomo accanto alle figure di Alaba, Alex Sandro o Marcelo. Se è rimasto titolare, ciò in parte spiega anche il perché l'Inter abbia giocato l'ultima gara di Champions League nel febbraio 2012.
Seconda premessa: chiaramente chi legge questo blog da più tempo sa come il sottoscritto segua da vicino il calcio giapponese. Non sono mai stato un nazionalista con l'Italia e non inizierò con un paese e un popolo che rispetto, ma del quale non faccio parte. Tuttavia, non posso negare che voglio scrivere di questa faccenda perché ne sono interessato.
Qui, però, la domanda è obbligatoria: c'entra veramente il marketing? Il motivo per cui il giapponese è stato quasi sempre la prima scelta in tutti questi anni - con allenatori (e moduli!) diversi - è perché il vile mercato ha ragione su qualsiasi cosa? A chi piacciono i complotti potrebbe sembrare così, ma la faccenda è diversa.
Com'è arrivato all'Inter questo ragazzo della prefettura di Ehime? Nel modo più lineare possibile, di parecchio simile a quello che ha portato Gagliardini a Milano nel gennaio scorso (ma con cifre diverse). Prodotto della Meiji University e reduce da un buon Mondiale in Sudafrica, Nagatomo viene portato in Italia dal Cesena, in prestito dal FC Tokyo.
A volerlo è Massimo Ficcadenti, che all'epoca è il nuovo allenatore dei romagnoli, neo-promossi in A, ma senza Bisoli. Molti sembrano scettici, perché i recenti acquisti nipponici dell'epoca - Ogasawara, Oguro - non avevano lasciato grosse tracce. Ficcadenti tira dritto: «Deve giocare come sa: io credo sia adatto al campionato italiano».
L'acquisto si rivela azzeccato: Nagatomo fa bene nei suoi primi mesi italiani e il Cesena - dato tra le retrocesse certe - si tira fuori dal gruppo pericolante. In Coppa d'Asia, nel gennaio 2011, il terzino mette anche l'assist decisivo in finale. L'Inter fiuta l'affare e lo porta a Milano: i primi 18 mesi sono stati positivi nonostante le pressioni (si vince la Coppa Italia).
Poi qualcosa si è rotto. Nagatomo ha mostrato i suoi difetti: difficoltà a difendere (specie da terzino), l'incapacità di reggere il confronto con i grandi del passato (nella formazione del Triplete, in quella posizione c'era Chivu) e forse il profilo troppo giocoso, che gli ha giocato più contro che a favore, dando la sensazione di una figura divertente più che valida sul campo.

La prestazione contro la Sampdoria, quella che gli ha fatto guadagnare una standing ovation.

Da lì è partito tutto. Nagatomo, quello che tatticamente non è adeguato e per questo si merita qualunque insulto. Nagatomo, quello buono solo per farsi due risate (anche a spese dei cugini rossoneri). Nagatomo, quello che "in Giappone ne parlano perché ha fatto la proposta di matrimonio alla futura moglie sul prato di San Siro".
Eppure, in tutto questo, non si è mai guardata l'altra faccia della medaglia. O meglio, se n'è parlato parecchio, ma mai in relazione con Nagatomo: dal 2011-12 (prima stagione intera del giapponese a Milano), l'Inter ha avuto 11 allenatori diversi, occupando in sei anni almeno una volta tutte le posizioni dalla 4° alla 9°.
Già è difficile scaricare le responsabilità di una deriva tecnica su un unico giocatore, figuriamoci su un terzino di 24 anni comprato in un mercato di gennaio. Nagatomo ha mostrato le sue pecche, ma ha giocato anche 205 partite con l'Inter in tutte le competizioni, nonché è stato presente 99 volte con la sua nazionale. Non sono numeri comuni.
Nonostante la presenza di Chivu e Zanetti, Nagatomo ha giocato ben 43 partite nella sua prima stagione per intero con l'Inter. Da lì si è scesi a 35 (12-13), 36 (13-14), 18 (14-15), 26 (15-16), 20 (16-17) e 8 (per ora nel 2017-18). Tuttavia, diversi infortuni hanno condizionato la sua stagione nel 2014-15, saltando diverse partite.
A questi dati, vanno aggiunti i nomi dei terzini, perché non sono mancati i tentativi di sostituzione. Dall'uruguayano Alvaro Pereira all'esperimento Juan Jesus, dal ritorno di Davide Santon (andato in prestito a Cesena proprio nell'affare Nagatomo) all'interrogante Dodô, finendo ad Alex Telles, Caner Erkin e Christian Ansaldi.
E adesso? Adesso anche Dalbert sta facendo panchina, con la giustificazione che la Serie A è molto diversa dalla Ligue 1 e non è detto che il brasiliano non si prenda il posto da titolare al momento giusto. Ciò nonostante, la media-voto di Nagatomo è stata peggiore solo di quella di Miranda e D'Ambrosio due anni fa, mentre - a onor del vero - la transizione tra de Boer e Pioli non ha giovato al giapponese nella passata stagione.
Ora però ci sono complimenti, applausi e standing ovation. Persino Spalletti - che già aveva protetto il giocatore quest'estate - non si è nascosto: «Fanno bene ad applaudire Nagatomo: ha dei limiti, ma ha dei pregi. La velocità, la ricerca della posizione e la disponibilità al sacrificio...». Insomma, rischiamo che il nuovo highlander dell'Inter diventi colui che deve andar via a ogni estate.